Roberto Sacchetti
Vecchio guscio

Parte terza

III DONNA

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III

DONNA

 

 

L'Anna restava indietro sola e Camillo le porse automaticamente il braccio.

Il maestro si fermava ogni momento: spiegava alla sua Cristina come egli si fosse accorto sin dal principio di quel che c'era di nuovo tra suo figlio e sua figlia.

I due giovani passarono innanzi. Non s'erano detta una sola parola: non s'erano neppure guardati: erano come due anime che s'incontrino in un altro mondo contrariamente al divieto di un destino inesorabile. Sentivano istintivamente che una parola li avrebbe o legati o divisi per sempre, e in ogni caso resi infelici. — Anna aveva dei frequenti sussulti nervosi, e Camillo tremava tanto forte che andava innanzi incespicando e barcollando.

Allo svolto di S. Gregorio dove apparvero insieme da una parte il castelluccio d'Albereto, dall'altra i tetti schiacciati, terra terra della Rocca, egli si fermò improvvisamente.

Anna! disse con tanto impeto che gli mancò il fiato e dovette interrompersi; Anna voi penserete certamente ch'io sono un vigliacco — ebbene ditelo pure; lo dico anch'io — ho bisogno di dirvelo, di sentirvelo dire. Sarà sempre un supplizio minore od almeno diverso da quello che la mia coscienza mi infligge ogni giorno.

Anna non rispose e non ritrasse il suo braccio.

Ripresero silenziosi il cammino.

— Voi siete vendicata, terribilmente vendicata, disse poi Camillo. Non ho avuto, dopo quell'ora di viltà un momento di bene, un momento di pace con me stesso. Invano ho cercato la mia riabilitazione nei pericoli della guerra. Mi son convinto che nessun atto meritorio, nessun sagrifizio valga a cancellare la colpa di chi ha offeso un cuore che si affidava a lui.

Anna taceva sempre: chinava la fronte già sì altera e imperterrita ai rimproveri, davanti a quell'uomo che le si confessava colpevole: pareva stanca ed oppressa ed il suo braccio si aggravava su quello del giovane.

— Qualche volta, disse poi Camillo, mi domando come la sventura di una vita intera possa dipendere dall'imprudenza di un fanciullo. Ma sento che è una debole difesa: sento che la mia colpa è irreparabile.

Pareva che aspettasse una risposta, ma la risposta non venne.

Camillo non disse altro per tutta la strada: una disperazione acuta gli penetrava nel cuore e ne traeva dei singhiozzi.

Finalmente arrivarono ai piedi del giardino dei Bossano.

Allora Camillo disse:

Ora sapete la mia pena, era giusto che voi la sapeste. Voi non mi vedrete più.

Anna gli afferrò la mano e stringendogliela forte, ruppe per la prima volta il silenzio dicendogli sottovoce con impeto:

— Venite, venite a trovarmi, vi aspetto.

E scomparve dietro alla porta. Camillo non vide più nulla; gli parve di sprofondare in una tenebra densa attraversata da guizzi sinistri. Correva, correva per la campagna e una gioia immensa e amara lo inebbriava.

Egli tornò l'indomani subito in casa Bossano: vi fu spinto da un sentimento prepotente e cieco che lo aizzava contro l'avvenire insidioso come il color rosso aizza il torello selvaggio.

— La signora Anna? chiese ad una nipotina della Susanna che scendeva le scale.

— Da basso, in giardino.

Vi corse. L'Anna era seduta nel capanno. Alzò il viso pallido e lo fissò con quel suo sguardo fermo e risoluto che da quattr'anni gli rimaneva scolpito nell'animo.

Addio, disse.

Poi s'alzò e gli fe' segno di seguirla sotto i tralci della vecchia vite, dove era nato il suo amore di vergine e aveva pensato a lui per la prima volta.

gli stese la destra.

— Ho pensato alle vostre parole, gli disse, voi siete un brav'uomo, vi rendo la mia stima.

— Oh Anna! sclamò Camillo, baciandole cogli occhi pieni di lagrime la mano ch'egli stringeva con forza fra le proprie. — Se voi foste stata felice, vi giuro che non vi sarei più comparso davanti, — ma ho saputo le vostre disgrazie e ho voluto confessare a voi la mia colpa: per questo sono venuto in casa di Severino.

— La colpa non è né vostra, né mia, disse Anna tristamente, ma è di vostro padre, del mio, di tutta questa società bassa, ignobile, cattiva, che ci attornia, che avvinghia, che soffoca i nostri nobili istinti, le nostre aspirazioni generose. Noi eravamo buoni, onesti, essa ha avvelenato le nostre gioie, insidiato la nostra innocenza, ci ha traditi, avviliti, — ella aggiunse con voce sorda: — contaminati! Ebbene io l'odio; non è giustoproseguì esaltandosi — non è giusto che noi superiori a questa gente abbietta le siamo soggetti — che accettiamo la sua morale, le sue regole, i suoi divieti.

Esprimeva pensieri lungamente meditati nella solitudine in cui il suo spirito divorava sé stesso.

Camillo non capiva bene: la sua mente oppressa dalle violente ondate di sangue che la passione spingeva dal cuore al cervello non poteva seguire i suoi ragionamenti: egli sapeva questo solo: che Anna era davanti a lui, che gli parlava, e che egli le stringeva la mano. — Un brivido gli correva per le fibre e una pazza speranza lo pungeva. Quei quattr'anni di dolore, di disperazione sparivano, la ritrovava , allo stesso posto, più adorata se non più bella.

— Tutto cospirò contro la nostra volontà, proseguì l'Anna: eppure noi eravamo degni l'uno dell'altro; e malgrado tutto, noi non siamo ancora divisi interamente; tu hai detto che mi ami ancora: io non ho mai voluto bene ad altri che a te... io ti amo ancora e più di quando ci vedevamo qui la sera.

Camillo accecato da un giubilo intenso, la tirò a sé, chinò la testa sulla sua spalla e le balbettò:

— Ebbene... sii mia!...

Ma Anna ricuperando la sua fierezza, si divincolò, lo respinse, e allontanandosi di qualche passo:

— Oh! anche tu! sclamò profondamente accorata.

Che destino era il suo! Tutte le volte che ella aveva fatto appello al coraggio, all'ambizione, al sentimento di un uomo, ella s'era trovata a combattere contro la concupiscenza: questa aveva trovato nella devozione di Placido, nella galanteria del cavaliere, come nella sfrontatezza dello sconosciuto compagno del veglione a Torino. E questa trovava nell'amore di Camillo, questa soltanto. Quale umiliazione! sognare di divenire un ideale e sentirsi desiderio soltanto!

Camillo le si appressò mortificato.

Vedete, le disse, s'io avevo ragione di non venire?

Anna teneva le mani sul viso.

Camillo uscì.

Quand'egli fu partito Anna s'alzò furibondafuribonda contro sé stessa. Si pentiva per la prima volta e si rinfacciava il proprio orgoglio: per la prima volta si rimproverò di non essere donna — e pronunziò a se stessa questo titolo senza sentirsene umiliata. Fu indulgente perché allora cominciava ad amare e diede ragione a Camillo:

Povero giovane! sclamò.

Ella non era donna da arrestarsi ai mezzi termini: aspettò due che Camillo tornasse, vedendo che non veniva la mattina del terzo s'avviò risoluta verso Albereto. Non era mai stata colà; la porta del castelluccio era chiusa, il silenzio era tanto profondo che pareva un luogo disabitato, Anna si guardava intorno:

Picchi alla porta, picchi forte, le gridò dall'orto la moglie del fattore, il signore è in casa, sentirà.

Anna picchiò: Camillo scese ad aprirle: vistala, balenò e dalla commozione dovette appoggiarsi allo stipite.

Lei fe' un passo innanzi, varcò la soglia, e gli buttò le braccia al collo mormorando:

— Ti amo e son tua.

Camillo impallidì spaventevolmente, diè un urlo, e, chinatosi, l'afferrò alla vita, la sollevò tra le sue braccia e correndo la recò di peso nella sua camera al primo piano.

Ma, colà giunto le forze lo abbandonarono: oppresso dalla violenza della sorpresa e della commozione cadde ai suoi piedi: — come quella tal sera di quattr'anni addietro nel giardino.

Ella volle farlo alzare:

— No, lasciami qui, sto così bene! disse lui.

— Perché sei fuggito l'altro giorno? fu un momento di passione, ma credi ch'io non ti capissi, ch'io volessi negarti nulla?

S'era seduta e gli carezzava il capo che egli teneva sulle sue ginocchia.

— Sono tua, voglio essere tua, soggiunse con voce tranquilla, non sono mica più la superba d'una volta. — So che per voi altri uomini la passione è una necessità.

E, chinandosi sovra di lui, lo baciava.

Camillo la guardava stupito, poi tentennava il capo dicendo:

Anna, tu sei buona e ti sagrifichi a me...

Ella sorrise. Si guardava intorno. Riconobbe la stanza alla descrizione che Camillo, in altri tempi, gliene aveva fatta.

— Questa fu la camera di tua madre, disse tristemente, è qui che volevi condurmi sposa!

Camillo rispose con un singhiozzo.

— Ebbene, soggiunse Anna intenerita, non ci sono forse? Cos'hai? Che importano mai i nomi! che c'importa del mondo intero? per noi non esiste. Non siamo forse l'un dell'altro?

Nel suo abbandono era certamente sincera: ma Camillo ci vedeva qualcosa di volontario, di calcolato che gli dava una mortale tristezza. In quella camera piena di funebri memorie e di sacre immagini, che pareva un santuario, dove la luce penetrava malinconica attraverso i vetri colorati e le cortine bianche, Anna gli pareva il fantasma del suo primo amore che uscisse dalla tomba.

— Son io, sì, son io, perché mi guardi così? essa gli disse, non mi vuoi più bene?

Camillo le prese la mano e gliela coperse di baci e di lagrime. Poi subitamente si rabbuiava in viso e si scostava da lei.

Allora l'istinto della donna prevalse.

— Tu mi trovi invecchiata? gli domandò con voce tremula per l'ansietà.

— Tu mi sembri un angelo di bontà e di bellezza.

Povero Camillo, sempre lo stesso, sempre di un eccesso all'altro.

Poi gli attirava ancora il capo nel suo grembo e obbligandolo a guardarla:

Senti, soggiunse, io sarò tua finché mi vorrai, tu non devi crederti legato a me da altro che dalla tua volontà; e forse è un bene che la sorte abbia resi impossibili fra noi dei vincoli più positivi: tutto sarà fra noi intimo e spontaneo desiderio dell'anima. Non voglio che il mio amore ti sia un inciampo, ma un sostegno, — sai il mio ideale d'una volta. — Noi possiamo farlo rivivere; soltanto invece d'essere la tua compagna, invece di dividere il tuo successo sarò la tua confidente, la tua consigliera, la tua serva se vorrai: tu sarai la mia ambizione... non mi ascolti?

— Sì! parla ancora... Egli teneva gli occhi socchiusi e pareva tutto intento ad assaporare la dolcezza di quel momento.

— Noi andremo lontano di qui, dove tu vorrai.

Essa con la facondia d'una volta, gli disegnò molti progetti di vita. Poi tacque e seguì una lunga pausa. Camillo non disse mai nulla e non si mosse.

Nel silenzio della campagna s'udiva lo scricchiolare aspro di un carro che saliva travagliosamente l'erta di San Gregorio, e ad intervalli la voce stizzosa del boaro che incitava le bestie.

Finalmente Anna s'alzò.

— Te ne vai? disse Camillo alzandosi in piedi.

— Ma sì, rispose lei tristamente.

Lui le passò il braccio intorno alla vita, e la strinse fortemente; il viso gli si accese e gli si scolorò subito dopo.

Pareva combattuto dal desiderio e dal dolore: opposti ed immensi.

Un momento Anna credette che la volesse trattenere e lo fissò sorridendo.

Ma lui rallentò il braccio.

— Ebben, disse, addio. — Poi aggiunse con voce appena intelligibile: — ci rivedremo.

— Verrò io, disse Anna risoluta.

— Quando?

Stasera; vuoi?

— Sì, rispose Camillo stornando il viso. Poi andò a un piccolo stipo, ne trasse una ricca collana di agate e brillanti che reggeva un medaglione legato in brillanti anch'esso; la mise al collo di Anna.

Prendi, è la cosa più preziosa ch'io abbia, un ricordo di mia madre, non è un dono ma un deposito: mi fai il piacere di tenerlo tu?

— Perché?

— Perché... non vuoi accettare da me questa prova di confidenza?

Egli l'accompagnò poi fino alla soglia e si fermò.

Anna si voltò, tornò indietro e, dopo un minuto di esitanza, gli porse la fronte.

Camillo la strinse furiosamente fra le sue braccia:

Addio, addio, disse, rientrò precipitosamente in casa.

Anna discese lentamente per il sentiero del prato, il sole superava la vetta delle colline del Monferrato e rivestiva il castelluccio de' suoi raggi ancora rosei; il prato rimaneva ancora immerso nella penombra mattutina, cilestrina, perlata di rugiada.

Anna scendeva ripensando alla stranezza di quel ritrovo d'amore, da cui usciva rispettata come dai suoi innocenti colloqui giovanili, ma senza la pace d'allora. Si sforzava di trovare nel rispetto di Camillo dei motivi di compiacenza, delle soddisfazioni d'amor proprio — ma, involontariamente, era accorata ed inquieta.

Nella strada sottoposta s'udiva il trotto d'un cavallo. Anna si fermò un momento per lasciarlo passare; ma allo sbocco del sentiero il cavallo si fermò e il cavaliere di Rueglio la salutò dicendo:

— Siete mattiniera... o in ritardo?

Anna non rispose.

Il cavaliere riprese:

— Vengo da Murialto e vo a Repigliasco per la più lunga — io faccio sempre la più lunga in tutto — mentre altri più abili arrivano per la più corta. Per esempio il capitano Bellono. Domenica ho gente alla Mussa, si faranno quattro salti, verrò a prendervi.

Anna lo guardò torvo e attraversò la strada giurando a se stessa che non avrebbe mai più parlato a quell'uomo.

Il cavaliere frustò il cavallo leggermente e continuò la strada. Ma alcuni passi più in una grossa zolla di terra, scaraventata dalla ripa di una vigna vicina, lo colpì di pieno nel viso con tanta violenza che lo fece piegare sulla sella. Si voltò furioso con la faccia sanguinosa e lorda di polvere e scagliò una grossa bestemmia. Si fermò a guardare fra la siepe di biancospino che orlava la vigna, per scoprire e castigare l'aggressore, intese una risata di Anna e allora mutato pensiero tirò innanzi di galoppo.

Anna salita nella vigna vide Quirino che scendeva tranquillamente per la china dall'altra parte. E arrossì di quella non chiesta vendetta.

Passò quella giornata in una profonda atonia: la sua consueta fermezza si abbracciava alla propria risoluzione, oltre la quale non voleva veder nulla, non pensare a nulla.

Verso sera, mentre dalla finestra della cucina seguiva con l'occhio distratto ed impaziente uno splendido tramonto che le pareva non dovesse finire mai e l'irritava con la calma e la serenità profonda, una voce sommessa che la chiamava per nome la fe' trasalire.

La donna si guardò intorno con aria di mistero e porgendole una lettera aggiunse:

— Mi manda il signor Camillo.

Anna si sentì dare un tuffo nel sangue: tuttavia, signoreggiando il proprio turbamento, prese la lettera, l'aperse risolutamente. Vi lesse.

«Ciò che ti scrivo l'avevo chiaro nell'anima mentre tu poco fa eri qui presso di me; avrei voluto dirtelo a voce, ma mi mancò il coraggio. Ora che sei uscita, mentre ancora questa camera è piena del tuo profumo adorato, ti scrivo, prima che l'onesta risoluzione tentenni dentro la mia coscienza. Tu sai che io sono debole: non vorrei essere vile. Le tue offerte sono prova della tua divina bontà, ma ohimè! l'unico modo di mostrarmene meno indegno è quello di ricusarle. Oh tu mi hai fatto intravvedere il paradiso che, per la mia dappocaggine, io ho perduto, e, senza volerlo, mi hai fatto provare in un'ora più torture che non abbia sofferto in questi maledetti quattr'anni.

«Pensare che io potevo avere quella immensa felicità, ch'io avrei potuto essere orgoglioso del tuo possesso. Ora quel che è fatto è irreparabile. Non ho saputo meritarti, ho respinto il tuo amore quando potevo ricambiarlo con un'onorata posizione nel mondo, colle sante gioie della famiglia: ora sarebbe viltà l'accettare il tuo sagrifizio sublime per rimeritarlo col disonore. Non posso: non voglio...».

La vista le si annaspò, trafitta da disperazione violenta esclamò:

Cristo! egli mi respinge!

La signora Cristina era entrata, si avventò le strappò la lettera la lesse avidamente:

— Oh, poveretta, esclamò.

Questo grido bastò a far rinvenir Anna; la quale, balzando in piedi voleva riprendere la lettera.

Ma sua madre la buttò nel fuoco, abbracciò stretto la figliola e la trasse con sé nella camera.

Anna riusciva a disvincolarsi:

— Egli è morto? domandò.

Nina, quetati, per amor di Dio!

Dimmi, è morto? ripeteva l'Anna rotando gli occhi stralunati, feroci.

— Oh Signore! che l'impazzisce!

E insensata dallo spavento, andava carezzando la figliuola che, assalita da forti convulsioni, si stringeva le tempia e gettava voci selvaggie. Ma finalmente le forze ripiegavano sotto l'urto violento ed Anna svenne fra le braccia di sua madre.

La moglie del fattore, ritornata ad Albereto e salita nella camera di Camillo per rendergli conto dell'ambasciata, lo trovò a pie' del letto davanti all'antico inginocchiatoio della contessa Adelaidemorto. La destra stringeva ancora il revolver e appena qualche goccia di sangue gli era sprizzato dalla ferita. La morte doveva essere stata istantanea.

 

 

 


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