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Quando, due giorni dopo, si fecero l'esequie del capitano, Anna volle ad ogni costo alzarsi e andare in chiesa. Sua madre dopo aver tentato invano di trattenerla, ve l'accompagnò. Passarono davanti alla casa Bellono più chiusa e più squallida del solito: le campane di S. Giovanni sonavano a morto. Anna camminava raccolta, profondamente indifferente a tutto ciò che non era il proprio dolore.
In chiesa l'apparizione delle due donne fu accolta con un mormorio ostile dal quale non si lasciarono punto intimidire. Attraversarono la folla meravigliata, offesa nelle sue idee di decenza da quella sfrontatezza di lutto non obbligatorio e vennero al loro posto. Dirimpetto il banco dei Bellono rimaneva vuoto. Il signor Bellono, dicevasi, s'era chiuso nella sua camera, ritirandosi nel tabernacolo dove come il dio di Klopstock nascondeva tutti i suoi affetti e i suoi pensieri. Da due giorni aveva sospese le sue passeggiate mattutine e serali. Questo fu l'unico tributo ch'egli rese alla memoria del suo unico figlio.
Il servizio funebre era incominciato: le parole gravi, tranquille del rituale cadevano lentamente ad una ad una su quella moltitudine agitata, senza avere virtù di staccarne gli affetti dalla terra cui tenacemente s'abbarbicavano.
Tutta quella gente non si preoccupava del morto che per pensare ai vivi.
L'avventura di Anna cui la catastrofe di Albereto aveva dato una subita notorietà, era l'argomento di tutti i bisbigli, che, come ronzio di zanzare, profanavano il luogo sacro: da tutti i crocchi la saettavano delle occhiate insistenti, petulanti.
Essa sola teneva l'occhio fisso al nero catafalco e sprofondava la mente nel mistero di quella bara. La forza nervosa onde aveva attinto l'ardita risoluzione non l'abbandonò un minuto: seguì contegnosa senza spargere una lacrima, l'uffizio: ma quando fu terminato, e il celebrante facendo l'ultima aspersione, pronunziò l'ultimo requiescat in pace, — mentre il sacrestano correva premuroso a spegnere le candele e i becchini, in mezzo allo scompiglio della folla che si riversava alle porte, sollevarono la bara, si alzò e vi gettò uno sguardo intento ed ansioso: il suo volto, pallido, sembrava dimagrito ad un tratto, la sua persona ingrandita aveva un aspetto fatale, una potenza angosciata che imponeva rispetto. Le sue labbra s'agitarono un minuto, pareva dovesse intimare ai becchini di fermarsi. Ma la bara uscì dalla chiesa, la porta ricadde, il sacrestano scompose borbottando il catafalco: la visione finì. — Cristina ricondusse a casa l'Anna tramortita.
Placido non aveva tardato a «spaventare» gli avanzi dell'eredità paterna. Ridotto al verde, l'esattore di Repigliasco vecchio ed infermiccio che gli era amico, lo prese come aiuto. Egli aveva ricominciato allegramente la sua vita da scapolo. Ma queste abitudini non si conciliavano coi doveri dell'impiego o, piuttosto, si conciliavano male. Gli amici avvertivano caritatevolmente sua moglie ch'egli spendeva troppo più di quel che guadagnasse: soggiungevano con qualche reticenza che le casse piene dell'esattore e le tasche vuote di Placido.... basta! non volevano far supposizioni cattive.
Quando le tenevano questi discorsi, Anna o non sentiva o scoteva le spalle. Che gliene importava mai a lei? Non le importava più di nulla; s'era lasciata scivolare in un'apatia profonda.
Infine essa e il marito erano diventati quasi interamente estranei l'uno all'altra. Placido capitava a Murialto di rado, si fermava qualche ora e con lei scambiava appena qualche parola: l'aveva avvezzata a una tolleranza illimitata: Anna quasi si dimenticava di essere sua moglie.
Egli dal suo canto mostrava che avrebbe fatto volenteri di meno di essere suo marito. A qualche fornitore che gli aveva chiesto pagamento del proprio credito verso la moglie, aveva risposto, adottando la fraseologia della Rocca, di rivolgersi a «madama». A questo ed a altri segni di un cambiamento profondo delle disposizioni di Placido verso di lei, Anna non aveva fatto alcuna attenzione: se n'era accorta Cristina, che, non augurandone nulla di bene, aveva provato ad avvertirne la figliola: ma senza alcun frutto.
Verso il principio dell'inverno Placido si assentò per un paio di settimane; qualcuno lo vide a Torino con una donna, che, ai connotati, somigliava molto alla gaia Pomino.
Poco dopo, una sera che l'Anna si stava spogliando se lo vide capitare in camera improvvisamente. In casa Bossano non usavano chiuder gli usci a chiave.
— Non chiamate nessuno, le disse, ho da parlarvi a quattr'occhi.
Anna mentre infilava l'accappatoio che aveva lasciato cadere voltandogli le spalle disse:
— Dunque?
— Quando avrete finito di fare toilette e potrete darmi retta parleremo.
Anna lo osservò: egli era più che brillo: fosse il vino o altro, aveva una cert'aria stravolta che essa ne provò un brivido che non era solamente ribrezzo:
— Dunque?
— Dunque mi occorrono per domani mattina cinque mila lire.
Anna scosse le spalle e rise nervosamente:
— Oh non c'è da ridere, soggiunse Placido, se domani a mezzogiorno, quando arriverà l'ispettore per la verifica, io non depongo nella cassa dell'esattore quella somma, sarò certamente arrestato.
— E avete il coraggio di venirmelo a dire! mormorò Anna trattenendo lo sdegno.
— Oh bella, a chi lo debbo dire? Non dovevo divertirmi io? Voi fate bene il piacer vostro: ci trovo forse a ridire?
— Alle corte, che volete?
— Voglio che mi trovi quel denaro.
— Io?
— Chiedilo al cavaliere, soggiunse Placido, son sicuro che non te lo negherà.
Anna lo guardava stupita: la sua faccia apatica pigliava un'espressione di perversità strana che involontariamente le ricordò una certa frase dello zio Raimondo riguardo ai contadini.
— Scrivi una letterina, invitalo a venir qui domattina per tempo — egli è alla Mussa, io gliela farò avere. Va bene?
— Risparmiatemi il disgusto di rispondervi.
Placido s'alzò e fece qualche passo verso di lei.
— Il cavaliere è vostro amante: io lo so.
— Appunto per questo.
— Ah voi avete del cuore solo per gli altri!
Seguì una breve pausa poi Placido domandò:
— Volete o no?
— No.
— Sapete che accadrà? Che voi non sarete più la moglie di un villano, ma la moglie di un galeotto.
Anna fe' un gemito angoscioso e, coprendosi la faccia con le mani, si lasciò cadere sopra una seggiola. Non tutte le fibre del suo antico orgoglio erano spezzate.
Ad un tratto si alzò e disse con una calma strana:
— Non vi bastano le mie gioie? non so quel che valgano.
— È poco, ma a qualcosa servono; datele qua.
V'erano i ricchi doni nuziali di Placido: li prese, glieli restituì con febbrile premura, v'erano i regali dei parenti, dello zio Raimondo, gli diede anche quelli: poi dei ricordi di amiche dimenticate, di feste sommerse nel passato già lontano della sua lieta adolescenza; poi il monile di perle, che le rammentava il carnevale di Torino, il suo unico e pazzo ridevole trionfo...
— E questo? domandò Placido mettendo la mano sopra la collana di Camillo che la moglie aveva spinto in un angolo del cassetto.
— Questo no.
Ma Placido già l'aveva presa e l'esaminava cupidamente.
— Questo è il meglio.
— Vi dico di no: rendetemi quella collana.
Placido fe' l'atto di metterla in tasca: lui voleva disvincolarsi: essa con ogni sforzo tentava di aprirgli il pugno, vi si spenzolava, vi conficcava l'ugne: la lotta si prolungava lunga, brutale. Poi scoppiavano le ingiurie acri, feroci.
— È d'un altro ganzo, svergognata... di Camillo!...
— Sì... sì... è di lui... lasciala.
— Bagascia!
— Ladro!
Erano arrivati all'uscio, erano usciti sul pianerottolo: Anna, alzando la voce, ripeteva:
Placido, accecato dal furore, le assestò un gran pugno nel viso e la mandò rovescia giù per la scala come un batuffolo di cenci. Ruzzolò gli scalini e, passando sopra il corpo della moglie, fuggì a precipizio dalla parte del giardino.
Anna rimase com'era caduta senza fare neppure un lamento.
Ma Quirino, che lavorava in cantina, sentì il tonfo cupo ed accorse col lume; riconobbe Anna subito, la prese fra le braccia e in due salti la riportò nella camera, dove il lume era ancora acceso. La depose sul letto: aveva il bel viso tutto malconcio e lordo: il sangue usciva da una larga ferita alla tempia sinistra.
Rinvenne un momento, spalancò gli occhi, le sue labbra balbettarono:
— Oh Quirino!
Parve riconoscere la sua buona e disinteressata devozione.
Il giovine, disperato, ruppe in un singhiozzo, e le prese la mano che penzolava dal letto; ma era già inerte. Anna spirava in quel momento.