Cristina di Belgioioso
L'Italia e la rivoluzione italiana

PARTE PRIMA   La rivoluzione milanese. — Il governo provvisorio I corpi ausiliarii.

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La storia d'Italia dei cinque ultimi mesi comprende due ordini di fatti fra loro ben differenti. Il governo provvisorio di Milano dall'una, le operazioni dell'armata Piemontese dall'altra parte, s'attirano la nostra attenzione. Noi cercheremo di non confondere gl'interessi dell'uno con quelli dell'altra. Nei primi mesi, appena sorto, ebbe il governo provvisorio di Milano un'influenza non lieve sugli affari d'Italia. Nel periodo il più recente, che precedette la capitolazione di Milano, l'armata Piemontese si mostra a noi come attore principale in questa storia. Da prima porremo in luce la poco nota parte, che vi ebbe il governo provvisorio di Milano. Palermo e Milano preoccupavano gli spiriti al cominciare del 1848. Palermo tentava scuotere il giogo di un governo oppressore, ma nazionale: tutto preparava Milano per liberarsi dalla tirannia di una crudele dominazione straniera.

Le altre provincie d'Italia sembrava marciassero d'un passo lento, ma sicuro ad una vita migliore: Torino, Firenze, Roma spingevano i loro governi sulla via del progresso: ogni novella violenza commessa dal re di Napoli, o dall'imperatore d'Austria sollevava dovunque grida d'indignazione.

Il 18 marzo, scoppiò la rivoluzione in Milano. Tutte le città dell'alta Italia risposero a quel segnale: senza asilo, in piena rotta, cacciati in fuga da una popolazione inerme, i soldati austriaci si rinserrarono nelle loro fortezze, già innanzi provviste. Ferveva la lotta nelle strade di Milano; e Genova, e Torino insorgevano: dinanzi al palazzo del Governatore, e del re volersi battere per i loro fratelli dichiaravano, e già si mettevano in marcia: il re Carlo Alberto ad intimar la guerra, sforzavano. Il marchese Pareto di Genova veniva allora eletto al ministero: egli accettava il portafoglio a sola condizione, che si fosse portato soccorso alla Lombardia. Il Piemonte era già in piede di guerra: ve lo avevan sforzato le reiterate minacce dell'Austria, e le ben note disposizioni di quel popolo, che altro non agognava, che misurarsi una volta col barbaro austriaco. Emanato l'ordine, in tre giorni l'armata piemontese poteva essere sotto le mura di Milano. Eppure, quando ella vi entrò, l'Austriaco era già presso a Mantova ed a Verona1. Mantova, e Verona potevano chiudere le loro porte all'armata nemica, e difendersi sino all'arrivo dei piemontesi. La guarnigione austriaca, che le presidiava, era debole troppo, troppo scoraggiata per doversi temere. Solo per viltà e perfidia d'una conspirazione ordita, e fomentata da alcuni personaggi della aristocrazia piemontese, e probabilmente lombarda, che si mantenne sino al finire della guerra, furono conservate a Radetzky queste due piazze forti. con le altre due di Peschiera e di Legnago.

A Mantova il vescovo stesso percorreva le strade della città, e gli attoniti ed esterrefatti abitanti supplicava avessero a lasciarne a lui la cura di tutto accomodare: egli avrebbe pattuito con i capi delle truppe, che già si avvicinavano: diceva, che queste venivano solo per unirsi ai soldati della cittadella, e con questi sortirebbero dalla fortezza senza tampoco inquietarne la popolazione, che non volevano esporre a ricevere affronti, averne danni. A Verona parecchi nobili, a nome del Vicerè (l'arciduca Raineri) scongiurarono il popolo a lasciare liberamente passare delle truppe avvilite, abbattute, che altro non dimandavano, che di abbandonare al più presto l'Italia. La menzogna sortì il suo fine nell'una e nell'altra di queste due città: a Mantova e a Verona liberamente entrava l'armata austriaca: andava ad incontrarla, il fucile in spalla, il tricolore sul petto, la già organizzatavi guardia nazionale. Non appena furono introdotti gli austriaci, che levata di subito la maschera, dichiararono di non volerne più sortire. Disarmata la guardia nazionale; la vecchia polizia ed il vecchio regime austriaco ristabiliti, cominciarono queste due città a sentire il peso di quelle forzose contribuzioni, che più non si cessò d'imporre da quell'epoca in poi. A partire d'allora, l'armata austriaca padrona di quattro fortezze divenne formidabile, e ben fu dura bisogna quella, che cominciò per l'esercito del Piemonte.

L'entusiasmo, l'ardore dei milanesi avevan resa facile la vittoria: cacciato lo straniero, restava a costituirsi un governo. Il dominio di trentasei anni dell'Austria in Lombardia aveva chiusa la carriera degli impieghi a tutti quegli italiani, che pel loro carattere, o pei loro talenti avrebbero potuto distinguersi, ed acquistarne fama. Il popolo si trovava costretto a cercare nelle famiglie nobili chi li governasse, e gli fosse capo. Non è al certo priva la Lombardia di uomini capaci di guidare la nazione, a traverso di mille pericoli, sulla via delle rivoluzioni, o della pugna, alla libertà, od alla indipendenza: ma questi, sconosciuti al popolo, che conosce d'altronde i nobili casati, ai quali da tanti secoli acquistarono nome e fama gli avi. A questi ricorse il popolo2. Tra i nobili lombardi qualcuno non affatto nuovo agli impieghi, era noto pel suo attaccamento alla casa d'Austria. Altri, ed in maggior numero, mostravano per quella una profonda avversione: vivevano ritirati una vita frivola e dissipata, mostrandosi incapaci di assumere una amministrazione qualunque. Ai più liberali fra i primi, ai meno frivoli fra i secondi la nazione accordò se non la preferenza, almeno una tacita adesione.

Il conte Casati da sei anni podestà di Milano era stato confermato in carica, ciò che dinota in quanta buona armonia egli vivesse con l'Austria3. Il conte Borromeo decorato del toson d'oro copriva più d'una carica alla corte di Vienna. L'uno e l'altro dopo aver vissuto sempre in buona amicizia e sudditi fedelissimi dell'imperial governo, ed in pace colla polizia di Milano, poco prima dei fatti del marzo avevano preso coraggio sino ad azzardare una qualche osservazione al governatore Conte di Spaur circa gli atti di inesplicabile brutalità, che lui, ed i suoi colleghi ordinavano, o permettevano ai soldati croati in Milano. Il governo austriaco era in preda ad un febbrile delirio. La più leggera dimostrazione, la minima opposizione benché fatta con tutti i riguardi possibili, gli erano insopportabili. A Casati ed a Borromeo fu intimato il silenzio: indi senza lasciar loro il tempo di opporsi, o sottomettersi si passò contro loro alle minacce, alle persecuzioni, all'intimazione d'esilio e persino d'arresto. Nelle poche settimane che passarono tra il cominciare della loro lotta col governo austriaco e lo scoppio della rivoluzione diedero prova di fermezza e di coraggio: principalmente il conte Borromeo col rifiutarsi costantemente di abbandonar Milano ad onta delle reiterate ingiunzioni, che gli venivano fatte.

A tal partito si trovavano questi due funzionari, quando rovesciato dall'insurrezione tutto l'edificio dell'austriaco dominio, non restava costituita che la sola autorità municipale, di cui era presidente il Casati.

Il governo provvisorio, che formar si voleva, doveva di forza averlo a presidente. La stessa ragione condusse al potere il conte Borromeo.

Il conte Durini fu podestà e amministratore di rara capacità: il conte Giulini uno dei mecenati della Rivista Europea, ed uno dei capi del partito, o piuttosto della piccola scuola degli umanitari: il conte Alessandro Porro giovane naturalista di merito, e collaboratore del conte Giulini: Berretta uomo intelligente, conosciuto pel suo attaccamento alla casa, ed al sistema austriaco: il conte Pompeo Litta di rara capacità distintiva fornito: furono i principali colleghi di Casati e Borromeo. Ad essi si unirono i rappresentanti di quelle città, che come Milano avevano cacciati gli Austriaci, ed aderito al nuovo governo della capitale.

Leggendo i nomi dei membri del governo provvisorio penserà forse taluno, che a Milano, e nelle altre città il popolo abbia scelti i suoi rappresentanti, e loro attribuito il sovrano potere. Se ne disinganni. Quando fero rimbombava il cannone, sotto il rumor delle fucilate, e del suonar a martello: mentre inesorabile la morte percorreva le nostre contrade, e le sorti s'agitavano d'Italia: la più parte di coloro che noi nomammo più sopra, si riunì al palazzo Marino. si distribuirono gl'impieghi, si partirono il potere. Sovente ripetevan essi, che se la sorte avesse arriso al nemico, le loro teste sariano state le prime immolate. Gli è ben certo che gli austriaci avriano severamente inveito contro uomini, che francamente costituito si erano a capi rivoluzionari; ma supponiamo che durante la lotta si fossero ben guardati da ogni misura ostile agli interessi dell'Austria, non potevan dessi giustificare la loro condotta in faccia ad un nemico vincitore, mostrandosi quali sudditi fedeli offertisi per mantener l'ordine, e contenere il furore del popolo?4.

Io non pretendo, che questo fosse il pensiero del governo provvisorio: tendo solo far conoscere, che il popolo non fu mai chiamato ad eleggerne i membri, e che la sua causa non fu mai confusa colla loro.

Il capo della polizia barone Torresani avea presa la fuga; e seco lui era scomparso tutto il resto della austriaca amministrazione. Fu giocoforza organizzare un officio di polizia. Lo si organizzò malissimo. Un vecchio medico di Padova, precettore in una famiglia veneziana stabilita a Milano, uomo di spirito superficiale e leggiero, non cattivo, incapace, a mio credere, di un tradimento, da una eccessiva vanità trascinato, fu posto alla testa della polizia. Giammai impiego alcuno richiese acume e astuzia e fermezza maggiore: giammai uomo al mondo fu a quello più inetto di quanto il fosse il nuovo direttore della polizia, il dottor Fava.

Due fra i rappresentanti dalle città insorte al governo di Milano inviati, l'uno pel suo attaccamento alla casa d'Austria, per le sue opinioni repubblicane l'altro, eran conosciuti. Quest'ultimo era il marchese Guerrieri di Mantova; il primo fu mandato dalla città di Como. Qualche milanese avendo voluto rimproverare una tal scelta a dei cittadini di Como, risposero questi, che ben sapevano qual fosse il modo di pensare del loro incaricato; ma che per esser ammesso a sedere ad un governo qualunque bisognava pur aver pratica negli affari, e che quantunque a Como si avria potuto ritrovare moltissimi uomini atti alla bisogna, pure nessuno ne aveva date le prove come il Rezzonico. Il governo provvisorio contava pure gran numero di segretari e sotto segretari tutti di differente sentire: tutti aventi la lor parte d'influenza e di potere. Uno de' quali era il Mauri, distinto scrittore: uomo di senno, di talento, onesto e probo cittadino, era ignaro degli affari, privo della conoscenza degli uomini, come della politica, non di carattere fermo. Gli si affidò la redazione degli indirizzi e degli ordini del giorno, ecc., sicchè egli stesso ebbe a chiamarsi il poeta della truppa. La parola era spiritosa, ma triste. Questo fu tutto il partito che quel governo provvisorio seppe trarre da un uomo di talento e di spirito elevato.

Correnti era collega di Mauri. Giovane intelligente, imbevuto del socialismo francese e della filosofia allemanna, era da qualche anno il vero sostegno della Rivista Europea: raccolta mensile fondata sotto gli auspici di una aristocrazia milanese. Aveva dessa prodigati segni i più graziosi di simpatia allo spiritoso scrittore, che le assicurava una specie di letteraria iniziativa. Non sì tosto i nobili fondatori si trovarono al potere, vollero che il Correnti occupasse presso loro un posto secondario in apparenza, in realtà di somma importanza. Presentato dai giovani signori, ai quali aveva servito da lungo tempo d'oratore, di scrittore, nella sala del consiglio, i membri anziani del governo provvisorio lo ammisero a continuare l'impiego sotto il loro patrocinio. Correnti repubblicano era in intima relazione con tutti gli organi del partito repubblicano in Italia. Avezzo a non discutere giammai la sua opinione — la teneva buona, né temeva palesarla sia per fatti, sia con articoli.

Non si calcolarono tutti questi inconvenienti, quasichè fossero di niun rilievo. Correnti repubblicano s'accorderebbe nelle sue massime con quelle di Guerrieri e di Anelli. Quanto al suo umore indipendente si reputava ciascuno capace di vincerlo; mentre egli ben si prometteva guadagnarsi un ascendente sui suoi colleghi non solo, ma ancora sui suoi superiori5. Sarebbe troppo lungo il voler qui enumerare tutta la caterva di sotto-segretari, ed impiegati subalterni che ingombravano le sale del palazzo Marino. Mi basti il dire, che certe raccomandazioni valevano ad aprire l'adito ad ogni e qualunque impiego, e con un po' di astuzia, facile riesciva l'acquistarsi nella amministrazione una autorità pari a quella dei funzionari i più alto costituiti.

L'organizzazione del governo lombardo era per stessa incompleta. Il governo provvisorio rappresentava il sovrano: sotto di lui nessun ministro responsabile, che si partisse i differenti rami dell'amministrazione: non una rappresentanza nazionale, che esercitasse il potere legislativo. Vista la somma importanza per la Lombardia di tutto che si riferisce all'armamento, al solo Pompeo Litta, uno dei membri del governo provvisorio, venne esclusivamente affidato il dipartimento della Guerra. Questo fu l'unico ministero organizzato: che se in quello mancò l'energia e l'unità, la non fu colpa che non fossero stati scelti uomini atti a trattarne gli affari. Non bastava un ministro della guerra: v'era un generale comandante in capo l'armata lombarda, che ancor non esisteva; un intendente incaricato della sua organizzazione, ed un comandante di Piazza. Non dimentichiamo, che l'esercito piemontese, oltre il ministro della guerra, ed il suo re, che ne era duce, aveva pure un generale in capo con una folla di altri generali: non dimentichiamo che tutti questi capi dell'armata piemontese e della lombarda, tentavano dare alle loro truppe quella direzione che loro sembrava migliore, senza pensare, che l'unità del comando è prima necessità della guerra: che ciascun generale si attorniava d'uomini, sui quali potesse contare: che ognuno aveva un proprio sistema a , senza darsi briga di mettersi d'accordo con i colleghi: che ordini e contrordini rapidamente si seguivano, si incrocicchiavano: che le funzioni tutt'altro che ben distribuite, ad un solo erano affidate: di qui si potrà comprendere il perchè tanta pena costò l'organizzare un'armata in un paese, dove tutti senza eccezione dimandavano di battersi.

Erano appena due mesi che il governo provvisorio si era costituito quando si pensò di creare un ministero di pubblica istruzione, chiamandovi Berchet emigrato del 1821, poeta celebre ed illustre. Ne era eccellente la scelta, ma perchè creare un tal ministero, quando tutta l'amministrazione era ancora nel caos? Tutti gli studenti e gli stessi seminaristi, avevano prese le armi, e s'eran portati al campo o sulle montagne: il bisogno quindi di una pronta riforma negli studi era intempestivo. Checchè ne sia, il ministero della guerra, e di pubblica istruzione furono i soli organizzati.

Da quanto io dissi della formazione del governo provvisorio si può di leggieri comprendere il perchè egli tanto si affaticò a reprimere lo slancio del popolo, e sortire dalla crisi rivoluzionaria. La storia di questo bastardo governo, mezzo repubblicano, mezzo monarchico, racchiude soltanto un seguito di mutue concessioni scambiate fra i suoi membri, che non erano uniti pel sentire, sostenuti da un sol principio. Per rendersi più tranquilla la vita il governo provvisorio ebbe ricorso al sublime sistema d'imparzialità: così la Lombardia ebbe un potere, che non era monarchico, repubblicano. A chi faceva intendere non poter sussistere un governo a meno che non fosse o monarchico, o repubblicano, rispondevano: esser dessi soltanto provvisorî: il popolo non aver manifestato la sua volontà: restando neutrali voler schivare ogni influenza, onde libera fosse nella sua scelta la nazione. Questa neutralità altro non era che il caos. I monarchici, ubbidienti alle insinuazioni di Carlo Alberto, si sforzavano non solo di guadagnare la maggioranza dei lombardi, ma ancora di spegnere nel petto dei loro fratelli ogni patriotico ardore, ogni scintilla democratica, di modellarli alla foggia di Torino, onde Carlo Alberto con magnanimo sforzo ammettendoli fra il numero dei fedelissimi ed amati suoi sudditi, nulla avesse a temere per conto delle loro tendenze, dei loro principi. Il partito repubblicano d'altronde, rappresentato al potere da Guerrieri e dal segretario Correnti con qualche altro, vedeva non senza rancore gli innumerevoli errori del monarchico; anzi vi prestava aiuto, sperando di perderlo, ma dimenticando, ch'era suo dovere d'impedire che il paese venisse trascinato, così, a certa ruina.

 





1 Per conoscere la ragione dell'indugio dell'armata piemontese a passare il Ticino basta leggere l'importante opuscolo del chiarissimo Carlo Cattaneo «l'Insurrection de Milan, Paris» alle pag. 82 ed avanti. L'indecisione del Casati, che voleva far la rivoluzione nelle vie legali: le replicate istanze fatte a nome del re Carlo Alberto dal signor Martini, che ebbe più onori e croci dal Piemonte, mettono abbastanza in chiaro la politica di quei membri del governo provvisorio che chiamar si facevano padri della patria, che libera avevano venduta. Sia lezione ai popoli per l'avvenire. Nelle rivoluzioni ci vogliono uomini nuovi..... chi finse una volta fingerà per sempre..... chi servo servì, sarà sempre schiavo, e seco trascinerà e patria, e famiglia, tutto immolando ad una vana ambizione.

(Nota del Trad.)



2 Il popolo non ebbe parte alcuna nella formazione di quel governo provvisorio, come più sotto nota la stessa scrivente. «A la fin M.r Casati consentit a nommer de simples collaborateurs á la municipalité. Il choisit des hommes pour la plupart de la faction albertiste: Guerrieri et Guicciardi employés du gouvernement: Durini et Alexandre Porro anciens employés: Borgia et Lecchi anciens officiers en rétraite.» (Insurrection de Milan pag.51). E più sotto «20 mars—Quel ques instants après, la municipalité rendit une ordonnance datée d'une heure après midi, et après laquelle che se saisissait de tous les pouvoirs, et s'adjoignait provisoirement comme collaborateurs Borromeo, et Strigelli. Avec ces hommes, le gouvernement provisoire de S. M. Sarde était tout fait (pag. 68)»: e più sotto: «Cependant le comte Giulini, qui ve nait justement de se faire mommer au nombre des collaborateurs de la municipalité avait, de son côté. rédigé un appel des plus humbles, et des plus lamentables, dans lequel il suppliat Charles Albert de vouloir bien se donner la peine d'empêcher, que Milan ne fu detruite une autre fois» (pag. 88). Così si costituì il governo provvisorio, che si diceva di Milano, e difensore dei diritti di un popolo libero.

(Nota del Trad.)



3 Armonia, che pare volesse egli mantenere «Aussi repondait — il qu' il n'abandonnerait jamais le terrain de la legalité, et qu' il ne voulait pas êtrc autre chose, que le chef de la municipalitéInsurr. de. Milan, pag. 50. (N. del T.)



4 Ciò vien posto maggiormente in luce dai replicati sforzi del Casati, e suoi collaboratori per far accettare l'armistizio due volte proposto da Radetzki, con tanta energia rifiutato dal Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, e da tutti i cittadini: nonchè dall'ordine del giorno 20 marzo, 8 ore del mattino, riportato dal signor Cattaneo nella sua «Insurrezione di Milano» alla paga 51. «Considerant, que l'absençe e impreveu de l'autorité politique donne lieu de fait à la pleine et entière exécution du décret du 18, du gouvernement (autrichien) qui attribue à la municipalité l'exercice de la police, aussi bien de celui, qui permet l'armement de la garde civique pour le maintien de l'ordre et la défense des habitans, nous chargeons etc. etc.»



5 Nel mese di agosto il Correnti fu a Lugano: partì con missione di questo comitato per Venezia: ritornò per alcuni giorni: indi venne a Torino quantunque avesse dichiarato di portarsi per la via di mare nuovamente a Venezia. Pare che Correnti, nato per seguire la corrente, facilmente si adatti ai climi.

(N. del T.)



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