Cristina di Belgioioso
L'Italia e la rivoluzione italiana

PARTE PRIMA   La rivoluzione milanese. — Il governo provvisorio I corpi ausiliarii.

II.

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II.

 

D'un tal sistema di neutralità non tardarono a farsi sentire gli effetti in tutti i rami dell'amministrazione. Parliamo primieramente della polizia, del cui direttore già ho fatto menzione. Il dottor Fava era propriamente capo d'un triunvirato, nel quale risiedeva tutto il potere politico dello Stato. Il terzo membro di un tal triumvirato era il Lissoni, uomo che godeva di una buona fama ben meritata. Era secondo l'avvocato Sopransi, affezionato di cuore alla casa d'Austria, intimo di tutti gli impiegati del governo austriaco e della polizia Lombarda, legato in amicizia coi membri della troppo nota commissione del 1821, per colmo poi di ogni misura cognato del generale Welden: questi erano i suoi meriti presso un governo nato dalla rivoluzione milanese. Mentre ventisette dei nostri infelici volontari morivano fucilati nella fossa che circonda il castello di Trento, per ordine, e sotto gli occhi del general Welden, Sopransi, uno dei direttori della polizia milanese, si diceva chiamato a proteggere e difendere la patria contro ogni qualunque complotto o congiura, che tramar si tentasse a favore dell'Austria. Bisogna pur dirlo, il risultato quale si fosse di una tanta confidenza, che accordar si volle ad un cognato del generale Welden.

Le comuni di Lombardia sono unite per distretti: ad ogni distretto presiede un commissario di polizia, che vi è anco podestà, sotto-prefetto e giudice di pace. Quantunque la costituzione delle comuni lombarde, sia a mio dire delle più liberali di tutta Europa, pure l'esecuzione della legge v'è tanto imperfetta, che il commissario si trova investito di un potere pari a quello dei Cadì in Turchia. Questi commissari a modico appannaggio si scelgono d'ordinario fra le ultime classi degli impiegati di polizia: d'onde ne viene, che per poco guadagnino, si danno senza scrupolo allo spionaggio. Primo atto della polizia di Milano esser doveva abolire tutti questi uffici e destituire almeno i vecchi impiegati. Lunge da ciò; tutti furono conservati al loro posto. Non tardò il frutto di tanta clemenza. Le campagne furono invase da pretesi disertori austriaci: da miserabili, ai quali l'austriaco aveva aperte le porte dell'ergastolo di Mantova. In molti capo luoghi di distretto il commissario ebbe il talento di formarsi una piccola guardia composta di tali individui e di quanto vi aveva di cattivo nel villaggio. Per mezzo loro l'austriaco era al fatto di quanto accadeva da noi, mentre noi non potevamo sapere quanto era necessario conoscere. Lo dobbiamo a questa continua conspirazione tollerata dal governo, se viveri, ed altri oggetti, destinati per l'armata piemontese, caddero più d'una volta nelle mani dell'inimico: grazie ad essa furono arse parecchie cascine: grida di morte si elevarono contro i proprietari: lo spirito di rivolta penetrò tal fiata nel pacifico abituro del contadino. La maggior parte della popolazione della campagna, non prendeva parte, è vero, a tali disordini, ma non osava del pari impedirli non che resistervi: chè immutabile detto del commissario e suoi satelliti si era «ritornerà ben presto Radetzky; guardatevi dal dubitarne: lui i suoi saranno più cacciati da questo paese; al suo ritorno sarà fatta giustizia: quelli che a lui saranno rimasti fedeli avranno in ricompensa la parte tolta ai cattivi, i colpevoli verranno inchiodati al battente del loro uscio. Vi serva la lezione.» Il povero paesano interdetto si ritirava, temeva non per soltanto, ma anche per chi sapeva compromesso.

Il male proseguì. Fra gli incendiari caduti nelle mani della gendarmeria dichiararono molti di aver ricevuta una somma al loro sortire di Mantova da quell'ufficio di polizia, per venir a seminar discordie fra i lombardi. La giustizia non iniziò alcun atto contro costoro: molti dopo pochi giorni furono rimessi in libertà.

Evvi a poche miglia da Milano una polveriera detta di Lambrate. Al principio di maggio nessuno avria sognata possibile una invasione austriaca, eppur una mattina d'improvviso si sente che alla notte alcuni austriaci travestiti avevano assalita la polveriera di Lambrate. Chi li aveva guidati? Come eransi avanzati sino alle porte di Milano, e come non si aveva avuto sentore del loro passaggio? Questo fu sempre mistero: lo sprezzante silenzio del direttore della polizia lo rese ancor più inesplicabile. Un altro giorno al battere della generale, la guardia nazionale accorreva a Porta Nuova alla casa di forza. Cinquecento individui detenuti per furti od assassini eransi trovati inopinatamente armati, le tasche ripiene di munizioni: rinserrati nelle loro prigioni i guardiani, costruite delle barricate, minacciavano voler tirare su chiunque s'avanzasse, o impedire volesse la loro evasione. La guardia nazionale li ridusse ben presto all'ordine, rinserrò quei miserabili, e consegnò ai giudici quei guardiani come colpevoli di aver provvisto d'arme i detenuti, e favorito il loro tentativo di fuga. Un tal sospetto era ancor più fondato perchè il personale era ancora lo stesso, che sotto il dominio antecedente, e molte monete austriache furono ritrovate indosso a quelle guardie: ad onta di tanti gravi indizi non si diede nessun peso alla cosa.

Le finanze non ebbero migliori impiegati, che avesse la polizia. Doveva essere prima cura del governo di provvedere danaro, soldati ed armi. Partiti gli austriaci fu trovato il tesoro tampoco esausto, che nove giorni dopo alla scadenza degli interessi del debito pubblico il nuovo fisco dovette fallire. La cosa passò inosservata: i milanesi, creditori, aspettavano con pazienza che il denaro rientrasse nelle casse del tesoro. Per poter supplire alle spese necessarie il governo aprì un prestito volontario, ed una sottoscrizione per le offerte dei cittadini. L'imprestito non doveva sul principio portar alcun frutto, ma, come la cifra mai non ammontava, si promise prima il , poi il 5 per cento. Queste tergiversazioni influenzarono tristamente il pubblico. Erano segno evidente, che il prestito, frutto del sacrificio d'ogni buon patriota, non aveva effetto e ciò era vero: ma era poi falso che solo l'avarizia dei proprietari e dei capitalisti lombardi ne fosse cagione. Il prestito portava nel suo stesso concetto il germe di una subita morte. Più volte tentai convincerne quel Governo: non vi riuscii: e ben altre volte i miei consigli furono disprezzati. Il fisco non riceveva per l'imprestito, che danaro sonante, o valore effettivo, come gioielli, argenterie, ecc., a titolo d'offerta. Qual privato, per quanto ricco, tiene in cassa una somma abbastanza considerabile da poter soccorrere un governo agli estremi? I commercianti impauriti dalla rivoluzione, temendo la guerra, ed i possibili rovesci, sospesero le loro operazioni commerciali: i capitali scomparvero dalla piazza di Milano in modo che i proprietari del più fertile terreno si videro nell'impossibilita di venire in aiuto dello Stato. La difficoltà era ancor maggiore per essersi aperto l'imprestito sul principiar della state, e l'affittaiuolo lombardo paga le sue rate nell'agosto, nel novembre ed in dicembre. Nei mesi di giugno e luglio quasi tutti sono provvisti. Si poteva ben offrire due mila, cinque mila, dieci mila franchi, ma la pochezza della somma faceva vergogna: dare di più era impossibile.

Colla sottoscrizione volontaria si raccolsero le piccole somme, che pure ammontarono a quattro milioni di lire. Questo era molto, come frutto dei sacrifici del povero, dalle cui tasche sortivano: ma poco e quasi nulla pei sommi bisogni dello Stato. E perchè il governo provvisorio non contrattava un imprestito con una banca di Genova, di Francia, inglese od americana, offrendone a garanzia l'ubertosa terra lombarda, i di cui ricchi proprietari erano tutti pronti a lasciarne ipotecare una considerabile porzione? Rifiutato questo spediente, il tesoro prolungò la sua sussistenza con mezzi termini. Volle esigere quattro termini della imposta prediaria: creò una imposizione sui capitali presi a mutuo gravandone il debitore, non il creditore. Una tale misura gravi danni al commercio accagionò, chè questo sul credito principalmente si fonda, al credito s'affida, ed in tal modo si giova dei capitali altrui. I negozianti ed i proprietari, che per non poter colle sole loro rendite supplire a tutti i loro bisogni, s'erano trovati nella necessità di prendere a mutuo una somma, si trovarono così aggravati d'una novella imposta impreveduta, fatale alla loro economia. Col tempo tale gravezza sarebbesi equamente ripartita fra il creditore ed il debitore diminuendo l'interesse; ma la improvvisa sua imposizione non cessava per questo di portare uno sconcerto nelle sostanze e negli affari. Fu insufficiente il prodotto di questa nuova imposizione: il governo provvisorio ricorse alle chiese: argenterie e preziosi reclamò: non ebbe quattro milioni. Sgraziatamente l'utile di tali spedienti fu passeggero: mancava una buona e saggia amministrazione per regolare le spese ordinarie: non vi era un fondo di cassa per supplire alle straordinarie della guerra: le casse furon ben presto esauste.

Vedendo il Governo Provvisorio a sì male finanze, dimandava ognuno come la Lombardia, che aveva sino allora mantenuta un'armata austriaca, forte alle volte di 80 mila uomini, e che male amministrata come era, mandava ogni anno non meno di 40 milioni all'Austria, non potesse ora bastare a stessa — libera da straniera soldatesca, dall'annuale tributo esonerata. Ciò si potea in due differenti modi spiegare. L'armata piemontese era subentrata alla austriaca. Il suo mantenimento, stipulato dal Piemonte d'accordo col governo provvisorio, aggravava la Lombardia della somma di tre milioni di lire al mese.

D'altra parte il governo provvisorio per menar vanto di sua filantropia aveva diminuito il prezzo del sale, e soppressa l'imposta personale, e del lotto, senza pensare a sostituirvene un'altra. Queste misure in stato di pace eccellenti — in guerra fatali quando mancava il danaro, strane riuscivano. Volevano pur dire al contadino, che il nuovo governo men dura gli avrebbe resa la vita.

Era come un obbligo che s'incontrava: obbligo impossibile a mantenersi nella terribile crisi del momento, di faccia alla tremenda catastrofe che s'avvicinava. E per vero il proclama della diminuzione del prezzo del sale e dell'abolizione del testatico non portò gioia al povero; ma speranza. Egli vi cercò meno un istantaneo vantaggio, che un'arra di progressivo miglioramento di sua triste condizione. Così quando, anzichè il benessere sperato, arrivare vide la guerra — e privarlo del figlio, e per la ruina del commercio le sue risorse fallire, e le forzose economie del ricco torgli il guadagnosospirò lo infelice: pensando alle illusioni svanite, il leggero beneficio ricevuto dimenticò. Lo si era indotto a sognare felicità, quando non si aveva che a dimandargli sacrifici sempre novelli. La misura dell'abolizione del lotto fu morale — non politica. La penuria del danaro, — il malcontento del popolo alla prima impressione, la rendevano tale.

Le spese del mantenimento dell'esercito Piemontese, e le intempestive misure adottate, complicarono Governo e finanze: ma ne accelerò la ruina l'estremo disordine in tutti i rami dell'amministrazione. La scelta dei membri del governo provvisorio, come quella dei rappresentanti e dei membri a lui aderenti, furono ambidue cattive. Cacciato l'austriaco molti si carpirono cariche, e le tennero poscia: più tardi, a clienti di nobili famiglie gli impieghi lucrativi si distribuivano; un grande numero di vecchi impiegati, che servito avevano all'Austria e sue creature, restarono al loro posto. Contando questi sul ritornar degli Austriaci, che essi non mancavano favorire di tutte le forze, seppero profittare del provvisorio per impunemente arricchir stessi, e lo fecero.

Vista qual fosse la polizia, e l'amministrazione del governo provvisorio, ci resta seguirlo su altro terreno.

Le più vergognose dilapidazioni si commettevano al ministero della guerra. Il conte Litta, capo di questo Ministero, uomo d'onore ed ottimo cittadino, ammalò: lo supplì Collegno emigrato del 1821: integerrimo amministratore: liberale, ma debole troppo, e di rivoluzioni stancato. Collegno era uomo pel governo provvisorio più che il Litta no'l fosse: così quest'ultimo non potè più riavere il suo portafoglio. Tenne fermo per qualche tempo: di ritirarsi si rifiutò: posto nell'alternativa di cedere, o far nascere intestine discordie, cedette, e chiese la sua dimissione. Collegno gli succedeva: chiamò agli affari Perrone, uomo del quale tutta l'armata ebbe a lagnarsi.

Collegno, il generale in capo Teodoro Lecchi, vecchio generale sotto il regno italico, ebbero la forza di metter fine a quei disordini, che il pubblico indignavano contro il ministero della guerra.

Era capo cassiere un vecchio commerciante conosciuto per quattro fraudolosi fallimenti: per le sue mani passar dovevano tutte le somme a disposizione del Ministero. L'armata Lombarda, ed i corpi dei volontari di abiti — di scarpe — di mantelli — d'ogni oggetto di prima necessità mancavano; per deficienza di dinaro l'armamento non avanzava: e per tanto tutte le rendite delle più agiate famiglie nelle pubbliche casse si versavano. Non era discorso che di sempre nuovi furti, da tale o tale altro membro di quella amministrazione commessi. Così svanire doveva tutta quella fiducia, che il popolo aveva dapprima nel suo governo riposta.

Il popolo non lasciava occasione, e d'ogni mezzo si serviva, per scongiurare il governo a scolpare, o far giustizia dei suoi agenti se rei: «Voi non volete, gli si diceva, che ricorrere ai mezzi confidenziali, per assicurare il vostro potere: voi non aprite, che dei prestiti volontari: ebbene, sappiate rendervi degni di questa fiducia del popolo, senza la quale voi perirete». Ma il Governo non voleva comprendere un tal linguaggio: metteva un puntiglio d'onore nel non far nulla, che guadagnar gli potesse la pubblica opinione. Intanto la popolazione esitava: e se il danaro dato alla causa dell'Indipendenza fosse effettivamente impiegato a pro della patria dimandava, le prove ne attendeva, fossero pur favorevoli o contrarie: ma il tempo scorreva.

La questione più difficile pel Governo Provvisorio si fu quella dell'armamento. Per ben comprendere in qual posizione ci si trovasse rammentar bisogna, che sul finire dell'aprile, quando Litta cadde ammalato, a tutti gli impieghi della guerra furono chiamati dei Piemontesi, che dai loro generali le istruzioni ricevevano. Quanto al generale in capo Teodoro Lecchi, non ebbe mai un vero potere in questa amministrazione.

La popolazione chiese di marciare il giorno istesso che cacciava l'Austriaco dalle sue mura: voleva inseguirlo per perderlo. Gli venne fatta obiezione del difetto d'armi e promessa d'un pronto provvedimento. Ad onta di tal promessa l'armamento della Guardia Nazionale fu tardo: otto giorni prima della capitolazione di Milano, quando il popolo ammutinato dinanzi alle porte del palazzo Marino dichiarava non volersi ritirare pria, che la leva in massa non fosse proclamata, si rispondeva: «Come volete voi ordinare una leva in massa quando mancano le armi?» Eppure quello stesso popolo otto giorni dopo trovava 62 mila fucili nascosti nel palazzo del Genio.

Io non mi farò qui a dettagliare tutti i non finiti contratti: gli ordini dati, e contromandati, i mille ostacoli sempre all'armamento frapposti. I fabbricatori d'armi della città di Brescia avevano fatto proposta al governo provvisorio di provvedere 500 fucili in settimana: non se ne concluse nulla. I fabbricatori di panni in Como avevano offerto di fornire ad un tempo determinato una determinata quantità di panno verde per le truppe lombarde: si rifiutò l'offerta. Pubblicata la prima leva, i coscritti che arrivavano dalla campagna non trovarono in Milano abito, alloggio, e quando finalmente si diè mano ad organizzare i reggimenti, lo si fece con una lentezza, con una goffaggine desolante. Si diede il brevetto di colonnello al Duca Visconti, dietro sua offerta di equipaggiare ed armare un reggimento tutto a sue spese. Animato dalle migliori volontà del mondo, il duca ogni arte o scienza militare affatto ignorava. Scelse ad officiali del suo corpo alcuni Piemontesi di dubbia capacità — i buoni avevano già il lor posto nelle file di Carlo Alberto. Non v'era disciplina in un Reggimento raccozzato d'uomini rozzi e depravati, che correvano, ad arruolarsi sotto la bandiera per la paga di trenta soldi al giorno. Era colonnello di un reggimento di cavalleggieri il conte Massimiliano Caccia, bravo officiale francese; l'intelligenza e le cognizioni del giovine colonnello non fecero, che rendergli più difficile la sua situazione. Non citerò che uno solo dei tanti disgusti, che ebbe a sopportare. Da tre mesi continuamente chiedeva cavalli pei suoi soldati: non ebbe che dei puledri da due anni ai due anni e mezzo — affatto inservibili; chiese la sua dimissione. Il mal partito cui era ridotto quel paese, che egli era venuto a difendere e le promesse della amministrazione di dar luogo alla sua dimanda lo smossero dalla sua determinazione, e restò al suo posto.

La lentezza e l'inscienza dei capi organizzatori, l'incapacità e la bricconeria d'un gran numero degli incaricati alle somministrazioni militari, dovevano paralizzare, bisogna convenirne, anche un Governo il meglio intenzionato. Fosse stato tutt'altro, più zelanti e più atti gli impiegati, avessero pur meglio secondati piani più saviamente concepiti, l'organizzatore il più destro non valeva a formare in due o tre mesi un'armata. Ben se ne avvidero i Lombardi: anzichè arruolarsi nelle truppe regolari preferivano seguire i corpi dei volontari. Era questa la sola strada, che aperta fosse ad una popolazione, che ambiva segnalarsi nella carriera delle armi, sebbene da 36 anni ad ogni militar disciplina straniera. Dopo la Rivoluzione si formarono varie colonne, che partirono pel Tirolo Italiano nella direzione dei laghi Idro e di Garda. I giovani delle più distinte famiglie ardenti per la causa si arruolavamo in questi corpi senza distinzione di classi — senza ambizione di gradi. Queste colonne di volontari, formatesi all'improvviso, non dovevan esser che l'avanguardia dei corpi più considerabili, che il Ministero della guerra si sarebbe affrettato di organizzare. Ma qual fu dolore per tutti in sentire i capi del Ministero non parlar che con disprezzo di quella nobile gioventù, che sì grande entusiasmo animava, che di tanto nobile coraggio avea date le prove in faccia al nemico? Non solo non si faceva calcolo di questi, ma a tutta possa si impediva, che di nuovi se ne formassero, ed aver deciso di non più ricorrere a simili mezzi apertamente si dichiarava.

Non contento il Governo Provvisorio di insultare collo sprezzo i corpi dei volontari passò ben tosto a muover loro guerra novella — ad altri mezzi ebbe ricorso. L'esercito il meglio provveduto al momento d'entrar in campagna, trovasi ben presto alla sprovvista, se i capi non ne prendono cura. Sotto pretesto, che quei volontari eran tutti figli delle prime famiglie, non solo non si pagavano, ma mancare d'ogni cosa si lasciavano. Sulla sommità delle Alpi del Tirolo, nella neve, senza tende, senza medici, ambulanze — i volontari Lombardi dormivano a cielo scoperto in mezzo ad una popolazione impaurita, povera, interessata, la quale volendo in certo modo rifarsi dei pericoli che correva, spogliava quegli infelici dell'ultima loro risorsa, e faceva pagare un pezzo di pane a peso d'oro6. Que' giovinotti soffrivano — non si lamentavano. Al contrario si compiacevano di servire la patria. E quale omaggio rendeva il Governo Provvisorio a tanto eroico sagrificio? Giammai un bollettino, che riportasse le scaramucce, e le vittorie, ed i vantaggi ottenuti dai nostri. anco uno dei loro nomi raccomandato alla gratitudine dei contemporanei, alla memoria dei posteri tramandato. Le madri, che perdettero il figlio alle gole del Caffaro o del Tonale, non udirono una parola di lode sulla tomba del prode: il vuoto nelle nostre famiglie soltanto ce ne rese avvertiti.

A Pavia si formò un battaglione del Corpo Universitario, e partì pel teatro della guerra. A Milano fecero altrettanto i Licei uniti ai Collegi ed al Seminario. Questi giovani non ebbero, che una dimanda, essi chiesero costantemente d'essere guidati in faccia all'inimico. Si mandarono a Mantova condannati all'inazione sotto il fuoco ed alla portata del cannone nemico, che li decimava7. La popolazione di Milano si ammutinò alle notizie del campo di Mantova: questa volta non si potè sprezzarne i giusti reclami. Abbandonata la posizione si ritirarono di qualche passo le tende.

Ad onta di tante prove di muti raggiri non veniva meno l'ardore dei volontari. Relegati sulle montagne; d'indisciplinatezza e di ruinare lo Stato incolpati; sopportavano con invincibile pazienza una fatica priva di gloria. Tre volte si sciolsero sotto pretesto di organizzarli. Dovendo abbandonar quei passaggi alla loro difesa affidati, in Brescia ad aspettar nuovi capi e nuovo regolamento si rinchiusero: il loro coraggio non mai scemò. Ritornarono finalmente ai loro posti, senza che nulla organizzato si avesse. Per tutta la guerra si continuò a servirsi dei corpi dei Volontari — la formazione di nuovi soltanto si impedì; ciò chè prova l'avversione contro essi dell'armata regolare. Giovani sortiti dai collegi militari; vecchi officiali, che avevano servito nelle Legioni straniere in Francia, in Spagna, in Svizzera, ed anco sotto il Regno Italico, invano al Ministero della guerra si presentavano chiedendo potersi arruolare come semplici soldati nei corpi dei volontari — uno sprezzante rifiuto n'era la risposta8. il Governo Provvisorio di Milano soltanto alla formazione di corpi volontari si opponeva, ma lo stato maggiore dell'armata Piemontese con ogni sua possa la impediva. Si portava lagnanza sulla scarsezza ed inettitudine del contingente Lombardo, e Carlo Alberto non permetteva ai corpi franchi di guerreggiare in aperta campagna. Non voler esporre i volontarii alla triste sorte riservata in guerra ai soldati fatti prigioni senza uniforme, egli diceva: non voler far loro correr pericolo di venir fucilati protestava.

Ben a ragione d'inesperienza nell'arte militare i Lombardi si accusavano: ma perciò appunto impiegar si dovevano nella sola guerra, che lor convenir potesse, nella guerra di fazione. Nei 36 anni, che durò l'Austriaco regime, l'onore comandava ai Lombardi di astenersi da ogni pubblico impiego: non restava loro, che darsi alla frivola vita dell'uomo di società od al pacifico ozio dei campi. Pertanto il Lombardo è bravo: nei cinque giorni diede prova di coraggio: ma il valor naturale senza una scuola, privo di ammaestramento e di educazione non basta a formare un buon soldato. I generali incaricati di creare un'armata Lombarda non ne avevano il tempo necessario. Ventiquattro ore bastavano ad organizzare un corpo di volontari, che con molto maggior vantaggio avrebbe rimpiazzati dei reggimenti, che non si potevano disciplinare. Carlo Alberto voleva far la guerra con la sola armata Piemontese, e bisogna pur dirlo, perciò egli evitava d'ogni sua possa l'intervento Francese: per questo rifiutava la spada di ufficiali e generali stranieri venuti in Italia per servire la causa della nazionalità, per rendere libera una Nazione: per questo ai volontari Lombardi avverso si dimostrava, a malincuore il soccorso degli altri Stati d'Italia accettava.

 





6 La nobile principessa fu male informata: molti che presero parte a quella spedizione, e persone molto distinte non ebbero che a lodarsi della cordiale ospitalità e delle prove di non dubbia simpatia per la causa italiana di quegli alpigiani, che non contenti di partire il desco con i loro fratelli, cedevano loro il letto per dormire sulla paglia in quella stagione ancora rigida alla montagna: la sola comune di Tione ebbe per 3 mila lire di buoni, rilasciativi a pagamento dai volontari, che il governo provvisorio lasciava a bella posta mancanti di tutto. L'essere così sconosciuta l'importanza di quel paese alla nostra futura indipendenza: la parte che vi prese quella popolazione: il coraggio, e la fermezza che vi si mostrò mi indussero ad aggiungere a questa traduzione le «Poche parole sul Trentino». (N. del T.). Quest'aggiunta venne ammessa nella presente edizione.



7 La stessa sorte toccò ad alcuni volontari svizzeri; una compagnia di 100 uomini s'era messa a disposizione del governo provvisorio e del ministero della guerra: fu mandata sotto le mura di Mantova: sei ne sopravvissero, gli altri non perirono nella pugna, ma mentre riposavano sul campo.



8 Io stessa raccomandai più volte dei vecchi militari, che volendo ad ogni costo servire la causa della indipendenza italiana, offrivano il loro braccio come semplici soldati. Mi si rispondeva: di tal modo ingaggiati, sarieno poi sempre dei volontari.



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