Cristina di Belgioioso
L'Italia e la rivoluzione italiana

PARTE SECONDA   La guerra in Lombardia Assedio e capitolazione di Milano

I.

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PARTE SECONDA

 

La guerra in Lombardia

Assedio e capitolazione di Milano

 

I.

 

Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei resistere al prepotente desiderio di rivedere i miei compatrioti e noleggiai un bastimento a vapore, che a Genova mi traducesse. Sparsasi appena la voce di mia partenza, ben m'accorsi quanta e quanto viva simpatia avesse destata in Napoli la causa Lombarda. Volontari d'ogni ceto vennero a supplicarmi, che meco condurre li volessi su quella terra: nelle quarantotto ore, che la mia partenza precedevano, la mia casa non fu mai vuota di supplicanti novelli: quasi dieci mila napoletani volevano partire con me: il mio battello non portava che 200 persone, acconsentìì a condurre 200 volontari; la piccola colonna fu subito completa. Non s'era mai visto una popolazione sortir d'improvviso da un lungo riposo, spinta da un solo amore: da un sol pensiero animata: guidata da un solo affetto.

Fra i volontari, che dimandavano associarsi eranvi alcuni figli delle prime famiglie di Napoli: abbandonato furtivamente il paterno tetto vollero seguirmi, non portando con che pochi carlini: altri impiegati a modico appannaggio lasciavano senza dispiacere l'impiego, che loro assicurava la vita, per correre al campo: degli ufficiali si esponevano al castigo del disertore per portare il moschetto contro l'austriaco: moglie e figli abbandonavano i padri di famiglia, ed un giovane, che doveva ammogliarsi all'indomani, il più sacro al più caro dei doveri preferiva, a difender la patria meco partiva.

Non dimenticherò giammai il momento di mia partenza: era sereno il cielo, brillava il sole di primavera: il tempo magnifico: alle cinque della sera dovevamo imbarcarci. Quando io arrivai al vapore, il mare era coperto da leggere barchette accorse tutte per darci l'addio. Fra i tanti bastimenti ancorati nel porto avresti distinto il nostro al luccicar delle armi disposte sul ponte. Impazienti già m'attendevano i miei volontari: , ancora suppliche e dimande: da tutte quelle piccole barche che galleggiavan d'intorno salivano voci, che erano una sol voce; ognuno dimandava, che un nome ancora fosse segnato su quella lista: non potevamo dar altra risposta che un costante rifiuto. Come il bastimento cominciò a solcar le placide onde, allora fu un solo grido: Noi vi seguiremo e ben presto.

La traversata fu rapida, era calmo il mare. Trovammo in Genova accoglimento dei più cordiali. A Milano egual gioia ci attendeva: la popolazione volle esprimerci al vivo la sua simpatia: stimò prudenza il governo provvisorio di associarsi al popolo. Dopo l'armata piemontese i miei 200 volontari arrivarono i primi in Lombardia a prender parte a quella guerra, che santa e la crociata si chiamava. Il loro arrivo da Napoli in Lombardia pareva presagio che la guerra italiana, non lombardo-piemontese soltanto, sarebbe per divenire. Quattro altre legioni partivan ben presto da Napoli per raggiungere i loro fratelli in Lombardia: la speranza divenne allora quasi certezza. Fra i membri del governo provvisorio v'ebbe chi divider non volle con noi lo stesso sentimento. Chiamata in qualche modo a rispondere delle sorti di tutti coloro che m'avevan seguita, tentai più volte interessare a loro favore quel governo provvisorio: vi ritrovai una non simulata contrarietà. Presentando la mia piccola truppa come l'avanguardia, dei 100 mila italiani che sarieno volati all'appello, ebbi a sentirmi rispondere: «Il ciel ci scampi dal soccorso di una tanta armata». Prolungare la discussione credetti inutil cosa. Eppure volontari napoletani accorrevano a difendere Treviso e Vicenza: e Venezia fra le sue acque raccoglie ancora non pochi, che per difenderla, le belle rive di Sorrento e le selvaggie rocce della Calabria abbandonarono.

Arrivai in Milano otto giorni dopo la cacciata degli Austriaci, le barricate ingombravano ancora le vie: per la prima volta io vidi il tricolore sventolar sulle terre della capitale Lombarda. Tutto mi diceva, che l'entusiasmo v'era ancor vivissimo: ben presto mi convinsi della incapacità di coloro, che s'eran presi a governare un paese di cui non ne comprendevano la condizione.

Gettando un sguardo, sul teatro della guerra, i movimenti dell'armata piemontese, il trattamento dei volontari, la direzione che ai loro sforzi generosi si dava, mi rassicuravano. Carlo Alberto per vero alla testa di 50 mila uomini, contro le fortezze dell'austriaco guardate, marciava: un bando solenne chiamava all'armi i principi d'Italia, a mandare il loro contingente in Lombardia gl'invitava. Pochi giorni prima che Durando capitolasse e le truppe napolitane si revocassero, il numero dell'armata italiana guerreggiante contro l'Austria sommò per un momento sino 100 mila uomini: al tempo stesso il generale Perone ad organizzare il contingente lombardo attendeva: doveva questo supplire alle perdite dell'armata.

Chiunque però attento seguiva le mosse della guerra non poteva a meno di non sentire un'amara inquietudine. Attorniato dal suo vecchio stato maggiore, tutti conti e marchesi del Piemonte, si compiaceva re Carlo Alberto a rintracciare dei piani strategici, che se fossero stati d'onore a Carlo XII ed a Federigo il Grande, dopo le innovazioni nell'arte della guerra per opera di Napoleone introdotte, ridicoli riescivano anzichè vani. Le truppe piemontesi a tardo passo marciavano su Mantova e Verona: in costruire strade, e ridotti, scavar fosse, un tempo prezioso si perdeva, intanto che dall'Allemagna numerosi rinforzi scendevano all'inimico. Lo stesso soldato piemontese perdeva quel suo entusiasmo da inutili fatiche, che lontano dall'inimico sopportar doveva, tristemente annoiato. Che, se l'armata piemontese può aver delle giuste lagnanze — le abbia contro il solo governo provvisorio. Le autorità comunali, ai loro posti confermate, erano in gran parte creature dell'Austria, dall'Austria assoldate: perciò ben sovente viveri all'esercito piemontese destinati caddero in mano dell'inimico: perciò Radetzky d'ogni più piccolo movimento dell'armata, italiana informato, da ciò la diffidenza, che doveva ben presto dividere due popoli, dalla cui unione soltanto la salute d'Italia dipendeva.

Ai confini, dai nostri volontari guardati, prendea tutt'altro aspetto la guerra: è gloria loro, se l'austriaco non valse ad aprirsi il passo , dove la corona delle Alpi tirolesi, che Brescia dominano, Bergamo e Salò, valorosamente difendevano que' prodi. Di mancanza d'unione e di indisciplinatezza i volontari si accusavano: veramente, cominciate le ostilità, per lunga pezza di tempo i comandanti ManaraAnfossiThambergGriffini - ThorresBorri ed Arcioni eransi trovati a stessi abbandonatiliberi di diriger le loro colonne per dove lor meglio sembrasse, altra guida non avendo, che il loro talento — altro capo, che la loro inspirazione. Corse infine la voce dell'occupazione del Tirolo: il governo provvisorio, temendo la confederazione germanica, investì del comando delle colonne al confine il generale Allemandi, piemontese di nascitasvizzero d'adozione.12 Le inconcepibili marce e contromarce comandate da questo generale fecero ben tosto gridare al tradimento. Narrerò uno solo dei fatti, di che il generale Allemandi s'incolpa.

A qualche miglia dal lago di Garda sulla strada che mena da Venezia a Milano, sorgeva il villaggio di Castel-Nuovo. Nei primi giorni d'aprile alcuni soldati della colonna vi si erano ritardati: sorpresi alla notte da lui corpo nemico due volte maggiore dovettero alla loro bravura ed al loro sangue freddo la salvezza: in buon ordine si ritirarono. Restava il paese: vollero gli Austriaci sfogare tutta la rabbia, contro quei poveri abitanti. Al rumore delle fucilate, e del suonare a martello ben si avvidero i loro fratelli, sulle rive del lago di Garda acquartierati, che nelle vicinanze di Castel Nuovo ardeva la zuffa. Il generale cedette alle loro istanze: ordinò si mandassero dei rinforzi. Tutti in un lampo si radunarono: ognuno voleva partire. Si loda il loro zelo: si l'ordine di marciare all'istante: un battello a vapore tradurre li doveva sino a qualche passo da Castel Nuovo. Questi volontari appartenevano la maggior parte a buone ed agiate famiglie: a vita comoda, e forse effeminata assuefatti, non avevan mai visto il fuoco dell'inimico: le dure ortiche del campo lor eran nuove: ma non per questo meno contenti: non meno impazienti di misurarsi una volta coll'oste odiata. Dato l'ordine, partono. Il battello aveva già guadagnato il largo: da lunge una striscia di rossa luce, che era Castel-Nuovo, o più tosto l'incendio di Castel-Nuovo additava. Quanto volentieri non avrebbero guadagnata al nuoto la riva! passa un'ora, ne passan due mai a Castel-Nuovo si avvicinano. Uno di essi esperto, per aver qualche tempo servito nella marina austriaca, d'un tradimento sospettando, scende a visitare le macchine: le valvole aperte, anzichè spingere la ruota, lasciavano libero sortire il vapore. Ascende: interroga il macchinista d'un fattostrano: tremante questi risponde — tale esser l'ordine del capitano del battello. Avvertitone il comandante della truppa, il capitano del vapore vien posto agli arresti: si rimette la macchina, era troppo tardi. Allo spuntar del giorno quando quei prodi arrivarono, le ultime fiamme consumavano il villaggio di Castel-Nuovo: esso non era più: l'ultima vittima moriva per mano dell'immondo croato. Consegnato al generale Allemandi ed ai giudici in Salò il capitano del vapore, pochi giorni dopo sortiva: a bordo del suo battello libero comandava13.

Il generaleAllemandi venne richiamato a Milano, lo fecero scortare le autorità di Bergamo: tanto era certa, tanto creduta la voce di tradimento che credevano esser di sicurezza quella scorta, che per onore il governo centrale gli decretò. Un bel mattino in mezzo ad un squadrone, che accompagnarlo doveva alla capitale, arrivò in Milano il generale Allemandi quasi fosse un prigioniero di stato: piena ed intiera riparazione il governo provvisorio ben subito gli accordò. Non vi fu inquisizione alcuna: il generale Allemandi buon patriota si dichiarò. Il colonnello Giacomo Durando, l'autore dell'opera sull'Italia, promosso al grado di generale, rimpiazzò l'Allemandi nel comando dei corpi di volontari14.

Non mi farò a raccontare i patimenti e le fatiche ch'ebbero ad indurare quei volontari sotto il comando. Irrora però d'incominciar la narrazione di quanto avvenne nel cuore della Lombardia, mostrerò quali fossero le più importanti posizioni, che i nostri volontari tenevano: i fatti sin qui esposti mi dispensano dall'aggiungervi come fossero difese le colonne Manara, Anfossi, Thamberg occupavano la linea che dai laghi d'Idro e di Garda conduce al Tirolo Italiano; le vallate di Lodrone, la Rocca d'Anfo, il ponte di Storo, la valle del Caffaro, i monti del Tonale ecc.15: le colonne Griffini, Torres, ed Arcioni, erano portate verso Mantova: oltre la prima colonna di volontari napolitani unita alla legione Thamberg ancora delle altre vennero sul battello a vapore spedite a Mantova, ed a Venezia. Partirono per Mantova alcuni battaglioni di volontari dei ducati e con loro il battaglione universitario di Pisa. Venezia era interamente difesa dai volontari Italiani, Francesi e Polacchi: il generale Antonini li comandava. Una parte della guardia mobile di Milano insieme ai seminaristi era partita per Venezia.

Le nostre forze così distribuite: ai confini e nella Venezia, innumerevoli corpi di volontari, che con instancabile coraggio, contro stenti e pericoli sommi, avevano a lottare; in Lombardia l'armata piemontese, faccia a faccia coll'Austriaco padrone dei forti. Quanto alle truppe, dir si deve: che se l'armata Piemontese faceva le sue operazioni con troppo calcolo, troppo metodicamente, di regola mancavano i movimenti dei volontari: con tutta la lentezza di una tattica antica dall'una, con tutta la temerità dell'inesperienza dall'altra si guerreggiava. Vediamo ora quanto accadeva in Milano.

 





12 Non saria forse più probabile, che il governo provvisorio abbia rivocati dal Trentino i corpi franchi dietro avviso avuto, che a Condino si era proclamata la repubblica e gli alpigiani della valle di Sole aver sovrapposto il berretto repubblicano al vessillo italiano? o forse cntrava nel piano l'abbandono di quella terra? Che il Trentino fosso per inganno unito dai principi alla confederazione germanica lo sapea pria il governo provvisorio: non lo ignorava quando avuta fede, che quel paese avria seguita la sorte della Lombardia, prometteva non solo ma aiutava, dando armi e danari, la formazione di una legione trentina destinata ad entrare la prima nel Trentino, e servire di guida alle forze che vi mandava a liberarlo il Piemonte. Ora perchè formare una tal legione, che fu poi posta sotto gli ordini immediati dell'armata piemontese? O si aveva in idea di conquistare il Trentino, ed allora sarebbe stato meglio non perderlo conquistato: od era novello inganno... il fatto della confederazione germanica sussisteva, ancora in giugno, come in aprile; quella dieta troppo vi teneva. (N. del T.)



13 La traversata da Salò si fa di solito in quarantacinque soli minuti.



14 Mi narrò taluno, che per aver udienza dall'esimio generale, anche pur fosse nel più pressante affare, vi voleva una mezza giornata: si rispondeva a chi o presentasse: «Il generale pensa(N. del T.)



15 Fra quei corpi v'era pure quello dei Polacchi, e la legion trentina forte di 500 uomini. (N. del T.)



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