IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
II.
Speravo, al mio arrivo, avrei trovata la quistione sulla forma di governo alla Lombardia più adatto, di già avanzata: ebbi a meravigliarmi non poco del silenzio che imposto si era il partito costituzionale. I capi ne interrogai, perchè non si dirigessero al popolo con dei discorsi, perchè la casta educata con gli scritti non si interpellasse. Mi si rispose, che la non saria prudenza: per essere il partito repubblicano più numeroso, dovevano i costituzionali viver nel segreto, come quasi non esistessero, onde non far la loro debolezza palese. A chi così mi parlava feci conoscere, non esser quello il modo di far risorgere una causa avvilita. Non ebbi ascolto: non perdei coraggio. Decisi tentare sola quanto i troppo timidi costituzionali impossibile credevano.
L'esperienza mi aveva, appreso, che un'idea giusta sempre guadagna se d'ogni mezzo di pubblicità, sappia prevalersi. Ebbi compagno qualche amico: ci sforzammo accreditare delle verità, che il nostro paese aveva interesse a conoscere. Dicevamo nostro primo bisogno una armata capace di resistere non solo, ma di cacciare l'austriaco: una tale armata averla il Piemonte: necessaria la nostra unione con quel paese, lo spirito della nazione Piemontese per esser eminentemente monarchico, non potersi ottenere questa unione, che adottando una forma di governo monarchico costituzionale. Dopo due o tre settimane di discussioni verbali pubblicammo un giornale, Il Crociato: fu questo l'organo della lega costituzionale. Diedi più tardi alla luce due opuscoli sulla forma di governo la più adatta alla nostra liberazione. Quantunque di pochissima importanza i miei scritti, l'ottimo accoglimento che incontrarono bastò a convincerci, che il partito repubblicano non era forte qual si temeva: ne sì ad ogni transazione avverso, come lo si pretendeva: la quistione posta una volta in luce — La Lombardia deve unirsi al Piemonte, o per sè sola costituirsi? — fu ben tosto per maggioranza di voto nel senso dell'unione risolta. Di una tal soluzione ne veniva per sè un governo costituzionale, ed il trionfo della monarchia rappresentativa. Quelli che differentemente sentivano, credevano dover tacere, o transitoriamente all'opinione dei costituzionali adattarsi. D'un tal successo se ne lodò il buon senso nazionale, che sì prontamente al parere costituzionale convertito si aveva: pochi giorni soli di discussione bastarono a mostrare la maggioranza di quel partito. Il buon senso nazionale non aveva mai perso di vista tutti i vantaggi reali, che venivano dall'esser la Lombardia al Piemonte unita: questa è verità.
Pareva decisa la quistione; il governo provvisorio si vedeva tolta una delle più grandi difficoltà; i passi suoi imprudenti non tardarono a creargliene di nuove. Quando più che mai era necessaria la concordia, con inavvedute misure suscitò le vecchie dissenzioni. Sparve così quella cieca fiducia, che riponeva ognuno nelle forze del Piemonte alle lombarde unite: alla speranza — amara inquietudine successe. Gli impiegati ricevevano il soldo ad intervalli, ed a piccoli acconti: l'armamento dei nostri soldati non progrediva: i membri del governo provvisorio «dell'imbarazzo delle finanze, dell'impossibilità di comperar fucili, d'equipaggiare le truppe, alto e sempre parlavano». Era spesso discorso delle strane misure, che per procacciarsi denari un segretario del governo provvisorio ebbe a proporre; onde poter supplire ai mensili appuntamenti «bisognava, diceva egli, andare d'uscio in uscio, e dimandare il denaro necessario», e come gli si faceva osservare che i cittadini non avrieno contribuito, e tutto finiva, «Ebbene in tal caso, soggiungeva, ci faremo seguire da una folla di popolo: a lui denuncieremo i ricalcitranti». Eppure quelli che al popolo ogni parte negli affari politici niegavano — a socio lo volevano in ufficio sì vile.
Fra tutte queste agitazioni si sparse la voce del malcontento dell'armata piemontese. Persone reduci dal campo dicevano il re in continua e disperata lotta con i suoi luogotenenti, e soldati, che la pronta riunione della Lombardia al Piemonte, la conclusione di una pace, ed il ritorno in patria instantemente chiedevano: senza grave pericolo non poter più il re alle brame del suo popolo opporsi; soggiungevano, re costituzionale egli era, come tale di sua condotta, di suo agire dover rendere stretto conto alle camere di Torino. Tutte queste dicerie, come è facile indovinarlo, produssero l'effetto: si propose alla Lombardia di bel nuovo una questione, che, per evitare discordie, aggiornare sino a guerra finita si doveva. Quei repubblicani, che pazientemente tollerato avrieno il re Carlo Alberto, purchè quello fosse l'indubbio volere della nazione: coloro, che anche senza il Piemonte di vincere fidavano, erano d'avvisa di non far calcolo dei lagni dei piemontesi: nulla cangiare, anzi ferma tener si dovesse la prima dichiarazione del re al principiar della guerra accettata. Coloro, che nelle relazioni del campo, solo l'espressione sincera dei sentiti sentimenti dei piemontesi vedevano, e che senza il Piemonte impossibile riteneano la vittoria — rimproveravano i repubblicani: di preferire alla salute della patria il trionfo del loro partito, e di voler ritardare l'unione, nella speranza sola d'impedirla poscia, gli accusavano. Tali rimproveri tutto giorno scambiati, lo spirito aumentavano, della discordia. Spaventata dal rapido progresso di tanto pericolosa irritazione degli animi, proposi al governo provvisorio, s'aprissero in ogni parrocchia dei registri, dove fosse chiamato ogni cittadino a dichiarare: 1° qual forma di governo scegliesse; 2° se una tal forma di governo subito introdotta volesse, oppure s'avesse ad attendere il fine della guerra. Gioberti aveva fatto, si dice, al medesimo tempo la stessa proposizione, salvo qualche modificazione, che s'adottò: quale fosse vedremo.
Per ordine del governo si aprirono in ogni parrocchia, dei registri. Alla sinistra dovevano inscriversi i nomi di quei cittadini, che attender volevano il fine della guerra per darsi a Carlo Alberto: alla diritta, chi desiderava la immediata fusione col Piemonte il suo nome scriveva. Ben lo si vede, qui non si trattava di scelta fra repubblica e Carlo Alberto: Carlo Alberto, come inevitabile si presentava: se si volesse darsi a lui al momento, od a guerra finita, sol libero il dichiarare. Di tal modo il governo provvisorio dava un ordine — non dimandava uno schiarimento. «Al popolo si parlava dell'imbarazzo del governo provvisorio: esauste le finanze si dicevano: organizzare un'armata impossibile: esser necessario dimandar nuovi sacrifici, che nessuno potè sostenere, nè basteranno. Che sarà di noi se ci abbandona l'armata piemontese? l'Austriaco sarà di nuovo alle nostre porte: se voi a Carlo Alberto vi date, sarà dimesso il governo provvisorio: le vostre finanze ora esauste, saran pur fuse a quelle di Savoia, ricche e ben provviste: saggi amministratori ne avran la cura: l'armata piemontese sarà pur la vostra: le vostre reclute fuse colle file piemontesi avranno scuola ed ottimi officiali a guidarle: il Piemonte è Stato forte, e ben costituito: solo unendovi a lui potreste scappar di mano a questo governo provvisorio, che da due mesi e più vi mena, di angustia in angustia a certa ruina.»
Pochissimi furono i nomi della sinistra: s'aveva tocca la popolazione nel più vivo di sua suscettibilità; il malcontento cresceva. Quelli che desideravano aver repubblica, e sottometter non si volevano, se non alla volontà della nazione da lei liberamente espressa, non senza ragione si lagnavano, schivar si volesse una importante quistione, quasichè fosse risolta. Quanto poi ai più avveduti partigiani della monarchia costituzionale, saggio consiglio non giudicavano questo diffidare del libero consiglio dei Lombardi. Posta francamente la quistione, meglio non valeva offrire ai Lombardi libera scelta fra repubblica, e monarchia? Senza dubbio era questo l'unico mezzo a scoprire, quanto fossero in minor numero i repubblicani.
Alcuni dei membri del governo provvisorio vennero al re, apportatori del risultato dello spoglio dei registri, a prestargli l'omaggio dei nuovi Stati. Carlo Alberto freddo, poco curante loro si mostrò: disse, spettare alla Camera di Torino il decidere definitivamente su tale aumento di territorio. I deputati partirono per Torino: là non trovarono accoglienza migliore, nè quale aspettata si avrebbero. La camarilla di quella corte vedeva con dispiacere l'unione di una provincia, nella cui popolazione, per costumi ed abitudini eminentemente democratica, regnava lo spirito repubblicano. Nella clausola inserita dai milanesi nel loro atto di fusione, in forza della quale un'assemblea: costituente doveva esser convocata, per determinare i rapporti delle provincie fra loro, e del popolo col potere, la nobiltà piemontese volle vedervi un tranello, una riserva a favore della repubblica. Che la nuova costituente non volesse cangiar la sede del potere si temeva. Non mancarono gli avversi all'Italia di secondare un tal sospetto: crocchi scandalosi si formarono; l'opinione, già divulgata in Francia circa alle nostre discordie municipali, si confermò.
La nuova delle ostili dimostrazioni suscitate in Torino dalla proposta fusione non impressionò gran fatto il popolo milanese; i suoi deputati accettavano una menda: «era proibito alla futura costituente porre in quistione la monarchia costituzionale rappresentata, personificata in un principe della casa di Savoia: Torino come capitale conservar doveva integri i suoi privilegi»: per tal concessione ebbe fine ogni disputa. Corse poco tempo dalla fusione (mi servo sempre della parola consacrata) della Lombardia, a quella della Venezia. Lo stesso cerimoniale si usò per questa: fatti di tanta importanza altro effetto non sortirono, che la formazione di un nuovo ministero, dove nuove e vecchie provincie avevano i loro rappresentanti. Casati e Collegno per la Lombardia, Pareto per Genova, Gioia per Parma, Venezia Paleocapa vi aveva. Quest'ultima città, se aveva voluto dei rinforzi di truppa regolari, dei quali abbisognava, aveva dovuto accettare la fusione: 3 mila uomini del Piemonte, ed 800 mila franchi ebbe Venezia. La speranza di vedersi una volta liberi da quel governo provvisorio aveva indotto i milanesi ad unirsi al Piemonte: andò lungo tempo ancora pria che tal desiderio soddisfatto venisse: rimase al potere, chi sin'allora ne aveva sì malamente usato. Tosto accettata la fusione, trovossi il popolo aggravato di tutte quelle gravezze, di che si minacciava, se avesse voluto resistere alle giuste (si dicevano) istanze del Piemonte e l'armamento non progredì più presto.
Gli ultimi atti di quel governo provvisorio provano, quanto egli stesso sentisse esser fiacco, ed impotente. E quanto al popolo milanese lo si vorrà forse responsabile di tutti i disastri, che sì rapidamente l'un l'altro s'avvicendarono? È poi ben vero, che quel governo era attorniato soltanto da inconciliabili partiti? Questo noi dobbiamo esaminare.
Non incresceva al popolo il modo di pensare di quel provvisorio governo: ma la sua lentezza inconcepibile lo irritava e le tendenze austriache di sua politica gli meritavano giusti rimprocci. A stretto rigore non si poteva dire, che due partiti esistessero in Milano. I repubblicani avevano abbandonato il pensiero di repubblica, si contentavamo mantener la loro superiorità in teoria: il giornale di Mazzini era l'organo loro: ancor non pensavano giunto il momento di porre in pratica le loro dottrine. Il ceto medio era rappresentato dalla guardia nazionale: questa s'era costituita, in assemblea deliberante, mandava una o due volte in settimana suoi deputati a quel governo provvisorio, faceva sue rimostranze, lo consigliava16. Oltre i repubblicani, che di buon animo attendere volevano, e del ceto medio, che si sforzava di scuotere il governo provvisorio da quello stato di apatia in che giaceva, il popolo si faceva onore, ed a lodarsi egli è pel suo buon senso, pella sua encomiabile moderazione. Egli ben conosceva tutti i torti del governo provvisorio, e tutti i danni che recava alla sua causa: se con pazienza sopportò una dominazione al bene del paese tanta funesta, solo ei lo fece perchè più di tutto teneva a non dar gioia all'inimico per intestine discordie, mentre alle porte fervea la guerra: ben sel sapeva doversi un nuovo governo sostituire a quello del 22 marzo: questo di uomini ardenti e d'energia doversi comporre e tali patriotti esser forza lo sceglierli fra i ranghi repubblicani. Ora il popolo così ragionava: «Se noi, rovesciato il governo, ne formiamo uno di repubblicani, che si dirà di noi? Anticostituzionale, antipiemontese si griderà il nostro movimento: nascerà la discordia fra i piemontesi ed i lombardi, fra costituzionali e repubblicani: la nostra disunione sarà gioia dell'Austria. Soffriamo tutto anzichè dar il più leggero contento agli abborriti nemici: sforziamo il governo a progredire, come egli deve; ma no 'l rovesciamo: aspettiamo che egli sia totalmente assorbito dal governo piemontese.» Popolo e ceto medio a sole dimostrazioni si limitavano, e a queste con delle promesse il governo provvisorio rispondeva.
Il governo provvisorio finì per conoscersi inetto: alla sua sentita fiacchezza coerentemente agì. Giornaliere deposizioni, pubbliche stampe, la voce del popolo ogni momento incalzante sforzarono il ministero della guerra a destituire il più vergognoso fra quegli impiegati, la di cui nomina eccitato aveva lo scandalo maggiore: questi al governo provvisorio dimandò, fosse istituita una commissione a rivedere i conti del ministero, e giudicare la sua amministrazione. La commissione tenne qualche seduta al ministero della guerra: pochi giorni dopo dichiarò troppo grande il disordine: il portarne un giudizio impossibile, quando non le venissero concessi poteri più estesi. La commissione si sciolse: continuò il disordine.
Seguì l'esempio del ministero della guerra la polizia. Non potendo più a lungo tollerare i ben fondati rimproveri, che ella si meritava pella testardaggine di dare impieghi a creature dell'Austria, il triumvirato della polizia nominò, o fece che il governo nominasse, una commissione detta dei sette: essa doveva trovar le corrispondenze coll'inimico, scoprire le cospirazioni, investigar le tendenze austriache per tutto dove si fossero, e farne buona e pronta giustizia. Ciò accadeva poco dopo che i forzati di Mantova avevano invaso il milanese. In vedere i pochi primi atti di severità di questa commissione il popolo sperò, poter esser prestamente libero da tutti quegli avanzi dell'austriaca genia: questa speranza fu breve. L'uomo il più influente dei sette si trovava spesso nelle grandi sale coi membri dell'antico triumvirato: la conformità di occupazione non tardò a cangiare le relazioni di società in più intimi rapporti: i sette, ed i tre finirono per lavorare insieme, e per poco d'abilità s'avessero, certo che noi avremmo avuto un nuovo consiglio dei X.
Sciolta la commissione, che riformar doveva il ministero di guerra: chiamato il Collegno al ministero in Torino, lo rimpiazzò Sobrero, generale piemontese poco conosciuto in Milano. Dovette il governo ricorrere ad un altro mezzo per porsi al sicuro contro la diffidenza comune: nominò un comitato di difesa: ne erano membri Rastelli, Fanti, Maestri17. Pochi giorni dopo la nomina di Casati a presidente senza portafoglio del nuovo ministero venne in Milano un commissario regio: il generale Olivieri si presentò nelle sale del palazzo Marino: mostrava un decreto, che lo sostituiva in potere a quel governo provvisorio già sfasciato e disperso. Quelli del governo provvisorio, che erano ancor rimasti al loro posto, trovarono poter fare qualche obbiezione sulla forma di tal sostituzione: la forma fu in pochi giorni perfetta: il governo provvisorio della Lombardia chetamente tramontò, furtivo, senza pubblicità, nè compianto. Con ultimo suo decreto chiamò con minacce tutti i cittadini a portare alla zecca il loro argento: fu realizzata una somma di 4 milioni.
Il comitato di pubblica difesa fu instituito verso la fine del luglio18; la sostituzione del commissario regio al governo provvisorio avveniva il 20 dello stesso mese. Milano non poteva ancor portar giudizio su di un sì repentino cangiamento di regime, quando più gravi avvenimenti vennero ad occupare gli animi: furono il preludio di nostre sciagure.