Cristina di Belgioioso
L'Italia e la rivoluzione italiana

PARTE SECONDA   La guerra in Lombardia Assedio e capitolazione di Milano

III

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III

 

Il 26 luglio si sparse in Milano la voce di una grande vittoria dell'armata italiana: si diceva presa Verona. Sino allora i piani strategici del re e dei suoi generali non avevan trovato che biasimo: non si poteva comprendere come con un'armata di 50 mila uomini si dovesse tener una linea, di venti, o trenta leghe, quando Mantova, Verona, e Legnago erano in mano dell'inimico. Alla nuova di questa vittoria si dissipò ogni triste apprensione: ringraziammo il fato, che dai nostri stessi errori ci portava fortuna.

Ma fu breve la gioia: l'annuncio d'una disfatta pronto seguì la lieta notizia del ieri. Interdetti non sapevamo che credere: ci rassicurava il pensare, che anche a un rovescio v'era rimedio, per poco che si avesse voluto approfittare delle risorse del nostro paese per tanto tempo dal governo provvisorio neglette. Udimmo ben presto, che l'esercito piemontese concentratosi in Goito, abbandonate aveva le belle posizioni di Rivoli, Valleggio e Somma Campagna. Dunque aveva varcato il Mincio senza colpo ferire: d'allora in poi ogni giorno un nuovo movimento retrogrado. Da Goito le truppe piemontesi avean ripiegato su Cremona: il giorno dopo venivano a Pizzighettone: all'indomani arrivavano a Lodi: il re avea portato il suo quartier generale a Codogno, grossa borgata a cinque miglia da Cremona sulla strada di Lodi. Fu a Lodi che per la prima volta le truppe sarde fecero sosta. Bisognava lasciar tempo a lord Abercombry di abboccarsi col generale nemico, per dimandargli un armistizio di due mesi.

Abitavo allora la campagna, a tre piccole leghe da Milano sulla strada di Pavia dalla parte di Lodi. Dacchè tristi avvenimenti avevano aggravata la nostra situazione, non lasciavo passar giorno senza venire in città: importava, moltissimo, a mio credere, che quei nobili e ricchi, che per patrio amore e devozione alla causa godevano stima, colla loro presenza protestassero contro l'esempio d'emigrazione, che ci veniva da parecchie grandi famiglie di Milano.

Come seppi l'armata a Lodi, risolsi portarmi colà: mi premeva avere precise informazioni degli ultimi fatti: volli prima accertarmi, qual fosse lo spirito della popolazione della città, e della campagna. Quando partii per Lodi (2 agosto) Milano era tranquilla. Carlo Alberto, si diceva, non avendo potuto tenere la linea del Mincio per difetto di viveri19 essersi dovuto ritirare all'Adda: attender l'arrivo dell' armata francese ed i rinforzi della sua riserva e della guardia mobile nazionale. Il generale Olivieri aveva confermato non solo, ma dato pieni poteri al comitato di difesa: questi lungo l'Adda, spediva degli ingegneri a fare dei forti ed innalzar il livello dell'acqua in modo, che non si potesse passare a guado quel fiume: le autorità di Cassano d'Adda (grossa borgata sulle rive di quell'acqua a 4 miglia di Milano) avevano ricevuto l'ordine di rompere il ponte. Si fece osservare al comitato di difesa, che fra i due ponti di Lodi e di Cassano ve n'era un terzo, quello di Bisnate: facile cosa, che gli austriaci per tentassero il passaggio. Non si sapeva se i piemontesi avrieno forse presa precauzione veruna per torre da quella parte le comunicazioni. Quantunque il comitato punto non dubitasse della prudenza dei piemontesi, pur vi spediva il capitano Gatti con ordine di far immediatamente saltare in aria il ponte di Bisnate. Era appena fuori di porta il Gatti, che un messo del generale Salasco lo raggiunge ed a ritornar lo invita: gli assicurava guardato il ponte da un distaccamento piemontese, che Salasco stesso vi avea mandato a difesa. Il capitano Gatti non ritornò né s'affrettò; che più per dar conto al Governo provvisorio della condizione del paese, che dello stato del ponte il cammino proseguì. Giunto a Bisnate non vede piemontesi, si dirige alla volta del ponte, quando una dozzina di fucilate lo avvertono, che la riva era occupata, ma dagli austriaci; che impedirne il passaggio era tardo, ed inutile consiglio. Gatti ritornò senza poter mai incontrare il distaccamento promesso, ed annunciato da Salasco.

Checchè ne sia, quando io partii per Lodi, lasciai Milano in stato di calma, di dignità. Dolorosamente mi commossi alla campagna, vi trovai tutti i sintomi del terrore e del disordine.

Nei dintorni di Milano, a tre e quattro leghe dalla città, dalla parte meridionale, tutti i paesi deserti, abbandonate le case, le strade coperte di intere famiglie, che scarse provvigioni appena per pochi giorni, o gli oggetti loro più cari seco portavano: serrati in colonna camminavan del loro meglio i vecchi ed i ragazzi, i giovani robusti portavano in spalla gli ammalati, le donne in braccio i lattanti bambini. Una vettura di lontano, il passo d'un armamento disperso, il menomo rumore diveniva un allarme per loro: «Ecco gli austriaci» gridavano: le colonne rompeano; gridavan, singhiozzavano, invocavano aiuto; fuggivano alla sorte pei campi i più timidi; i più bravi, ed i più rassegnati vedendo ormai inutile ogni sforzo, sedevano lungo il cammino... pregando non gli uomini, ma Dio. Commossa a questo spettacolo non sapeva come consigliare questi infelici: mi si affollavan intorno, mi pressavano: tentai inspirar loro fiducia: spiegai loro lo scopo del mio viaggio: gran numero di quelle famiglie mi promisero avrieno aspettato il mio ritorno.

Trovai Lodi pieno di truppe, stanchi i soldati, e sofferenti non abbattuti: del futuro parlavano, non del passato, segno infallibile di vitalità, prova di energia: i loro discorsi erano della guerra, della prossima disfatta dell'Austria, della divina protezione, che non poteva mancare. Ammirai l'espressione marziale di quei visi dimagriti: ascoltai commossa le canzoni militari, che, come al primo giorno d'una campagna, sortivano da quelle livide labbra, da quei petti scarniti. Un interno presentimento mi diceva, che con tali difensori l'Italia non poteva perire.

Carlo Alberto era ancora a Codogno. Dimandai vedere uno degli aiutanti del re, o dei principi. L'uno di questi ufficiali, di cui credo tacere il nome, venne tosto a ritrovarmi. Gli parlai della mortale inquietudine della campagna: dell'angosciosa incertezza del popolo di Milano, che nulla sapeva de' disegni del re. Quest'ufficiale mi fece un quadro commovente dell'esercito: mi disse quanto aveva sofferto: che qualche giorno aveva interamente mancato di viveri. Pareva dubitasse della ferma risoluzione dei milanesi di difender la loro città, ma quando io lo interrogai, quali fossero le intenzioni del re, s'astenne da ogni dichiarazione confessandomi, che egli ignorava sino a qual punto potessi esserne informata, assicurandomi d'altronde, che n'erano già a quest'ora avvertiti alcuni fra i membri del governo provvisorio. Lo pregai di ben porre mente che io non dimandava mi si svelassero segreti, ma volevo soltanto conoscere quanto tutti avevano diritto di sapere. Insistetti sul pericolo che si incorreva volendo tenere Milano in uno stato di incertezza, che poteva menare a gravi disordini, ed instantemente dimandai, che mi si mettesse al caso di poter rassicurare quelli fra i miei concittadini, che avevan in me riposta una qualche fiducia. Quell'ufficiale si trovava in uno stato di terribile angoscia: il suo esitare me 'l provava. Finalmente mi disse, che la stessa scelta delle strade fatta dal re esser mi doveva sufficiente pegno di sua risoluzione di difender Milano ad ogni costo. «Io vi dico, soggiunse egli quanto è evidente per ogni uomo che abbia nozioni strategiche, o topografiche, ma io non vi parlo a nome del re che non mi autorizzò a farlo.» Posso rispondere, ripresi, ai miei concittadini, che il re vuole difenderli? Ma ciò non mi sembra evidente, altrimenti, perchè sarebbe egli venuto sin qui? Cominciò allora un ben meritato elogio delle sue truppe. «I poveri soldati son desolati per questa ritirata, mi disse, e così parlando delle grosse lagrime bagnavano quelle dimagrite guance bronzite dal sole. Di questa ritirata diss'io? la è fuga, che dovete chiamarla. Sì, madama, riprese con voce di amaro sdegno, già da otto giorni noi fuggiamo ignominiosamente, senza saperne il perchè: mi disse che lord Abercombry era al campo di Radetzky, e, che, se ottenuto non avesse l'armistizio, si sarebbero a Milano decise le sorti d'Italia20.

Ritornai per la strada istessa: cercai calmare quella gente: li persuasi, che nulla avevan a temere sin che non vedessero l'armata piemontese ritirarsi sotto le mura di Milano. Li rassicurai: mi promisero aspettarieno il passaggio dell'esercito per seguirlo, e rifugiarsi in Milano. Il comitato di difesa chiamava gli abitanti della campagna alla città, gli armati come guardie nazionali, venissero gli altri con i loro attrezzi rurali per lavorare alle fortificazioni, ed alle barricate.

Arrivai la sera istessa, 2 agosto, in Milano. All'indomani il re venne ad accamparsi colla sua armata, forte di 50 nulla uomini, fuori di Porta Romana. Falliti gli sforzi di lord Abercombry, doveva continuare senza interruzione la guerra. Un ufficiale del reggimento guardie mi diede allora i seguenti dettagli sull'ultimo fatto d'armi, dopo del quale la marcia dell'armata non era più stata che una fuga inconcepibile. Il 25 luglio dovevano le truppe tenersi pronte sin dal mattino: si lasciarono coll'arme in spalla sino alle cinque della sera sotto la sferza di un sole canicolare: si diede finalmente il comando dell'attacco: i piemontesi avanzano senza ordine, come di solito, piombano sull'inimico: dopo rapido combattimento a voltar le spalle lo astringono, lo inseguono: la notte ne fa perder le tracce: si fermano ad aspettar gli ordini, che arrivano allo spuntar del giorno. I piemontesi dovranno inseguire l'inimico, non si dia quartiere all'austriaco croato. Comincia la marcia: il nemico non si vede, non si scoraggiano i nostri, s'avanzano soli, senza generali, guide, s'isolano, si dividono: in poco tempo cadono vittime di un imprudente coraggio: quando meno se lo aspettano si mostrano gli austriaci: il lor numero è due volte maggiore: i piemontesi erano caduti nell'agguato. Sino a notte avanzata durò la lotta: si battevano i piemontesi per aprirsi una strada: combattevano gli austriaci per sterminarli tutti, o farli tutti prigioni: si battevano i piemontesi non solo, ma seco pur anco condussero 2 mila prigionieri e 20 pezzi d'artiglieria, che avevano preso il giorno avanti all'inimico. Nel frattempo un distaccamento prendeva Somma Campagna, posizione, che ambidue gli eserciti per importante tenevano: presa, e poi perduta, una tal posizione era ancor in mano dei nostri. Questo fu l'esito di quella pugna, che precedette la fuga dell'esercito piemontese. Nulla sembrava, giustificar potesse una ritirata, quando le truppe coperte di gloria per un ineguale combattimento ebbero ordine d'immediatamente piegare su Goito a raggiungervi il grosso dell'esercito. Da Goito a Milano l'esercito non aveva riposato che un giorno solo a Lodi, mentre lord Abercombry trattava col generale austriaco.

 





19 Si attribuì questa mancanza alla infedeltà di qualche funzionario: per calcolato errore furon fatti arrivare in mano dell'austriaco i viveri destinati all'armata piemontese.



20 Mi cade sott'occhio un opuscolo stampato nel mese di settembre, «Intorno alla consegna di Milano fatta agli austriaci da Carlo Alberto nel 6 agosto 1848. Ancora un fatto storico» dove è detto che la capitolazione di Milano fu concertata il 31 luglio circa le 11 del mattino in Codogno con Carlo Alberto da qualche aristocratico milanese che pregava quel re, trattare volesse con Radetzky la resa di Milano salve le persone e le proprietà. (N. del T.)



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