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Il 3 agosto il re era alle porte di Milano colla sua armata: la nuova della loro venuta rapidamente si sparse per la città e gioia e fiducia parvero rinascere. Tutti dicevano: «Dunque il re vuol proprio difenderci; egli non ci abbandona. Dio gliene renda merito.» Il popolo s'attendeva ad una officiale dichiarazione di Carlo Alberto, sperava, informato dell'arrivo del re, conoscere i suoi disegni quali fossero. Era a mezzo corso il sole: nessun proclama: ognuno sospetto. Il ceto medio e 'l popolo cangiaron discorso. «È dunque il re alle porte? e se è vero, perchè nascondersi? perchè lasciarci allo scuro di sua venuta? Forse in noi non ha fiducia? E chi difenderà le nostre strade, le nostre piazze, chi guarderà le case, se non noi? Chi si terrà alle barricate? Forse vi saremo noi per nulla? E perchè adunque non ci rende avvertiti di quanto passa... di quanto resta a fare?»
Volli assolutamente conoscere come la pensasse quell'infimo ceto, che l'alta società volea pur freddo ed indifferente predicava: percorsi io stessa i quartieri più poveri della città: entrai sotto l'umile tetto: interrogai l'artigiano da solo: lo studiai ne' crocchi, che sulle pubbliche strade si formavano; n'ebbi dovunque una sola risposta, conobbi in tutti un solo sentimento: irresistibile brama di finirla coll'austriaco, sicurezza d'un esito favorevole, non scevra di diffidenza nell'esercito Piemontese. «E che faranno là a basso? mi diceva un uomo di una cinquantina d'anni, di forme atletiche, nei di cui tratti si leggeva un misto di bonomia e di astuzia: uno di quegli uomini, infine, nati per essere, come noi chiamiamo, capi di popolo: che faranno là basso? diceva, attorniato da una folla di curiosi, additando colla mano la Porta Romana: son tutti muti, che nessuno viene a dirci nulla? Eppure dovriano cominciare una volta questi soldati del Piemonte: noi il nostro posto lo abbiamo già — alle barricate: che la truppa dia che fare ancor per qualche giorno a quei croati.... dopo, a noi fratelli. Allora vedrete se tutti vi saranno... ci vedrete all'opra... pietra a pietra demolite le nostre case le getteremo su l'austriaco: dei nostri corpi faremo un monte... ma non li lasceremo passare. Era comune pensiero, che per sola loro fatalità dovessero ritornare gli austriaci là, dove un popolo inerme ne gli aveva cacciati: qui cominciò la guerra, qui deve finire: noi abbiamo dato il primo moto, a noi l'ultimo colpo: era questo il grido universale.
Convinta dell'ottima disposizione del popolo, mi portai al comitato di difesa per indurlo a far palesi, mediante un proclama, le risoluzioni del re e del governo, e le misure prese a difesa della città, le risorse tutte sulle quali contare poteva Milano, e concertare il modo per dimandare al popolo il suo concorso. Ebbi promessa, che s'avrieno seguiti i miei consigli. Ero ancora al comitato, quando venne altra gente a fare la stessa dimanda — ne ebbero la stessa risposta. Mi disse taluno, che era a temere una malintelligenza tra il re e il popolo: dicevasi al popolo «il re non si vuol battere per voi» si diceva al re «il popolo non si batterà». Vidi necessario prevenire il re contro tali falsi rapporti, e mi decisi tentarlo.
Il re abitava provvisoriamente un piccolo albergo fuori di città: vi andai la stessa sera: parlai al suo segretario conte C........: il fine di mia visita gli esposi. Attentamente mi ascoltò il segretario: che effettivamente era venuto qualcuno dire al re che il popolo di Milano non voleva battersi; ma che presto saria stato facile il convincersi del chi aveva ragione, mi rispose: il re voler difendere Milano, e lo difenderà sino agli estremi: non è più lecito il dubbio dal momento che preferito aveva portarsi sotto le sue mura, anziché varcare il Ticino. Mi ritirai pregandolo di voler per me congratularsene con Carlo Alberto per la presa risoluzione: gli dissi, che dal persistere in essa dipendeva la pubblica tranquillità.
Per ordine del comitato di difesa tutto quel giorno s'era speso in vettovagliare Milano: s'erano introdotte munizioni di guerra, uomini d'arme e di lavoro v'erano chiamati. Le guardie nazionali di Monza, di Como, e di Varese eran già arrivate; quei delle montagne stavano pronti per venire a nostro soccorso: i paesani dei vicini villaggi accorrevano in massa per dar mano alle fortificazioni e ripari, che rapidamente si costruivano. La vasta piazza d'armi, nel cui mezzo sorge il Castello, pareva lui campo trincerato, tagliato da fossi — da ridotti — da palizzate. S'erano ridotti i bastioni per sostenere l'assalto e cacciar il nemico: tagliati gli alberi che abbellivano il passeggio: fatte delle feritoie per approntarvi i cannoni: le case poste in istato di difesa: una forza imponente guardava i nostri principali edifici. Le sale dei palazzi Borromeo e Litta erano ripiene di palle e di bombe: vuotate le polveriere site a poca distanza della città, si erano provvisti i magazzini ed i depositi di Milano. Queste provvigioni, per quanto considerevoli, parevan scarse per sostenere un lungo assedio: il comitato di difesa v'avea pensato: 60 mila kilogrammi di polvere erano stati comperati in Svizzera. Per maggior sicurezza s'avean murate due o tre porte, per dove si temeva potesse entrare il nemico; le altre erano tutte aperte, e tutto il giorno vi entravano convogli di vettovaglie: le più agiate famiglie avean fatta provvista almeno per un mese: ogni idea di superfluo era svanita. Il comitato di difesa non avea tutto previsto, come in simili circostanze stato saria pur necessario: a lui spettava fissare un massimo pei generi di prima necessità: tal precauzione mancando, i viveri salirono già ne' primi giorni ad un prezzo esorbitante. Non v'era difetto di nulla, ma il subitaneo aumento di popolazione, le devastazioni ed i saccheggi degli austriaci nelle provincie, l'accumulazione di tanti viveri nelle case particolari, l'ingombro delle strade per la emigrazione dei contadini, tutto aveva portato uno squilibrio di bisogni e di risorse. Vi doveva vegliare il comitato: torre doveva ai cittadini questo sintomo di carestia: mancò e dalla mancanza ne vennero nuovi e più gravi imbarazzi per noi.
Il 4 agosto alle sei del mattino il re era invitato ad una rivista della guardia nazionale. Non v'intervenne: frivolo pretesto ne adduceva essersi fatto un dovere di non porre piede in Milano, se non dopo cacciato l'austriaco al di là dell'Alpe: il generale Olivieri vi venne in sua vece. Volli esservi anch'io e là svanirono i miei tristi presentimenti del giorno prima. Solo chi ha vista la piazza d'armi di Milano, può farsi un'idea di quel sublime spettacolo: quando io arrivai, su tre de' suoi lati stava schierata la guardia nazionale, sul quarto, quei soldati piemontesi che erano rimasti di riserva in Milano; 33 bandiere rappresentavano le 33 parrocchie della città. I paesani accorsi erano riuniti in battaglioni: le guardie nazionali delle vicine città ordinate per comuni: trentatre pezzi di artiglieria con i loro carriaggi assicuravano le risorse della città, anche senza l'aiuto de' piemontesi: rinacque la fiducia nei presenti. Erano 30 mila le guardie nazionali colà radunate: molti capitani mi accertavano, che vi mancava ancora un terzo delle loro compagnie. Milano aveva adunque 50 mila guardie nazionali a sua difesa, uomini, donne, ragazzi, tutti erano pronti a vender cara la vita a pro della patria.
Sfilavano le guardie a passo fermo e sicuro; silenziose, non abbattute in volto: s'udì il cannone, nessuno impaurì. Dalle otto al mezzogiorno il cannone continuò ad avvicinarsi: delle bombe furono lanciate in città. Come spiegare una tal sorpresa? Io no 'l potei giammai.
La mattina del 4 agosto, si dicevano gli austriaci a cinque miglia da Milano, a poca distanza del parco d'artiglieria piemontese in Noverasco. Il re col grosso del suo esercito stava accampato fuori di Porta Romana e nei dintorni, precisamente dalla parte di Noverasco. Avriano forse gli Austriaci potuto avanzare sino alla Porta Romana senza trovar sulla via l'esercito Piemontese, e senza che del loro avvicinarsi ne fossero resi avvertiti i milanesi? Bisognava pure ammetterlo, per quanto impossibile a noi sembrasse. Dirigendomi verso Porta Romana vidi io stessa la gente fuggire le bombe nemiche abbandonando i lavori delle barricate. Corsi al comitato di difesa: quei membri in tutta pace a redigere ordini del giorno attendevano: alla gravità del pericolo, che loro imminente dipinsi, non volevano credere. E come prestarvi fede, se si sapeva l'armata Piemontese fuori delle nostre mura? Non vi fu dubbio: il popolo stesso accorse. Come conobbe il pericolo, la guardia nazionale venne in massa là, dove il nemico cominciava a bombardare: lo attacca: lo respinge: l'incalza, prende cinque cannoni, e fa 200 prigioni: lo costringe a ritirarsi tre miglia indietro: le campane suonano a stormo: chiamansi i cittadini allarmi ed al soccorso. Le larghe pietre delle nostre strade si levano: sorgono come per incanto le barricate, carrozze, carri, mobili, tutto si adopra: in certi luoghi si scavarono delle mine. Milano sembrava un ammasso di pietre e di proiettili: una foresta di piccole città, di forti, di ridotti, che intimorito avrieno il più coraggioso dei soldati.21
Le guardie nazionali rientravano a notte, aveano veduto l'inimico: s'eran misurate con esso: ne aveano sostenuto il fuoco: egli avea dovuto ritirarsi. Ottenuto questo primo successo, l'esaltazione divenne fanatismo: per l'indomani un nuovo attacco vi si riprometteva, dove l'austriaco avrebbe spiegate tutte le sue forze.
Scorreva lenta la notte del 4 al 5; la guardia nazionale vegliò sui bastioni, il popolo, alle barricate: la città fu illuminata. Il re s'era deciso d'entrare in Milano, onde sottrarsi, così diceva, al pericolo d'un attacco improvviso: abitava nel centro della città il palazzo Greppi, posto sulla Corsia del Giardino: quella stessa notte gran parte delle truppe, abbandonato il loro posto, erano entrate in Milano: lo si seppe più tardi. Era giorno, e il cannone non si faceva ancor sentire: dimandavano ognuno spiegazione d'una quiete sì prolungata: taluno diceva, che avrebbero aspettato il mezzo giorno per attaccare. Infine vaghe voci cominciarono a circolare — il re avere capitolato! Non vollero dapprima crederle i milanesi. Due infelici, che primi ne avevan portata la nuova, furono massacrati a furor di popolo sulla Piazza dei Mercanti: si credevano austriaci travestiti venuti a bella posta per seminar discordie fra il popolo e l'armata. Ma ben presto si moltiplicaron le voci: a mille a mille le ripeterono: cadde il velo: la verità fu in luce. Una sorte tanto più orribile, quanto inevitabile, era riserbata alla città di Milano. Le truppe piemontesi stavano per partire: una gran parte di già in marcia; i nostri capi sì del civile, che del militare fuggiti, o a seguire il re preparati; restava il popolo abbandonato —solo — consegnato nelle mani del Radetzky e dei suoi soldati! Lo stesso giorno, alle sei di sera, dovevano entrare gli Austriaci. Non mi fermerò a descrivere qual fosse la costernazione d'un popolo, al quale si toglieva la vittoria pria della pugna: n'andavamo pazzi pel dolore: piangevano gli uomini, nascondendo tra le mani il volto: più abituate al pianto le donne, più timide, e della lagrima meno vergognose, correvano disperate di strada in istrada: strida mandavan d'orrore. Vidi io stessa al tristo annunzio cader morto un vecchio: la terra fu rossa del suo sangue. Suoni sì strani mi feriron l'orecchio, vidi allora cose, che nel delirio della febbre nulla di simile m'avea mai presentato l'alterata immaginazione. Finalmente la rabbia successe alla disperazione. Irritata la folla si porta al palazzo Greppi, decisa d'impedire la fuga del re, determinata a fargli stracciare l'infame capitolazione. Un battaglione di carabinieri a cavallo, che vi stava a difesa, all'avvicinarsi di quella massa riceve ordine di ritirarsi, onde non esacerbare di più gli animi inaspriti. In un istante si rovesciano gli equipaggi del re: si fan le barricate: si accerchia, s'invade il palazzo: una deputazione della guardia nazionale interroga Carlo Alberto sul fatto della capitolazione. Egli lo nega: allora gli è forza seguire suo malgrado quei deputati al balcone, di là arringa il popolo, scusa la sua inscienza dei veri sentimenti dei milanesi: si dice soddisfatto in vederli sì pronti alla difesa: solennemente promette di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. Qualche colpo di fucile partì contro Carlo Alberto. Alle ultime parole della sua arringa il popolo sdegnato grida «Se la è così, lacerate la capitolazione.» Il re trae allora un pezzo di carta di saccoccia, lo tiene in sospeso, sicchè il popolo lo veda: poi lo fa in brani.
Per tutta la città in un baleno si divulga la notizia: avere il re lacerata la capitolazione, e restare ormai col suo esercito a difendere Milano. Fu vera gioia. I preparativi di difesa alacremente si spinsero. A termine della capitolazione dovevano entrare gli Austriaci il giorno cinque alle sei di sera: venne la notte — gli Austriaci non si videro. Per torre ogni mezzo all'inimico di fulminare colle sue batterie da punti elevati la città, il giorno prima s'erano incendiate tutte le case fuori di Porta Romana: nuovo sacrificio fu questo fatto alla patria ed alla causa nazionale da povere famiglie a strette risorse: eppure non un grido, non un lamento: all'indomani continuava l'incendio: altri sobborghi andavano in fiamme. Se ne valuta il danno ad otto milioni di lire austriache.
La sera del 5 nuove voci si sparsero, ancor più strane. Le munizioni dell'esercito piemontese per errore condotte a Piacenza: mancanti le truppe di polvere, averne chiesto invano al comitato di difesa — si diceva. Non voglio discutere un fatto del tutto inverosimile a quel che mi sembra. Si parlava di oggetti preziosi nascosti in uno dei palazzi della nazione: a tal voce se ne tentò il saccheggio: si trovò falso il detto. Si assicurava infine (e questa volta non v'era inganno) tenere nei suoi magazzini nascosti 60 mila fucili il governo: li trovò il popolo e se ne impadronì: si armò. Eppure si niegavan le armi a lui, che il giorno innanzi la leva in massa a gran grida voleva decretata.
Venne la notte. Non tardò il re ad abbandonare la città. Il colonnello della Marmora con una scala, a fune si lascia calare da una finestra del palazzo Greppi: corre alla casa dove stavan nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e seco li mena a proteggere la fuga del re: vani sforzi furono tentati per ritenere il re fuggitivo, che poche ore prima difendere Milano sino all'ultimo sangue giurava.
Era appena suonata la mezza notte: propizia l'ora: qualche colpo di fuoco partì diretto contro quel re, che su di un cavallo, non suo, fuggiva la città, nella quale trionfante e vincitore aveva promesso d'entrare.
Solo alla mattina del giorno dopo si seppe della sua fuga e il popolo ne rimase interdetto. Alla notizia della rotta capitolazione l'entusiasmo s'era destato sino alla frenesia: la fuga del re, calma, costernazione, avvilimento induceva nel popolo: tetro silenzio alle grida di rabbia seguiva. S'era alla disperazione: il re non partiva solo. Un regio commissario ed il comitato di difesa avevano nelle funzioni rimpiazzato il governo provvisorio: il commissario fuggiva col suo re: i membri del comitato di difesa alla mattina del sabato si presentavano al re, contro la capitolazione protestando: dopo di che, quasi bastasse, scomparvero nell'ombre22. Da tutti eravamo abbandonati: soldati piemontesi, e lombardi da quelle file uniti — reggimenti lombardi da officiali piemontesi capitanati — generali agli ordini di Carlo Alberto obbedienti, tutti eran partiti alla stess'ora: l'artiglieria piemontese, e nostra: munizioni e carriaggi: sino i 4 milioni, patriotica offerta delle chiese e dei privati, tutto s'era involato23. Andava il popolo di porta in porta in traccia dei capi: di palazzo in palazzo per cercarvi munizioni correva: non voleva ancor credere a tutta la sua sventura. Arrivava intanto un parlamentario austriaco ad annunziare che il general d'Aspre sarebbe entrato colle sue truppe al mezzo giorno, che tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni arruolati in reggimenti croati verriano spediti al di là delle Alpi: che chi l'esilio preferiva, abbandonar dovesse la città lasciando libero il farlo sino alle ore 8 della sera.
Questa alternativa fu intesa con gaudio da quel misero popolo. Più di due terzi della popolazione — uomini, donne, vecchi, giovani, ricchi e poveri, tutti si incamminavano per la Porta, che più lontana si trovava a quella, per dove entrar dovevano gli Austriaci: si videro allora numerose colonne di emigrati d'ogni età, sesso, condizione: tutti portavan con sè gli oggetti i più preziosi, i più cari, i bambini, sino gli ammalati, che abbandonar non volevano alla rabbia croata, od alla discrezione del vincitore: grida, gemiti, pianti li precedevano: qualche cavallo, pochi carri o birocci li seguiamo per tradurre i più deboli, i più soffrenti.
Quando questa turba ebbe passata l'ultima barriera, quando ella si trovò ad un centinaio di passi dal patrio tetto, sostò; lo sguardo alla città rivolse: Gerusalem novella la patria salutò.
Era rossa la tinta del cielo, nere colonne di fumo alle nubi s'ergeano. Che era quel fuoco ? l'incendio dei sobborghi forse non ancor spento? o l'austriaco cominciava già le sue vendette? o qualche pio cittadino avria mantenuto il giuro di non lasciar all'inimico, che un mucchio di cenere?
Le ruine del palazzo nazionale del Genio, della Dogana, dell'ospitale militare di S. Ambrogio coprono un mistero: non v'ha persona, che lo conosca.
Così Milano fu ancor una volta dell'Austria: le sue truppe entravano trionfanti, là dove quattro mesi prima arano state vergognosamente cacciate. Venticinque mila soldati avevano presa una città difesa da quarantacinquemila uomini di truppe regolari al difuori, da più di quarantamila guardie nazionali al didentro: senza colpo ferire la tenevano. Stracciata la capitolazione, stava in arbitrio del generale d'Aspre ordinare il saccheggio: preferì lasciar libero sfogo a private vendette, a personali rancori. I forzati di Porta Nuova lasciati in libertà si unirono ai soldati: entrarono nelle semideserte case: gli oggetti preziosi derubarono: dalle case passarono alle chiese, dalle chiese ai musei nazionali. I generali Rivaira e Roger, che per inferma salute non avevan potuto sottrarsi colla fuga, furono condannati a morte. Mancavano i tribunali, gli impiegati al fisco, le formalità, e sopratutto il tempo necessario per confiscare i beni dei profughi: ad altro mezzo si ebbe ricorso: le contribuzioni forzose esaurirono le casse private.24 Ad onta delle istanze, delle minaccie e delle promesse del generale austriaco, nessun emigrato pensò di rimpatriare.
Dopo i fatti dell'agosto quasi 100 mila milanesi ebbero asilo nel Cantone Ticino: fra questi, due membri del Comitato di difesa, Restelli e Maestri: s'unirono questi a Mazzini, pure emigrato, al quale le ultime nostre sciagure non furon nuove: si costituirono in giunta insurrezionale. Un gran numero di lombardi, specialmente coloro, che tutto sperano dalla casa di Savoia soltanto, si portarono in Piemonte: dove ebber accoglienza poco fraterna: a Parigi stessa furono freddamente ricevuti coloro, che v'eran venuti a dimandare il soccorso francese. L'Austria aveva fatti precedere i nostri lagni da ogni calunnia. A Torino, come a Parigi, si diceva la nazione lombarda vile-egoista-frivola. Sotto l'impressione di sì acerbe accuse, false quanto immeritate, mi accinsi a scrivere: i fatti che io narrai non concordano, lo si vede, colle voci dell'Austria.
Pria di terminare questo rapido cenno della rivoluzione milanese devo ripetere ancora, che io volli difendere i miei concittadini, non accusare chi ne cagionò la ruina. Ben m'avveggo che questa mia semplice esposizione di fatti desterà in qualcuno dei sospetti contro i principali autori di tali avvenimenti: gli è perciò che voglio darne ancora le ultime spiegazioni.
Se un terribile disastro fu il fine della guerra dell'indipendenza, incolparne non si deve il coraggio del popolo: a certi uomini dei quali è più facile constatare i fatti, che spiegarne i disegni, spetta la colpa. La quistione è tanto delicata che astenendomi dal risolverla, apporto le giustificazioni, quali mi vengon date.
I falli del governo provvisorio posero in grave imbarazzo i suoi successori: questo bisogna bene prima conoscere: l'assumere le redini di un tal governo non poteva esser, che difficile pondo pel generale Olivieri: ruina e disordine regnavano in tutti i rami dell'amministrazione: la è dunque giustizia chiamare a responsabilità di nostre sciagure coloro, che primi gettarono il seme della discordia e della diffidenza nel popolo. Quanto alle accuse contro Carlo Alberto, se abbastanza le provan vere i fatti da noi esposti, non son però privi d'interesse gli argomenti portati a suo favore dai suoi amici. A coloro, che dicono la condotta di Carlo Alberto natural conseguenza della diffidenza, che gli inspiravano le opinioni democratiche dei lombardi; a coloro che non temono gridare al tradimento, i difensori di Carlo Alberto oppongono dilucidazioni di qualche valore. Qualunque potesse esser il timore di Carlo Alberto per le tendenze democratiche della Lombardia, è forse più verosimile, che egli abbia voluto tradire i milanesi, anzicchè abbattere e distruggere questi disegni, che sì forte lo inquietavano? Non fa d'uopo aver coraggio per tentare un tradimento? ed i pericoli, ai quali si espone il traditore, non sono i più gravi? se il re di Piemonte non rimandò i suoi generali, se non tracciava piani più energici, più arditi — ne è cagione il suo carattere irresoluto, e debole: se egli segnò la capitolazione son da accusarne coloro, che sotto sì nere tinte gli dipingevano quel popolo, che ei non credeva pronto alla pugna: egli non aveva confidenza negli sforzi dei cittadini: temeva per la città, la rabbia d'un vincitore feroce, d'una sfrenata soldatesca: ei paventava la licenza croata in un paese preso d'assalto. Pongono in campo i partitanti di Carlo Alberto altri argomenti ancora, ai quali non è facile il rispondere: la rabbia austriaca contro Carlo Alberto: l'Austria non voler giammai cedere a Carlo Alberto, neanco un pollice di quel terreno, che, conquistato, lasciava per una singolare interpretazione data alla parola armistizio.
Chi solleverà il denso velo, che copre questi fatti? chi pronunciar vorrà l'inappellabile sentenza sui principali autori di quelle luttuosissime scene, se innocenti, o rei? Io credo non esserne il momento: non è ancor finito il processo: le parti interessate stanno ancor sul teatro della guerra: non siamo ancora all'ultimo atto del dramma, non possiamo saperne lo sviluppo per ora non possiamo nè accusare, nè difendere. Il solo innocente, a cui carico non si può lasciar gravare l'accusa, è il popolo. Non può pretendere la libertà, non può sperarla un popolo, che ne sia stimato indegno. Sin tanto che durerà la guerra non si agiterà altra quistione, che quella della italiana nazionalità.
I differenti partiti non vennero mai, è vero, ad un'aperta guerra da noi: questa tregua, prudente, oggidì non basta: ci vuole unione. Non tentiamo mai risvegliare politiche passioni, diamoci la mano: la nostra rabbia, la nostra energia serbiamola tutta per l'inimico: contro lui soltanto la sfoghiamo. Quanto ai generali in sospetto, in quanto al re — l'Austriaco tiene ancora la Lombardia: Carlo Alberto non può opporgli un'armata? non può dimani esser sua la vittoria? ed allora, che più dimanda il difensore d'Italia? Il Piemonte è alla vigilia di riprendere le armi: i volontarii lombardi capitanati da Garibaldi attendono impazienti di riprendere la guerra di fazione. Venezia per la seconda volta proclamò la repubblica: sola in mezzo ai mari, dei quali per tanti secoli fu reina, ora difende il vessillo italiano..... Basteranno queste forze a riparare i nostri disastri: la Francia vorrà adoprarsi a nostro favore nelle diplomatiche trattative, che or ora vanno ad aprirsi.
Speriamo adunque, che l'onor d'Italia sarà vendicato: la discordia non fiaccherà sforzi tanto generosi: la nostra indipendenza conquistata una volta sarà riconosciuta per sempre.
L'esser andata a male la spedizione di Val d'Intelvi, non è disonore — è gloria. L'entusiasmo non lascia luogo a calcolo, nè alcuno vorrà apporre a torto di que' membri, se pria ben non calcolarono gli effetti: per calcolare ci vuol testa e cuore; l'entusiasmo assopisce e leva l'uno e l'altro.
(N. del T.)
(N. del T.)