Cristina di Belgioioso
L'Italia e la rivoluzione italiana

GLI ULTIMI TRISTISSIMI FATTI DI MILANO

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GLI
ULTIMI TRISTISSIMI FATTI
DI MILANO

 

NARRATI

DAL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA

(Restelli e Maestri)

 

 

 

SECONDA EDIZIONE

Corretta e documentata.

 

 

 

LUGANO

TIP. DELLA SVIZZERA ITALIANA

1848

IL
COMITATO DI PUBBLICA DIFESA
IN MILANO

 

I gravissimi avvenimenti seguiti nel breve periodo in cui il Comitato di Pubblica Difesa, istituito dal Governo Provvisorio di Lombardia, esercitò le sue funzioni, richiedono dal Comitato stesso una esposizione tanto dei fatti nei quali ebbe una diretta ingerenza, quanto degli altri di cui fu solamente testimonio.

Il Comitato non intende di giustificare quanto operò nei pochi giorni della sua dittatura. I suoi atti sono pubblici e rispondono del suo operato. Lo scopo di questa narrazione è di portare maggior luce nei giudizi, che pur troppo debbono essere inesorabili e severi, intorno alle cause che hanno precipitato così al basso i destini di questa nostra infelicissima patria. Dai fatti accertati emergerà la ragione dei fatti stessi e si farà manifesto ad un tempo su chi cader deve la colpa delle subìte sciagure.

Non è di questa narrazione tutto ciò che concerne i combattimenti seguiti nei giorni 23, 24 e 25 dello scorso luglio alle posizioni di Somma Campagna, Villafranca e Custoza. Questa narrazione muove dal punto in cui la precipitosa ritirata dell'esercito italiano, che andava ripiegando verso Milano, commossevivamente la Popolazione ed il Governo di Lombardia, che, vedendosi la patria in pericolo, fu universalmente riconosciuta la necessità di concentrare in pochi individui i poteri governativi, onde l'azione ne fosse più spedita ed efficace per scongiurare, possibilmente, la minacciosa tempesta che sempre più di giorno in giorno ingrossava sul territorio Lombardo.

Tale concentrazione di poteri seguì col decreto del giorno 28 luglio del Governo Provvisorio, che nominò un Comitato di Pubblica Difesa nelle persone del general Fanti, dell'avv. Francesco Restelli e del dottor Pietro Maestri.

Le cure del Comitato furono particolarmente dirette a dare le più efficaci disposizioni: 1.° per raccogliere immediatamente tanto denaro quanto bastasse a supplire alle urgenze di guerra, in attesa della scadenza de' pagamenti prestabiliti dalle imposizioni già decretate dal Governo Provvisorio; 2.° perchè il buon servizio dell'approvvigionamento de' viveri per l'esercito e per la città fosse assicurato; 3.° perchè parimenti assicurata fosse la difesa militare della città e del territorio allora non peranco invaso dal nemico.

 

Mezzi pecuniari. — Perchè la cassa rimanesse sufficientemente fornita, e nell'impossibilità che la Zecca di Milano potesse in pochi giorni ridurre in moneta quegli argenti apportativi dai privati cittadini e dalle chiese che ancora stavano colà depositati, il Comitato di Pubblica Difesa richiese dal Governo Provvisorio, il giorno medesimo in cui entrò in funzioni, che un prestito straordinario forzato venisse imposto alla Lombardia di quattordici milioni di lire correnti. Questa imposizione venne ordinata mediante decreto dello stesso giorno, 28 luglio. Il prestito era ripartito per otto milioni sulla provincia di Milano ed il rimanente sulle altre provincie in proporzione della rispettiva ricchezza, da pagarsi in due rate; la prima per Milano il giorno 10, e per le altre provincie il giorno 15 del corrente agosto — e la seconda rata per Milano il giorno 25 e per le altre provincie il giorno 30 dello stesso mese.25

Calcolate pure le gravi contingenze della guerra, il Comitato s'attendeva che il denaro esistente in cassa dovesse bastare fino alla scadenza della prima rata del prestito forzato dei 14 milioni, ma il precipitarsi improvviso degli avvenimenti gli rese necessario uno sforzo straordinario. Furono ordinati studii e lavori di fortificazione lungo la linea dell'Adda e per la difesa di Milano — furono assoldate numerose bande armate che accorressero a molestare il nemico che andava avanzando — fu proclamata la leva in massa. A tutto ciò si volevano ingenti somme. Il ministero della guerra in quei giorni dispose sulla cassa di ben mezzo milione per saldare, come asseriva, urgenti debiti arretrati. Perciò il Comitato di Pubblica Difesa, il 4 agosto, prima che la cassa fosse esausta, diede tutte le necessarie disposizioni onde nel seguente e nel successivo fosse pagata la prima rata di quattro milioni assegnata per Milano, che avrebbe dovuto esserlo il giorno 10 dello stesso mese di agosto, giusta il riferito decreto del governo Provvisorio. Molti ricchi direttamente o per mezzo dei loro procuratori si erano già offerti di anticipare le somme di cui fossero stati tassati, e non v'era dubbio che il pagamento di quella rata anticipata sarebbe puntualmente seguito.

Prese tutte queste misure, in nessun caso Milano poteva mancar di danaro; ma foss'anco sopravvenuta una tale inverosimile difficoltà, il Concitato non avrebbe indietreggiato davanti ad essa, poichè si disponeva all'estremo di mettere in attivazione la carta monetata avente corso forzatorimedio che nelle circostanze eccezionali d'una città assediata, e sotto l'influsso della azione quasi irresistibile del potere, non avrebbe incontrato gli inconvenienti e gli ostacoli che ordinariamente l'accompagnano.

Parranno per avventura oziosi questi minuti particolari, ma si vedrà più avanti il nesso che hanno con altri fatti, i quali si legano coi pretesti addotti per far subire a Milano una umiliante capitolazione.

 

Approvvigionamento dell'esercito e della città. — Le prime notizie venute dal campo, dopo la disgraziata giornata del 25 luglio, assegnavano quale unico motivo della disfatta dell'esercito italiano la stanchezza e la mancanza di viveri. Quest'ultimo fatto ha profondamente commosso ogni animo lombardo, tanto più che in forza della convenzione passata fra il ministero piemontese ed il Governo Provvisorio di Milano fu posta a carico della Lombardia la somministrazione dei viveri all'esercito piemontese, mentre all'erario sardo spettava di fornirgli le paghe.

Appena il Comitato di Pubblica Difesa fu in funzione, diede opera a verificare i fatti concernenti il grave argomento della lamentata mancanza dei viveri per attivare i necessari provvedimenti.

Il Governo di Lombardia, come è noto, stipulò colla ditta piemontese De Santi e C. un contratto d'appalto in forza del quale la ditta stessa si obbligò di fornire all'esercito la quantità di viveri che sarebbe stata richiesta nelle località all'uopo designate dallo stesso esercito piemontese, a cura della cui Intendenza generale dovevano essere fatti i trasporti e le distribuzioni dai magazzini di tal modo approvvigionati ai centri dove erano raccolte le truppe.

Nell'urgenza di dover provvedere al mantenimento regolare dell'esercito nei primi giorni dopo la rivoluzione, allorquando esso entrò sul territorio lombardo, il Governo accolse le proposizioni della ditta De Santi e perchè reputata solidissima e perchè già bene accetta alle truppe piemontesi.

La razione convenuta per ciascun soldato era sovrabbondante e superiore alla misura che sia mai stata somministrata ad alcun soldato. La giornaliera razione era di ventotto once di pane, nove once di riso, nove di carne, una mezz'oncia di lardo, una mezz'oncia di sale ed un mezzo boccale di vino. Eccedeva il bisogno la razione del pane, della carne e del riso. Il riso era bene spesso venduto dal soldato e qualche volta scippato e disperso.

Dalle informazioni assunte da fonti variatissime concordemente risultò provato che i magazzini di approvvigionamento nelle località designate dall'intendenza dell'esercito piemontese erano stati provveduti e che lo erano anche nelle tre giornate del luglio in cui si è combattuto: che se dai magazzini non poterono essere distribuiti i viveri all'esercito, ciò derivò dal fatto, che per le mosse militari dell'esercito stesso, e in conseguenza delle sorti della combattuta battaglia, dovettero i detti magazzini essere abbandonati al nemico. Siamo accertati che caddero in suo potere tanti viveri per un valore di circa un milione di franchi.

Avvenne altresì che, abbandonati questi magazzini, e mentre andavano sopravvenendo le nuove vettovaglie destinate all'esercito, i continui allarmi che si destavano in mezzo all'armata, che ripiegava in ritirata, fecero disertare vari conduttori di convogli: ed ove pure questi conduttori giungevano ai designati magazzini non era punto regolare il servizio della distribuzione che dovevasi fare dalla Intendenza dell'esercito, giacchè nella confusione di una incomposta ritirata, si era il disordine più che mai propagato nell'azienda amministrativa dell'approvvigionamento.

Appena il Comitato entrò in funzione, ai Commissari straordinari già inviati dal Governo Provvisorio per sorvegliare quell'importante servizio, altri ne aggiunse perchè efficacemente concorressero allo stesso scopo; ordinò alle guardie nazionali a piedi ed a cavallo di scortare i convogli di viveri onde arrivassero alla loro meta, ingiunse a tutte le deputazioni delle comuni, sul cui territorio passavano i viveri, di prestare assistenza al loro invio, e nominò commissioni ed individui autorizzati anche a requisire mezzi di trasporto, affinchè ad ogni costo l'approvvigionamento dell'esercito seguisse regolarmente.

Ad onta che qualche reclamo venisse ancora portato al Comitato di Pubblica Difesa, pure in generale si ebbero soddisfacenti rapporti intorno al servizio d'approvvigionamento, che nel resto fu bene assecondato anche dalle città per le quali l'esercito, ritirandosi, passava: e quando esso si trincerò sotto le mura di Milano, tutti i mezzi, tutti gli sforzi furono messi in opera per ristorarlo. Oltre le razioni ordinarie, a cui era obbligata la ditta De Santi e C., il Comitato ordinò a ciascun fornaio della città di apprestare cento libbre di pane da once 28,26 fece distribuire razione doppia di carne arrostita, varie centinaia di brente di vino ed acquavita, formaggio, zigari ecc.; e sapendosi che l'esercito difettava di camicie, ne ordinò il giorno 3 agosto27 la requisizione di 40.000, che in parte furono raccolte e distribuite ed in parte si stavano raccogliendo il giorno della fatale catastrofe.

Il Comitato può dare le più solenni assicurazioni, certo di non essere smentito, che vi fu una vera gara nei cittadini nell'adoperarsi a fornire mezzi onde ristorare un esercito valorosissimo che, soltanto per imperizia dei suoi generali e per fatali combinazioni di stenti sofferti e lunghi digiuni, era ridotto ad uno stato di quasi totale sfasciamento. Le truppe erano commosse delle fratellevoli cure dimostrate a loro favore, e quando la guardia nazionale di Milano ed altri molti cittadini si recarono nelle file dell'esercito a portarvi le parole della simpatia e del conforto, risposero quelle brave truppe con sentimenti di pari simpatia, ricambiando e ripetendo anch'esse le assicurazioni di volersi battere, di voler difendere la città, di voler vincere o morire insieme.

Vedeva il Comitato con vera esultanza lo slancio cittadino per ristorare l'armata, e s'adoperava esso stesso a quest'intento con ogni alacrità e con tutti i mezzi che stavano a sua disposizione, sia perchè era codesto un vero debito di giustizia verso la prode armata che aveva sparso tanto sangue e sofferti tanti disagi per la causa italiana e per il nostro riscatto, sia perchè, avvedutosi il Comitato che da taluni Piemontesi posti in alto grado si tendeva a predisporre, nella asserita mancanza di un efficace concorso della città, un pretesto per disertare Milano e con essa la causa italiana, dovevasi ogni cura adoperare onde un tale pretesto scomparisse e si annullasse davanti a prove luminose di carità e di entusiasmo popolare.

Mentre poi il Comitato pensava all'approvvigionamento dell'oggi non trascurava di assicurarsi che i viveri non avessero a mancare per lo avanti. Dalle verificazioni fatte risultò che per l'approvvigionamento tanto dell'esercito quanto della città, v'erano farine per otto giorni e che per altri quindici giorni vi erano generi in natura e bestiami28. Questo è quanto bastava a rendere perfettamente tranquilli, perchè con un esercito di più di quarantamila uomini a difesa della città, non era possibile di non aver libera qualche porta per foraggiare nella vicina pinguissima campagna e così accrescere gli approvvigionamenti già accumulati per tre settimane; — era del resto a supporsi che per un più lungo periodo avesse a protrarsi la situazione delle cose militari

La più grave difficoltà si presentava per l'apprestamento delle farine, delle quali però già n'esistevano, come si disse, per otto giorni. Nell'interno della città vi sono alcuni mulini che però non sarebbero bastati a macinare la sufficiente quantità di farine. Questo servizio veniva fatto dai molti mulini posti fuori della città, e per la maggior parte compresi nel raggio del campo trincerato, dove era accampato l'esercito italiano. Ai primi allarmi destati dal cannone austriaco che si avvicinava, varj lavoranti mugnai di quei mulini lasciarono il loro posto ed alcuni carrettieri si rifiutavano a tradurre in città le farine. Ora a togliere questi inconvenienti il Comitato (che già il giorno 3 agosto aveva spedito ordini urgenti ai capiposti della guardia nazionale, stanziata alle porte della città, affinchè prestasse la più efficace assistenza per il trasporto delle farine dai mulini esterni nella città dove esistevano i forni militari) pregò il Commissario militare signor generale Oliveri a voler compartire le disposizioni occorrenti, perchè fossero presidiati i mulini che stavano nel perimetro del campo trincerato.

Il generale freddamente rispose che il Comitato si dovesse dirigere ai singoli generali di stazione nei riparti del campo dove esistevano i mulini. Ma non credendo il Comitato che sarebbe ubbidito da codesti generali, che non potevano riconoscere l'autorità del Comitato stesso, scrisse questi nella notte del giorno 4 a S. E. il generale Salasco capo dello stato maggiore di sua Maestà, pregandolo di dare gli ordini perchè fossero presidiati i detti mulini.

Contemporaneamente ancora il Comitato incaricò il signor marchese Francesco Cusani persona di propria confidenza, addetto allo stato maggiore del reggimento cavalleria Savoia, di pregare il suo colonnello perchè si adoperasse anch'esso ad ottenere che fossero presidiati i mulini e scortate le farine in città.. Il signor Cusani riferì al Comitato di avere avuto dal suo degno colonnello le più positive assicurazioni della sua cooperazione.

Con codeste misure non era dunque punto a dubitarsi che, mentre l'esercito ed i cittadini avrebbero esaurite le farine apprestate per otto giorni, se ne sarebbero preparate quante bastavano per alimentare i forni militari e civili per altri quindici giorni.

È poi da notarsi che il riso avrebbe in ogni caso offerto vitto abbondante per alcuni giorni e per l'esercito e pei cittadini. Oltre il riso accumulato nella città e nei dintorni del raccolto dello scorso anno, se ne poteva avere di quello così detto della Puglia del nuovo raccolto. E si noti ancora che Milano è circondato da numerose mandre di giumenti, e che quindi in nessuna ipotesi avrebbero potuto nemmeno mancare le carni, dappoichè un esercito numeroso avrebbe sempre mantenuto in comunicazione la città colla campagna.

Ad onta di tutto questo, il Comitato di Pubblica Difesa volle abbondare in cautela, e con decreto del giorno 3 agosto ordinò la requisizione di venticinquemila moggia di grano e riso29 perchè servissero di scorta in qualunque evento per l'esercito e pei cittadini.

Eppure si vedrà più avanti che la mancanza di viveri fu addotta a pretesto della capitolazione!

Se non che, prima di abbandonare l'argomento dell'approvvigionamento dell'esercito, è necessario di notare un fatto universalmente riconosciuto, il fatto cioè che la Intendenza generale dell'esercito ha mancato o per ignoranza o per colpa al suo incarico.

Il soldato era bensì ben nudrito, come il ministro Franzini ebbe a dichiarare avanti alle camere di Torino, ma per procurargli un tale nutrimento si dovettero fare immensi sacrifizii e si dovette incontrare una spesa doppia di quella che sarebbe occorsa se ben sistemata fosse stata l'intendenza generale dell'esercito.

Calcolando che dal 15 aprile al 15 luglio l'armata piemontese ascendesse a 60,000 nomini e 6000 cavalli; tenuto per base il prezzo di fornitura di cent. 95 per ogni razione di viveri e lire 2. 30 per ogni razione di foraggio, la spesa avrebbe dovuto essere di fr. 2,372,000. Ma ad una somma più che doppia ascende il valore delle somministrazioni effettivamente consegnate ai magazzini dell'esercito, ponendo a calcolo quanto fu liquidato a favore della ditta De Santi e le somministrazioni fatte dalle città e comuni che dovettero supplire all'imprevidenza dei generali e della Intendenza, che non designavano opportunamente i luoghi dove fissare i magazzini distributori.

All'Intendenza spettava di far trasportare i viveri dai magazzini ai centri dove stanziavano le truppe; ad essa quindi sono dovuti i tanto lamentati ritardi nella somministrazione dei mezzi di sussistenza. Il Comitato potè verificare il cattivo servigio reso da quella Intendenza quando l'esercito era sotto le mura di Milano. I magazzini erano in città e quindi vicinissimi alle truppe, eppure i viveri rimanevano accumulati senzachè la Intendenza avesse date le disposizioni per la divisione degli approvvigionamenti nelle diverse località dove l'esercito era trincerato e per il relativo trasporto dei viveri. Il difetto eragrave che la Commissione chiamata a dirigere e sorvegliare il buon servizio dell'approvvigionamento dell'esercito, ebbe autorizzazione dal Comitato di requisire all'uopo mezzi di trasporto, soccorrendosi di concerto colla apposita Commissione incaricata della requisizione dei mezzi di condotta. La commissione istessa dovette pure fissare un regolamento per la distribuzione dei viveri all'esercito che, approvato dal Comitato, avrebbe avuto corso, se i fatali avvenimenti del giorno cinque non lo avessero reso completamente inutile.

Nei tre giorni della battaglia, e dopo quell'epoca, in difetto di un centro amministrativo regolatore, ogni generale, ogni capitano pensava a provvedere le sue truppe; ed avvenne ripetutamente che un corpo di due o tre mila uomini si ritenesse convogli di 10 e più mile razioni. Dopo aversene prese a sazietà le abbandonavano senz'altra cura al nemico che incalzava.

Mancavano anche i necessari presidii ai magazzini, mancavano le scorte armate ai convogli che dovevano trasportare i viveri al luogo della destinazione. Il giorno 25 luglio erano arrivate sulla piazza di Goito 70.000 razioni di pane. L'ispettore del magazzino domandò un presidio di guardia che non fu fornito. I condottieri all'avvicinarsi dell'allarme fuggirono coi carri e coi viveri, e l'esercito fu privato di sì abbondanti provviste.

Per l'onore delle armi italiane le Camere piemontesi devono istituire una Commissione d'inchiesta sulla condotta dell'Intendenza annonaria dell'esercito.

Che se anche la città, nell'abbandono dell'esercito, fosse stata costretta a subire un assedio, non però avrebbe patito penuria dei più necessari elementi di sussistenza, ne sarebbe stata posta nel pericolo di temere la fame. Le farine per otto giorni erano già pronte: e quando i mulini interni della città avessero servito soltanto pei cittadini, non anco per l'esercito a cui appunto per buona parte servivano negli ultimi giorni, si sarebbe potuto ridurre in farina i grani che esistevano in città per altri 15 giorni, essendosi oltre a ciò destinato una macchina a vapore della strada ferrata come forza motrice della macina di grano.

Aggiungansi il riso, le carni, i salati, i legumi, gli altri mille generi offerti da una grande e ricca città, che concorrevano a rimuovere ogni apprensione anche nel caso d'una lunga resistenza della città assediata.

 

Difesa militare della città e del territorio. — Venendo ora a dire della difesa militare della città e del territorio non anco invaso, vogliamo far precedere lo stato delle munizioni che si trovavano in Milano.

La Commissione d'armamento e mobilizzazione della guardia nazionale aveva distribuito il giovedì, 3 agosto, 500,000 cartuccie ai diversi corpi della guardia nazionale e ne teneva un deposito di altre 500,000 nel Palazzo Nazionale sulla piazza del duomo. A cura della detta Commissione si apprestavano 150,000 cartucce al giorno coi materiali che le venivano forniti dai magazzini del ministero della guerra.

A disposizione della Sezione d'armamento, presso il ministero della guerra, tenuta calcolo anche della polvere trasportata in città dalla polveriera, esistevano Kilogr. 9000 polvere da cannone, Kilogr 45,000 polvere d'archibugio e N. 400,000 cartucce già pronte, notandosi che negli ultimi tre giorni ne erano state distribuite altre 300,000. La Sezione d'armamento apprestava giornalmente 200,000 cartuccie.

Se Milano dovesse o no approvvigionarsi di munizioni da guerra anche per fornirne all'esercito, questo è argomento sul quale il Comitato di Pubblica Difesa, chiamato da ieri ad esercitare le sue funzioni, non saprebbe portare giudizio. Se Milano doveva star preparata anche a codesto bisogno e non vi stette, ne renderà conto rigoroso il ministero della guerra di Milano, sul quale pur troppo pesa una grave responsabilità per l'infelice esito della guerra. Questo per altro è certo che le munizioni non mancavano per la difesa che avessero opposto la guardia nazionale ed i cittadini.

Del resto quanto alla provvista della polvere è notevole che, per più di due mesi dalle diverse Intendenze Provinciali di Finanza, si vendettero giornalmente a privati 600 sui mille kilogrammi di polvere, che venivano fabbricati alla polveriera di Lambrate: e buona parte al certo di quella polvere era raccolta in Milano.

Per accrescere poi, quanto più si poteva, la fabbricazione della polvere, il Comitato di Pubblica Difesa, con decreto del giorno 30 luglio, dichiarò d'uso pubblico, per la polveriera di Lambrate, quell'acqua che, servendo all'irrigazione di terreni privati, era d'impedimento al continuo movimento della ruota idraulica di quello stabilimento — ed istituì una seconda polveriera in Milano, che avrebbe potuto funzionare anche durante l'assedio della città.30

Se non che chi conosce con quali mezzi e con quante munizioni i Milanesi siano riesciti nella lotta delle cinque giornate del marzo, non potrà dubitare che Milano non presentasse sufficienti mezzi per impegnare e sostenere una seconda lotta, fosse pure più ostinata e più difficile di quella prima.

Già col giorno 27 luglio, all'annunzio dei rovesci toccati all'esercito sulle sponde del Mincio, il Comitato d'armamento e mobilizzazione della guardia nazionale aveva ordinato la mobilizzazione di cento uomini per ciascun battaglione31 e, riputandosi davvicino minacciata Brescia, fu immediatamente fatta partire per quella volta, e sotto gli ordini del veterano generale Zucchi, la guardia di tal modo mobilizzata e circa altri due mila uomini di nuove reclute che stavano nei depositi di Milano.

Di più il Comitato di Difesa diede ordine al generale Garibaldi di partire immediatamente coi suoi soldati verso la provincia bergamasca, autorizzandolo ad assoldare altre truppe per farvi la guerra delle bande. In tre giorni il generale Garibaldi aveva sotto l'armi tre mila nomini, e si portava pure sotto Brescia.

Ma gli avvenimenti della guerra s'andavano incalzando a precipizio, ed interpellato il re al quartiere generale vicino a Cremona, intorno al suo piano strategico, onde Milano potesse agire di conserva, rispose dapprima che avrebbe schierato il suo esercito fra il Po e l'Adda, appoggiando la dritta a Cremona e la sinistra a Pizzighettone, e nel giorno successivo partecipò che sarebbe venuto a difendere la linea bassa dell'Adda fino a Cassano: pensasse Milano alla difesa della linea superiore da Cassano a Lecco.

Fu allora che il Comitato di Pubblica Difesa, secondando la spontanea offerta di molti benemeriti ingegneri della, città32, li mandò sulla linea dell'Adda a dirigere i lavori delle fortificazioni, ai quali fu immediatamente dato mano colla massima alacrità — ed a disporre per rompere le strade, per tagliar gli argini, per minare i ponti ecc.

Proclamò inoltre il Comitato, con decreto del giorno 1 agosto33, la leva in massa dagli anni 18 ai 40; e chiamò tutti appunto sulla linea dell'Adda sì quelli muniti di fucile, sì gli altri che, non essendolo, dovevano portare con zappe, scuri, badili per i lavori di fortificazione di quella linea, per la difesa della quale furono anche richiamate le truppe mobilizzate comandate dal generale Zucchi, e le bande capitanate dal generale Garibaldi.

La sola città di Milano e suoi Corpi Santi furono esclusi dalla leva in massa, specialmente perchè avvicinandosi il nemico, era necessario di tenere ben presidiata la città e disponibili molte braccia per lavorare nelle fortificazioni di Milano, che erano state progettate il giorno 30 luglio da un consiglio di guerra formato dai generali che erano presenti in Milano, da due ufficiali superiori di artiglieria e genio (Cadorno e Pettinengo) e da alcuni fra i più esperti ingegneri della città.

L'armata piemontese come è noto, non fece una seria resistenza all'Adda. L'annuncio del passaggio di quel fiume, operato dall'armata austriaca a Grotta d'Adda, destò in Milano un nuovo allarme, e nella notte del giorno 2 al 3 agosto una deputazione, composta da due membri del Comitato di Pubblica Difesa, generale Fanti ed avv. Restelli, e da Gaetano Strigelli, membro del Governo Provvisorio, si portò a Lodi per sentire quali fossero le intenzioni del re intorno alla difesa di Milano. La deputazione arrivò a Lodi all'albeggiare e fattasi annunciare allo scudiere di Sua Maestà, le venne risposto avere il re dato ordini che non riceverebbe fino alle otto del mattino; si dirigesse la deputazione dal generale Bava.

La deputazione si portò immediatamente da lui ed, espostogli il motivo della sua missione, n'ebbe formale risposta che il re aveva determinato di portarsi col suo esercito a difendere Milano, calcolando per altro sull'efficace cooperazione dei cittadini. La deputazione disse al generale Bava di assicurare il re che i cittadini di Milano erano disposti alla difesa, e che sarebbesi il loro ardore rinfervorato se il prode esercito piemontese veniva a trincerarsi sotto le mura della città per difenderla: essersi già incominciate le opere di fortificazione nelle parti più facilmente attaccabili: sarebbersi assiduamente spinti i lavori per terminare al più presto.

Si adoperarono allora per far proceder alacremente le fortificazioni di Milano tutti gli ingegneri già richiamati dalla linea dell'Adda omai superata dal nemico; e contemporaneamente si pubblicò un bando col quale, disdetta la chiamata della leva in massa, sulla linea dell'Adda, si ingiungeva a tutti di portarsi sopra Milano34, come a Milano dovevano riunirsi il generale Zucchi ed il generale Garibaldi.

In seguito poi alle assicurazioni date dal generale Bava, a nome del re, che sarebbe questi venuto con tutto il suo esercito a difendere Milano, provvide il Comitato con ogni possa perchè le opere di difesa della città nelle parti deboli, fra porta Tenaglia e porta Vercellina, fossero ancora più energicamente condotte; e mentre nei giorni antecedenti si era trovata qualche difficoltà ad avere numerose braccia per quei lavori, nei giorni 3 e 4 si ebbero migliaia di lavoratori che vennero allettati ad accorrervi anche colla promessa di uno stipendio pressochè doppio della mercede ordinaria dei braccianti.35

Quando, a cura del Comitato di Difesa, venne radunato, il giorno 30 luglio, il consiglio di guerra, furono non soltanto determinate le fortificazioni della città, ma fu anche regolato tutto il servizio della difesa, dividendone il comando nei singoli circondari, e completando ogni centro di difesa di tutti i diversi suoi rami, artiglieria e genio, pompieri per l'estinzione degli incendii, ambulanze, munizioni, pubblica sicurezza e quant'altro poteva concorrere alla più efficace resistenza.

Tutte le narrate disposizioni per la difesa della città venivano accolte con favore dai cittadini, e quanto era lo sbigottimento momentaneo che produceva nei loro animi l'annuncio del continuo ritirarsi dell'esercito, altrettanto era l'entusiasmo che si ridestava all'appressarsi del pericolo e allo spettacolo della città per tali provvedimenti fieramente atteggiata a respingerlo.

Fino dal giorno tre il popolo domandava le barricate, ed anzi in qualche parte verso il Castello, già si era dato mano ad erigerle. Sapeva il popolo quanto esse avessergli giovato nelle cinque giornate del Marzo, ed amava rinnovarle, desideroso di rinnovare con esse le glorie di quei giorni.

Il Comitato di Pubblica Difesa, che pur avrebbe voluto immediatamente secondare il generoso slancio del popolo, non credette ordinare in quel giorno le barricate, e attendendo a coordinare la propria azione colle mosse dei capi militari, limitossi a farle costruire solo alle porte della città, sebbene non avesse mancato di prendere le opportune disposizioni perchè, dietro il primo segnale, il popolo accorresse alla costruzione delle medesime. Disponeva che gli ingegneri si dividessero fra loro i quartieri della città per sorvegliare e dirigere la formazione delle barricate in modo che carri e cannoni potessero liberamente percorrere le vie, sì che le barricate non fossero d'impedimento all'azione libera del servizio dei cannoni dalle mura all'interno, e del trasporto dei viveri. Con un bando poi il Comitato avvisò i cittadini che la patria era in pericolo, e che il suono della campana a stormo delle Chiese avrebbe annunciato che il momento era venuto per le barricate.

Non aveva creduto il Comitato di farle erigere fino dal giorno tre, perchè, sull'opportunità della misura non si erano per anco presi i concerti col commissario militare generale Olivieri, concerti necessari onde per avventura al piano di difesa della città, che fosse stato combinato per l'esercito, non controperassero le interne barricate.

Dovendo qui il Comitato narrare un incidente seguito in concorso del detto generale Olivieri, è necessario, all'intelligenza del fatto, indicare quali funzioni esso, sig. Olivieri, fosse venuto ad esercitare in Milano.

Negli ultimi giorni di luglio il generale Olivieri arrivò a Milano, crediamo, coll'incarico del comando delle truppe in Lombardia, e fin d'allora fu detto che sarebbe stato nominato altro dei commissari reali che in esecuzione della legge d'unione col Piemonte, avrebbero esercitato il potere esecutivo in Lombardia, a nome del ministero di Torino. Restò in Milano qualche giorno ed, essendosi offerto di partire per Torino, a sollecitare da quel ministero, in nome del Governo Provvisorio lombardo, l'invio dei diciotto battaglioni di riserva, che già si dicevano designati a rinforzare l'esercito, se ne partì per ricomparirvi ben tosto, e precisamente, se la nostra memoria è fedele, il due d'agosto, apportatore del dispaccio, col quale veniva annunciato essere stati nominati dal ministero il generale Olivieri in commissario militare, il marchese Montezemolo commissario per le finanze, e Strigelli commissario per l'interno, sotto la presidenza del generale Olivieri. I commissari assumevano da quel momento tutti i poteri del Governo Provvisorio che veniva, a nome della legge d'unione col Piemonte, trasformato in consulta, siccome erano conservati i diversi comitati nella qualità di uffici consultori.

Sul fatto della rassegna dei poteri del Governo Provvisorio nelle mani dei tre commissari reali venne redatto processo verbale in concorso di questi ultimi e dei membri del Governo.

Così, cessando i poteri del Governo Provvisorio, cessavano pure di legale necessità anche i poteri del Comitato di Pubblica Difesa che li rilevava appunto da quello. Avrebbe dovuto in quell'istante il Comitato desistere dalle sue funzioni, ma quei signori commissarii pregarono il Comitato di continuare la loro cooperazione negli istanti difficilissimi del pericolo. Come i membri del Comitato credettero loro dovere di non rifiutarsi all'assunzione del mandato, loro conferito dal Governo Provvisorio nel momento in cui l'opinione pubblica inquieta reclamava un accentramento d'azione, così per la ragione istessa di non disertare in faccia al pericolo, risposero ai signori commissarii reali che in fatto avrebbero continuato nelle loro funzioni. Il generale Olivieri fece però bene positivamente avvertire che qualunque disposizione del Comitato dovesse essere a lui sottoposta per la sua sanzione e che in nome dei commissarii sarebbero state pubblicate le prese determinazioni.

La precipitazione per altro degli avvenimenti della guerra fu tale e tanta, ed i provvedimenti che dovevano essere dati, erano di tale e così sempre crescente urgenza, che il Comitato era obbligato dall'imperiosa necessità delle circostanze, di provvedere anche indipendentemente dal commissario militare, il quale del resto non si mostrava gran fatto disposto a secondare quanto riguardava la difesa della città.

Il Comitato aveva pubblicato il bando che invitava i cittadini ad erigere le barricate al primo suono della campana a stormo; e nel giorno stesso di questa pubblicazione il generale Olivieri nelle aule del Governo Provvisorio se ne lamentò amaramente: disse imprudenza che fosse così gettato l'allarme nella popolazione, mentre il pericolo era ancor lontano e protestò che avrebbe fatto rientrare il Comitato nei limiti delle proprie attribuzioni.

Il Comitato invece, vedendo avvicinarsi il pericolo non temeva di gettar lo sgomento nel popolo, bensì conoscendone la intrepidezza, voleva metterlo in guardia perchè con dignitosa calma si preparasse alla lotta. Non ignorava però che la opportunità del momento della erezione delle barricate doveva fissarsi d'accordo colle mosse dell'esercito, onde alla difesa di esso si coordinasse anche il sistema di difesa interna. Nel stesso adunque prima di far suonare a stormo, interpellò il general Olivieri, il quale dichiaro inopportuna la misura, ostacolo, anzi che giovamento, alla difesa che l'esercito avrebbe fatto della città; al che i membri del Comitato allora dovettero arrendersi.

Nel quattro di buon mattino rimbombava il cannone. Le notizie del campo, e il fragor della battaglia vieppiù crescente annunziavano l'accostarsi del nemico alla città: il popolo, non spaventato, ma fieramente ansioso voleva le armi, voleva la costruzione delle sue inespugnabili barricate.

A due ore dopo mezzo giorno, due dei membri del Comitato di Pubblica Difesa, il general Fanti, e l'avvocato Restelli si recano dal general Olivieri, esprimendo il generoso desiderio del popolo e la necessità di soddisfarlo, e per premunirsi contro il pericolo vicino, e per infiammare vieppiù cogli apparecchi della resistenza gli animi già risoluti. Al che il generale Olivieri rispondeva di nuovo: essere, inopportuna la misura, non doversi partecipare e accrescere gli allarmi del popolo, farsi grave insulto all'esercito e a suoi duci, costruendo barricate in una città, alla cui difesa stavano 45 mila soldati: che però quel , trovandosi a pranzo dal re, avrebbe provocate le sue determinazioni. Pareva partito preso dal general Olivieri di opporsi ad ogni costo a che Milano si facesse forte delle sue barricate.

Un'ora dopo giunge la notizia che una batteria era perduta, che un battaglione era stato fatto prigioniero, e che il nemico era alle porte. Allora, senz'altra partecipazione, il Comitato fa suonare le campane a stormo in tutte le chiese della città, fa battere la generale perchè la guardia nazionale si trovasse tutta pronta sotto l'armi ai rispettivi quartieri; e dato appena il segnale dell'azione, cominciò uno di quegli spettacoli solenni e commoventi che bastano a far giudizio di un popolo. Uomini, vecchi, donne, ragazzi di tutti i ceti, di tutte le età, con quella festosa benchè austera serenità che dimostra la fiducia della vittoria, accorrevano a costruire barricate. Verso la mezzanotte del giorno istesso Milano ne era tutta gremita e resa un campo di battaglia inespugnabile. Si leggeva sulla faccia di tutti il desiderio di rinnovare le glorie delle cinque giornate: l'avvicinarsi del pericolo aumentava l'entusiasmo: — chi era in Milano in quel giorno e fu testimonio dello slancio generale del popolo nell'apprestarsi alla difesa, deve deplorare amaramente che gli sia stata imposta una ignominiosa capitolazione! E debbe essersi arco profondamente convinto essere impossibile che Milano rimanga una città austriaca!

Lo stesso giorno quattro il re entrava in città, fissando in Casa Greppi il suo quartier generale. Uno dei commissarii reali annunziava verso le ore quattro pomeridiane ad un membro del Comitato, che nella sera il re avrebbe mandato a Radetzki due de' suoi generali, ma non fu detto con quale missione. Quasi contemporaneamente si presentò il signor Marchese Montezemolo ad annunciare al Comitato di Pubblica Difesa che esercitasse pure liberamente le sue funzioni, che il re voleva confermate. Nella stessa sera, mentre già alcune case erano state incendiate per ordine del re, un aiutante di campo venne a domandare al Comitato, a nome del re stesso, l'autorizzazione ad incendiare le case, poste vicino alle mura, che per ragioni di strategia nuocevano alla difesa della città: sulla quale interpellazione rispondeva il Comitato che non v'era luogo ad esitanza se il distruggere quelle case era necessità di difesa; meravigliarsi anzi che il re mandasse per l'adesione ad operazioni reclamate dallo scopo, pel quale il popolo aveva abbastanza dimostrato d'essere pronto a qualsiasi sagrificio.

Durante la notte tutta la città fa illuminata dalle fiamme delle case fatte incendiare lungo la linea di circonvallazione. Questi incendii, che dal popolo si credevano dati nello scopo della difesa, erano salutati con festa, ed accrescevano colla luce solenne delle fiamme l'ebbrezza del proposito di una gloriosa resistenza. Fu distrutto così un valore di molti milioni di franchi; pur nessuna querela; i proprietarii stessi od assistevano impassibili all'opra di distruzione, o di loro mano concorrevano ad aiutarla.

La mattina del giorno quattro una Deputazione della Guardia Nazionale si era presentata al re, al suo quartiere generale fuori di Porta Romana, accompagnata dal Commissario sig. Gaetano Strigelli. La deputazione assicurò il re delle disposizioni della Guardia Nazionale a difendere la città, e il re alla sua volta diede le più formali assicurazioni che esso i suoi figli e le sue truppe erano del pari determinati alla più energica resistenza.

La Guardia Nazionale non mancò alla sua promessa. Si mantenne sotto l'armi al suo posto, durante la notte, come al loro posto restarono la Guardia Nazionale mobilizzata e le muove reclute capitanate dal generai Zucchi. La città fu diligentemente percorsa da frequenti pattuglie di guardie nazionali, ed i cittadini spontaneamente, come già avevano usato nelle cinque giornate del marzo, facevano guardia alle barricate. Il popolo aveva domandato armi, e il Comitato gli aveva aperti i magazzini della Commissione d'armamento della Guardia Nazionale e della Sezione d'armamento presso il ministero della guerra: l'attitudine della popolazione era quanto poteva mai credersi bellicosa; e dicasi pure festosamente bellicosa. Le scolte di guardie nazionali e le truppe di linea venivano salutate col grido Viva l'Italia e lo stesso grido si udiva tutt'intorno echeggiare sui baluardi.

È debito di giustizia rammentare che i soldati e quasi tutta l'ufficialità dell'armata piemontese, al pari delle truppe lombarde, partecipavano allo stesso entusiasmo della Guardia Nazionale e dei cittadini. Anelavano di dividere coi fratelli milanesi la gloria di un'ostinata resistenza. Oh! come diversa da tanto generoso ardore era l'attitudine di sepolcrale freddezza colla quale i generali di sì valorose truppe, annunciavano dopo poche ore la capitolazione stipulata con Radetzki!

Colla più grande ansietà si attendeva l'albeggiare che, nell'opinione di tutti, sarebbe stato salutato dal cannone nemico: ma, con sorpresa universale s'inoltrava il mattino senza rumori di guerra. Questo silenzio era riputato di sinistro augurio!

Il re chiamò quella mattina il corpo municipale, esponendogli i motivi pei quali era stato necessitato di proporre condizioni d'accordo al generale Radetzki anche per risparmiare la città. Il Municipio espresse il desiderio che venisse sentito anche il Comitato di Pubblica Difesa e lo Stato Maggiore della Guardia Nazionale.

Chiamati si portarono al quartier generale del re i tre membri del Comitato di Difesa, il generale Zucchi comandante in capo e Giorgio Clerici comandante in secondo della Guardia Nazionale, con pochi ufficiali che venne fatto di riunire al momento.

Essi non furono introdotti presso il re: in sua vece furono accolti da varii de' suoi generali, fra i quali Olivieri, Salasco e Bava. Il generale Olivieri espose che il re era venuto a Milano colla ferma determinazione di difendere la città, ma che imperiose circostanze lo avevano posto nell'impossibilità di realizzare tale suo desiderio: l'infelice successo del fatto d'arme del giorno antecedente aveva prodotto la perdita di una batteriaessere stato intercettato il parco dell'artiglieria di grosso calibro e le munizioni da guerra — aversene così per una sola giornatasapersi pur troppo che v'era mancanza di viveri per l'esercito e per i cittadinidifettarsi di denaro, ed essersi perciò il re determinato, nella sera del giorno antecedente, a fare proposizioni d'accordo con Radetzki, anche per risparmiare la città da un estremo eccidio, poichè inutile sarebbe stata qualunque resistenza. — Le proposizioni d'accordo erano le seguenti: che il re colle sue truppe si ritirerebbe al di del Ticino, domandando che la città fosse risparmiata, e si accordasse oblio totale del passato per i compromessi in questa guerra e facoltà a qualunque cittadino di partire insieme all'armata. A queste proposizioni Radetzki rispose: che accettava la ritirata dell'esercito al di del Ticino — avrebbe risparmiata la città: — avrebbe avuto, per ciò che stava in lui, quanto al passato, i riguardi voluti dall'equità — che voleva la consegna di Porta Romana per essere occupata militarmenteaccordava la sortita dei cittadini colle truppe del re per tutta la giornata fino alle sei pomeridiane di quello stesso giorno.

La capitolazione venne presentata dai generali Olivieri e Bava coll'aspetto di un fatto compiuto, ed al certo lo era. I generali non ne facevano mistero, solennemente protestavano che l'armata sarebbe partita, e già se ne era dato l'ordine. Parlò Olivieri della determinazione presa dal re di proporre accordi a Radetzki: determinazione suggerita da imperiose necessità; e poichè le condizioni da lui offerte erano state in massima accettate, non esservi più altro a ridire. Si voleva aver l'aria di interpellare il Comitato di Difesa, la Guardia Nazionale, e il Corpo Municipale per dividere la responsabilità di un atto umiliante, ma era troppo evidentemente codesto un artifizio postumo e meschino. La capitolazione era un fatto consumato.

Si parlò anche dell'intervento francese, ma alcuno dello Stato Maggiore del re, rispose che, quand'anche lo si fosse ottenuto, questo non poneva portarci aiuto prima di venti giorni.

Il generale Zucchi disse pur troppo non potersi la città difendere per stessa, senza l'esercito: ma essere troppo breve il periodo lasciato ai cittadini per seguirlo: doversi pregare il re ad interporsi presso Radetzki onde ottenere su questo punto una più larga concessione.

L'avvocato Restelli soggiunse, che, come membro del Comitato di Difesa, credeva suo dovere di fare qualche osservazione intorno alle cose esposte dal generale Olivieri, e innanzi tutto di fissare la posizione del Comitato nei rapporti di una capitolazione che già fosse stipulata o si volesse stipulare. Rilevare il Comitato di Pubblica Difesa i suoi poteri dal Governo Provvisorio, e però aver cessato legalmente di esistere col cessare del Governo stesso: che se i Commissarii reali, nell'assumere i poteri, in relazione alla legge d'unione della Lombardia col Piemonte, vollero che il Comitato continuasse di fatto nelle sue funzioni e se anco così volle il re, tutto questo non dava al Comitato un potere deliberante: come tale infatti non essere stato chiamato: declinare quindi il Comitato qualunque responsabilità per qualsiasi accordo che avesse il re stipulato col nemico. Ma dimandato del proprio parere, il Comitato astenendosi dal commentare il grave motivo, accennato dal generale Olivieri, della mancanza di munizioni e dell'intercettato parco d'artiglieria (che non si sapeva spiegare come non fossero coll'esercito nel luogo dove dovevano essere adoperate) osservava: non esser veri gli altri fatti allegati della mancanza di viveri per l'esercito e per i cittadini, e la mancanza di denaro. Non essere vera la mancanza di viveri perchè v'erano farine già apprestate per otto giorni e provvigioni di grani per quindici: — non essere vera la mancanza di denaro, perchè, quantunque in cassa vi fossero poco più di 100,000 franchi, già il Comitato aveva provveduto, perchè in quello stesso giorno e nel succesivo fossero ricossi i quattro milioni per la prima rata del prestito forzoso toccato a Milano ed essersi poi anche pensato siccome a rimedio estremo all'espediente della carta monetata. Non negando del resto l'asserita mancanza di munizioni per l'esercito assicurava che però la città ne era a sovrabbondanza provvista. Questo quanto ai motivi: quanto alla massima l'avv. Restelli dichiarò, come membro del Comitato di Pubblica Difesa, come cittadino e come italiano, di protestare, come protestò contro quell'ignominioso patto: che quantunque l'esercito piemontese, ritirandosi al di del Ticino, abbandonasse la città a stessa, questa doveva difendersi fino all'estremo: essere la popolazione disperatamente disposta alla difesa come se ne aveva avuto una prova nell'entusiasmo mirabile dimostrato nella formazione delle barricate, e nell'accorrere festosa all'armi nel giorno antecedente, e durante la notte, anelando che il nemico attaccasse: dover esser codesto entusiasmo secondato e non paralizzato turpemente da una umiliante capitolazione: che se la città era destinata a soccombere, sarebbe caduta salvando almeno l'onore, che invece da quella capitolazione era vilmente compromesso.

L'altro membro del Comitato, dott. Pietro Maestri, dichiarò di associarsi alle osservazioni e proteste del collega Restelli e contro alcune parole del podestà Paolo Bassi, che insinuava doversi risparmiare la città dall'ira nemica, soggiungeva non avere il Corpo Municipale il diritto di rappresentare in questo argomento l'opinione pubblica dei cittadini, che del resto troppo manifestamente si era dimostrata propensa per la difesa; alla protesta dell'avv. Restelli si associarono con maggiore energia fra i capitani della Guardia Nazionale, il sig Enrico Besana ed il dottore Paolo Bonetti.

Convennero tutti i presenti intorno al fatto della inconcussa determinazione dei cittadini alla resistenza, fatto riconosciuto dagli stessi generali piemontesi. Pure nella supposizione non mai contraddetta da questi che la capitolazione dovesse già ritenersi un fatto compiuto, il discorso continuò soltanto per parte dei tre membri del Corpo Municipale sulla natura dei singoli patti onde ne fosse migliorata la condizione dei cittadini. Si domandò come avvenisse che l'esercito lombardo non fosse stato contemplato nella capitolazione, ed a questa interpellazione rispose il generale Bava che era sua opinione individuale, che i soldati lombardi avrebbero potuto seguire l'armata come cittadini: che però punto non garantiva tale sua interpretazione del relativo patto della capitolazione. Così il re abbandonava all'interpretazione più o meno benigna, che avrebbe dato Radetzki (!), ad un patto dubbio della capitolazione, il sapere se i trenta mila soldati dell'esercito lombardo sarebbero o no stati fucilati come ribelli!!

Saputosi appena in città che una capitolazione era seguita, s'alzò un grido d'indignazione, e dicasi pure di disperato furore. Si gridò al tradimento. Vagavano i cittadini forsennati per la città, protestando contro l'ignominioso patto: por ogni dove risuonava il grido: piuttosto morire che vedere ancora gli austriaci! Alcuni fra quelli che i primi sparsero nella città la notizia della capitolazione furono uccisi a furore di popolo, quasi ne fossero stati complici, o fossero agenti prezzolati dal nemico per portare la confusione e l'anarchia, tanta fatica costò il persuadersi che potesse nemmeno sorgere l'idea d'una capitolazione. La casa Greppi, dove abitava il re, fu barricata, ne furono guardate le sortite, e quando ne escirono gli equipaggi e i convogli, il popolo staccò i cavalli e coi carri rovesciati chiudeva la via. Fu anche scaricato qualche fucile contro le finestre dell'abitazione del re. Intanto i benemeriti Signori Pompeo Litta ed Abate Anelli, i soli fra i membri del Governo Provvisorio che fossero rimasti al loro posto, fatti interpreti del voto del popolo, che non voleva transazioni col nemico, pubblicarono un bando di protesta contro la capitolazione, di cui al re stesso fu presentato un esemplare36.

Aggiungiamo un altro fatto assai significante che dimostra ad un tempo quale fosse la suscettività della guardia nazionale e dei cittadini contro ogni benchè lontana idea di capitolazione — e come invece gli aderenti del re cercassero anche indirettamente di favorirla gettandone la responsabilità sui cittadini.

Quando si avvicinò il pericolo per la città si trovò generalmente la convenienza di nominare il Podestà, carica municipale non peranco stata rimpiazzata dopo che il conte Gabrio Casati fece parte del Governo Provvisorio di Lombardia ed indi del ministero di Torino. Ordinariamente il Consiglio Comunale propone una terna al Governo per la nonnina del Podestà, sua stante l'urgenza del provvedimento il Governo Provvisorio autorizzò il Consiglio Municipale a nominarlo direttamente. Il Consiglio nominò il sig. avv. Agostino Sopransi: ma essendo questi cognato del generale Welden, la Guardia Nazionale e moltissimi cittadini, tuttochè tributassero alla persona del sig. Sopransi i sentimenti di ben dovuta stima, espressero il desiderio che ei non fosse Podestà, onde nemmeno apparentemente si potesse considerare come mediatore predisposto a negoziare una capitolazione per la città. Una deputazione della Guardia Nazionale si presentò al signor Gaetano Strigelli membro del Governo Provvisorio e commissario reale per l'interno e gli espresse codesto desiderio. Strigelli ne parlò a Sopransi che diede la propria rinuncia. Fu convocato di nuovo il Consiglio Comunale e ne fu nominato a podestà il sig. Paolo Bassi.

Il sig. Strigelli aveva convocato d'urgenza il Consiglio Comunale per la sostituzione del sig. Sopransi senza darne partecipazione al generale Olivieri. Or quando questi seppe che in luogo di Sopransi era stato nominato Bassi, si dolse fortemente con Strigelli perchè avesse provocata la sostituzione di Supransi. Olivieri desiderava che fosse podestà di Milano il cognato di Welden, supponendolo propenso alla capitolazione che da lui, Olivieri, dal suo partito gesuitico e dal re si voleva ad ogni costo37.

Pure allo spettacolo della tremenda reazione che l'annuncio della capitolazione destava nel popolo sotto gli stessi occhi del re, parve che questi ne fosse scosso, e ricevuta appena la protesta dei due membri del Governo Provvisorio, fece proclamare dal balcone che, vedendo i cittadini tanto risoluti a difendersi, ei pure coi suoi figli avrebbe versato fin l'ultima stilla di sangue per la difesa della città — che avrebbe pur sempre continuato a combattere per la indipendenza d'Italia. I cittadini non credettero a questo bando verbale, e vollero che il proclama fosse stampato, ciò che in fatti seguì38.

Codesto annunzio fa accolto da alcuni festosamente e da altri con incredula freddezza. Lo si ritenne dai più un mezzo per addormentare il popolo e di prepararsi così l'opportunità di sottrarsi dalla vigilanza dei cittadini, che lo volevano pegno prezioso perchè la capitolazione non seguisse.

Infatti, mentre, si proclamava dal re la determinazione di resistere, e mentre per dare una apparenza di verità a questa determinazione continuavasi a far incendiare le case lungo la strada di circonvallazione, e mentre si mandava a qualche corpo di truppa il contrordine della partenza, altre truppe cominciavano a sfilare fuori della città: già si sguarnivano i baluardi, già tutto nel campo era movimento per la partenza.

Il generale Olivieri chiedeva che gli venisse lasciato libero il passo per recarsi da Radetzki ed annunciargli che la capitolazione non era accettata. Si offriva l'ingegnere Susani di accompagnarlo: il popolo voleva che a lui si unisse altra persona. Al generale Olivieri non andava a grado la compagnia dei due testimoni, e fu detto che di codesta missione era stato incaricato un ufficiale. Ma nessuno, per quanto se ne sa, fu mandato a Radetzki. Fu crudele inganno il rifiuto della capitolazione e la promessa di voler difendere la città.

Più tardi il Podestà, il Presidente della Congregazione Provinciale e l'Arcivescovo si portarono da Radetzki, e ne ottennero la prolungazione del periodo utile per i cittadini di uscire dalle porte fino alle ore otto della sera del giorno successivo.

La fatale catastrofe era compiuta. Il Re e la sua camarilla volevano dar seguito alla capitolazione, qualunque pur fosse il dissenso dei cittadini. La resa di Milano era condizione ai patti stipulati per le proprie truppe. Egli doveva mettere la Porta Romana in possesso di Radetzki, e ne rispondeva dell'esecuzione il suo esercito di quaranta mila uomini e cento pezzi di artiglieria. La città, resistendo, doveva passare per gli orrori della guerra civile, contro il Re e le sue armi prima di combattere Radetzki. I cannoni piemontesi a Porta Vercellina erano rivolti contro la città!

La posizione era disperata. Fino allora l'ordine aveva regnato nella città: le truppe, la Guardia Nazionale, i cittadini erano al loro posto, pronti alla difesa. Ma quando si riconobbe che la capitolazione doveva essere inevitabilmente eseguita, subentrò la anarchia, la dissoluzione.

Tutti smarriti, tutti vaganti per la città, senza sapere dove si dirigessero: tutti attoniti al miserando spettacolo di un esercito valorosissimo che si ritirava, quasi senza colpo ferire, davanti a un nemico tante volte da lui messo in fuga, e allo spettacolo ancor più lagrimevole di una eroica città alla quale era imposta una umiliante capitolazione, mentre era disperatamente deliberata a rinnovare le glorie del marzo. Quando i cittadini videro impossibile la resistenza emigrarono in massa. Più di cento venti mila persone, i tre quarti della popolazione, si sparsero esuli fuori dal territorio lombardo!! Mai non fu visto uno spettacolo così eminentemente nazionale! La storia terrà conto a Milano di così sublime protesta contro il tradimento di Carlo Alberto e contro il giogo straniero! Un centinaio di cittadini smarrirono la ragione in quei momenti nefasti!

Chi crederà, dopo i fatti che colla più scrupolosa esattezza abbiamo narrato, che il Re abbia avuto la audacia di dire e di ripetere, dal suo Quartiere Generale di Vigevano, nei proclami dei giorni 7 e 10 del corrente mese, che Milano mancava di denaro e di sufficienti munizioni di guerra e di bocca per difendersi? Chi crederà che Carlo Alberto, perfino in contraddizione al suo Proclama del giorno sette39, diretto ai suoi amatissimi popoli nel quale espone che esso, e non i milanesi, ottenne mediante una convenzione di salvare Milano e l'armata, chi crederà, diciamo, che Carl'Alberto nel posteriore Proclama del giorno 1040 abbia spinta la menzogna fino ad asserire che la capitolazione fu da lui soltanto iniziata e che fu dai Milanesi medesimi proseguita e sottoscritta? Non ha forse lo stesso Re veduto l'ardore, non ha forse lui stesso, il Re, veduto il furore da cui era animato il popolo per la difesa della città, l'indignazione generale all'annunzio di una capitolazione? Non fu esso stesso fatto prigioniero dal popolo, che lo voleva ostaggio onde la capitolazione non seguisse? Che se tre membri del Corpo Municipale furono così deboli di aderire ad una capitolazione, già pur troppo conchiusa senza il loro intervento ed alla quale non hanno del resto preso parte che per migliorare la condizione dei cittadini, non è lecito senza ledere vergognosamente la verità, l'allegare che i milanesi o soli od uniti al Re l'abbiano continuata e sottoscritta. Chi dirà che quei tre membri del Corpo Municipale avessero mandato di legale rappresentanza dal paese? Chi dirà che essi fossero l'eco fedele delle sue opinioni se osarono aderire ad una capitolazione in faccia all'apparecchio guerriero di una città folta di barricate e in mezzo alle dimostrazioni più violente per rinnegarla: se, quando ogni altro mezzo riuscì a vuoto, il popolo milanese protestò di nuovo contro essa, emigrando in massa? Era un'emigrazione nuova e sorprendente di persone di tutte le età, di tutti i sessi, di tutte le condizioni: famiglie povere che si traevano dietro a i propri fanciulli, madri che si portavano in collo i bambini, popolani ruvidi e scarsi di fortune che forse per la prima volta abbandonavano la nativa città. Gli stessi soldati piemontesi, commossi, generosi, si prestavano al pietoso ufficio di togliersi sulle spalle i fanciulli che non potevano reggere alla fatica del lungo viaggio! Or vedasi se Carlo Alberto può accusare Milano di complicità, accusare una cittadinanza a cui egli medesimo ha procurato tanti patimenti e tanta sventura?

A migliaia, specialmente dall'alta Lombardia, dal Lago Maggiore, dal Lago di Como, dalle Valli Subalpine, dalla Brianza, dai Distretti di Luino e di Varese accorrevano sopra Milano gli armati della leva in massa; ma, si tosto il fatale annunzio della capitolazione si sparse nella campagna, quelle generose bande si sono, fremendo, disperse. È certamente al dissotto del vero l'affermare che ben cinquantamila armati erano in cammino per piombare sopra Milano, di cui la maggior parte erano già alla distanza di poche miglia dalla città. Anche il generale Garibaldi con cinque mila uomini e due cannoni era già vicino a Monza, quando gli giunse la notizia della capitolazione.

Notisi poi che ad alcuni Comitati, nei due giorni antecedenti, era stato contromandato l'ordine della leva in massa, e ciò certo contro le istruzioni del Comitato di Pubblica Difesa; contr'ordine di cui si ignorano completamente e l'origine e lo scopo.

Molti pensano che il sacrifizio di Milano, anzi di tutto il territorio Lombardo-Veneto e dei Ducati, sia stato concertato dal Re e dai suoi cortigiani subito dopo la sconfitta di Sommacampagna e Custoza., e che quindi la ritirata sopra Milano non sia stato che un mezzo per attuare tale turpissima combinazione.

Che che ne sia stato detto, oramai, dopo che sono venute in luce le ritrosie del Re e della sua Camarilla Gesuitica intorno all'intervenzione francese, perfino nei momenti in cui le infelici sorti delle armi italiane la reclamavano altamente, urgentemente, appare ben chiaro, che quando Milano inaugurò colla propria liberazione la guerra della indipendenza, il Re Carlo Alberto intervenne col suo esercito nella lotta, non già soltanto per volersi fare esso ed i suoi figli i campioni della causa d'Italia, ma principalmente per impedire che nelle Provincie Lombardo-Venete si inalberasse la bandiera repubblicana, e non venisse addomandato il soccorso dei Francesi, che avrebbero invincibilmente piantata nel paese quella bandiera.

Il bando disinteressato col quale Carlo Alberto entrò sul territorio Lombardo non era sincero. Egli aspirava ad unire ai suoi Stati anche le Provincie Lombardo-Venete ed i Ducati, e lo voleva nel più breve termine possibile. Lo prova l'indirizzo del conte Martini del giorno 6 aprile, a suo nome diretto ai Governi Provvisorî di Lombardia, di Venezia e dei Ducati, col quale veniva espresso positivamente l'invito per l'immediata convocazione dell'assemblea Nazionale; lo prova la sua condotta militare verso la Venezia, retta nei primi mesi a forma repubblicana, lasciata sempre senza difesa, perchè nella speranza di un aiuto piemontese, s'inducesse più facilmente alla immediata fusione; lo provano le mene insistenti dei Ministri che circondavano il Re, la condotta dei suoi inviati nelle città che voleva aggregare alla sua corona.

Il progetto è riescito. Tutte le Province lombarde, tutte le Province venete, tutti i Ducati votarono per l'unione col Piemonte sotto la condizione, tranne questi ultimi, di una nuova costituzione da stabilirsi da una Assemblea Costituente eletta sulla base del voto universale.

Operata la fusione, sembrava, che l'interesse personale, l'interesse dinastico, l'amor proprio, l'ambizione del re lo dovessero calorosamente spingere a liberare al più presto dallo straniero la terra italiana. Crediamo che il re abbia operato di buona fede nei fatti della guerra fino alla sconfitta del giorno 25 luglio. Crediamo che fino allora non vi sia stata che una grande imperizia. L'esercito era valorosissimo ed i suoi generali ammirabili per incapacità. Dopo la sconfitta, vediamo il tradimento.

Se non che dobbiamo tener conto di alcuni fatti importanti avvenuti in questi quattro mesi di guerra, che rivelano quelle intime tendenze che nei momenti della sventura si tradussero in tradimento aperto.

V'era un partito forte nel Piemonte, e ve n'era uno degli stessi principî non meno forte all'esercito, rappresentato dall'Alto Stato Maggiore e dai Consiglieri che circondavano il Re, a cui la condizione apposta dai Lombardi per l' unione col Piemonte, la condizione cioè della nuova costituzione formata da una Assemblea eletta col voto universale metteva paura. Era il partito retrogrado-gesuitico; e gli uomini che ad esso appartenevano, se non contrariarono, non favorirono almeno il sollecito scioglimento della grande questione italiana, che nella loro opinione doveva inaugurare una nuova era di temuta libertà. Le scandalose discussioni seguìte alla Caunera dei Deputati di Torino, e le scissure ministeriali sul progetto della legge di unione, furono per tutti i buoni di ben triste augurio per l'avvenire della libertà italiana.

Al campo non si seppe, anzi non si volle tirare il dovuto partito dai volontari, da questo generoso elemento della rivoluzione. Non furono essi abbastanza appoggiati dall'esercito, furono trascurati, anzi compromessi in posizioni difficili in cui era quasi impossibile una efficace resistenza. Nei volontari era l'elemento repubblicano, male accetto quindi allo Stato Maggiore del Re, benchè avessero in ogni scontro dimostrato molto coraggio personale nell'affrontare e battere il nemico.

Intanto la guerra veniva trascinata in lungo per influenza principalmente del partito retrogrado, rimasto in Piemonte ed esistente al campo, che voleva ritrarsene per trincerarsi in casa propria dietro il baluardo dei vecchi privilegi e della propria supremazia, compromessa altamente dal nuovo ordine di cose.

V'è chi assicura, che anche prima dei funesti tre giorni di luglio, non fossero abbastanza giustificate le frequentissime comunicazioni fra il Re e Radetzky. Pur non crediamo che fin d'allora fosse iniziato il vile trattato.

Ma dopo la battaglia perduta dalle nostre armi per evidente imperizia dei generali, che non seppero portare la sufficiente quantità di truppa sul vero punto strategico, riconobbe il re, riconobbero i suoi generali, riconobbero i suoi aderenti che l'esercito più non bastava a far trionfare la causa italiana e, determinati com'erano di non giovarsi delle forze generose ed insurrezionali d'Italia, bisognava necessariamente avessero ricorso all'intervento francese. Da quel punto predominò un sol pensiero, quello di salvare gli antichi Stati di Piemonte col sacrificio delle province Lombardo-venete e quindi della causa italiana. Tutto allora si dispose a questo fine. Mentre si iniziavano le trattative con Radetzky, si andarono mendicando pretesti di giustificazione alla diserzione che si preparava.

Tutte le notizie ufficiali giunte a Milano dal campo assegnavano quale cagione unica della sconfitta di Sommacampagna e Custoza, la mancanza di viveri, e ne traspariva evidente il rimprovero alla Lombardia, quasi per essa fossa avvenuto che i viveri non fossero stati forniti. Si è detto e ripetuto che varii corpi non ebbero viveri quali per quarant'otto ore, quali per trentasei, e che i soldati, sfiniti per gli stenti e le fatiche, morivano per le vie d'inedia. Il fatto è pur troppo vero, ma era giusto di renderne responsabile il Governo Lombardo o la Lombardia? Noi abbiamo già veduto che causa ne fu l'imprevidenza dello stato maggiore e dell'intendenza d'approvvigionamento, che non seppero scegliere a proposito le località per i magazzini dei viveri, ne farne seguire opportunamente e con effetto le distribuzioni ai singoli corpi. La Lombardia, perchè esatto fosse il servizio dei viveri, fece ancor più che non doveva, in relazione alla convenzione stipulata col Piemonte; fornì, cioè, a proprie spese i mezzi pei trasporti dai magazzini alle truppe: che se l'intendenza non seppe adoperarli, è forse alla Lombardia che se ne deve la colpa?

Del resto anche nei giorni funesti del luglio non si sarebbe sentita gran fatto la mancanza dei viveri, se fosse almeno stato possibile ai soldati di riposarsi quanto bastava per provvederli e per consumarli: ma non appena codesti infelici, già stanchissimi e sfiniti, s'apparecchiavano a prendere qualche cibo, suonava il tamburo dell'allarme, ed era ordinata la marcia. Non era dato al soldato nemmeno il tempo necessario di prendere uno scarso alimento, ed i cibi, solo a mezzo apprestati, per la precipitazione della ritirata erano abbandonati al nemico.

Il cuore sanguina nel narrare tali tristissime sorti toccate ad un valorosissimo esercito che, sotto abili duci, era destinato a rivendicare l'onore dell'armi italiane. La Lombardia più d'ogni altra parte d'Italia deplora tanta sciagura, ma sa di nulla aversi a rimproverare per i lunghi digiuni sofferti dall'esercito. La Lombardia non ha mancato all'obbligo suo di fornire i viveri e può dire d'averli profusi con improvvida abbondanza; e se vi ha lamentanza, questa anzi deve muovere da lei per lo sciupamento disastroso di anti valori, abbandonati pingue preda al nemico, per difetto di opportuni provvedimenti dello stato maggiore e dell'intendenza dell'esercito. La Lombardia però non muoverà un tale lamento se la profusione almeno ha potuto in qualche modo concorrere a diminuire la sciagura, a sfamare alcuno dei nostri soldati italiani.

Un'altra accusa che sentimmo fare alla Lombardia, gettata parimente avanti come pretesto a quella diserzione che si preparava, è che essa non abbia abbastanza efficacemente concorso alla guerra, e che non abbiano i Lombardi resistito al fuoco nemico nei tre giorni della lotta. Sentimmo noi stessi mossa questa accusa dal piemontese generale Sobrero, incaricato del portafoglio della guerra presso il Governo Provvisorio di Milano, quando già si operava la ritirata dell'armata dal Mincio.

Noi pure crediamo che la Lombardia avrebbe dovuto concorrere più efficacemente che non abbia fatto, alla guerra dell'indipendenza. Il Governo Provvisorio, ed in ispecie il ministero della guerra, che del resto fu coperto, meno i primi giorni della rivoluzione, da piemontesi, cioè da Collegno prima, e da Sobrero di poi, renderanno ragione all'Italia di ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto; ed in particolare renderanno ragione come non si sia tenuto conto degli elementi generosi insurrezionali, tutti propri di una guerra nazionale. Pur nondimeno diciamo che l'accusa, che ci viene buttata in faccia non è fondata abbastanza per un pretesto ad una sleale diserzione.

Quarantaduemila Lombardi, dei quali quattordicimila volontari ed il rimanente truppe regolari, hanno preso parte alla guerra che si combatte. Lo Stelvio, il Tonale, il Caffaro furono sempre guardati da volontari lombardi, che seppero soffrire ogni disagio e respinsero ripetutamente il nemico con coraggio degno di migliori destini; e codesti volontari tengono tuttora intrepidi le valli subalpine, dove vivo si conserva il sacro fuoco dell'insurrezione nazionale. Anche dopo la capitolazione di Milano ebbero i volontari lombardi brillanti fatti d'arme a Lonato, allo Stelvio ed a Luino. Nel Tirolo fecero prova di un valore disperato, che non sarebbe statovuoto d'effetto se fossero stati meglio secondati nelle loro mosse dalle truppe regolari.

Le truppe di linea lombarde, formate naturalmente da reclute recenti, erano da poco entrate in campagna. La maggior parte fu adoperata al blocco di Mantova, ed il rimanente ha preso parte alla battaglia infelice delle tre giornate del luglio. Noi non vogliamo assolvere nessuno: chi si condusse da vile se ne abbia la sua giusta parte di infamia: ma pur volendo essere imparziali, dobbiamo mostrarci meno severi verso reclute nuove, appena addestrate all'armi ed alle evoluzioni militari, e guidate o da ufficiali affatto nuovi, o da ufficiali piemontesi che in generale erano quanto v'aveva di meno atto nelle truppe alleate. Se il valoroso ed agguerrito esercito piemontese per l'incapacità de' suoi generali fu costretto ad una fuga fatale, come si poteva attendere che avessero a resistere delle truppe fatte da ieri? Quelle poi stanziate sotto Mantova furono travolte materialmente nell'onda dell'esercito che si ritirava, dopo la battaglia di Villafranca e Custoza.

Del resto non sarà qui inutile rammentare due fatti importanti: l'uno che, quando pur fossero state in maggior numero e di maggior bravura le truppe lombarde, non c'è ragione a credere che più fortunate sarebbero state le sorti della guerra, poichè l'infelice esito di queste si attribuisce da tutti indistintamente all'incapacità dei capi: questa poteva ripararsi accrescendo la quantità delle forze a loro affidate, se pur forse un tale aumento non avrebbe contribuito a far più grande la confusione. L'altro fatto a notarsi è che i Lombardi che erano a guardare i passi alpini ed all'armata, erano pure quei dessi che dal giorno 18 al 22 marzo posero fuori di combattimento, nella grande lotta insurrezionale che nel territorio lombardo inaugurò la nostra rivoluzione, più di diecimila soldati austriaci fra morti, feriti e prigionieri: chi oggi fa prove di coraggio, dimani muta tempra e diventa codardo.

Che se parliamo di sacrifici pecuniari, la Lombardia ne fece di immensi. Il solo mantenimento dell'esercito piemontese costò ben quindici milioni di franchi. S'aggiungano le spese di mantenimento e le paghe dell'esercito lombardo; si tenga conto dell'ingentissima spesa di equipaggiamento ed armamento di più di quarantamila uomini, con servizio di quattro batterie e di mille artiglieri: si faccia calcolo delle spese d'armamento della guardia nazionale, e si vedrà che nessun sacrifizio di denaro fu ommesso perchè la causa nazionale trionfasse. Sono note le ingenti somme spontaneamente offerte da' privati e i non meno rilevanti valori di oro ed argenti offerti sull'altare della patria. la Lombardia crede di avere fatto molto per ciò: colla coscienza della grandezza della causa, essa aveva pur quella degli immensi sacrifizi; per lei e per l'Italia era una quistione di vita o di morte e la Lombardia l'accettava come tale, pronta a sagrificarsi intera, senza esitanza, senza lamento. Che se più non diede, egli è perchè non le fu domandato, egli è perchè fu ad arte assopito lo slancio di ineffabile abnegazione col quale essa era da principio risorta. E se ancora ha mossa una parola a tale riguardo non è che per respingere un'accusa orribile, immeritata, che troppo grave le pesa, dal partito retrogrado artificiosamente diffusa in Piemonte, per colorire di men trista luce l'abbandono premeditato e voluto della causa italiana.

A rinforzare l'argomento, dobbiamo notare che a muovere querele di codardia, ai Lombardi nelle aule del Governo provvisorio per preparare il terreno della capitolazione e dell'armistizio, venuti in luce di poi, fu quello stesso generale Sobrero, incaricato del portafoglio della guerra, che insieme al suo degno collega generale Olivieri poneva ogni cura di far apparire che la popolazione di Milano non era disposta alla difesa; fu quel desso che negli ultimi giorni supremi dell'imminente pericolo ostava alle misure le più efficaci a scongiurare la tempesta; e se furono armate ed equipaggiate le bande di Garibaldi, se fu proclamata la leva in massa, se furono erette le barricate, se furono distribuite le armi al popolo, ciò dovette fare il Comitato di Difesa senza il consenso, anzi contro il voto del ministro della guerra, quello stesso che quanto più si avvicinava il pericolo, tanto meno di attività mostrava nel suo ministero, così che ad ogni momento dovette il comitato di Difesa provvedere a ciò che invano veniva reclamato di tutta urgenza nelle sue aule deserte. Il ministro s'occupava invece del pagamento di vecchi conti che poteva essere differito, impoverendo così improvvidamente la cassa di circa un mezzo milione in quei giorni difficilissimi in cui le spese erano grandi quanto il pericolo, e preparando così al collega Olivieri l'altro pretesto della mancanza di danaro per farsi forte ad imporre a Milano la vergogna della capitolazione.

Dopo fatti così gravi non è egli lecito di asseverantemente ammettere che, se già prima della battaglia di Villafranca e Custoza il re ed i suoi aderenti non avevano peranco immolata a Radetzky la Lombardia, ne abbiano convenuto il sacrifizio tosto dopo quella battaglia, comprando così col tradimento la salvezza degli antichi suoi stati? Radetzky deve avere imposto fin d'allora al re la consegna della città di Milano, quale condizione prima dell'armistizio all'ombra del quale si sarebbe esso ritirato col suo esercito al di del Ticino. Il re vi ha acconsentito preparandosi a sfuggire all'infamia mediante una lunga ed abilmente ordita menzogna.

Accenna oggi di portarsi alla difesa della linea dell'Adda, e perchè gli si creda, eccita i Milanesi a fortificarla da Cassano a Lecco. All'Adda non fa resistenza e protesta di venire a difendere Milano colla condizione che la città efficacemente lo assecondi. Intanto invia non a Milano, che dice voler difendere, ma a Piacenza il parco della grossa artiglieria e le munizioni41. Lascia al tempo stesso che suoi Commissari si portino a Milano ad assumere i poteri sovrani della Lombardia42 — e lascia che ciò avvenga senza altro scopo in fuor di quello che avessero ad impadronirsi del paese alla vigilia, del giorno in cui ne ha deliberato il sacrificio, perocchè del resto non v'era momento più inopportuno per interrompere l'azione del potere. Nei giorni del pericolo ogni turbamento è fatale, ogni potere è impossibile il quale non conosca il paese e non abbia la confidenza del popolo.

Però il re cerca di versare su quelli che possedono una tale confidenza tutta la responsabilità degli avvenimenti e conferma le funzioni del Comitato di Pubblica Difesa. Affetta anzi di deferirgli tanto, che gli fa dimandare di potere distruggere le case circostanti alle mura, della città che sono di ostacolo alla sua difesa; ciò che fa eseguire dopo aver deliberato di mandare, anzi dopo aver già mandato i suoi generali a Radetzky per segnare la capitolazione! Del resto le funzioni del Comitato sono, nell'argomento principale della difesa, paralizzate dal Commissario Olivieri. Questi ogni mezzo adopera per far emergere che Milano manca alla condizione sulla quale il re era venuto alla sua difesa, pone ogni cura per far credere che Milano non si è preparata, ed impedisce per asserite viste strategiche e per non fare insulto all'esercito la formazione delle barricate. L'incaricato del ministero della guerra, seconda le viste dell'Olivieri: sta inerte, non favorisce le mosse del Comitato. Pur le barricate si elevano, la guardia nazionale stabile e mobilizzata è in armi, vivo l'entusiasmo dei cittadini, tutto pronto ad una disperata resistenza. Olivieri all'aspetto sublime del nostro popolo non può negare per un resto di pudore, che la condizione voluta del potente concorso dei cittadini non siasi verificata: allora si allegano, come motivi alla capitolazione, la mancanza di munizioni, la mancanza di viveri, la mancanza di denaro. Questi due ultimi motivi sono dimostrati falsi: il primo, la mancanza di munizioni, è parimenti falso per ciò che concerne la difesa interna della città: per ciò che riguarda l'esercito, se era reale, fu procurato con mala fede, giacchè è impossibile il supporre che per mera imperizia siano stati inviati cannoni e munizioni dove non dovevano servire. Furono mandati a Piacenza onde non si trovassero a Milano43. Il giorno quattro il re combatte sotto le mura di Milano fuori Porta Romana, e si ritira con perdita, mentre lascia nell'inazione le numerose truppe accampate alla sua destra ed alla sua sinistra. Porta il suo quartiere generale in città e manda suoi inviati a Radetzky per la capitolazione. Il Comitato di Difesa, la guardia nazionale protestano, la popolazione fieramente resiste. Il re inganna il popolo, promettendo di testare col suo esercito e di dare l'ultima stilla del suo sangue per la difesa di Milano, mentre l'ordine che le truppe s'incamminino dalla città verso il Ticino, quelle truppe che già fino dal giorno prima, quando ancora non si parlava di capitolazione, avevano istruzioni di tenersi pronte alla partenza! Il re evade col suo Stato Maggiore, all'ombra della notte, in mezzo a' suoi carabinieri, e mantiene la parola a Radetzky di consegnargli la città!

Popolo generoso a quale trista prova eri riservato! Festosamente ti disponevi a rinnovare le gloriose prove del marzo, a suggellare una seconda volta col sangue il sacro proposito di voler scosso il giogo straniero, e il tradimento ti strappò l'armi di mano! Ma l'animoso tuo slancio, ma la tua solenne protesta dell'emigrazione in massa sono fatti che tramanderanno il tuo nome onorato alla storia. O la giustizia per Dio è un nome vano, o un tal popolo non è destinato ad essere schiavo!

Se non che, se poteva ancora restare un dubbio che nella capitolazione di Milano non vi fosse il tradimento, questo fu posto in luce senza più col posteriore infame armistizio44 delle sei settimane condizionato alla cessione di Peschiera, Rocca d'Anfo, Brescia, Osopo, Venezia e i Ducati: armistizio proclamato come iniziatore di un trattato di pace. Così Carlo Alberto, spada d'Italia, consegna all'Austria anche quelle piazze, quel territorio, che a prezzo del nostro sangue avevamo reso libero dallo straniero. E tutte codeste importantissime fortezze, e tutto codesto territorio s'impegna il re di consegnare all'Austria, mentre ancora alta risuona la sua parola di voler essere pur sempre esso ed i suoi figli campioni dell'italiana indipendenza, mentre recentissime erano le assicurazioni date dal suo satellite, generale Olivieri, che il re abbandonava Milano per ritornarvi dopo quindici giorni!

Dove nell'armistizio sono i corrispettivi per l'armata piemontese della cessione a Radetzky di sì importanti fortezze? I corrispettivi sono tutti per il re; egli si è preparato nell'Austria un buon alleato, che possa mettere all'occorrenza al dovere anche i liberali del Piemonte!

Del resto il tradimento si compie col più imperturbabile cinismo. Il re non pensa nemmeno a garantire le preziose vite dei cittadini e dei generosi che stanno a difesa delle piazze che si è impegnato di cedere a Radetzky. Le ha affidate alla protezione imperiale, il che torna lo stesso che averle avventurate all'arbitrio discrezionale del nemico. In Venezia si trova il prode general Pepe coi bravi Napoletani, che restarono fedeli alla bandiera italiana, non ubbidendo al richiamo dell'infame Borbone; lo stesso Carlo Alberto incoraggiò la diserzione, ed ora sacrifica brutalmente quei generosi alleati, consegnandoli all'Austria, perchè o li renda al crudele loro re, o ne faccia, essa stessa giustizia col rigore delle leggi della guerra! Vi è in Venezia un battaglione di volontari Lombardi e molti allievi della scuola d'artiglieria e genio di Milano, vi sono due battaglioni Bolognesi e varie migliaia di guardie nazionali Venete mobilizzate, vi è la marina Veneta così benemerita alla causa italiana. Chi crederà che il re dovesse così turpemente obliare le sorti di chi con tanta fermezza e valore ha finora difeso quell'inespugnabile baluardo dell'indipendenza Italiana? L'infame non esercita la sua autorità di re sulle province aggregate a' suoi antichi Stati, che per farne mercato, vendendole all'Austria. Ma questo non si compirà, lo speriamo per Venezia. — Venezia almeno resisterà, disconoscendo un armistizio da essa non acconsentito, un armistizio intrinsecamente nullo perchè iniquo, un armistizio incostituzionale perchè il re di proprio arbitrio, senza il concorso dei poteri costituzionali, non poteva cedere alcuna parte del territorio dello Stato. Resista la generosa Venezia, si mantenga, come ora è, viva e potente l'insurrezione nelle Valli Subalpine, e non tarderanno a sorgere giorni più avventurati per questa nostra cara patria! Tutto il Piemonte e la Liguria, tutta la Romagna e la Toscana, si ridestano all'attuale, all'imminente invasione dello straniero. Le province da lui occupate con trepida ansietà attendono il segnale per inalberare di nuovo la bandiera tricolore. Gli emigrati giurano a migliaia che l'Italia sarà; e l'Italia farà i supremi sforzi per riconquistare la minacciata sua indipendenza, mentre con fiducia attende il possente soccorso della generosa nazione francese, che non avrà al certo inutilmente invocato. La questione che si dibatte è questione suprema di principî, ancor prima che questione Italiana. È una fase del gran problema se l'Europa sortirà dalla lotta che l'agitademocratica, o cosacca.

Noi parliamo con questo scritto all'Italia ed all'Europa, non già allo scopo di fare inutili e troppo tarde recriminazioni, ma perchè serva di documento alla storia, perchè serva a gettar luce nella questione italiana, a rettificare i fatti che vediamo stranamente alterati dalla stampa straniera, forviata da chi ha interesse a travisare la verità a favore di questa vasta congiura che ogni giorno si ordisce a danno di tutti i popoli. Mentre la questione italiana viene discussa, e sarà forse risoluta, dalla diplomazia, è quanto mai necessario che se ne conoscano con scrupolosa verità tutte le fasi, tutte le intime cagioni. Della verità ed esattezza dei fatti narrati ce ne rendiamo mallevadori: che se pure avessimo errato nelle induzioni, innegabili stanno la successione e il concorso degli avvenimenti che ce le hanno irresistibilmente suggerite.

Dal partito retrogrado-gesuitico di Piemonte si tenta di insinuare gelosie e rancori fra il popolo lombardo ed il popolo ligure e piemontese. Si ardisce spingere la calunnia fino a tacciare la Lombardia di tradimento. il popolo lombardo ha tradito il piemontese, il popolo piemontese ha tradito il lombardo. E l'uno e l'altro furono traditi dal partito retrogrado e dal re. Stiamo in guardia contro questo partito che vorrebbe disunirci, perchè deboli abbiamo a subire il giogo del dispotismo. I due popoli hanno le stesse nobili tendenze, hanno le più vive reciproche simpatie, sono fratelli della stessa famiglia italiana: e il popolo lombardo, quantunque esser dovesse tristissimo lo scioglimento che il re e i suoi cortigiani preparano alla questione italiana, viva pur sempre e riconoscente conserverà la memoria verso la valorosa armata piemontese dei tanti stenti, dei tanti sacrifici sofferti, del tanto sangue versato per la comune nostra emancipazione. Ma dove v'ha il tradimento, sveliamolo francamente senza reticenze, senza riguardi, senza paura. Sono momenti supremi di estremo pericolo della patria. Il partito retrogrado che ci tradisce tenta di farsi strada al potere, ed il re lo seconda. Alcuni giornali, certamente di oneste intenzioni, cercano di salvare il re, dicendolo tradito e non traditore. In questo caso sarebbe un imbecille, indegno di reggere i destini della nazione. Ma oramai chi sia e quale sia questo re, ce lo insegnano pur troppo le nostre sventure. Egli ha perduta l'Italia; ma noi tutti, Lombardi, Veneti, Liguri, Piemontesi, noi tutti che formiamo una sola famiglia, vogliamo salva questa santa causi dell'Indipendenza della nostra patria sventurata! Dio salvi l'Italia!

Italia, 16 agosto 1848.

Per il comitato

RESTELLI

MAESTRI

 

Nota. Il generale Fanti, per gli attuali eventi separato da' suoi colleghi, non conoscendo questa pubblicazione, non può dividerne la responsabilità.





25 Vedi in fine: Documento I.



26 Vedi in fine: Documento II.



27 Vedi in fine: Documento III.



28 Vedi in fine: Documento IV che presenta il prospetto dell'approvigionamento della città.



29 Vedi in fine: Documento V.



30 Vedi in fine: Documento VI.



31 Vedi in fine: Documento VII.



32 Vedi in fine: Documento VIII.



33 Vedi in fine Documento XI.



34 Vedi in fine: Documento X.



35 Vedi in fine: Documento XI.



36 Nell'edizione antecedente accennammo che alla protesta erasi associato Cesare Cantù. Questo fatto non è esatto. Cesare Canrù che dal balcone dell'abitazione del re parlò nel senso di persuadere al popolo la rassegnazione, si associò ai signori Litta ed Anelli soltanto al bando che pubblicò la capitolazione, ed invitò la popolazione ad emigrare in massa. — Vedi in fine: Documento XII. (Nota del Comitato)



37 Basta questo fatto per provare che il sig. Strigelli non era complice del tradimento di consegnare Milano a Radetzki. È del resto abbastanza notorio il suo sincero amore per la patria. Lo stesso diciamo del sig. Montezemolo, altro dei regi commissari, il quale non contrariò ed anzi, per quanto stette in lui, favorì i provvedimenti del Comitato di Difesa; e noi stessi l'abbiam veduto addolorato per la immeritata umiliazione a cui si condannò Milano. Crediamo che il solo generale Olivieri fosse a parte del tradimento.

(Nota del Comitato)



38 Vedi in fine: Documento XIII.



39 Vedi in fine: Documento XIV.



40 Vedi in fino: Documento XV.



41 Da recenti informazioni sappiamo di certo non essere vero che il parco d'artiglieria e le munizioni siano stati intercettati dal nemico. Cento carri di munizioni erano a Magenta la mattina del giorno 6 agosto, ed il parco d'artiglieria era il giorno antecedente a Mortara. dove attese inutilmente l'ordine del re di farlo partire per Milano. Le strade da Milano per Magenta e Mortara erano liberissime dal nemico!



42 Vedi in fine: Documento XVI.



43 Vedi la nota antecedente.



44 Vedi in fine: Documento XVII.



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