Francesco Domenico Guerrazzi
La torre di Nonza

GUERRAZZI ROMANZIERE

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GUERRAZZI ROMANZIERE1

 

 

«Alle lettere umane spetta l'officio della colonna di fuoco che condusse gli Ebrei fuori della schiavitù dell'Egitto

Così scriveva Guerrazzi nell'additare qual via dovesse tenere lo Scrittore italiano: e se ai suoi giorni quella schiavitù era veramente di catene materiali e rafforzata da fitta siepe di bajonette fra indigene e straniere, ai nostri giorni è schiavitù di pensiero e di passioni. Lo scrittore deve prefiggersi uno scopo: non basta chiedere se un'opera è artisticamente buona, ma ancora se moralmente buono è il suo scopo, perchè giusta il pensiero di Foscolo, il poeta e il letterato devono formare una cosa col cittadino. E perchè a questi principii fu fedele il Guerrazzi, così all'apparire dei suoi romanzi, gli italiani si scossero come ad una rivelazione. Il venerando Giambattista Niccolini, quando lesse la Battaglia di Benevento, dicono avesse levato in alto le mani, esclamando:

– Di tanto ingegno è consolata ancora la deserta italica terra! Ora non son più solo a combattere le battaglie della libertà.

Manzoni che al romanzo storico deve principalmente la gloria, aveva scritto la sua famosa critica di quel genere di letteratura. Guerrazzi ne assunse invece la difesa con calore.

«Temono il romanzo storico (disse egli) di trista compagnia alla storia; credono che ne alteri la fisionomia e paventano che, uso com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci faccia smarrire il cammino che conduce all'utile verità: cosicchè la storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a fondare i suoi ragionamenti sopra immagini bugiarde, e quindi trarre conseguenze fallaci dove meglio si manifesta la necessità del vero. Quest'accusa non mi sembra ragionevole; prima di tutto, perchè gli uomini gravi, dando opera alla filosofia ed alla politica, non eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi... Il romanzo storico, come procede nella sua composizione? Prende per argomento un fatto pubblico o privato; anima i personaggi che vi partecipano; loro modo, affetti, linguaggio, sembianza e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si trovassero ai casi per l'appunto come gli antichi e moderni tragedi immaginarono. Chi lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che cotesti personaggi, di cui ci son note soltanto le vicende supreme, in cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero alla catastrofe finale che noi conosciamo unicamente, in tale o tal altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in Alfieri,, in Niccolini, in Ventignano mai li troviamo divisi. Che, se il romanziere entra nel regno della storia, come l'asino nei giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dell'asino e non dell'arte

Principii ed azioni andavano del pari: e dopo la Battaglia di Benevento uscivano dalla penna di Guerrazzi l'Assedio di Firenze, la Veronica Cybo, la Isabella Orsini, la Beatrice Cenci, la Vendetta paterna, la Torre di Nonza, la Storia di un moscone, Pasquale Paoli, il Cavalier Pelliccioni, la Figlia di Curzio Picchena.

L'Assedio di Firenze segnò una rivoluzione nell'arte e nel pensiero. In questo libro il romanziere cittadino evoca glorie e vergogne della patria: esalta l'eroismo che cade, tocca con parole di fuoco i vili e i traditori: e cronisti e storici mettono questo libro fra i fattori della riscossa italiana, non inferiore alle società segrete ed ai martirii. Mazzini scriveva dell'Assedio:

«Racconta e perora, descrive e giudica, premia o punisce ad uno ad uno egli stesso i personaggi che egli evoca. Talora ei s'identifica co' suoi eroi, più spesso con Firenze, col popolo, colla causa che il popolo e Firenze rappresentano; ma per breve tempo e non mai tanto che l'immagine sua si cancelli interamente per noi. Quando ci si avvede che noi stiamo presso per dimenticare il presente e confondere la nostra vita colla vita di Ferrucci, di Carducci, di Michelangelo, ei sottentra quasi minaccioso ad afferrarci, a svincolarci dalle individualità del romanzo, a ricacciare l'anima nostra, informata ancora di quell'impronta del passato nella realtà del presente, sì che ne senta più forte e più doloroso il contrasto

Ciascun romanzo ha uno scopo. La Veronica Cybo e la Isabella Orsini sono due faccie di una sola questione, dell'adulterio, che disonora, avvilisce, spinge al delitto e all'infamia. E come può la patria risollevarsi a dignità quando il vizio intorpidisce le anime, snerva il braccio? Nel Marchese di Santa Prassede (detto anche la Vendetta paterna) si mostrano gli effetti su quattro figliuoli della maledizione del padre barbaramente oltraggiato. Nella Beatrice Cenci rivelò una turpe pagina della storia dei signorotti romani e rivendicò una martire; la Torre di Nonza, la Storia di un moscone, il Pasquale Paoli descrivono la Corsica, isola diletta al Guerrazzi per l'indomita fierezza degli abitanti, per la resistenza opposta per lo straniero, per i costumi che ricordano i poemi epici.

La Torre di Nonza, che qui pubblichiamo, è uno dei più divertenti suoi romanzi, ricco d'aneddoti e di descrizioni sparse, notava il Bosio, «con quella amabile spensieratezza colla quale l'Ariosto versava a dritta ed a manca le stupende fantasie del suo Orlando.» V'è storia e leggenda; ma ogni pagina è eloquente e colorita per modo che incatena il lettore, lo innamora, lo trascina dietro ai voli della fantasia dello scrittore. Il libro comincia con un'invettiva contro i Francesi e termina con un appello alla fratellanza fra le due nazioni, destinate a compiere insieme opere durevoli per la libertà. Ed ecco anche questo libro venire in appoggio a quanto premettemmo, che cioè ciascun suo romanzo è opera di civile educazione.

Alcuni osservano che troppo si compiaceva nelle scene fosche e truci; ma anche in ciò era mosso dall'intento di scuotere la patria dalla sua letargia «col ferirla e coll'infondere nelle ferite solfo e pece infuocati.» Ma egli sentiva del pari profondamente la dolcezza degli affetti domestici: nello Scrittore italiano vergava queste parole:

«Havvi una gioja che non teme mutamento di tempo e per primavera non cresce, come per autunno non menoma: è la domestica...

«Se abbondano in te la tenerezza e la fantasia, la famiglia ti farà poeta nuovo, ed invece di logorare l'estro a raccontarci amori, sui quali per quanto Venere piova dall'aperto cinto grazie immortali, ella non può impedire che dalla materia surgano e nella materia si spengano, dirai le gioje e gli affanni dei casti talami, della cuna e della bara dei figliuoli, i riti, le solennità, le feste, e tutto quello infine che nella famiglia si accende, e per istarvi celato non tramanda meno il benefico calore d'intorno

Guerrazzi scriveva meditato: e per questo sconsigliava i giovani dal fare troppo e presto:

«Oh sconsigliati! esclama, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e produrre, le vostre creazioni di un'ora durano la vita d'un minuto; più spesso nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori; io vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e viete e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'immortali a noi uomini. Le vostre carte effimere pajonmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il vento disperde e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi il ronzìo della fama; confidate il nome vostro non all'ala dell'insetto, ma a quelle dell'aquila, che, se è bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri





1 La biografia di Guerrazzi l'abbiamo pubblicata nel volume 18° della Biblioteca Universale quale prefazione del romanzo Storia di un moscone.



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