Francesco Domenico Guerrazzi
La torre di Nonza

LA TORRE DI NONZA

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LA TORRE DI NONZA

 

– Io non mi rimovo dalle mie parole, continuava a dire Eleuterio a Severo, e' fu proprio la provvidenza la quale volle mettere la Francia giusto nell'umbellico d'Europa, affinchè questo suo agitarsi perpetuo ed inquieto, ed il fare continuo e il disfare, formassero materia di salute, a mo' dei venti, i quali scombujando l'aria, la mantengono sana. Talvolta sembra ch'ella rientri in stessa,

 

Come face le corna la lumaccia,

 

quasi volesse tornarsene addietro, e veramente come pare è, ma questo storno accade perchè ella possa prendere l'abbrivo per ispingersi più impetuosa d'irresistibile gagliardia avanti. No, Severo, no, io ti dico la Francia essere la vite di Archimede in Europa; senza lei non avanzerebbe la barca.

E Severo, che a capo basso pel grande rovello che lo rodeva dentro, scerpava un cesto di salvia, appena dal suono della voce gli fu dato argomentare che il discorso dello amico volgeva al fine, rispose commosso:

– O Signore perdonatelo voi! Invece io vo' che tu sappi, Eleuterio, come la Morte sentendosi vecchia, e trovato il cómpito grave alle ossute sue dita, abbia detto alla Francia: Orsù, dividiamo la fatica: quanto a me continuerò a uccidere i corpi, tu prenditi il carico di ammazzare le anime. Ora appunta gli occhi, e guarda: sopra la fronte ella mostra scritto: Errore, dopo le spalle: Distruzione: il suo passaggio è quello dell'arpia, imperocchè all'occhio e all'odorato lo palesi la lordura:

 

E molta feccia il ventre suo dispensa,

Tal che gli è forza d'otturare i nasi,

Chè non si può patir la puzza immensa.

 

Qual è la fede che ai suoi pestiferi fiati non intisichisca? Che mai di santo o di sacro rimane intatto al tocco perfidissimo di lei? L'animo dell'uomo, organo veramente divino, desidera le dita amorose di santa Cecilia per tramandare ai cieli gl'inni che sono delizia degli angioli stessi; costei vi si abbandona giù con le gomita, e lo strumento, singhiozzando gemiti di angoscia, va in pezzi. I custodi eletti della morale, come dell'onore dei popoli, colà depravati sopra gli altri; imperciocchè o sia la natura loro vinta dal reo costume, o la cupidità domini le menti, ecco raccolto quanto di fanghiglia deturpa le pubbliche vie, i baronali castelli, i tugurii del popolo, e il nuovo, o piuttosto rinnovato antro di Caco: essi ne scombiccherano le carte, donde si sparge pari al mal seme dell'oidio a contristare il mondo. tanto basta; gli scribi delle aborrite loro effemeridi (incredibile a dirsi, e non pertanto vero) sbracciansi a maledire qualunque nel medesimo brago non s'imbrodoli. Bell'arte da apprendersi cotesta, in di Dio! Egregio ufficio di scrittori alunni delle Grazie e delle Muse! In Italia, ch'eglino tanto ignorando vilipendono, o sapendo calunniano, in Italia, l'uomo memore della dignità sua innanzi tratto s'ingegna affaticarsi in benefizio della patria con le opere militari, o nelle bisogne di stato; dove questo gli venga conteso, con la penna, la quale soltanto ha virtù se cospiri a provvedere alla massima delle necessità patrie, la quale per noi, figliuoli degenerati del senno e del valore antichi, consiste nel bene adoperare la libertà dentro, e di fuori le armi. La regola migliore dell'arte è quella appunto che manca e non poteva trovarsi nella poetica di Orazio cortigiano di Augusto: la magnanimità dei sensi, dei detti, e dei gesti; per la quale cosa, tutta estetica di valoroso scrittore italiano adesso consista in questo: accendere i petti all'aborrimento di qualunque vilezza, ai gaudii della contenzione contro l'errore e la tirannide, alla voluttà di spirare l'anima in un grido di vittoria e morire sopra il nemico ammazzato. Comprendo ancora io che cesseranno un giorno questi acerbi bisogni, anzi lo desidero; ed allora i nostri scritti saranno buttati fuori della finestra, come le medicine guarito il male. Oh! Dio volesse che l'andasse così; e fosse anche subito, non mi parrebbe troppo tosto abbastanza. E chi siamo noi per adontarci dell'oblio? Bene altri di noi più degni scrissero col dito tinto nel proprio sangue sul campo di battaglia un testamento di odio e di amore del pari immortali, e la morte li abbandonava interi all'oblio, anime, corpi, e nomi, e memorie, tutto. Però la virtù dei singoli ereditava un ente che non muore mai, un ente che ultimo inquilino di questo mondo, ne consegnerà le chiavi in mano dell'eternità, e si chiama Popolo; e le azioni degli individui nota tale che di uno sguardo ricinge intorno l'universo, che intende ad una ad una intorno distinte le infinite voci componenti il flotto dei secoli, il quale rompendosi muore sui gradini del suo trono, che non dimentica mai, che nulla lascia senza premio, come senza pena nulla, e si chiama Dio. Lo scrittore italiano, nell'atto di pigliare la penna, solleva con gli occhi la mente al cielo, e prega: adsit Deus! ed invoca, prima, di sortire la grazia di fare opera buona in pro della patria infelice, poi bella. Ecco in che l'arte nostra differisce dalla francese: di vero scopo unico della più parte degli scrittori di Francia blandire il vizio, e sotto colore di virtù eccitare passioni facili ad ardere, ad attuarsi impossibili, la tetra noja degli ozii affaticati dilettare; donde le lettere si fanno giullare o ruffiane, e si onorano del culto di parrucchieri e di crestaje, e non sono dei peggio, che i furfanti gallonati, le nobili baldracche, e i borsajuoli li vincono d'assai. Io per me so che le madri dabbene, e di queste vi ha copia, non lo contrasto, nella Francia, non però nella cloaca massima, la quale va distinta sopra le carte geografiche col nome di Parigi, all'apparire di uno di cotesti libri,

 

Iliadi d'infamia e di delitti,

 

s'ingegnano agguantarlo con le molle come si costuma agli scorpioni, e gittanlo sul fuoco. Almanco azzannata l'anima umana, sentissero cotesti perduti il pudore o la paura del lupo, della volpe, e di altra maniera bestie, le quali rannicchiate si appartano nei giacigli a rosecchiare la preda! ma no; questo non consente la invereconda indole loro; essi mostrano i denti a guisa di scimie maligne; e quasi fosse poco, a cui senza guardarli passa, maledicono; quale non gli imita trascinano; contro quelli che li disprezzano, rabbiosi si avventano. Che fate voi altri Italiani co' vostri defunti in Santa Croce? Certo giorno monsieur Lamartine chiamò la patria nostra terra dei morti; adesso poi si è ravvisato, non ha da esser più, anzi la non è stata mai terra dei morti. Una volta, avete a sapere, Alfonso Lamartine amò le Muse, e non lo crivellavano i debiti; allora pago di fama soltanto, dicono (quelli a cui pajono poesie le rime francesi) che le ingenue vergini gli sorridessero: quindi gli fu diletta la Grecia, ed anco l'Italia, se non la moderna almeno l'antica; adesso inabissato dalle ipoteche ha fatto suo Apollo il gran turco di Stambul: mutata la lira in jatagano, per ventimila franchi di pensione all'anno, si mostra con le maniche a rovescio fino sopra al gomito, smanioso di scannargli la Grecia, come Agamennone in Aulide Ifigenia; pari in nequizia entrambi, pure il greco men del francese vituperoso assai, chè lui mosse cupidità d'impero, non turpe bisogno di elemosina: e il greco per avere strinse, mentre il francese stende la mano. Il papa di Costantinopoli, il quale, a quanto assicurano, per turco è fatto bene, ed ha in uggia ogni maniera di ditirambo, segnatamente quelli della viltà, si trova costretto spedirgli per via di telegrafo una ramazzina concepita così: «O monsieur Alfonso Lamartine, cristiano del cristianissimo fra tutti i reami cristiani, io ti ho fatto la carità perchè ti sapeva povero, non perchè tu diventassi maledico. Egli è ben vero che alla mia porta vennero manco le imposte, e cascarono gli stipiti, non per questo però ella si trova a tale di aver mestieri del sostegno delle tue parole. Le cicale godono del diritto d'infastidire, non quello di calunniare. Chetati, e mangia. Ventimila franchi che ti do, bastano a quattro famiglie di gente semplice, e tu sei solo, o Fabrizio francese, fondatore di repubblica

Ora poichè, in grazia di questo dispaccio telegrafico, che parla chiaro, rimase sfidato su la borsa del Sultano ammazzando la Grecia, il Lamartine va uccellando nuove pensioni da qualche altra parte cui torni il conto di ammazzare l'Italia; ma siccome il Lamartine, a suo credere, di già la ammazzò viva, adesso si esercita ad ammazzarla morta. L'astio della gente galla contro la latina giammai si dimostrò quanto in questi ultimi tempi palese: dapprima ella eresse al cielo i morti in oltraggio dei vivi, poi quando i vivi chiarirono che le tombe italiane erano più adatte a mantenere sana e vivace la libertà, che non le culle francesi, ecco la gente maligna, con la destra, afferrato il nostro popolo per la gola, lo tiene confitto dentro i sepolcri, e con la manca profana gli avelli dei suoi maggiori. Sgombra dal sepolcro usurpato, Vittorio Alfieri, e sperdi le tue ceneri e il nome sotto la condanna d'imbecillità contro te pronunziata da monsieur Giulio Jannin. E qual è questo monsieur Jannin? domanda il popolo sghignazzando. Egli è una maniera d'intagliatore di ninnoli critici, assai rassomiglievoli ai noccioli di pesca e di ciliegia storiati; inezie di scoltura femminile, che Leopoldo Cicognara nella sua storia rammenta; una sorte di chimera bambinante nel vuoto, la quale in età provetta ci fa sapere le opere della sua gioventù essere cianciafruscole, e ciò unicamente per darci ad intendere di aver messo giudizio a sessanta anni: improvvido! ei non sa come insegni il proverbio italiano a noi: che chi di venti non ne ha, di trenta non ne aspetti. Giù dall'arca che ti eresse il cavalier Rimbotti, Niccolò Machiavello, svegliati dal secolare tuo sonno e presentati al tribunale di monsieur Lamartine con la corda al collo, e la croce in mano: confessati colpevole del non averti egli saputo leggere; renditi in fallo perchè, quando anche costui avesse saputo leggerti, non possedeva cervello capace a comprenderti: misfatti entrambi pienamente tuoi, e dalla spietata vanità francese non perdonabili mai; se vuoi che le tue ossa dormano in pace senza paura, che nessuno venga a turbartele mai fino al giorno del giudizio, e dopo il giorno del giudizio anco meno, fa che ti sieno sepolte nel medesimo camposanto dove giacciono la fama e le opere di monsieur Lamartine. Aggrondature non valgono, ombra sdegnosa di Dante Alighieri, affrettati via a comparire davanti al nuovo Minos Lamartine, il quale per non parere diverso dall'antico, giudica a volta sua con la coda; rassegnati a sentirti dire che male milioni di generazioni morte appellaronti, e milioni di generazioni viventi ti appellano padre; o se pure ti ostini nella paternità tua, contentati sentirti salutare genitore della Gazzetta di Firenze; antenato del Pedani defunto, dell'abate Casati vivo, e nulla più. Così è: primo gazzettiere di Firenze, monsieur Lamartine trovò essere stato Dante, anzi cercando meglio trovò monsieur Lamartine, che per sessanta versi circa andò salvo dall'oblio il poema sacro della Divina Commedia. Secoli che passando dinanzi alla sacra tomba dell'Alighieri inclinaste il vostro vessillo, come fa l'alfiere al cospetto del capitano, guai a voi se non vi foste a quest'ora riparati nel grembo dell'eternità, imperciocchè se monsieur Lamartine giungeva in tempo, per mettervi le mani addosso, vi avrebbe cacciato in prigione otto con cinque. O concilio di gente, che tremando per ogni vena ti accostavi al venerato avello, gitta via la cieca superstizione, e, scassinati i marmi, convertili in mortai, e quivi dentro sbrizza l'idolo bugiardo. Alla croce di Dio, quando un popolo vive nel mondo cui possano dirsi queste sacrileghe insanie, senza ch'egli se ne vergogni o punto se ne commuova, quando un ossesso siffatto può aggirarsi fra cotesto popolo, senza pericolo di esser preso, e messo in bucato dentro una botta d'inchiostro, tu puoi bandire risolutamente; il finimondo si avvicina: io riconosco i segni.

Severo col petto ansante, e sulle labbra la spuma, lasciò cascarsi giù sopra un banco di pietra, ma Eleuterio, poichè vide trascorso spazio convenevole di tempo, con voce pacata soggiunse:

– Se io per così fatte miserie potessi sentirmi commosso, vorrei grandemente sdegnarmi teco, Severo, colpevole agli occhi miei per aver dubitato che Dante Alighieri potesse ricevere oltraggio da Alfonso Lamartine. Che Dio ti ajuti! dimmi; se mentre passa il Santissimo Sacramento per la via, una bestia, mettiamo un asino, calcando con una zampa grave la terra ne facesse schizzare una zacchera, che andasse per lo appunto a impillaccherare il Santo dei santi, reputeresti dicevole o giusto porre addosso allo sciagurato asino l'accusa di sacrilegio? Talora avrai visto i ragnateli tramar l'odiosa tela su gli angoli della tavola rappresentante l'immagine di colei che assunta in cielo dagli angioli, ebbe virtù di ricondurre in terra il pennello di Sanzio; or tu mi conta che cosa facesti? Per avventura provocasti a singolare certame il ragnatelo? Non lo penso, bensì strofinando con la spazzola la lordura, più che mai innamorato, venerasti la sembianza divina. Così, se ti talenterà adoperare il consueto tuo senno, costumerai con Alfonso Lamartine: anzi se considererai tranquillo le cause che lo mossero ed il fine che si sbraccia a conseguire, io di leggieri mi persuado che, gentile come sei, deporrai l'ira, e subentrerà invece nell'animo tuo un senso di pietà infinita per cotesto uomo veramente miserabile; dacchè tu ravviserai in lui a quali angustie tristissime può trovarsi condotto un cuore pusillo cui non fu amica la morte. Alfonso Lamartine invasato dal demonio della vanità, nei suoi Colloquii letterarii bandisce al mondo: il censo avito e la pecunia acquistata avere ridotto in cenere sul focone (che dire altare mi parrebbe fallo) del suo orgoglio; e sopra i poderi domestici imposto ipoteche superiori al pregio: corrergli l'obbligo pertanto di travagliarsi ad accumulare con ogni mezzo danaro, primieramente perchè quelli che in lui posero fede non rimangano traditi, e poi perchè non gli parrebbe di morire contento, se spropriato del baronale castello, non potesse d'ora in poi scaldarsi i piedi agli alari dei suoi padri. Non ti pare egli repubblicano nuovo di zecca costui? – Però, egli soggiunge, a quello che scrive non badino, che avrebbero torto; piuttosto avvertano che a lettere da scatola ei si è dipinto addosso: rispetto; non lo censurino, gli usino misericordia, come quello che la necessità condanna a scrivere fogli a mo' che il manovale spacca le pietre sopra la pubblica strada... Hai tu inteso? Il Lamartine scrive come il manovale spacca le pietre: dunque quando gli passi d'accanto accosta la mano alle tempia e affretta il cammino. Certo, io non lo voglio tacere, molte e severe cose potrieno notarsi intorno a queste deplorabili confessioni, come a mo' d'esempio sarebbero: che male presume reggere le sorti di un popolo colui che non seppe governare le faccende di casa: non essere, secondo che pensava Catone il vecchio, da uomo bensì da donna vedova peggiorare la propria sostanza: ancora che il somministratore della pecunia difficilmente noi possiamo credergli amico, se assicurò il credito con l'ipoteca sopra i suoi beni, imperciocchè non ci occorresse mai leggere in Cicerone, in altri moralisti antichi, che fra i legati co' vincoli di verace amicizia si piglino sicurezze o si pretendano malleverie, bensì come si posero in comune le anime recansi in uno i beni, ragion volendo che questi, di loro natura vili ed accessorii, seguitino quelle che nobilissime sono e principali: per ultimo io vorrei avvertire lo incauto rimatore: bada che tu affermasti la tua sostanza bastevole a sodare il debito e non lo fu poi, o per manco di valore della cosa, o per altra tacita ipoteca; di ciò ti corre l'obbligo non mica di faccia all'uomo, bensì di faccia alla legge, la quale chiarisce siffatte azioni criminose, e come stellionati le perseguita. Pon mente: ordinarii concetti sono eglino questi nei cervelli dei bindoli; straordinarii pei probi, ma dentro Conversazioni letterarie, alla ricisa stupendi. Ora, Severo mio, tu così nella tua ardenza generoso, vorresti o sapresti imporre al tuo nemico umiliazione maggiore di quella alla quale da per stesso, in cospetto al mondo, questo sciagurato si condanna? L'imperatore del Brasile, di dai mari, getta, un osso di centomila franchi al repubblicano francese, ed ei se lo becca, che buon pro gli faccia. Io poi non arrivo a concepire come il collegio augusto, l'augusta mandra degli imperatori cismarini non abbia imitato l'esempio dell'imperiale loro fratello oltremarino: in verità ogni più disimparano l'arte. Il fondatore della repubblica di Francia, accovacciato sotto le mense dei despoti a rodere i rilievi della tirannide, era spettacolo da far crepare di riso anche il diavolo. Tieni fermo pertanto, come quello che venne confessato spontaneamente da lui, che il Lamartine scrive non già per fama, bensì per fame: e poichè la spuma di cervogia dal suo cervello è svanita, e il cuore diventò pietra pomice, non potendo più dire cose belle, ne vomita delle matte. Ma in tutto questo com'entra di grazia il popolo di Francia? Mal ti apponi se credi quel popolo aborrente da qualunque vilezza non gema sopra il vituperio di questi uomini, i quali per esser i più famosi non sono poi i migliori di lui, e poi di qua io vedo milioni di Sem e di Jafet accostarsi a ritroso chi con lenzuolo, chi con tappeto al Lamartine per cuoprire cotesta parte vergognosa della Francia, e poi stendere verso di noi le mani come chi prega, esclamando: parce ebrioso.

Intanto Eleuterio aveva smarrita la lena, sicchè essendo col riposo tornati gli spiriti a Severo, fumando dalle narici, come il barbero che ha corso il palio, prese a combattere gli argomenti di quello:

Maledetta la virtù codarda la quale reputa trovato di civile sapienza i partiti mezzani che non finiscono mai nulla; per lo contrario crescono le gozzaje fra popolo e popolo. Segno espresso di decadenza inevitabile nella società umana egli è questo, quando lo stesso linguaggio sbigottisce a guardare arditamente in faccia il vizio e il delitto: e fattosi tristo piaggiatore di quelli incomincia a renderli sopportabili agli orecchi, affinchè poi li compatisca il cuore. Di qui il perturbamento delle nozioni morali, la indifferenza pei fatti più turpi, l'apatia del bene, il dubbio della virtù, i santi sdegni ridicoli; solo colui che impantanandosi per ogni melma arriva a procacciarsi roba, bravo; e come nelle private, così, e forse maggiormente, nelle faccende pubbliche. A mo' di esempio nessuno ardirà chiamare la donna che procede sfacciata coll'adulterio su la fronte come se ci portasse corona: va via bagascia! bensì le diranno femmina galante o leggera. La gente bene allevata si guarderà di vituperare col nome di ladro chi ruppe il banco e ridusse alla miseria le famiglie degli affidati in lui; invece blandiranno la cosa con le parole di poca delicatezza, o di affari non del tutto lodevoli. Gli stessi ufficiali preposti dalla legge alla persecuzione dei delitti ho inteso io, consentendo allo universale allagamento, mostrarsi in eloquio cortesi verso coloro che pure s’ingegnavano precipitare in galera, sostituendo la gentile parola involare, alla primitiva e rozza rubare. In pubblici negozii un furfante nemico di Dio e degli uomini, falsa i giuramenti, fa sangue e strozzata a la libertà le si assetta tiranno sul petto; tuttavolta e’ non vuolsi abominare come assassino; oh! no, egli non commise tradimento, bensì colpo di stato. Alla tigre incoronata non si spiattella sul muso: fa quanto puoi, i popoli parenti odieranno a morte; per lo contrario lei consiglieranno a ritirare alquanto gli ugnoli; tutti i gatti lo sanno fare; antica arte dei tigri è cotesta; e il popolo conforteranno a riputarsi felice quando si sentirà invece che ad un tratto, a più riprese sbranato. Altri in virtù dei suoi cupidi disegni prima aizza i popoli, e poi li butta in brameggio a regio pescecane, e non si trova chi gli sputi in viso gridando: ipocrita! All'opposto tutti gli vanno col prezzemolo al naso, gli danno la soja, lo strazzonano perchè non diventi loro nemico. O che peggiore male può egli farvi oltre quello ch’ei vi fa, il diavolo vi danni! Più che non pensi, Eleuterio, ho visto la Prudenza a cena in casa del Malconsiglio, e quivi briaca di un vino che si vendemmia nelle vigne della Presunzione. Quando la ingiuria mette nelle mani a due popoli la spada, e arrivano a mezzo ferro, lasciali fare, che tanto non si ammazzeranno per questo: anzi, dopo data e ricevuta una solenna batosta, impareranno ad aversi riguardo, si stimeranno, e forse ameranno. Se ciò accade nei duelli fra i singoli, tanto più è a credersi che sia per succedere fra i popoli appo i quali i rancori estendonsi molto ma durano poco, se causa permanente non gli aizzi o rinfocoli. Ora cotesta tua distinzione di uomo singolo dal popolo, come l'altra di governo dai governati, suona artificiosa e bugiarda, epperò speditamente io la rigetto. Di vero, confesso occorrere manifestazioni che non possono muovere eccetto dai governi, ed altre, le quali non ponno essere fatte tranne da individui, e non pertanto sì le une che le altre paleseranno con esattezza pari i concetti dello universale. Corre lunga stagione dacchè la massima parte degli scrittori di Francia, così prosatori come poeti, ha preso il vezzo di profondere a piene mani il vituperio sopra la nostra Italia: a sentirli, emblema unico dei costumi nostri lo stiletto; ei pare, a giudicarne dalle costoro parole, che non si assassini in Francia, e i lupi rimangano nelle stalle costà a guardare gli agnelli, mentre le pecore vanno al mercato a vendere il latte, con le altre cose solite ad andare e stare in compagnia del secolo d'oro: invero per uscirne a un punto persuasi ed edificati basta gettare l'occhio sopra gli specchi annui delle sentenze criminali che pubblica costà il ministro di grazia e giustizia. Così è, i Francesi lo hanno detto, il tradimento fu generato in Lombardia, la frode in Toscana, i veleni stillano dai sette colli di Roma, la viltà, la bassezza, e il servaggio pullulano in compagnia delle cicute pei campi della Sicilia e di Puglia. Giudizii sempre ignoranti, il più delle volte temerarii, e spesso maligni tu leggi attorno agli uomini ed ai negozii nostri: da per tutto ti mettono addosso il ribrezzo e lo sgomento, l'assoluto difetto di coscienza, la fatua vanità, l'animalesca petulanza, e l'orgoglio oltre misura matto. Se nel cervello dei Francesi capisse dramma d'intelletto, considerando sottilmente le nostre storie essi troverebbero come l'ira del Signore ordinò tornassero funesti a noi altri Italiani lo ingegno e l'amore smodato della libertà, i quali, impedendo che una forte mano ci riunisse, ci mantennero deboli: per lo contrario, sai tu che mai giovava ai Francesi? Lo istinto immortale per la servitù, e le groppe docili a curvarsi. Luigi XI e gli altri re, o ministri che gli successero nel governo della Francia, sperimentando la materia francese ad obbedire ed a pagare tenerissima, maneggiandola la rimpastarono in corpo cresciuto oggi a trentasei milioni d'uomini, i quali non pensano sentono, o se pure sentono e pensano, ciò non gl'impedisce punto di pagare, e combattere come il padrone comanda. Ora trentasei milioni di uomini buttati sopra la bilancia della libertà possiedono l'empia virtù di precipitarla in fondo dello inferno. Presso noi la vita del municipio così si dimostrò tenace, tanto gittava le sue radici profonde, che i cupidi di dominio ne sperperarono le forze nelle contenzioni domestiche: per la qual cosa quando essi spinsero gli occhi fuori di casa per allargare lo stato, e metterlo alla stregua di quelli che andavano formandosi in Francia e in Lamagna, trovarono equilibrate le forze interne, e per somma sventura nostra anco gl'ingegni dei rettori. Io per me giudico che se tu pesavi i cervelli dei Medici di Firenze, degli Aragonesi di Napoli, dei dogi di Venezia, degli Sforza di Milano, potevi far conto che tu non avresti trovato che di un solo grano la sgarassero fra loro; quello dei papi qualche volta appariva scemo, ma la reverenza della religione dissimulava il calo. – Serpenti tutti per divorare, uccelli per essere divorati nessuno, onde l'auspicio che precedeva allo assedio di Troja tacque per noi e la Italia durò, e tuttavia dura in pezzi, a mo' di vaso mirrino cascato dalle mani del sacerdote nell'atto che propiziava a Giove. – Io non vo' recare in campo particolari, che sarebbero troppi e sazievolmente dolorosi; ma in fede di onorato uomo ti giuro, che da molti anni non mi viene fatto di leggere libro francese, il quale favellando d'Italia o vilmente non la calunnii, o ignorantissimamente non la condanni. Quanto poi agli atti di governo, noi sì che possiamo lavarcene le mani: i Francesi no, imperciocchè le anime nostre fremano costrette dentro la forma che c'imposero parecchi dei nostri rettori, come l'anima del povero Licaone nel corpo del lupo in cui lo aveva tramutato l'ira di Apollo: non essi così: sul finire del secolo decimottavo eglino scendono giù dalle Alpi drappellando vessillo repubblicano, e il cuore della libertà di punta mortalissima feriscono, avvegnadio la gente sbigottita contemplasse in nome di lei compirsi immanità tali, che o non erano mai venute in mente alla tirannide, o se l'era dimenticate. Nel 1831 mentre la Francia palpitava per la recente battaglia, e il sangue acceso dalle vampe del sole di luglio imporporava tuttavia le sue gote, accende la fiaccola della libertà e la scuote sotto gli occhi dei popoli. L'Austria sentendo crollarsi sopra la Italia, tienla ferma conficcandole un altro chiodo a Bologna. Il libero Parlamento, uscito dalle tre giornate del luglio, rammenta, come sofferse, che alla libertà della Italia il governo francese sovvenisse piantandole un altro chiodo in Ancona; ma questa fu gara di crocifissioni, orribile palio di martirii; anzi pon mente e vedrai come la Francia superasse in istrazio l'Austria, conciossiachè le ferite ci addolorino più acerbe, quanto più abbiamo care le mani che ce le arrecano: di vero, Cesare appena vide Bruto avventargli contro il pugnale, velato il capo, si lasciò morire. Degli ultimi casi mi passo, imperciocchè me ne pigli vergogna a un punto e ribrezzo. La Francia repubblicana mosse ad ammazzare la libertà in Italia. Misera! aveva dimenticato che la libertà non è francese, italiana od alemanna; la libertà palpita sola per tutti: puoi ferirla in Francia senza che ella languisca in Italia; come il sole benefico, come il sole universale, in qualunque parte del mondo tu ne veli la faccia divina, da per tutto si fa bujo. Sciagurata! avea posto in oblio che la maledizione di Cristo: «chi di coltello ammazza conviene che di coltello muojainveste così individui come popoli. Adesso pari alla donna adultera delle Scritture si frega i denti, e ridendo un riso inverecondo, esclama: io non ho peccato! – Cessa, Eleuterio; allorchè potrai dimostrarmi che il miglior modo onde il villano lavori la terra sia quello di attaccarlo alle vele del molino a vento quando tira libeccio, io verrò nella tua sentenza, che seguitando lo esempio di Francia assetteremo l'umano consorzio. Ne credere gia ch'io così favellando sia mosso da sdegno d'ingiuria patita, che mi faresti torto; e ad allontanarne perfino il sospetto, concedi di esaminare così di scorcio i fatti che maggiormente immaginiamo ad imitarsi giovevoli. La religione fu reputata sempre ottimo fondamento della civile società, anzi superiore in virtù allo affetto di patria, di famiglia e della stessa libertà, e di questo ci chiarisce Niccolò Machiavello, nel libro primo dei Discorsi sopra le Deche di Tito Livio, quando racconta come la repubblica sarebbe stata spacciata se Scipione non si avvisava costringere, dopo la rotta di Canne, le legioni in procinto di girsene in Sicilia, a giurare di tenere il fermo in Italia, sperimentando giovevoli i vincoli della religione dove tutti gli altri si mostravano corti od infermi. Ora considera quale abbiano fatto governo della religione i Francesi: nel secolo decorso gl'ingegni più preclari muovono perséguito ardentissimo alla fede di Cristo; io credo che tanti dicesse vituperii al figliuolo mansueto di Maria la plebaglia di Gerusalemme aizzata dai Farisei, quanti ne vomitarono i calamari del Voltaire e degli amici suoi: mira gli enciclopedisti in aperta congiura legati per sovvertire la religione cristiana; leggi frequenti nell'epistolario del Voltaire le lettere dove stanno scritte le parole: écrasons l'infame! Ora sai tu qual fosse lo infame che si doveva schiacciare? La religione cristiana. Indi a breve (guarda procella di cavallo sfrenato!) quasi spegnere Dio fosse agevole come estinguere, soffiando, il lucignolo della candela quando andiamo a letto, i Francesi fanno prova di acciecare il firmamento dello Eterno; e del tristo gregge che di Dio fa bottega, furono visti non pochi a rinnegarlo e voltarsi al culto della dea Ragione, la quale in cotesto quarto d'ora faceva le spese. Non era prete colui che davanti la Convenzione di Francia tale arringava: «Non basta avere sovvertito il tiranno degli uomini, egli è mestieri rovesciare anche il tiranno delle anime» e poi, ruppe un Cristo, e ne calpestò i frantumi? Certo ei fu prete e si chiamò Charlier. Più tardi quando per beneplacito di Massimiliano Robespierre concedevasi a Dio tornarsene a casa, gli tenne dietro la turba dei preti; e quindi in breve ecco santi e prodigi. Restaurati i Borboni nel trono avito, ecco 1'arcangiolo Gabriele, vestito con le falde lunghe colore di arancio, ed un cappellone alto, comparire al villano Martin; ed era proprio lui, perchè alzatigli i lembi del soprabito gli vide sotto.... i raggi, insegna della sua arcangiolesca dignità; ed ecco splendere sulle nuvole a Poitiers la croce in virtù del fumo e dello specchio. I gesuiti a braccia quadre si accolgono, quei dessi gesuiti che, banditi nel millesettecentosessantasette di Spagna ed ospitati dalla Corsica, somministrarono ai Francesi pretesto di rompere la guerra a cotesta isola; e non solamente si accolgono, ma dal governo di pecunia sovvengonsi, e non mica come gli Ateniesi costretti, bensì spontanei tornano i Francesi a confidare i proprii figliuoli al Minotauro redivivo. Botti di medaglie prorompono dalla Francia ad invadere il mondo con nuova maniera di lebbra; Besanzone vomita torrenti di libri di preghiere sguajate, turpi per immagini di cortigiani e di cinedi; colà come ai teatri s'invitano le genti, alle cerimonie ecclesiastiche: gabbamondi appendonsi alle pareti esterne delle chiese non altramente che i saltimbanchi per le fiere si facciano: alla porta per entrare pagasi, dentro per sedere e per udire pagasi: materia di mercatura il riposo, la prece, la parola dello evangelo, le nozze, il consiglio, la nascita e la morte; e perchè io stringa in una parola suprema tutto: la Francia, povera di mani che si armino palesi e generose per la perduta libertà, possiede mano che si arma per la perduta messa!

Le fortune del pontificato in Francia incredibilmente diverse; co' Carlovingi liete, co' Capeti torbide. Un Luigi manda da Anagni a Roma papa Bonifazio, pesto di schiaffo nel viso, a morirvi arrabbiato come un cane; un altro Luigi (e bada che in Francia lo chiamarono grande) con la potenza sua si rovescia su papa Alessandro VII, e trova, glorioso umiliare un prete imbelle costringendolo a licenziare le sue guardie da Roma: basta: quasi fosse impresa cotesta da inaridire gli allori su i capi di Alessandro e di Cesare, impone gli si alzi una colonna a Roma in eterna testimonianza (come diceva la iscrizione che adesso non c'e più) del fatto: e tutto questo parendogli poco, Lebrun per comando regio dipinge il magnanimo gesto dentro certo medaglione nella gran galleria di Versaglia: colà se te ne piglia vaghezza tu potrai ammirare la Francia, che con aggrondatura burbanzosa ordina alla povera Roma papalina la erezione della colonna commemorativa a norma del disegno che ella le porge, e la povera Roma papalina, col suo bravo scudo, segnato S. P. Q R., riceve il disegno, umile nel sembiante e negli atti, e par che dica: fiat voluntas tua. Quando Giulio Cesare entrò nelle Gallie, io non penso già che ci trovasse che combattesse papi, e saria stata gloria disobbedire allora ai Romani, non comandarli diciotto secoli dopo. Dovevi provarti, o gran re, con Camillo, non con papa Alessandro VII; e se vincevi, allora sì potevi farti dipingere meritamente. Giacomo Boswell, da cui ho cavato questa storia, osserva cosa la quale parandomisi giusto adesso alla mente, mi pare che non sia da preterire: «Dio volesse, egli dice, che la Francia non avesse cagionato alla Corsica peggior male di quello di privarla dell'onore di somministrare le guardie al papa.» E santamente dice.

Se i repubblicani francesi, il nome di cristianissimi rifiutando, aborrirono essere figliuoli primogeniti della chiesa; dall'altra parte mostraronsi di memoria felicissima nel rammentare le faccende della mitologia; segnatamente il tratto che fece Apollo a Marsia, quando lo trasse

 

Dalla vagina delle membra sue;

 

allorchè dopo avere scorticato Pio VI, lo gittarono a morire nella Certosa di Vienna nel Delfinato, come la carogna nella sardigna. Più tardi i Francesi, ammanettati e infrenellati da Napoleone I, esultano conducendo in trionfo Pio VII. Servi della gleba, obbedendo al padrone, prima levano in alto il papa per attingere l'acqua e dargliela a bere, subito dopo rituffano il mazzacavallo sacerdotale nel pozzo. Savona sasselo, che vide il prete imbelle e vecchio con modi siffattamente disonesti bistrattare, che qualunque sbirro, il quale non fosse stato francese, ne sarebbe morto di vergogna: chè se taluno osservasse come trattandosi di sbirri non ci entra vergogna, dirò di rimorso, di ribrezzo, insomma di quella qualche cosa che giù giù in fondo dell'anima rimane nell'uomo, tuttochè sbirro. – Quando meno te lo aspetti volta faccia la Francia, e muta metro; ecco le tornano le tenerezze pel papa di Roma, lo protegge, lo culla insieme al papa di Costantinopoli; ad ambedue porge con le proprie mammelle il latte: chi mira il gruppo ridendo o abbrividendo, ricorda Romolo e Remo allattati dalla lupa. Redeunt Saturnia regna! Quando poi la Francia ha allattato anzi rinsanguato il papa, chiama la sorella Austria, ed entrambe con bella gara di amore, come Aronne ed Hur sostenevano le braccia a Moisè onde il popolo d'Idsrael vincesse la giornata di Rafidin contro l'Amalecita, dal manco lato e dal destro ajutano l'angelico Pio: l'homo missus a Deo cui nomen erat Johannes, a tenere levate le sue sante mani, onde ne scaturiscano benedizioni perenni sopra la patria che i cari parenti gli dava e l'idioma; la veneranda madre, Italia. Parlo di cose a tutti note, e ridette; ma ciò che monta? La gente è obliosa, e conosco per prova come il chiodo per battere e ribattere, e la verità per dire e ridire ficcansi quello nel legno, questa nella memoria. Ciò quanto a religione: rispetto a forme di reggimento politico non fanno molti secoli adesso, che tanto mostravansi i Francesi sviscerati ai monarchi della antica razza, da sostenere, con mirabile gravità, uscire tutti alla luce col giglio impresso nel cuore, e cadendo in battaglia; o sprofondandosi nei mari, non sapevano lasciare andare l'anima pei fatti suoi, senza prima agguantarla sul collo e costringerla ad acconsentire al grido di devozione: Viva il re! Dio veniva dopo, o non veniva affatto. Tanto in vita ed in morte i Francesi temevano e adoravano i loro padroni!

A quanto sembra, l'umore maligno della servitù a lungo andare contamina il sangue, accendendovi la pleuritide della licenza: se così non è, davvero noi non sapremmo restare capaci come i Francesi di punto in bianco dal diuturno affetto pel servaggio trapassassero all'odio irrefrenato del dispotismo. Ora le regali teste cascano pari a frutti maturi battuti dalla gragnuola: quanti possono agguantare, tanti senza misericordia tagliano; danno estremo era questo, e non pertanto lo strazio anche peggiore del danno: mercè gli immani vituperii e codardi, i Francesi seppero indiare creature da niente, ed anco contennende o vili; accanto al delirio del delitto, le colpe ordinarie parvero virtù. Così quando apposero a Maria Antonietta la turpe accusa di aver depravato il corpo puerile del figlio, ella tutta commossa ne appellò alle madri, e tanta scoppiò virtù da quel grido, da rendere vivido il sangue di che i suoi carnefici portavano impiastricciato il muso; in altra guisa a quei tempi non sapeva in Francia palesarsi il rossore! Or be': non passa intero un quarto di secolo costà, che un re, anzi lo stesso fratello del decapitato Luigi, ebbe a sudare acqua e sangue per difendere dalle mani dei Francesi, spasimanti pel servaggio, lo straccio di libertà ch'egli gittava loro por crepunda, chiamato Carta. Un re dunque, e questo merita ribadircelo bene nella mente, sentì vergogna per la causa liberale di Francia. Un re provvide al pudore della Francia, affinchè non avesse il mondo a pensare ch'ella fosse durata dieci anni ubbriaca, superando (come costuma sempre nel male) gli antichi Abderitani, che ci rimasero tre giorni. Un re si prese cura di nascondere alle genti, che i Francesi nel sovvertimento degli ordini religiosi, civili e politici, nel diluvio del sangue sparso, furono mossi da ghiribizzo uguale a quello che inuzzolisce i monelli ad appiccare il fuoco ai pagliai per godersi il falò. – Luigi XVIII dicono morisse disperato che la libertà durasse in Francia dopo di lui; affermano che si facesse lavorare abbastanza larga la bara, affinchè restringendosi alquanto, ella potesse dormirgli al fianco nel medesimo sepolcro; e certo è poi che egli morendo sospirasse: poichè ti garba, o Francia, stare in gabbia, e tu stacci.

E ci stava da senza pensare volere uscirne quando ecco il malcauto Carlo X, che intende chiuderle il cancello, e tenercela per forza; allora la ripiglia il capriccio della libertà, e fracassato il serraglio salta fuori vagando e ruggendo per le vie di Parigi. In capo a tre giorni il popolo francese, simile al lione della Signoria di Firenze per lunga prigionia diventato manso, punto dal desiderio della profenda e del presepio consueti, ritorna spontaneo alla catena. Dopo diciotto anni gli si riaccende la libidine dei saturnali della licenza, e ne domanda il permesso al re; non consentiti si arruffa, e ritrovate le maschere antiche (in Francia si conserva tutto, imperocchè tutto può tornare in opera da capo) rinnova il carnevale della repubblica. Monsieur Lamartine infila la gonnella della moglie, nel mantellino di lei s'inviluppa, e si fa al balcone in atto di Giunio Bruto, proprio quello che fece ammazzare i figliuoli per la libertà. Compiti quattro anni, la repubblica muore del male dello sbadiglio. La Francia sentendosi con la repubblica a supplizio mille volte peggiore di quello che patiscono le gentildonne chinesi co' piedi stretti dentro scarpe di ferro, per non buttarsi disperata nella Senna, un bel giorno, alla rovescia di Diogene, il quale tratto a vendersi sul mercato urlava: chi vuol comprare un padrone, ella spontanea s'incammina alla piazza, e da si mette in vendita, gridando da spiritata: chi vuole una schiava per nulla!

Giove, il quale, secondochè Esopo riporta, annuiva propizio alle ranocchie, inviando loro un travicello dall'alto, non volle parere più crudo con gli abitatori di Lutezia, che usi ab antiquo a starsi sepolti nella città del fango, potevano vantare parentela, anche in grado proibito, co' ranocchi, sennonchè correndo adesso tempi difficili, e lassù nell'Olimpo, come su la terra, le improvvide spese o l'avarizia persuadendo economia, invece di felicitarli con un travicello, che possiede quattro angoli, per questa volta buttò giù un governo fatto a modo dei cavalli di Frisa, i quali, come sai, hanno tre angoli soli, e furono l'angolo della superstizione, e questo lavorarono i preti; l'angolo della paura, e questo condussero gli sbirri; finalmente l'angolo della cupidità, e lo acuirono i borsajuoli. Così foggiato il dispotismo in Francia, offre cagioni e sicurezze di durata, conciossiachè da qualunque parte tu voltoli il cavallo di Frisa la civiltà francese si troverà sempre ferma sopra due fondamenti, più che bastevoli a tenere in cervello i tuoi amici di Francia.

Quanto a lettere sarebbe meglio tacere, tuttavolta non posso astenermi dal metterci qualche parola. I Francesi davano al Rousseau sepoltura in chiesa; dirimpetto a lui, a Voltaire, e parve celia: così è, i Francesi da una parte nel culto di questi scrittori confermandosi, e dall'altra volendo riprendere le avite devozioni cattoliche, fecero un guazzabuglio di Voltaire, di Rousseau con santo Ignazio da Lojola, e san Luigi Gonzaga: un po' più tardi si accorsero anch'essi che Voltaire con sant'Ignazio, Rousseau con san Luigi, e Diderot con san Stanislao Kotsha stridevano, e allora (ammira portentoso trovato) in quella guisa che gli scultori ricoprono con foglia di vite, o vuoi di fico, le statue ignude colà dove tu sai, eglino non rimossero mica i sepolcri di chiesa, no davvero, bensì per via di assito li sottrassero provvisoriamente agli occhi inorriditi dei fedeli, e questo per la ragione toccata prima, che anche l'onore è faccenda provvisoria in Francia, e coloro che aborrono oggi il Voltaire e il Rousseau, possono benissimo sentirsi presi di sviscerata adorazione per quelli domani: cotesta eclissi del buon senso in Francia non durerà, giova sperarlo: intanto così sovente queste eclissi succedonsi, così vi si prolungano durevoli, che oggimai temo stato normale di cotesto miserabile paese le tenebre.

Parrebbe votato e scosso il sacco dei carichi contro la Francia: tu penserai che la malignità, sbirciando col lumicino in mano, non possa trovare altro neo da appuntarle: oh! va pur , che in questa guisa pensando tu avresti dato nel segno. Tastiamo un po' adesso i suoi ordinamenti civili: pesta la nobiltà antica, come vetro dentro il mortaro, ecco cotesti atomi convertiti in isciami di sbirri, di spie, di gabellotti cavalieri: la croce assuefatta, giusta l'epigramma notissimo di Gherardo de Rossi, a vedersi sopra di confitti i ladri, adesso fa le stimate di vedersi appesa sul petto dei ladri: certo questa infamia non è propria di Francia, ma più in Francia che altrove, tanto si fece strazio di simile distinzione, che il nastro rosso venne a buon diritto definito costà: un pezzo di vergogna confinato tra occhiello e occhiello nel soprabito di un furfante. I larghi territorii perpetuati nelle famiglie presero in uggia, e spezzarono: ciò va d'incanto, ma valeva il pregio sovvertire la potenza degli antichi signori per fabbricare co' rottami di quella la borsa e i borsajuoli? Il magnate, sia superbia, ozio, o prodigalità, qualche cosa donava, e qualche cosa più lasciava prendersi, mentre l'usurajo borsajuolo non mai nulla, e prende tutto. Il patriziato, simile ed immane boa, strisciava in mezzo al paese, tu ne sentivi da lontano lo zufolio, e allora ti era concessa facoltà di chiuderti in casa, e startene sicuro; anzi una volta passato il boa, siccome egli mangiava grosso ed in fretta, per la sua via raccattavi, se te ne pigliava talento, arcami e lacerti in buon dato. Gli usurai, nugolo di mignatte, ti si avventano addosso in piazza, in chiesa, al tribunale, in bottega, al mercato; nelle soffitte si arrampicano, nelle cantine discendono, sotto i lenzuoli, quando dormi, s'insinuano, e ti succhiano l'ultima ultimissima goccia di sangue. L'usura dagli occhi senza palpebre non dorme mai, e fila notte e giorno sopra la rocca fatale il tuo onore, la tua vita, il pianto della famiglia, la rovina dei popoli, la servitù della patria. I gentiluomini antichi respinsero sovente i nemici dalle frontiere della Francia, e quando non ci riuscirono, cascarono morti sul campo di battaglia; all’opposto i borsajuoli ce li condussero due volte, e basta che ci trovassero l'interesse del dieci per cento, ce li ricondurrebbero la terza. Perchè no? In qual parte del mondo giace la patria del Milione? Rothschild, Pereyra, Mires giudei sono, la patria loro non dobbiamo tenere la Palestina? Il beduino quando nota dagli armenti pasciuta l'erba dell'oasi ripiega le tende, e li spinge ad altri pascoli; ora il borsajuolo è il beduino delle nostre città, sua pastura il sangue dei popoli; esaurito ch'ei l'abbia, chiude il suo portafogli, e trasloca in altra parte la sete del sangue, e gli arnesi per cavarlo. La plebe francese, arrapinata di trovarsi dopo tanti anni di ravvolgimenti in condizione peggiore di prima, mulina mostruosi disegni; e come quella che dalle rovine in fuori ignora qualsivoglia altro partito che valga, adesso intende capovolgere da cima in fondo gli antichi ordini sociali: la famiglia vuole soppressa; are, nozze, sepolcri aboliti; comune la terra e la donna: insomma affinchè lo stato dell'uomo si migliori non sa trovare altro rimedio, da quello in fuori di degradarlo, e metterlo a pari delle bestie. anco per ombra passa nella mente dei Francesi che la radice dei mali sta dentro di noi, e che le passioni cupide o maligne, venti procellosi della vita serena, non isbuffano con meno empito, seminano meno la morte sopra i piani uniti del deserto, che per le forre dirotte delle Alpi. Dentro a pertanto i Francesi non guardano mai, o se pure guardano, balusanti insanabili, non vedono; di fuori mirano sempre, e se per conseguire la distruzione degli effetti estrinseci e remoti, la quale non giova lasciando sussistere le cause interne e prossime che unicamente nuocciono, ci abbisogna un diluvio di sangue, poco rileva, anzi piace; le cateratte dei cieli spalanchinsi, e questa volta piova sangue! Gli è tempo perso, Eleuterio: e se su questo unico tratto io mi trovo d'accordo con un tedesco, non me lo appuntare a peccato: chi egli sia non ricordo adesso, sto incerto tra Heine e Gœthe, ma con quello insomma che definì i Francesi: – Popolo di farfalle insanguinate.

– O Severo! o Severo! interruppe un uomo di sembianze argute, il quale fino a quel punto, tuttochè avesse posto diligentissimo ascolto al colloquio, erasi dilettato a giocare ai birilli nell'andana dell'orto, tu sei mentita viva alla mitologia, la quale predica vergini le Muse; imperciocchè se non li partorì proprio Melpomene protettrice ed avvocata della tragedia, io per me non veggo quale altra donna possa averti messo nel mondo, e subito nato la balia ti battezzò coll'acqua dei superlativi. Si intende acqua, ma non tempesta! e se nel tuo termometro abbasserai venti gradi almeno l'argento vivo della passione, può darsi che noi c'intendiamo. I Francesi, io penso che non si possano definire, bensì dimostrare, e questo è ciò che da mezz'ora faccio io senza che voi mi poniate mente. Guardatemi adesso....

E di questo modo favellando, fattosi in capo al pratello, vi drizzò i birilli; quindi tornato al posto, ruzzolò la boccia, e li abbattè tutti, salvo uno.

– Ecco, con molto riso egli soggiunse allora, i Francesi sono, come me, bimbi attempati, che da parecchi secoli pigliano spasso a giocare da soli ai birilli.

– Anche questo può stare, riprese Severo, ma a me garberebbe assaissimo sentire in questa nostra disputa il parere di Orazio, il quale sprofondato nel libro che tiene in mano, mi ha garbo di non avere udito sillaba dei nostri ragionamenti.

E tuttavia favellando si accostava a Orazio, e forte lo squassava per le spalle. Orazio, come se giusto in quel punto si svegliasse, stirò le braccia, sbadigliò, e gittato da lontano il libro disse:

Gran mercè, Severo, tu mi hai riscattato dalle mani del demonio dell'ira, però che io ti giuro in verità, che mai stizza maggiore mi abbia acceso il sangue, come in questo punto in cui io ti parlo.

– Io non me n'era accorto; d'altronde placido, io credo, ha da bollirti nelle vene il sangue, però che mi sembrasse tu non potessi tenere aperti gli occhi.

– T'inganni, io ruminava in silenzio il tesoro della mia ira, perchè, alla croce di Dio, se leggendo di questa maniera libri francesi, in capo ad una settimana non si un tuffo nello scimunito, gli è miracolo....

– Ah! che te ne pare, Eleuterio? Anco Orazio è dei nostri....

Orsù, riprese Eleuterio rivolto a Orazio, contacene a tua posta qualcheduna delle tue....

– Io non conto, bensì mi lagno, e se a torto, tu giudica.

Fin qui novellatore innamorato dell'arte mia, erami parso superare di un palmo e mezzo qualsivoglia scrittore drammatico o vuoi di commedie, o vuoi di tragedie: però comprendimi bene, non mica per valore d'ingegno, bensì per virtù dell'arte. Ecco, io diceva, al poeta drammatico fa di bisogno un pittore il quale gli dipinga ora un palazzo, ora una reggia, un paese, un castello, e simili. Ohimè! Chiudi gli occhi ed immagina il diluvio delle tribolazioni che si rovesciano addosso al mal capitato poeta per via del pittore: le colonne di cotesta reggia non istanno ritte, paiono cugine di quelle che Sansone rovesciò addosso ai Filistei, tanto minacciano rovinare sul capo agli strioni; fortuna che le sono di foglio! E coteste acque non rassomigliano al mar Rosso impietrito per ordine espresso di Moisè? Decisamente il pittore appartiene alla societàà biblica di Londra. Mira quel colle come arieggia ad un piatto enorme di spinaci! Quei carciofoli fitti su pali, in buona fede si può acconsentire a battezzarli cipressi? In nome dei tuoi santi, mi sai tu dire a quale generazione spettino gli alberi di cotesto bosco? Quanto a me, lo confesso alla ricisa, pajonmi cavoli cappucci, e sparagi di Legnaja. Giuoco la China contro Peretola, che il pittore era uno ortolano travestito; o piuttosto un cuoco: molto me lo fanno dubitare cotesto tempio usurpatore dell'architettura di un pasticcio di maccheroni; e quelle piramidi tinte in colore di cioccolata. O Signore, contempla lo strazio mio! Cotesti obelischi avevano a rappresentare granito rosso orientale, e il pittore assassino me gli ha fatti di marzapane! E la luna! oh! la luna, sembra un uovo sodo tagliato per lo mezzo. Io non ho pelo che non grondi la sua gocciola di sudore. Eteocle dunque ammazzerà Polinice dentro un pasticcio di maccheroni? Semiramide andrà a finire fra le piramidi di cioccolata e gli obelischi di marzapane? Medea calpesterà l'infame suolo di Grecia ai raggi di un uovo sodo tagliato pel mezzo? – A sentire siffatte lamentazioni, parrebbe che questo poeta toccasse il fondo delle miserie umane, eppure, non è così; egli si può quasi dire che giace sur un letto di rose a fronte del suo confratello caduto in mano dello impresario scannato: questi per la recita del suo Edipo non può somministrargli altra scena da una pagoda chinese in fuori; quanto al suo Giunio Bruto non possiede altro, che la veduta del canale grande di Venezia. Allora il poeta stizzito esclama: ma signor impresario, le pare giusta che il mio Edipo, il mio Bruto si rappresentino nella China e a Venezia? Io non dico altro; me ne richiamo alla di lei coscienza. – E l'impresario imperturbato: la China e Venezia io porto meco nel baule; Tebe e Roma bisognerebbe farle dipingere, e per questo ci vorriano quattrini; ne ha ella signor poeta dei quattrini? – Io? rispose il poeta con faccia d'istrice, e non ebbe la mia tragedia? Signore! quante mai cose vuol ella che le dia? – E se la sua tragedia venisse fischiata? Non affermo che succederà così, ma noi a nostre spese sappiamo quanti di questi parti muojano di lattime, e i comparatici ci rovinano più dei funerali. Se la tragedia va a rotoli io non ricatto i lumi, oh! la si figuri poi se la fattura d'una Tebe e di una Roma! Insomma di due cose l'una: o Edipo in China, o Edipo in cantera. – qui hanno fine le tribolazioni: il primo attore per sostenere la parte di Edipo non possiede altra veste, che quella di un turco. Il poeta gitta gli argini e trabocca: misericordia! Edipo abbigliato da turco! Da turco Edipo! O re di Tebe a quali angustie ridotto! – La non si scaldi, lo conforta il primo attore, il turbante lasceremo da parte, allo jatagano sostituiremo la daga, dono di una guardia nazionale toscana, buona anima sua; quanto a brache le sono la prima veste che usasse al mondo, e se ne può chiarire riscontrando la Bibbia dove dice che Adamo acquistata ch'ebbe la malizia se ne cucì due paja, uno per se, e l'altro per Eva: anzi quelle erano di foglie di fico, ed io gliele do di cotonina, e poi, sa ella? il Turco da un pezzo in qua è diventato persona garbata, e si mostra spasimante pel progresso infinito degli uomini, anzi, la guardi, giusto da stamani mi è capitato questo manifesto da Costantinopoli, il quale mi avvisa come i muftì stiano in procinto di pubblicare un giornale col nome di Civiltà turca per servire di riscontro all'altro che si stampa a Roma intitolato la Civiltà cattolica per opera dei reverendi padri gesuiti. Intanto la dia retta, bandisca le malinconie; e se lascia fare a me, la si assicuri che si troverà contenta. – Passi per Edipo dunque, ma le vesti degli altri strioni pajono la bottega di un rigattiere di ventiquattro secoli: questa riporta le fogge del re Pipino, quest'altra di Marin Faliero, e questa Luigi XIV, questa il maresciallo Daun, e questa per ultimo il re Murat. – Sennonchè l'impresario impassibile ad ogni singhiozzo del poeta, ripete come il tic tac dell'orologio: si lasci servire, si lasci servire; tanto gli spettatori, così nostrani che forestieri, non esclusa, anzi compresa, la inclita guarnigione, come Edipo vestisse per lo appunto non sanno, e se vuole confessare il giusto, anche ella sa; con un po' di pazienza tutto si accomoda. – O Muse testimoni se con la parrucca di Luigi XIV, e le falde del maresciallo Daun, possa ai popoli accorrenti darsi ad intendere Edipo, ditelo voi! Ma qui, poeta mio, non si tratta punto di popoli accorrenti, bensì di pochi Empolesi che di Edipo non sanno nulla, e per di più tutti buoni cristiani. Non fia, vero, che per me Edipo abbia a patire tanta indegnità: rimanti nel tuo sepolcro, padre, figlio, e marito infelicissimo: muori un'altra volta in cantera: a te meno che ad altri tornerà amaro non rivedere la luce, perciò che da te stesso ti strappasti gli occhi. – O signor poeta, per quanto amore porta alle sante vergini Muse, la non si lasci scappare queste eresie di bocca: pensi che se la sentissero potrebbero appiccarle accusa d'infanticidio; deh! contro al proprio sangue non incrudelisca; non soffra che il suo Edipo muoia di fame e di sete dentro la cantera. – Se qui tu credi che abbia fine il mal di denti teatrale del poeta drammatico t'inganni a partito; eccolo disteso sopra la gratella dei suoi parenti nel supplizio, Guatimozino, voglio dire, e san Lorenzo; ecco la sua tragedia si rappresenta; sul più bello dell'atto terzo mentre il nodo s'intreccia, e da lui dipende l'esito della intera composizione, i lumi per diffalta di olio cascano in deliquio; sopraggiungono le tenebre, e l'orchestra per tenere desta la gente, suona disperatamente a fuoco:

 

Chi pìu n'ha, più ne metta

E conti tutti i dispetti e le doglie,

 

che tanto agli spasimi dello autore drammatico non potrà attingere mai. – All'opposto quale ti fie dato immaginare Attalo, o Creso, o Naarbal più ricco a possedere, più liberale a spendere del novelliere? Dopo Dio appena (sia detto con la debita reverenza) e prima della Natura delle miglia più di cento. Invero, ponmi mente, mi fa mestiere un bosco, eccoti fatto con quattro versi un bosco: non ti garba, cotesto viale di abeti, ebbene giù gli abeti; in meno di cinque minuti io te li baratto in tanti cipressi alti cinquanta braccia: ohimè! anche i cipressi dalla ombra sinistra mi danno uggia, io me ne sono accorto tardi. – Niente affatto, noi siamo sempre a tempo; vuoi acaci, vuoi pioppi, vuoi platani, io ti spalanco i magazzini della creazione, prendi quello che vuoi, serviti come ti piace. Le stelle, il sole e la luna io gli ho qui in tasca, e ci entra altra roba; sulla mia penna stanno il ciel sereno e le mille qualità delle tempeste; dentro al calamaio il giorno e la notte, l'alba e il vespero: da me architetto templi, da me slancio cupole al cielo da mettere paura a Brunellesco e a Michelangiolo. Da me getto ponti in paragone dei quali quello di Trajano sul Danubio gli è un ninnolo da capannuccia; li rovino, li rifaccio, per buttarli giù da capo. Di pietre poi non uso a spilluzzico; diaspri, basalti, porfidi, serpentini, cipollini stanno ai miei bisogni; apro le arcane viscere della natura più agevolmente dello armadio dei miei libri. Gli scalpellini che li lavorano, sento ch'e' si lamentano perchè e' li provano duri: peggio per loro! a me non danno il minimo fastidio, e dove essi penano a furia di sabbia per ispianarli, io con la punta della penna li frastaglio in sottilissimi rabeschi come se fossero foglie di camellie. Se mi accadesse nella fretta di fare strapiombare le colonne, o porre i remenati fuori di squadra, non me ne do per inteso per me, e meno per altrui, imperciocchè io viva sicuro che non cascheranno, e dove io li ho posti li ritroverò di certo. Vasi, anfore, patere, panoplie, stipi, masserizie preziosissime, tappeti o vuoi babilonesi o vuoi assirii, diamanti, a petto ai quali la montagna di luce e la stella del mezzogiorno stanno a ragguaglio del granello di miglio con la cupola di san Pietro di Roma, io ne possiedo a fusone. Povera cosa pajonti questi candelabri? E sì che sono di metallo corintio, e la parte superiore fabbricarono a Egina, la inferiore a Taranto; uno, il men bello, comprò già Gegania allo incanto per cinquantamila sesterzii, e per giunta le dettero un gobbo, che dopo avere esposto su la mensa ignudo a strazio dei convitati, ella si tolse per amante, c venuta a morte, instituì erede delle sue immense ricchezze. Cervello di donna! Ma io non vo' garrire teco; te li cambio in argento, e se nulla nulla brontoli, in oro. Queste tende di velluto tinto in cremisi ti offendono la vista; attendi un momento io te le muto in broccatello. Saccheggio tutte le gallerie, abbottino le reggie e i musei; frugo in tutti palazzi così antichi come moderni, dai giardini di Semiramide, dalle piramidi dei Faraoni, dalla casa aurea di Nerone, da Versaglia di Luigi XIV, dal romitorio di Caterina II, dal castello di Windsor della regina Vittoria, dall'Escuriale di Filippo II. Verun ciambellano tentenna ad aprirmi le porte, veruno si attenta a visitarmi addosso, verun fiscale pensa ad accusarmi di furto, perciò che io mi arricchisca senza impoverire persona; rubo, ma non porto via nulla: grimaldelli gli occhi, lima sorda la memoria. Manco per ombra corro pericolo di sbagliare foggia di abbigliamenti: e di più tornano tutti, senza fare una grinza, begli e attillati; a meno che a torto od a ragione stizzito co' miei personaggi io non me li ripigli cacciandoli via ad assiderare di freddo al sereno ignudi o vestiti appena di uno straccio a studio di carità o di pudore.

E' pare che i novellieri andassero meritamente per cosiffatta abbondanza baldanzosi, e con esso loro i poeti epici, i lirici, i didascalici, insomma tutta l'alma famiglia dei poeti, eccetto i drammatici; ed a vero dire non l'adoperarono a risparmio cotesti prodigaloni, e, mirabile a dirsi, nonostante lo stupendo sciupìo, a verun giudice mai cascò in testa di sottoporli a curatore: in vero come l'avrieno potuto fare, e perchè lo avrebbero fatto? Tanto la cassa non si sarebbe mai rinvenuta vuota; più ne spendevano, e più ce ne entravano. La morte stessa, la quale di regola non rende nulla a nessuno, tranne ai novellatori, presenta loro la falce, per salutarli più meno che costumi la sentinella quando le passano davanti gli ufficiali, dall'ajutante maggiore in su: ella, la morte, richiesta da noi, apre le antiche e le nuove sepolture, fruga nei camposanti, rovista sotto gli strati dei tempii vetusti, e ci provvede, a seconda dei desiderii o dei bisogni nostri, ora di corpi incorrotti, e tale altra di reliquie di ossa, di scudi, di scettri e di spade; e quando nella Troade inseminata la irreligiosa curiosità dei viventi scombujò il tuo tumulo, o divino Achille, le poche ossa ed i rottami dell'armatura, opera di Vulcano chiarirono della stupenda magnitudine, e della gagliardia prodigiosa delle tue membra. Oh! sì, invano speri l'uomo diventare eroe se non gli è amica la forza, e noi... noi, non saremo altro che schiavi, finchè a cagione dei vizii di questa abbietta e putrida civiltà nostra, potranno applicarci il saluto dell'imperatore Adriano all'anima sua.

Gualtiero Scott, che facilmente fu principe di quanti novellieri scrissero prose di romanzi da poi che mondo è mondo, se ne togli uno solo, messere Giovanni Boccaccio, si valse assaissimo e da pari suo di siffatta facoltà: i romanzieri di Francia, acconsentendo in questa come in ogni altra cosa alla stemperata loro natura, ne usarono e ne abusarono; in ispecie il Balzac, il quale una volta salito in bigoncia per descrivere, vi so ben dire io che se ne va a Roma per Ravenna; ch'egli ti risparmii un ragnatelo, o un chiodo, tu lo speri invano; pari, anzi superiore in questo ai dipintori fiamminghi, i quali ritraendo co' pennelli la natura non ti fanno grazia di una fibra di bietola, di un pelo di palpebra di lepre di un sommolo di ala di anitra; ond'io sovente meco stesso ho pensato, che se cancelliere o notaro, con metà meno della diligenza di cui fa prova il Balzac, s'industriasse inventariare i mobili di qualche eredità giacente, o le mercanzie del fondaco del fallito, meriterebbe senz'altro di essere, come cosa unica impagliato e messo nella bacheca, conforme per le bestie prelibate si costuma nei musei. Guardimi il cielo che per me si voglia dibattere uno scrupolo alla reputazione che a buon diritto si gode cotesto valentuomo del Balzac, tuttavolta io non mi asterrò dallo avvertire ch'egli prese troppo alla lettera il dettato di Orazio ut pictura poesis; – certo la poesia arieggia con la pittura quantum licet esse sororibus, ma non son una medesima cosa, e la ragione ti apparisce manifesta. La vista con un sol colpo dell'occhio forma su l'atto, o dopo spazio brevissimo di tempo l'analisi e la sintesi del quadro, mentre la intellettiva del lettore si rende conto degli oggetti, e degli attributi loro uno dopo l'altro, senza maggiore o minore fatica; per la quale cosa ordinariamente succede che la descrizione prolungata di soverchio riesca sazievole, e l'anima nostra infastidita cessi dallo attenderci. Comunque sia, l'abuso è vizio dell'uomo, e per niente pregiudica la eccellenza intrinseca della facoltà, sicchè sembrava potessimo su questo punto dormire sicuri. Io ho detto sembrava, imperciocchè con questi balzani cervelli francesi accade sempre di fare i conti senza l'oste; così vero, che mentre voi altri prendevate sollazzo a contendere di parole sotto il faggio a mo' di Titiro e di Melibeo, io leggeva maravigliando dottrine strane in cotesto libro che ho gittato su le ortiche. Un novelliere francese, il quale si può dire che corra sempre col guscio di uovo in capo a mo' dei pulcini testè nati, come quel bizzarro messere Bernardo Davanzati mette in bocca a Tiberio, arringando in Senato, a proposito dei nipoti suoi tenerelli, di secco in secco scappa fuora incollerito contro le descrizioni, e le vitupera alla ricisa giunterie ordite dal romanziere agli stampatori ed ai lettori.

Cui bonum, esclama costui, questa perpetua descrizione di cielo, di mare, di boschi, di edifici, eccetera? Forse le querce d'Italia partoriscono limoni, mentre quelle di Francia ghiande? Mai no, così le une come le altre, ghiande. Senza che leggiamo scritto in cinque pagine o sei, non sappiamo tutti una selva di lecci, di frassini e di roveri che sia? La luna di Parigi diversifica per avventura da quella di Bologna? O il sole di Roma mette fuori due cotanti raggi sopra quello di Strasburgo? Il mare del golfo di Napoli sa egli di zucchero, e quello di Brest di sale? Tempo perso, senapismi ai piedi, scilomi proprio da gottosi; il dramma, il solo dramma ha da correre Menade scapigliata e palpitante, le passioni cozzandosi in giostra corruschino nella intiera loro nudità, le parole del dialogo senz'altro miscuglio squillino come spade percosse a mezza lama: qui sta l'arte, il resto fandonie e via via di questo gusto tanto che il capo mi gira per tenere dietro al turbinio degli sfarfalloni. E poi la gente fa le stimate del Diogene sinopese, il quale mentre la calca usciva dal teatro ostinavasi a entrarci! Per poco che tu ci sosti sopra con la mente avrai materia di maravigliarti della ineffabile disinvoltura posseduta con privilegio dai Francesi di parlare quasi sempre e scrivere spesso più spropositi che parole, e questo perchè non si fermano ad esaminare le molteplici facce delle cose, ma appena guardatane una, di quella innamoransi, ovvero atterrisconsi, e subito dopo, come la passione li aggira, precipitano a giudicarla, avvilirla, o sublimarla; e così delle vecchie come delle nuove; onde accadrà che quella già avvilita, sublimata, o giudicata in una maniera, indi a breve compaja giudicata in un'altra, e l'avvilita sospinta al cielo, o la sublimata rejetta.

E per non dilungarci dal proposito, rispondendo a queste singolari dottrine, innanzi tratto io dico non essere per nulla vero che la natura si palesi da per tutto uguale; io non so se nelle lingue, ma certo poi presso la natura non s'incontrano sinonimi: pigliate ad una ad una le foglie degli alberi che ne ombreggiano qui d'intorno, e se vi basta l'animo di trovarne due uguali perfettamente fra loro, io mi chiamo fino da questa ora contento ad essere battezzato una seconda volta con lo aceto. No signore, che il sole di Roma non si rassomiglia a quello di Strasburgo, mala pena potrà passare per suo cugino; infatti questo tre quarti dell'anno ha l'aria del tagliaborse, il quale scivoli di capannella in capannella per paura degli sbirri che agguantatolo non lo ammanettino, mentre l'altro cinque sesti dell'anno apparisce come si addice al compare del giorno, figliuolo dell'aurora, nella foggia precisa che Lorenzo Lippi cantò:

 

E Febo, ch'è il compar, già con la cappa

E con un bel vestito di broccato,

Che a nolo egli ha pigliato dall'ebreo.

Tutto splendente viensene al corteo.

 

Ore ben lunghe, ed ore io mi sono trattenuto sopra il lito esterno del mare, ed ho notato come un'onda spezzavasi tra gli scogli perpetuamente diversa dall'onda successiva. La stagione, il luogo, l'ora, la luce, l'aere, la terra, e l'erba fanno differente la scena. qui giace la causa principale della diversità, sibbene nel modo col quale gli uomini ritraggono gli oggetti circostanti, e contemplati; di che piglia esperimento da quanto io ti propongo: fa di allogare il ritratto tuo scolpito o dipinto ad un collegio di maestri: quantunque tu li abbia scelti tutti valorosi nell'arte che professano, e facciano opera egregia, le tue immagini non usciranno dalle mani loro tutte ad una maniera; chè ognuno di essi lo avrà effigiato con moto, affetto e gradazioni di colori dissimili, e non per tanto ognuno ravviserà nei molteplici dipinti molto di leggieri il tuo medesimo ritratto. Ancora descrivonsi le cose non per quello che hanno di sostanziale o di forma, bensì, e troppo più largamente, pei pensieri e per gli affetti che valgono a suscitare nell'anima tua: onde di subito tu comprendi quanto da questo lato ti si schiuda davanti materia interminabile di descrizioni disformi. Inoltre siimi cortese di pensare a questo altro: caso mai si dovessero sopprimere dai libri le descrizioni della natura fisica, o dimmi poi perchè dovremmo perdere il tempo a ritrarre, e a farlo perdere a considerare le vicende della natura morale? Anche qui conoscono tutti, come lo sdegno per l'universo mondo si manifesti con gli occhi pieni di sangue tastando col dito la punta del pugnale: per quanto si distende la terra conoscono tutti che i padri benedicono i figliuoli imponendo loro le mani sul capo, o sollevando gli occhi al cielo per invocare consenziente alla benedizione Dio, siochè Dio sovente prende la via la quale i paterni occhi tracciarono dal basso all'alto per discendere in ispirito dall'alto al basso a confermare l'atto pietoso; così a Parigi, come a Londra, a Milano e da per tutto la fanciulla appena sente bisbigliarsi dentro gli orecchi la parola di amore fugge via e si nasconde paurosa, poi alla candida vergogna succede il vermiglio ardore, nel modo stesso che le rose, prima che pel sangue di Adone diventassero rosse, erano bianche; la parola, la quale ebbe la virtù di atterrirla, adesso beve con tutte le potenze dell'anima, ed in la custodisce, al pari che si faccia la conchiglia marina della goccia pianta dall'aurora dentro il seno di lei, – perla della sua vita. Sovente la perla le si convertirà in vipera nel mezzo del cuore: non importa; la natura la urge ad amare, e ad abbandonarsi in balia dello amato; tocca poscia al destino chiarire se la colomba incontrò il colombo o piuttosto il milvio. La fortuna si trastulla co' cuori umani. Ciò posto, gli è tempo perso scrivere, e ne viene per conchiusione, che giusta il parere di cotesto fanciullaccio francese le risme uscite dalla cartiera comporranno la più preziosa biblioteca del mondo e certo poi la più nitida, perciò che appajano candidissime tutte, e punto deturpate dall'inchiostro grave, olente e negro.

Iddio, la natura, salutata figliuola di lui, e l'arte che gli si dice nepote, nel creare, o nella imitazione del creato osservano la legge della perpetua varietà: i giorni alternansi con le notti, il sereno col piovoso, i colli coi piani, e così le stagioni, l'epoche della vita, e tutto. Per questa maniera nei racconti, come le descrizioni di soverchio prolungandosi, peggio poi se continuassero sempre, sazierebbero, lo incessante manifestarsi delle passioni stupidisce: anche lo spirito umano conosce il suo delirium tremens a cagione delle letture alcooliche. Per tutte queste cose, e perchè ho sete, io finisco dicendo avere meco stesso deliberato attenermi ai precetti dell'arte antica, ora descrivendo ed ora argomentando, la lode col biasimo alternando, talvolta piangendo, più spesso ridendo, le ombre dei morti o quelle della mia fantasia evocando per ispingerle poi a benedirsi, a maledirsi, a fare l'angiolo o il demonio, secondo mi frulla. Che se mai venisse il giorno, e verrà certo, nel quale mi possano applicare la similitudine che Omero fa di Priamo e dei consiglieri suoi con le cicale:

 

Egregi tutti dicitor, sembianti

Alle cicade, che agli arbusti appese

Dello arguto lor canto empion le selve,

 

io fino da questo momento supplico la Musa di venirmi inaspettata dopo le spalle a tirarmi le orecchie se tuttavia correggibile, o, se perduto, chiudermi con le rosee mani la bocca cantandomi requie. E voi pure, ortiche, voi, che invocherei maligne di tutta la virtù vostra alla parte mezzana del corpo del fanciullaccio francese, se avvenisse mai che fra di voi lo inchinasse ignudo, crescete e moltiplicate intorno al libro che ho scaraventato in mezzo alle vostre foglie: alla vista dei viventi nascondetelo, e dove taluno curioso si attentasse raccoglierlo, ricordate che a voi lo confidai in deposito come già crederono a Pandora il vaso dei mali, e che voi possedete spine per pungergli le mani.

Orazio, allora favellò Eleuterio, tu in questa parte hai ragione da vendere, e poichè udire vale troppo meglio che disputare, adesso fa di raccontarci qualcheduna delle tue tante storie: a te costano nulla, dacchè per dono di natura, e non per istudio, tu passi il tempo raccontando come la lodola traversa il cielo cantando. Tu solo ci conforti delle battiture della fortuna, tu solo valente a farci dare all'oblio gli errori e le colpe degli uomini, va, Orazio, io non ti baratterei con dieci casse di oppio del Bengala.

– Io non vo' contare, io: mira! perchè la mia mente, oltre ogni estimativa uguale alle acque dei laghi, rifletta le immagini circostanti abbisogna di quiete intera e continua; allora, e unicamente allora che la tranquillità pende sopra il liquido piano come madre sul figlio addormentato, se lo emisfero mette fuori una stella, ed io con una stella gli rispondo, se due con due, e se mille con mille: io non mi arrendo dopo di lui, ma da lui non mi lascio vincere: laddove poi anche una brezza montanina ne increspi l'amabile specchio, colli e pianure, alberi e case, nuvole e stelle vanno a catafascio sossopra mescolandosi in cotale strano guazzabuglio da fare girare il capo non che ad altri, a questo satiro di marmo. Inoltre arrogi, che quantunque per l'amicizia la quale ti lega con Severo e Mamerto, io vi abbia a considerare come un corpo solo, e così vi consideri di fatto, tuttavolta anco Cerbero, con reverenza parlando, in corpo unico possedeva tre capi, e con tre capi esercitava tre volontà, essendo ricevuto comunemente nelle scuole che l'anima stia a pigione nella glandula pineale del cervello: però avendo latrato, voleva dire parlato tu solo, comprenderai, senza pietra da sarto e senza lavagna, te essere in minorità.

Racconta sempre e placaci, che il poeta vive in mezzo alle stirpi degli umani, come la cicogna sopra le capanne villerecce per propiziare agli dei buoni, e tenerne lontane le bisce. Quanto agli amici nostri, sol che tu guardi in viso Severo ti accorgerai che prega.

– Io? A me parve sempre che non valga il pregio erpicarsi, pericolando su i rami dei pioppi per ammazzare grilli cantajuoli; lascio che stridano a loro agio; però se vuoi raccontare, racconta; se no sta cheto: – ma intanto Severo, comechè favellasse acerbo, assettavasi al fianco Orazio, e con la destra abbracciatogli il capo lo baciava amoroso sopra la bocca.

Rispetto a me, disse Mamerto, giudico che il sole avendo percorso tre quarti appena della sua carriera diurna, avventa adesso obliquamente acute le sue saette di luce, talchè dubito se più le balestrasse infeste contro Niobe e i Niobidi per ripararle mi sovviene in questo punto lo scudo degli occhiali verdi, epperò il meglio che per noi possa farsi è starci fermi in riposo. Intanto che tu Orazio novelli io mi sdrajerò sul prato, perchè caso mai mi accadesse addormentarmi, non sia detto che tu mi facesti dormire ritto: anzi studioso di ammannirti tutte le vie alla ritirata onorevole, se mi avvenisse assopirmi supino, protesto anticipatamente che non si deve attribuire al tuo racconto, perchè tra stanotte passata, stamane, e a vespro io abbia dormito diciotto ore soltanto.

– Tu ne hai dormito solo cinque, Mamerto, ma non per questo ti addormenterai adesso, o degli spensierati Giove ottimo massimo, conciossiachè io mi accingo a raccontare come un vecchio di settanta anni, e solo, difendesse la bandiera della libertà confidata nelle sue mani.

 


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