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II.
Quasi fra mezzo al faro della Giraglia e quello di Bastia sopra la costa orientale del capo Corso giace una cala dove arrivate le barche, i marinari le abbrivano a dare in secco sopra la spiaggia, donde, per via di cilindri di legno trattele fuori, ripongono o sotto le tettoje, ovvero nei magazzini, e governatele poi salgono ai figliuoli ed alle donne loro: nè più nè meno di quello che il viandante costumi col suo cavallo, fornito il cammino.
Sceso dalla barca sul lido, se volgi la faccia ad occidente tu vedrai una vallata, la quale da per tutto gioconda, a capo Corso è stupenda: la via piana, ampia, e di parecchie miglia lunga conduce costà: giardini e verzieri la framezzano come lieti di acque perenni casi abbondevoli di ogni generazione alberi fruttiferi; da un lato e dall'altro doppie fila di platani quasi sempre verdi, liberali di ombre desiderate in cotesta calda temperie; dopo percorso buon tratto di via un torrente scorre parallelo alla strada, imprigionato da argini di pietre una soprammessa all'altra a modo e a verso, non già in confuso come lungo il letto del Bisagno e della Polcevera a Genova. Monsieur Valery ammira l'opera dell'argine e non poteva fare a meno; e fin qui andava bene: ma passando il segno, e dando di capata nei gerundii, eccoti, che scappa fuori a battezzare cotesta opera, prodigio delle mani dei Ciclopi.
Se talento o vaghezza vi spingessero, o miei uditori, a cotesti lidi io vi ammonisco di non domandare che vi mostrino le mura, lavoro dei Ciclopi còrsi, imperciocchè correreste pericolo di sentirvi interrogare, come accadde a me: – Venite da Meria voi? – Io no, risposi, vengo da Bastia. – Avvertite che senza badarci voi avrete tocco Meria di certo. – In verità no, che a Luri mi condusse la barca. – Be', ad ogni modo avrete salutato Meria da lontano.
Io non sapeva capacitarmi intorno alle ragioni della singolare insistenza a volermi messo a marcia forza in contatto con Meria: seppi più tardi come, giusta la opinione dei Còrsi, gli uomini di Meria, ch'è un paesetto del capo Corso, sentano tutti dello scemo. Tuttavolta ignorando allora che cosa l'allusione significasse, nè arrivando a farmi spiegare il tratto mordace, pregai mi chiarissero almeno su questo benedetto muro ciclopico; ed in ciò contentandomi uno dei presenti sorridendo rispose: – Ma che Ciclopi andate voi fantasticando? Evisa fu dei nostri, uomo ingegnoso, e nemico giurato della povertà: lasciò, come adoperano molti fra noi, la patria in cerca di fortuna, e dopo molte avventure si ridusse a morire in casa sua ricco di beni abbastanza, molto più di esperienza; eletto sindaco del paese, parecchie cose profittevoli al comune ordinò, e con pochissimo spendio condusse a termine, tra le altre, questa dell'argine, facendo cavare di mezzo al torrente le pietre ingombro alle acque le quali ritenute di tratto in tratto traboccando allagavano la valle, ed operando con facile del pari che felice trovato, servisse ad impedire lo straripamento quella materia medesima, che dianzi lo cagionava. Però e' non occorre punto andare secoli addietro per rinvenire l'epoca giusta in cui fu fabbricato l'argine, nè mettere i Ciclopi al posto del dabbene sindaco Evisa.
Un'altra volta mi accade anco peggio, e poichè il caso lo merita, io ve lo voglio raccontare. Monsieur Prospero Merimèe, ai giorni di oggi senatore di S. M. l'imperatore dei Francesi, e qualche cos'altro, come sarebbe a dire un sopracciò alla conservazione dei monumenti di Francia, mandato già dal ministero di S. M. il re Luigi Filippo a passeggiare in Corsica, affinchè vedesse, e se poteva capisse, e comprendendo o no, di quanto aveva veduto ragguagliasse, monsieur Prospero pertanto, non fece come Cesare, che venne, vide e vinse: tre cose non si possono compire ad un tratto da cui non è Cesare: due l'esegui, ed un'altra no, venne, vide, e non comprese. E se vi dico la verità giudicatelo voi: essendosi egli imbattuto in taluni ammassi di pietre ritti su a foggia di rozza mensa, ed in certi altri saccacci giacenti sopra terra, gli balenò alla mente una idea nuova di zecca, una notizia ricavata dal medesimo libro donde messere Ludovico Ariosto desunse quelle che leggonsi nell'Orlando furioso; e comechè l'umano intelletto, pari in questo ad ogni altra matrice, concepita una idea è mestiero che la partorisca o che scoppii, egli fece sapere al ministro avere scoperto in Corsica cosa non mai più vista od udita prima di lui, ed aveva ragione: questa poi era la testimonianza della origine comune tra Corsi e Francesi, cioè Celti (i quali a dirla qui per parentesi mescolansi così bene coi Francesi come le lancie colle mannaje); così vero questo che, i dolmani ed i meineiri, i quali per consenso dei più svegliati archeologi, spettano unicamente alla religione dei Druidi sacerdoti dei Celti, ingombrano ad ogni tratto l'isola di Corsica, donde cotesto prodigioso cervello inferiva due cose del pari degne della considerazione profonda di sua eccellenza il signor ministro: la prima, che i Celti erano stati i vetustissimi abitatori dell'isola, e la seconda l'arcana attrazione dell'un popolo verso l'altro mercè la voce immortale del sangue cognato. Il ministro, che in grazia degli antichi e dei nuovi ragguagli conosceva di che razza fosse stata l'attrazione dei Còrsi verso i Francesi, e come tuttavia durassero ad amarsi, non gli dette retta e fece bene. Malgrado questa prelibata scienza, anzi a cagione appunto di questa, Prospero Merimèe, non so se solo o accompagnato, fu assunto all'ufficio di soprastante ai musei ed ai monumenti di Francia. In fè di Dio che li spende bene i suoi quattrini la Francia! Volete sapere voi altri queste meineire che sieno? Ve lo dirò io, chè ne fui informato a mie spese: e' sono ripari che parecchi pastori si accordano a costituire per avere ricovero quando la tempesta li coglie sopra la montagna; e i dolmani spaccature di scogli scaraventati là dall'empito del terremoto, o per vetustà caduti, o dalle folgori percossi. Ond'io quando domandai i pastori che mi menassero a visitare i famosi meineiri ingegnandomi a renderli capaci di quello che si fossero, fecero spallucce; e siccome perciò non isconfortandomi io continuava, eglino incominciarono ad aggrondare; allora temendo la mala parte protestai che avevano torto a suppormi inurbano a segno di prendermi spasso di loro, non essere questa farina del mio sacco, bensì di un monsieur proprio di Francia, mandato a posta dal ministro a scoprire queste belle cose nella Corsica. Il più provetto dei pastori com'ebbe udito questo, schizzato prima uno spirillo di saliva verde pel masticare continuo della erba corsa, conchiuse così: dei Francesi non vuolsi fare caso, perciò che quando non sono cattivi sono matti. – E possa san Pietro chiudermi in faccia le porte del paradiso, se ci aggiungo nulla di mio: certo le parole del pastore mi dettero a pensare assai sopra la misteriosa attrazione che conduceva i Còrsi verso i Francesi, mercè la voce del sangue cognato.
Amici miei, io vi chieggo mille volte perdono, se più ch'io non doveva mi fermai nella valle, ecco di un salto arrivo in cima ai monti che sovrastano Luri, e qui, sia che mi concediate licenza, sia che me la neghiate, io mi fermo da capo: – e me la piglio, imperciocchè da queste pendici io contempli il mare Tirreno da un lato, e dall'altro lo sguardo si distenda
Per le côrse e le sarde onde sorelle.
Ecco le isole toscane come le Nereidi convenute a domestico colloquio, e gl'isolotti, alcioni impietriti a fior di acqua, e la Pianosa serpeggiante, boa immenso del Mediterraneo, e più lontano le colline della Maremma, e i monti modanesi ed i liguri. In fede da galantuomo un colpo di occhio magnifico, e se non ci credete andatelo a vedere. Ora di grazia non mi minacciate col dito, non istrabuzzate gli occhi, io scendo subito. Per queste bricche non si può mica andare col vapore; ma prima di scendere, levate meco le ciglia un poco in su, guardate come giusta sopra il mio capo sorga una torre in rovine: basta la prima vista per andare chiariti come in tempi da noi non troppo remoti i Genovesi per vedetta la fabbricassero, o per ripararcisi dalle scorrerie dei pirati qualcheduno dei feudatari del Capocorso: o forse, e si coglierebbe meglio nel segno, per fuggirvi l'ira vendicativa degli emuli; non importa, malgrado la prova espressa dello sproposito che dicono, i Côrsi si ostinano ad affermarla la torre di Seneca, e da Seneca chiamano tutto un distretto municipale. Fatto sta che Messalina gelosa del filosofo, il quale tendendo più corde al suo arco amoreggiava ad un punto con esso lei e con Livilla sorella di Caligola, operò che lui in Capocorso esiliassero, e la donna uccidessero: sul quale proposito lassù in cima a cotesto monte io faceva le seguenti considerazioni, che adesso godo parteciparvi in pianura: le femmine, segnatamente le principesse, comechè negli appetiti loro disordinate ed insaziabili (e Messalina in libidine le superò tutte), non assolvono mai capo dello armento dei drudi se venga a mancare alla dovuta fedeltà; ancora che la stizza della tradita si arrovelli più implacabile contro la donna per cui la tradirono, che contro lo infedele che la tradì: all'opposto dell'uomo tradito il quale se la piglia più che col bertone, con la femmina traditora; della quale diversità lascio alle vostre cure investigare le cause. Seneca, che in questa parte, uguale agli esuli di tutti i tempi, fidava venire richiamato presto, da prima si mostrò irto di stoicismo, e scrisse mirabilia alla madre Albina, come sarebbono queste che vi vado a dire: quello che dell'uomo è buono sta dentro di lui, non fuori, e come veruno al mondo gli può dare questa bontà, così nè anche alcuno gliela può togliere: ottima creazione della natura l'universo, e dell'universo parte nobilissima il pensiero inteso a speculazioni filosofiche: questo pensiero poi spettare a noi altri uomini propriamente, ed in modo, immancabile e perenne dove a noi stessi non manchiamo: però volta fortuna sua ruota, e il villano sua marra, che quanto a lui egli ha messo il tetto e non ci pensa più. – Ma Seneca saltimbanco era non filosofo, ond'è, che vedendo prolungare lo esilio incominciò a guaire pigliandosela con la Corsica e a sbracciarsi in vituperio di lei con epigrammi esagerati sempre, e spesso calunniosi. Io li appresi a memoria, e molti fra i Côrsi eziandio li sanno, non esclusi quelli che o non intendono il latino, o lo intendono poco, e li vado tra me ripetendo quante volte il dolore pizzicandomi la pelle vorrebbe ch'io gridassi: ohi! Seneca dopo sei anni di confino era richiamato a Roma mercè le pratiche di Agrippina succeduta a Messalina nel letto di Claudio Cesare, la quale gli commise la educazione del figliuolo Nerone. Qual coltello, tal guaina, e lo imperiale scolaro pagò un giorno da par suo il salario al maestro facendolo ammazzare. Dopo diciotto secoli l'ira dei Côrsi contro Seneca riarde piu viva che mai, e ti raccontano come la stizza del filosofo nascesse da questo, che comportandosi egli con le femmine côrse meno onestamente che il costume paesano patisse, un bel giorno le donne di Mercurio, villaggetto di cotesta terra, lo spogliassero ignudo, e poscia legatolo, lo flagellassero con le ortiche di santa ragione. Io, che Seneca non fosse stinco di santo, comechè oggi me lo vogliano stampare con san Paolo, quasi due anime dentro a un nocciolo, di leggieri concedo, ma che a guisa di satiro rincorresse le donne del Capocorso, veramente non mi sembra credibile; senza far caso che le femmine del Capocorso a quei tempi remoti (delle presenti non parlo, che trattandosi di femmine, massime côrse, vuolsi andare cauti con la lingua) per leggiadria di forme, e per venustà di costume rimpetto alle dame romane dovevano stare come le Furie alle Grazie. Gli è vero che fra il popolo nostro corre il proverbio: – come il can per fame fa forame, – ma per me considero la novella mero trovato della vendetta immortale dei Côrsi.
Scendo, non abbiate paura, io scendo, dacchè voi non mi consentite che prima di abbandonarlo per sempre io volga lo sguardo anco una volta, per ridirvi poi quanto magnifico si distenda in ampissima curva il golfo di san Fiorenzo, e dei colli del Nebbio, della isola Rossa, e di Caccia incoronati perpetuamente di olivi come i sacerdoti di Pallade, ed una volta all'anno di pampini a guisa di Baccanti nelle feste dionisiache, e più lontano le vette inamabili del Niolo coperte sempre di neve, avvertimento o minaccia come tutto quaggiù (sia uomini, sieno cose) aspetti di essere ravvolto dentro un medesimo lenzuolo mortuario; voi non me lo consentite ed io non ve lo chiedo nemmeno, imperciocchè toccandomi a scendere, bisogna che per queste balze io attenda dove pongo i piedi non possedendo un altro collo, nè due altre gambe di riserva.
Eccomi pertanto giunto a Pino, ed ecco che ho percorso parecchie miglia senza fiatare: adesso poi che mi trovo in luogo sicuro, io dichiaro alla ricisa, che non posso tacere più oltre, andandomene di coscienza dove io non vi mettessi a parte di quanto osservai: tanto più sarebbe il mio silenzio biasimevole, ch'io lascerei correre, non senza nota di poca gratitudine per la ospitalità côrsa, l'accusa dagli altri abitatori di Corsica per avventura più o meno, ed anco interamente, ma dai Capocorsini per nulla meritata, ed è l'accidia ovvero pigrizia, posta settimo fra i peccati mortali. Se a taluno mai piacque vedere quantunque possa l'uomo nella pertinace contesa con la natura, e come la si vinca, qui venga ed ammiri. Diversa, anzi contraria della sponda orientale dove le correnti circolari del Mediterraneo da secoli e secoli trasportando terra ed arena formarono immense pianure, la sponda occidentale della isola sporge sul mare in molto terribile guisa dirotta, le acque tinte in denso azzurro, e talora come inchiostro nere vi stridiscono attorno: non requie mai, nè bonaccia: la strada in parte a furia di picconi aperta procede a mezza costa a mo' di cornicione, ed in un punto o due s'inoltra sotto volta tanto bassa, che l'uomo a cavallo per quanto si affatichi a distendersi lungo le groppe dello animale, sente fregarsi il dorso dalla dura selce; di botto il perverso sentiero trascende giù fino alla estrema spiaggia del mare, donde mirando il luogo dove hai a risalire ti cascano le braccia, e maledici mille volte la curiosità che ti trasse fuori di casa a perigliarti fra cotesti scavezzacolli. Qualsivoglia scala, e fingila quanto sai scassinata, delle nostre dimore, dirimpetto a quelle strade abbila per cammino regio, però che coteste erte e coteste scene vadano per lo appunto composte di scaglioni; e non pertanto i cavalli côrsi ci si erpicano sopra non altramente che i muffii si facciano, e a te venuto a questo passo, se non ti abbandona del tutto il senno, non avanza altro che ritirare i piedi fuori delle staffe, ed agguantarti con ambedue le mani alla criniera del cavallo, od abbracciargli il collo e raccomandarti a Dio. La mia ospite di Canari mi affermava, che quantunque vecchia di cotesta strada, non l'aveva mai potuta fare a cavallo, nè a piedi, senza sentirsi pigliare dalla vertigine, onde per usanza antica costumava chiudere l'occhio più prossimo al precipizio, e con la mano circoscrivere il raggio della vista all'altro per modo, che non balenasse. Dallo esposto fin qui possiamo inferire che ogni buon cristiano ha ragione che basti per non incominciare cotesto viaggio, o incominciatolo una volta ne ha due per tornarsene indietro; oppure vi è ancora di peggio; di repente la traccia della strada si smarrisce, o per favellare più esattamente, ti si presentano ad un tratto davanti due o tre viottoli di cui uno mena a salvamento, e gli altri due alla morte: e il so ben io che sbagliato il sentiero m'inoltrai in cima ad un greppo di pietra viva donde stornare era impossibile, e l'abisso mi si apriva al destro lato e davanti. Il cavallo non si potendo reggere su quella pietra in pendio prese a sdrucciolare prima con le zampe deretane, poi con le anteriori: i compagni con altro non seppero ajutarmi, che disperatamente gridando; fortuna volle che il cavallo, nello sdrucciolare si abbattesse a mano manca sicchè mi riebbi a meno di un palmo dall'orlo del precipizio. Rizzatomi in piè salvo, e come a Dio piacque senza troppe avarie, mi attentai sporgere il capo fuori dalla rovina, e mi ritrassi indietro rabbrividito. – Anco questa è passata! io dissi; ma a denti stretti, ed anco adesso che ci penso, mi sento grondare la faccia di freddi sudori.
E così favellando Orazio si asciugava la fronte. Dopo qualche minuto riprese il racconto.
– Però cotesta formidabile parete non crediate che appaia rotta a filo di sinopia: qua e là presenta fessure e ripiani a guisa di peducci da sostenere travi, e presso di questi ripiani sovente dal vivo masso zampillano getti di acqua purissima. Ora contempla industria! Il Capocorsino innanzi tratto ha scolpito a suono di subbia sopra i fianchi dello scoglio sentieruzzi e scalee; in seguito raschiando i sassi, frugando là dove l'acqua montana casca, trattenendosi un poco, lascia deposito di arena, ed anco sbrizzando una maniera di terra tenera ha racimolato un po' di sostanza tellurica, e con le corbe trasportandola la versò nel cavo di quegli strani beccatelli, come l'alcione, raccolto lo escremento che chiamano alcionia, ne compone il nido su i fianchi delle grotte aeree; ciò fatto egli incanala le acque onde bagnarne il sottile strato di terriccio, il quale esposto all'ardore del sole pressochè tropicale da un punto all'altro riarde: così preparato il terreno gittavi il seme, o vi pianta per via di glaba i cedri, che nel paese chiamano lamie: tu però molto ti dilungheresti dal vero se mai credessi che qui sia il termine alle fatiche del Capocorsino; di vero, egli adesso deve attendere a schermire le povere piante dal flagello del libeccio, che percuote come un ariete, e con feroce strepito imperversa sopra la costa occidentale dell'isola: a tanto danno egli s'industria riparare mercè spesso assito di stipe legate insieme con vimini e sparto: qualche volta ancora assicura con assito di tavole. Difesa, come da per voi stessi potete conoscere, non rispondente alla offesa, epperò spesso abbattuta, ma non casca a terra coll'opera il coraggio dell'operajo, il quale tenace più della formica, mentre tuttavia la procella urla in mezzo alle roccie, si arrampica di greppo in greppo immemore del pericolo, e corre a salvare le piante sudate.
Adesso l'andazzo, o la pietà finta, o il bisogno di sottrarre lo accusato alle suggestioni esterne per esporlo atterrito alle ricerche della giustizia, inventarono le prigioni ed i penitenziarii, dentro i quali stanno i miseri cattivi chiusi come Asmodeo il diavolo zoppo nella boccia dello incantatore; però nella mia gioventù perdurava il costume di acconsentire ai carcerati, in ispecie se fossero inquisiti soltanto, di mantenere commercio col mondo, ond'eglino di così fatta larghezza giovandosi calavano giù lungo le pareti della prigione attaccate a funicelle certe tasche, perciò che il viandante pietoso gettassevi dentro la sua elemosina. Gran che a me che vi attesi, parve mai sempre questo, che mentre il comune degli uomini passava indifferente dinanzi ai paltonieri, i quali con ogni artificio più squisito di spettacolo e di voce si tribolavano ad eccitarne la misericordia, le tasche dei prigioni desolatamente mute avevano virtù di spremere un soccorso dal cuore della stessa avarizia. Ora fa il tuo conto, che le tasche dei carcerati sospese alle pareti delle odiose mura si rassomiglino per lo appunto alla coltivazione delle lamie in molta parte del Capocorso, e la natura, anco qui non dissimile agli uomini, vinta da misericordia, feconda generosa la terra che le chiede la carità, mentre altrove, messa sottosopra e capovolta si mostra pittima. Certo prete di cotesta contrada, ragguagliandomi intorno alle condizioni della coltura delle lamie, m'insegnava come le piante producessero di due maniere frutti, una semplice, la quale spedivano a Marsiglia, e più volentieri a Genova, dove la conciavano candita con lo zucchero; l'altra cresciuta col bocciuolo in cima, per la quale cosa lasciato il nome di lamia assumeva l'altro di vittima; ricercatori solenni di questa seconda specie gli Ebrei, che mettevanla in opera al tempo delle capanne a compimento delle superstizioni loro, ma che per certo dovevano essere abominevoli come tutti gli altri errori di che andava infetta, cotesta gente riprovata da Dio. Il degno prete aveva concluso il suo ragguaglio con tal suono di voce, che da qualunque galantuomo il quale non avesse come me risoluto di non rispondere nulla, poteva e doveva prendersi per interrogativo; e tale parve anche al prete, che tra esitante e maravigliato insistè:
– Non parlo bene io? Come non reputate voi le superstizioni giudaiche scelleratissime? Vedete, noi altri Côrsi tanto abbiamo in uggia gli Ebrei, che non uno solo potè fermare stanza in casa nostra.
Così trovandomi alla porta co' sassi non mi era più dato onestamente tacere; allora, come sempre, presi il partito che su quel subito mi bisbigliò il mio genio, ed additando obliquo ad oriente incominciai:
– Là...
Il degno sacerdote, tenendo dietro coll'occhio alla direzione della mano dentro la stanza, vide ch'ella andava a posarsi sopra una zucca vuota capace di sei fiaschi di vino, misura antica usitata tuttavia generalmente per l'isola di Corsica; onde trasecolato interruppe:
Ma io, senza badarlo, con grave sembiante continuai: – là in terra ferma giace la patria mia; in mezzo alla giacente patria mia dorme Firenze, in mezzo di Firenze havvi uno spedale, e questo spedale è di matti.
– Oh!
– E chiamasi di Bonifazio, o di san Bonifazio, che questo per lo appunto non vi so dire, quantunque io troverei convenevole, che anche i matti avessero a avere il loro santo protettore a modo e a verso: ed io vi assicuro, prete mio, che non sarebbe il meno affaccendato in paradiso. Ora accadde che certo gentiluomo parmigiano, ristucco fino agli occhi di conversare con quelli che in Firenze godono fama di savii, volle vedere se gli riuscissero meglio a fagiuolo i matti: detto fatto, e senza cerimonie fu messo dentro con gli altri. Notate che questo non parlo a caso, imperciocchè adesso la bisogna cammina diversamente e per entrare nello spedale dei matti ci vuole la licenza del governo; quanto a entrare fra i furfanti non vi è mestiere licenza, prima perchè questi non istanno chiusi, ma vagano, e trovansi colà dove non si dovrebbero trovare, e poi insieme uniti non compongono spedale, bensì confraternita illustrissima, reverendissima, ed anco talora, ma di rado, chiarissima. Dunque il parmigiano entrò in san Bonifazio, e quivi subito usando i modi di perfetta urbanità gli si profferse a guida un uomo, che alle vesti e al sembiante gli parve avere ad essere di coloro che guardano, non già dei guardati; e sempre più venne in questa opinione confermandosi udendo da lui il nome di ogni perduto dello intelletto, le cause delle infermità, gli accidenti di quelle, i molteplici rimedii adoperati per vincerle, la speranza più o meno prossima di guarirle, e le disperate affatto. Per ultimo arrivarono in certa appartata celletta dove incontrarono un giovane di forme rare assorto nella preghiera; – questi, la guida favellò, gli è il più amoroso uomo che nel volgere dei secoli mi sia comparso davanti; mansueto sempre, e tutto carità, benedice i compagni se gli fanno bene, e se del male più che mai li benedice. O secolo propriamente di oro! Terra veramente fortunata! Se la stirpe di Adamo, non dirò intera, almanco in parte a questo spirito eletto rassomigliasse! Gli angioli, io me ne sono accorto, stanno preparandogli lassù nel paradiso il diadema dei raggi del sole che illuminò la nascita di Abele, la stola candida composta con gli albori della prima aurora spuntata nell'Eden, e le ale con le penne cadute agli arcangioli Michele, Raffaele e Gabriele quando piombarono giù dell'emisfero di schianto, il primo per combattere Lucifero, il secondo per condurre Tobiolo, e il terzo per annunziare Maria. Finchè egli creda di trovarsi un giorno assunto in paradiso, va bene; di questa speranza non lo biasimo, piuttosto lo lodo, ma dove il caro giovane mette fuori incomportabile saccenteria gli è in questo, ch'egli presume non mica di andare, bensì di tornare in cielo, alle beate sedi levarlo non la grazia altrui, ma il diritto proprio; in una parola si cacciò nella testa lui essere Gesù Cristo in persona. Ammonimenti e persuasioni non bastano: sano nel resto, in questo si mostra intrattabile. Io comprendo ottimamente che i ragionari altrui gli abbiano a recare mediocre impressione, ma quando glielo assicuro io, dovrebbe farla finita, e darsi per vinto, imperciocchè io, a dirvela sotto sigillo di confessione, io sia il Padre eterno!
– Ho capito, riprese il prete astuto, voi volete con tale esempio arguire, che se il mugnaio ne macina, ne macina per tutti.
– Ma! aprendo le braccia soggiunsi, prete mio, qui a Sisco voi serbate le famose reliquie di santa Caterina, al Borgo la chiave di santo Appiano, a San Fiorenzo le buche, anche qui ho udito parlare di streghe, di fate, di tizzi benedetti, di apparizioni di anime, e di altre taccherelle, che si tacciono per lo migliore; però quanto a superstizioni, è mio avviso che agli uomini in generale ed ai preti in particolare, corrono due obblighi del pari importanti; il primo sta nel guarire le proprie, il secondo nel compiangere le altrui...
– Badati! Badati! urlò rizzandosi di repente in piedi Mamerto, quasi per avvertire Orazio che gli pendeva sul capo gravissimo pericolo, il quale colto all'improvviso, spiccò uno sbalzo da parte, guardandosi spaventato dopo le spalle, ed a posta sua gridando:
– Che è? Che è?
– Mi pareva di vedere, e vidi certo, una donna tisica, la quale stava per agguantarti le orecchia, e senz'altro io giudicai che l'avesse ad essere la tua Musa a cui ti sei raccomandato avvertirti quando incominci a diventare sazievole.
– Chi ti comprasse per savio, io so che tre quarti almeno gli toccheria del matto: vedi, ve' il cuore mi galoppa come un barbero della paura. Mamerto, se al corpo tuo si dimostrino pie le formiche quando giaci supino sopra l'erba, e giunte ai tuoi ginocchi non le invada il furore che guidò Colombo a scoprire più riposte contrade, lasciami ti prego saltare a mio talento di ramo in ramo.
E Mamerto tornato a sdrajarsi supino con le braccia sottoposte al capo e le gambe rannicchiate soggiunse:
– Sia come ti piace, però io ti conforto a non dimenticarti di madonna Oretta, cui avendo promesso quel certo cavaliere portarla con una sua novella a cavallo, ebbe a pregare il fastidioso raccontatore a volerla rimettere a piedi.
Orazio intanto, strappando attorno erbette e fiori, ne aveva fatto un manipolo, ed al fine delle sue parole lo gittò in faccia a Mamerto dicendo:
– Piglia e quando ti verrà la noja di udire, tu potrai mangiare. Poi subito temendo il rimbecco prosegui: – Arrivo a Canari, mirabilissimo fra tutti i paesi del Capocorso, con buona licenza di Centuri. Invero Centuri, che a mano a mano si lascia sdrucciolare verso la marina, richiama alla mente un gentiluomo francese ai tempi di Luigi XIV, il quale voltate le spalle alla sua provincia si avviava a Versaglia per umiliarsi al gran re, mentre Canari se ne sta sopra l'arduo scoglio come il pennacchio in vetta al cimiero; Centuri mercè la pecunia, Dio sa come raccolta dai suoi americani, si è lavato il viso con la calce, si è messo le persiane, quasi vetri verdi su gli occhi, per moderare la luce soverchia; Centuri insomma rassomiglia al villano azzimato da festa; Canari sembra una statua scolpita col suo mantello di pietra; e perchè tu Mamerto riprendendo la intemperanza delle mie similitudini, non abbi a dire ch'io le caccio giù a catafascio senza ordine, come senza discernimento, paragonando il medesimo oggetto, dopo poco intervallo di scrittura, ora ad un gentiluomo ed ora ad un villano, io ti certifico averlo fatto a posta, imperciocchè, ai tempi che corrono, tra un villano, ma dei bagnati e cimati, e un gentiluomo, passa minore distanza di quella che pensi, e chi lo prova lo crede. Canari sta aperto dinanzi al mare di occidente come un ventaglio; egli raccoglie tutti gli addii che il sole manda quotidianamente alla terra tramontando dal nostro emisfero; e tanta allora è la mestizia che su lui si diffonde, tanto il silenzio e il mistero che lo investono, ch'io molto volontieri lo chiamerei terra degli addii. Io non lo dimenticherò mai, da Canari vidi la più magnifica calata di sole che mi avesse percosso fino a quel giorno in mia vita; e la descriverei se il sole che ci sta davanti disponendosi a sciogliere i corsieri dal carro adorno, e ad annidarsi nel mare, non mi persuadesse a tacere. Giunto poco prima dell'Ave Maria della sera a Canari mi si fece attorno un capannello di gente curiosa, ond'io guardandomi attorno e notato un giovane di sembianze oneste lo richiesi se volesse accompagnarsi a visitare il paese. Al che egli rispose:
Ed io:
– O che siete francese voi?
– Non monsieur; je suis corse.
– E allora perchè non favellate italiano? Per avventura vi vergognate ad adoperare la lingua che i padri vostri parlarono?
– No, il giovine allora riprese, io sono un buono anfane, e per niente al mondo vorrei disagrare vostra signoria, ma essendo io figliuolo del precettore, primo di ogni altro devo osservare gli arrestati del ministro di pubblica istruzione, i quali portano che ogni ufficiale corso deve arrangiarsi a parlare francese; però tutto regrettando avere quasi dimenticato il mio italiano, il faut avec votre permission, que je vous parle français.
Mi cascò addosso il brivido della quartana doppia, parendomi vedere ed udire palpitante e vivo il mostro descritto dall'Alighieri al canto ventesimoquarto dell'Inferno composto dei dannati Cianfa ed Agnello,
In una faccia ov'eran duo perduti.
Grande cosa ella è questa, che dove misono le mani i Francesi hanno disfatto sempre e rifatto mai nulla; così sotto il reggimento loro la Corsica se ne va e Francia non diventa, e la lingua appo taluni apparisce per modo laida, turpe e infame cosa, che non ti gioveresti di pure toccarla con la pala.
– Andate via, dissi arruffato al giovine, e con la mano accompagnai lo imperio delle parole. Ed il garzone guardatomi in cagnesco, comechè i Côrsi sieno per natura permalosissimi, si allontanò brontolando; allora posti gli occhi sopra un vecchio con piacevole voce lo interrogai:
– E voi, padre mio, quanti anni contate?
– Io? Novantaquattro.
– E le gambe vi reggono tuttavia?
– A me? Voi fate celia: io giuoco a andare a Bastia la mattina e tornarmene la sera a dormire a casa mia: gli occhi da qualche tempo non mi dicono il vero, però da tre anni in poi non vado a caccia, e tanto più io ebbi a smettere, che mi morì Pasquale, onde scavata la fossa grande ci ho riposto provvisoriamente il mio schioppo e lui, intanto che i miei anni finiscano, ed io li raggiunga per non separarci mai più.
– Voi dunque non siete di quelli che rinnegano la paterna favella? A voi non fu imposta la lingua francese come la catena allo schiavo?
– Io? Io ho combattuto sempre i Francesi sul mare e su la terra, e li ho sempre vinti.
– Oh! esclamai dubitando di avere dato dentro a qualche scemo; se non che egli semplice e grave soggiunse:
– Soldato di marina presso gli Inglesi ho combattuto a San Giovanni d'Acri con lord Seymur; poi a Trafalgar dove rimase morto l'ammiraglio Nelson: ora vivo con la pensione la quale mi paga il governo inglese; veramente io non ci sguazzo dentro, ma siccome anco i miei bisogni son pochi, così mi basta.
Intanto avviandoci verso la marina venimmo in parte dove sorge isolata una chiesa di cui la vista mi percosse a guisa di memoria delle patrie cose, e domandai:
– E questa chiesa a quale appartiene? chi la edificò?
– Io non saprei; parmi di nessuno: messa nè uffizio non vi celebrano mai: il prete la afferma costruzione saracina; a me non pare, ma non lo sapendo di certo sto cheto.
– E voi credete bene, ripresi io, che dopo esaminate le pietre quadrilunghe, diligentemente ragguagliate su gli angoli, una sopramessa all'altra, le finestre anguste e strette a mo' di feritoje, e voltate a sesto acuto, come pure le figure fantastiche scolpite nel cornicione ricorrente intorno al muro sotto le grondaje, potei, senza timore di errare, riconoscere la origine della fabbrica; – ella è per certo opera dei Pisani.
E pur sempre agguardandone le pareti mi occorse una iscrizione incisa sopra la pietra in caratteri gotici, la quale faceva fede averla eretta Jacopo da Mare signore di Canari, famiglia di seguito grande una volta, che quella ed altre terre del Capocorso tenne in feudo dalla repubblica di Pisa. Altro non si poteva leggere, conciossiachè la lapide, scialbata tutta, in parte comparisse coperta d'intonaco.
Le quali cose poichè ebbe inteso il vecchio, tentennò il capo come persona sconfortata, e sospirando disse:
– Ahimè! io non posso muovere un passo senza che mi occorrano monumenti d'ignoranza e d'ingratitudine dei preti della giornata d'oggi: se ci aveste trovato il prete Settembrino, egli era altra cosa! da lui sì voi avreste saputo dove il diavolo tiene la coda, che fu maestro in divinità, e leggeva corrente in tutti i libri come nel suo breviario: inoltre vi capacitava sul dove e sul quando; li aveste domandato, magari Dio, novità della China. Certo certo, non sarebbe stato alle mani di prete Settembre che un forestiere avrebbe rinvenuto la memoria del benefattore Jacopo da Mare mezzo coperto sotto la calcina.
– Forestiero no, bensì ospite, ripresi io battendogli della mano sopra la spalla: qui di forestieri non ci ha altri che quelli i quali vi governano.
E andai oltre mosso dalla curiosità che mi metteva in cuore certo palazzo amplissimo, dalle ombre cadenti reso gigantesco e quasi minaccioso: sorgeva alquanto dal paese remoto, isolato, affacciato dal ciglione della rupe; giratolo attorno trovai come parte dei suoi muri andassero composti addirittura col prolungamento del medesimo scoglio: naturale cosa pertanto la voglia in me di procurarmi contezza intera di cosiffatto edifizio, e a questo mio desiderio sovvenne parimente il vecchio cortese, dicendo:
– Codesto è il palazzo famoso dentro del quale prete Settembrino tenne prigione Gesù Cristo.
Per questa volta davvero mi credei spacciato; il vecchio senz'altro aveva perso il bene dello intelletto, ma egli sempre contegnoso proseguì a favellare:
– Nè quanto vi narro, vi paja strano, o se tale vi parrà per ora, state di buono animo ch'io vi chiarirò tra poco mentre cenerete.
E questo mi parve il partito migliore, onde seguitato dal vecchio, m'incamminai alla casa della mia ospite Marianna, donna di ottime viscere. La naturale cortesia, accesa nel tuo cuore come fiaccola dentro al vaso di alabastro, ti rivelava in volto, o Marianna, a modo di bassirilievi sopra campo diafano, l'intelletto di amore che studia i desiderii e li previene, la misericordia, che nei miseri soccorre sempre al bisogno, e non cerca mai la colpa, la benevolenza che del piacere altrui si fa contento... ed altre più cose tutte care, tutte oneste palesava la tua faccia, Marianna, vera opera uscita dalle mani di Dio senza ombra di arte, ed io ti aveva promesso che sarei tornato a visitare la tua casa e non mi ci hai più visto: dalla insistenza affettuosa con la quale mi facevi profferire la promessa, io, turata la bocca al diavolo del dubbio che mi brontola dentro, confido che tu non mi abbi posto in oblio; però tu prega il Signore che mi mantenga in vita, com'io a mia posta lo supplicherò perchè conservi la tua, e allora un giorno ci potremo rivedere in questo mondo, chè natura e studio me fanno nei propositi tenacissimo; e se i fati disponessero altrimenti, va sicura ch'io ti cercherò nella valle di Giosaffatte, riconoscerò la tua faccia la quale mi richiamava alla memoria la storia di Nemi e di Rut, e ti stringerò la mano con tutta l'anima mia.
Seduto che fui a mensa, ed invitato a fare lo stesso il vecchio, egli ricusò partecipare alla cena per due ragioni, ch'io non potei astenermi di trovare buone; e la prima fu, nella sobrietà stare riposta la salute del vecchio, la seconda, che avendo a discorrere non avrebbe potuto al punto stesso mangiare: bagnò unicamente, come disse, la parola, bevendo mezzo un bicchiere di certo vino prelibato cui chiamano raspo; cosa che non gli accadeva di frequente, essendo colà come altrove comparsa la crittogama a crescere il fascio delle miserie umane. Bevuto il vino, e' si asciugò col tovagliolo di Adamo, io voglio dire il dorso della mano, di poi intendendo a me, che pure col volto gli ordinava: incomincia – egli prese a favellare quasi in pretto toscano:
– Perchè il prete Agostino da Silvareccio avesse nome Settembrino io non vi so contare; di membra era scarso, e nella vita minuto più di una zitella di sedici anni, e non pertanto fatto di verghe di acciaio; gli luccicavano gli occhi verdi mare lampanti come quelli del gatto; nè in questo solo si rassomigliava a cotesto animale, chè del colore del gatto soriano aveva i capelli mescolati di bianco e di nero, e come lui spiccava salti maravigliosi: riarsa dal sole la pelle ulivigna; le sopracciglia irte peggio che le setole del cignale: dormiva poco, mangiava meno, parlava rado, dal naso al mento pareva fatto di un pezzo, chè usava ripiegare le labbra dentro la bocca, e questa tenere stretta più della morsa: figuratevi questa noce per traverso (e prese la noce del piatto, e me la pose dinanzi gli occhi), mirate il colore, le rughe, la commettitura dei gusci, tale e quale la parte della faccia di prete Settembre dal naso in giù.
Il generale Paoli essendosi condotto a riconoscere il Capocorso capì di leggieri di quanto memento sarebbe stato assicurarselo sgombro pel buono esito della guerra; a questo fine egli ordinò che sopra un balzo dirupato fabbricassero la torre di Nonza, e siccome Appiano Settecervelli, che fu ingegnere dei buoni, tentennando il capo con un suo ghigno da beffe brontolò:
– Noi non siamo santi da operare miracoli.
Il generale con voce terribile rispose:
– Anzi sì. La libertà fa più miracoli di santo Antonio.
Voi la vedrete questa torre; adesso ella rovina, e ciò nonostante vi chiarirà come santamente favellasse il generale, avuto riguardo alla inopia in cui sempre si versarono i Côrsi di ogni cosa necessaria a mantenere viva la guerra. Il balzo sul quale fondarono la torre di Nonza a guisa di salice piangente s'inchina ad altezza smisurata sul mare, sottile in cima dell'arco così che le intemperie lo perforarono; se vi piglierà il capriccio di affacciarvisi voi vedrete giù ribollire l'abisso in vortici neri contornati da spuma bianca come la neve, e vi ritrarrete addietro rabbrividito: di costà non può scorgersi la radice dello scoglio la quale logorata dal perpetuo rompere dei marosi rientra profondamente nelle viscere della montagna. Dalla parte meridionale meno dirotto scoscende il sentiero, ma da tramontana vi parrà che non possa salire, chi va senz'ale, tuttavolta vi arrivano, e i più arditi anche a cavallo, erpicandosi su per numero spaventoso di gradini che si alzano a spirale fino al vertice del masso enorme costeggiando in parte il mare, ed in parte addentrandosi nella rupe dove giravoltano; poco più oltre che a mezze scale, voi troverete la fontana perenne dove vanno per acqua le donne del paese.
Qui fu dove sofferse il martirio delle mammelle tagliate santa Giulia, che nacque proprio in Nonza, non già in Cartagine come altri sostenne; donde qualche secolo dopo mandò a levarla Ansa moglie del re Desiderio per riporla in Brescia; e pareva che bastasse, ma no signore; quinci, fattala a tocchi, la mandarono per tutto il mondo, come la moglie del Levita; ed anche Livorno per virtù di un degno sacerdote andò felicitata di una costola intera della santa. Quando penso a santa Giulia io non mi posso dare pace: ma che razza d'imperatori erano diventati cotesti romani, i quali, come Diocleziano, incominciarono col muovere guerra alle mammelle delle povere sante per finire a piantare cavoli in Dalmazia? E badate che non è mica la sola santa Giulia ch'ebbe a patire questo strazio; il medesimo tiro fecero anche a santa Agata per avere ricusato ostinatissimamente le nozze di Quintiliano. Ai giorni nostri non c'è questo pericolo, che le zitelle innanzi di andare a marito preferiscano avere le poppe sceme. Rispetto alle mammelle di santa Agata narrasi eziandio, che Guiberto essendosi recato a Costantinopoli per quinci rimuovere il corpo santo, e trasportarlo in Catania, fa per buttarsi via udendo come l'imperatore, nemico giurato della libertà del commercio, avesse sotto pene severissime proibito di fresco la estrazione dei corpi santi; tuttavolta ricorso allo ajuto divino, si trovò sovvenuto dalla ispirazione prodigiosa di metterlo a pezzi, rimpiattandoli poi ad uno per volta nel turcasso dei soldati: così morta ed in tocchi, santa Agata uscendo dalle mani loro potè capitare vergine in Sicilia. Nè qui finiscono i guai: nello sbarco della vergine a pezzi andò per lo appunto smarrita una mammella. Figuratevi il cordoglio, il pianto, e le strida delle donne catanesi! pareva venuta la fine del mondo: il pane restava nella madia senza essere infornato, la carne cruda sul tagliere, i bambini in culla privi di latte, insomma piccole e grandi tutte le donne di Catania in cerca della benedetta poppa. Per ultimo, Dio volendo dare sesto a tanto disordine, aperse gli occhi ad una zitelluccia, la quale ritrovata la mammella con giubilo universale la riportò al cappellano del Duomo che le usò cortesia. Tutte le quali cose, come meritano, considerate, non deve fare specie se le donne in ogni tempo ebbero in sì gran pregio le poppe loro, dacchè da una parte vediamo imperatori romani così infelloniti a perseguitarle, e dall'altra il Padre Eterno tanto premuroso a proteggerle.
Adesso però, prima di tornare a prete Settembre, ragioniamo alquanto della torre di Nonza: quando fu condotta a termine da potersi difendere, il generale Paoli ebbe a sè il signore Giacomo Casella capitano vecchio, il quale nelle guerre contra ai Genovesi aveva fatto prove da Orlando, non senza però esserne rimasto storpio dalla gamba destra, e sforacchiato per tutta la persona peggio di un crivello, e sì gli disse:
– Cugino Giacomo, che cosa ti par egli di questa torre?
– E' mi pare ch'ella sia un bello e forte arnese di guerra.
– Metti ch'ella serve di chiave a tutto il Capocorso; così non dubito che il nemico non volti di qua ogni suo sforzo per espugnarla. Io sto in pensiero a cui me l'abbia a confidare... cugino Giacomo... giù presto, alla libera, ti basterebbe l'animo di difenderla come merita?
– Bisogna distinguere, generale: se voi mi parlate da cugino vi risponderò: Pasquale, io mi sento rotto dalle fatiche, sono vecchio, sono stroppio, qui ci vogliono giovani, metteteci un giovane; dove poi mi favellaste da generale, ecco la mia risposta: eccellenza, al soldato intendere importa obbedire.
– Giacomo, io ti parlo da parente, e da generale; dà retta a quello che dico: quando per queste pendici rimbomberà il cannone nemico, ti sembra egli possibile che la tua gamba sana stia ferma, e non istrascini seco la gamba stroppia? Che diavolo parli di stracchezza? O che fummo posti per riposarci nel mondo? Avremo tanto agio di dormire nel camposanto.
– In verità di Dio, voi avete ragione, generale...
– Dunque è inteso che difenderai la torre?
– È inteso.
– Eccole tutte e due.
Provvisto di questa maniera alla difesa della torre di Nonza, il Paoli ordinò per tutto il distretto squadriglie di feritori, o come oggi si chiamano, di bersaglieri, i quali al bisogno stracorressero il paese a sovvenire la parte minacciata. Appresso essendogli stato riferito come taluno dei sacerdoti del Capocorso, segnatamente quello di Canari, andava predicando dottrine che gli erano care quanto il fumo agli occhi, vale a dire: i preti, preposti a ministero tutto di pace, non doversi mescolare nei subbugli di questo mondo: amici o nemici essere del pari cristiani, epperò meritevoli di uguali benedizioni: non redarguito solo, bensì andare dai sacri canoni maledetto il prete che tuffasse le mani nel sangue battezzato, ed altre castronerie siffatte, per non dire di peggio, come se i preti nelle sacre carte non menassero le mani, e l'uomo prima di consacrarsi prete non nascesse figliuolo della patria, la quale è così empio non amare con tutte le viscere, come degno di eterna dannazione lasciare che altri l'offenda; se non siete di questo mondo andatevene nell'altro, ma poichè bevete del vino delle nostre viti, consumate il grano dei nostri campi, le terre tenete, le case albergate, fogna è pure che come noi vi travagliate a conservarli immuni dalle ingiurie straniere.
Il generale intento a tagliare alle radici la mala pianta, ristrettosi con prete Settembrino gli disse:
– Prete, voi starete qui ad affilarmi il rasojo.
E il prete in prima levato il mento in alto lasciò cascarlo giù sul petto come se fosse un martello da fabbro, ed in quel modo volle significare: ho capito. Allora il generale traslocò in altra parrocchia il curato di Canari, ed aggiustò le cose secondo il suo giudizio, ch'egli, senza fallo possedeva eccellente.
Ora voi dovete sapere, signor mio, come il curato vecchio, il quale da quel ghiribizzo, di non volere adoperare l'archibugio contro il nemico, in fuori, era un santo uomo, lasciasse nel paese, massime fra le donne, fautori zelanti e devoti: aggiungi che il prete Settembrino era mal noto in paese e per quel poco che ne avevano sentito dire passava per cervello balzano; da questo capirete che per mettere il campo a rumore ce n'era di avanzo; di fatti incominciò a levarsi un bisbiglio sommesso, zufolò all'intorno come vento rinchiuso, crebbe, alla fine ruppe bociando, che del prete Settembre non ne volevano boccata. Di ciò prete Settembre, come se non fosse fatto suo, non se ne dette per inteso: figurate! egli era come a dire a Monte Rotondo: – fatti in là. – Quando venne la domenica si sparse pel paese che il curato nuovo prima di benedire il popolo avrebbe detto dal pulpito una predica... ma co' fiocchi! nell'aspettativa pertanto di qualche cosa di grosso l'universo popolo accorse in chiesa: io per me penso che non restassero nè anche i gatti a casa. Prete Settembre cantò a modo e a verso le sue orazioni, ma non faceva vista di avviarsi al pulpito, anzi col piviale addosso si accosta all'altare, al passo ed allo atto dello inginocchiarsi parve impacciato, ma attenti ad altro non ci diemmo caso; ad un tratto, prima d'intonare il Tantum ergo si rizza in piedi, piglia dalla residenza il venerabile, e lo depone sopra l'altare: poi trattosi in cornu epistolæ si volta al popolo e con voce gagliardissima tale gli fa la predica.
– Io so, fratelli carissimi, che il vostro antico curato vi sta sul cuore, e di questo vi lodo, perchè se lo meritava; e so eziandio che voi volete male a me e di questo vi biasimo. Voi congiurate a cacciarmi via dalla cura di Canari, ed io intendo di volerci stare, perchè con voi sono deliberato pregare Dio, con voi vincere, se ci riesce, i nemici, e con voi, se non ci riesce, morire per la patria. Quando contrattate o vino od olio o granaglie, dite su, innanzi di rifiutarli non li saggiate voi? Me dunque tenete da meno dell'orzo e del vino, imperciocchè senza volermi provare buttate via: ciò non va bene, anzi ciò cammina contro alla carità cristiana. Avrei desiderato che voi vi foste tolto il carico di conoscermi da per voi stessi, ma poichè volete lasciarlo a me, ecco ch'io calo giù buffa, e in quattro parole mi spiccio. Il Padre Eterno che diede i dieci comandamenti della sua legge a Moisè, quel desso fino dal ventre della madre mia mi largì dieci argomenti per farli eseguire, e sono questi...
Qui levate ambo le mani aperte mostrò le dieci dita.
– Sappiate inoltre, dilettissimi miei, proseguiva prete Settembre, che io, con tutti voi altri, adoro una santissima trinità in cielo, ma che un'altra ne conosco e bazzico sopra questa terra, della quale questo è il padre.
E cavatosi di sotto al piviale l'archibugio lo depositò sopra l'altare.
– Quest'altro è il figliuolo...
Qui si cavò di tasca un pistolone, e lo mise accanto allo schioppo.
– Finalmente questo è lo spirito santo...
Ed apertosi il camice, ne trasse fuora il pugnale, che pose insieme alle altre armi in un fascio.
– Ciò messo in sodo, io vi ammonisco, fratelli dilettissimi, a non montare su i trampoli, avvegnachè voi mi veggiate gramo, e di persona assai scarso; rammentatevi, che anche lo pevere è chiuccarello, e pure si fa sentire. Ora voi avete inteso: io sono da bosco e da riviera, ed Agostino da Silvareccio, così in questo come nell'altro mondo, di una sola cosa ha paura, ed è il castigo di Dio; il rimanente gli preme quanto la tramontana dell'anno passato.
Ciò detto, il sacerdote dabbene, rivoltò la faccia all'altare, e piegate le ginocchia intuonò: Tantum ergo sacramentum: e il popolo dietro; il quale benedetto a modo e a verso uscì di chiesa in visibilio per la dottrina sperticata del curato. Cosi prete Settembre dimostrò col partito animoso, che se fu trovato giusto il proverbio: a prete pazzo popolo spiritato, anche alla rovescia torna in chiave. Fatto sta che il curato in quel giorno presso la estimativa del popolo crebbe un miglio e mezzo, il quale credito invece di scemare andò di giorno in giorno aumentando, e per giuste cagioni; conciossiachè per medicare ferite facesse la mano di Dio, quanto alla predicazione, io non istò a dirvi altro, voi ne aveste un saggio: sempre della medesima forza, qualche volta più valoroso assai, le sue parole picchiavano forte come sassate nel capo: pioggia, vento, saette quando si trattava andare attorno per assistere gl'infermi ei li aveva in conto di ceci passatempo; se poteva a cavallo, se no a piedi: i sacramenti donava, non vendeva: gratis accepistis, gratis date; veruno il vide accettare roba o moneta, anzi neppure un bicchiere d'acqua per battesimo, per matrimonio, o per funerale: e questo, soleva dire, essere l'argomento unico per turare la bocca ai tristi i quali non rifiutano mai di screditarli, chiamandoli, con danno inestimabile della religione, bottega dei preti. Nulla chiedere, e levarsi fino il pane di bocca per ispartirlo co' poveri, secondo il suo parere formava massima parte della perfezione del sacerdote: il vangelo averlo ammonito che la stola aveva doveri e molti; circa ai diritti non essergli riuscito a trovare, per quanta diligenza ci avesse messo, dove Cristo ne parlava. Celebrata la messa, dopo fatta la spiegazione dell'evangelo, messo da parte il breviario, il nostro bravo prete, preso lo schioppo andava ad istruire la gioventù su la piazza della chiesa a raccogliersi, sbandarsi, ordinarsi in fila, rompersi in isquadriglie, aggomitolarsi a mo' dello spinoso, di ogni o fosso, o tronco, o sasso farsi riparo, insomma a tutti gli esercizi militari per modo che un ufficiale prussiano avrebbe potuto reggergli il bacile. Ma dove poneva tutto il suo cuore, era a levare via le antiche gozzaje, e attendere diligentissimamente che non ne sorgessero delle nuove, blandire gli animi concitati, e ricondurli alla pace, vera eredità del Signore sopra la terra. A ciò, non vi è dubbio, lo spingevano senso di religione profondo e naturale benevolenza, tuttavolta bisogna confessare che queste sue doti venivano singolarmente fomentate in lui dallo amore che portava svisceratissimo alla patria.
Il degno sacerdote contemplando l'egregio frutto della opera sua gongolava, ed i suoi labbri si arrisicavano perfino a saltellare a cotale tremolio, che con un po' di buon volere sariasi potuto battezzare sorriso.
Diventato, come succede anche ai modesti, per soverchio di prosperità, presuntuoso, andava prete Settembre predicando non potergli resistere odio per vecchio ed incancherito che fosse: alle sue mani tutti dovevano amarsi, tutti avevano a voltare la materia cancrosa dell'anima contro i nemici; ci giuocava il messale e lo schioppo. Ora, per quanto all'uomo è concesso conoscere, sembra che questa sua presunzione rincrescesse forte al Signore, il quale volle fargli toccare col dito che senza l'ajuto divino gli accorgimenti umani diventano proprio pannicelli caldi al mal del fianco. Di vero, mentre messa la chiave nei cuori di Orsoantò Alessandrini, e di Francé Orticoni s'incaponiva a girarcela dentro, ce la ruppe. Quello che prete Settembrino dicesse, e quello che prete Settembrino operasse troppo menerebbe a lungo riferire; bastivi che ei non ne venne a capo, onde il povero uomo, scorato, si umiliò davanti a Dio confessando la propria imbecillità.
Adesso mo' state a sentire quale il Signore trovò cammino a sgararla con coteste anime di leccio. Il generale mercè di bando pubblico ordinò che tutti i Côrsi, senza distinzione, con la mano sopra i santi evangeli avessero a giurare dinanzi al parroco di difendere la patria finchè bastasse loro la vita. Nei tempi più prossimi a noi io ho sentito riprendere cotesto partito, come vano, ma gli uomini anco meglio avvisati, secondochè nel corso della mia vita mi accadde considerare, giudicano a norma delle opinioni correnti ai loro giorni; col pensiero o non sanno o non vogliono riportarsi alle condizioni delle età trascorse; egli è mestieri rimettere i santi nella nicchia prima di cornacchiare a sproposito: però se voi porrete mente che la religione poteva allora nei Côrsi moltissimo, e che i preti per bontà e per dottrina, e troppo più per la sostanza e il sangue per la patria profusi, meritavano esser piuttosto venerati come santi, che reveriti come uomini, vi persuaderete, che in questa, come nelle altre sue cose, il generale mostrò molta prudenza. Adesso, lo so anch'io, la religione è diventata canapa fradicia, e le funi fatte con quella non reggerebbero nè anche la nebbia: unico funajuolo ai tempi nostri che valga, l'interesse; certo le sue corde si rompono sovente, e chi ci si affida. ch'è e che non è, si trova con le gambe levate per aria; pure tu ne cercheresti invano delle altre che reggessero al pari delle sue.
Se in questa faccenda il prete settembrino si affaticasse a braccia quadre, figuratevelo voi. La domenica, celebrata la santa messa, con la pianeta sempre addosso levò dall'altare il vangelo di san Giovanni, e chiamati i parrocchiani a due a due ordinava ci mettessero sopra la destra, e pronunziassero il giuramento giusta la formula che andava loro dettando. Caso fosse o consiglio, Orsoantò e Francè, i due vecchi nemici, sentirono chiamare il nome loro ad un tratto: uno guardò l'altro quasi disposti a non si muovere; dubitando poi che altri non li giudicasse figliuoli pessimi di padri famosi per amore patrio, e intepiditi a cagione dello incendio delle case sofferto da loro più volte, della rovina dei procoi, e della perdita di uomini, si sentirono in certo modo tratti pel collo ad accostarsi all'altare. Il prete mise loro dinanzi il vangelo, ed eglino vi stesero sopra un dito; uno all'angolo estremo della pagina destra, l'altro all'angolo estremo della pagina sinistra: allora il prete, preso dal rovello, lasciò cascare l'evangelo giù sul ripiano del balaustro, e granciti a forza i polsi dei vecchi, ne sbatacchiò le mani una sopra l'altra, e le tenne ferme sopra l'evangelo: coteste povere mani tremavano come foglie rimaste a mezzo dicembre su gli alberi allo stridore del rovajo, ma prete Settembre non pativa del tenero, ond'è che sempre più forte stringendo, fischiava piuttostochè proferisse queste parole:
– Per l'Immaculata, ripetete quello che vi dirò, coracci di granito dell'Algajola; giuro, dite, giuro, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo di difendere, per quanto mi basta l'anima, la patria; giuro di dare per lei le sostanze, e la vita mia, come pure quella dei miei figliuoli; giuro nè con detti nè con fatti commettere scandali o suscitare subbugli dannosi, e se non osserverò il giuramento possa in questo punto sfondarmisi sotto i piedi la terra, e precipitare giù fino a casa del diavolo.
A grado a grado che i vecchi s'inoltravano nel giuramento, le mani loro cessavano il tremito, e diventavano calde, imperciocchè l'odio agghiacci, l'amore poi riscaldi l'anima ed il corpo; pronunziando insieme coteste parole che li stringevano in nodo di pericoli e di sventure, sentirono come di una medesima madre nascendo fossero fratelli, e fratelli altresì nel sangue di Gesù Cristo versato per riscattare ambedue. I petti angosciosi ansando ricambiavansi i fiati; le gambe sentivano fuggire loro di sotto, e il pavimento con esse; la durezza del cuore squagliavasi in lacrime, le quali però la puntigliosa caponeria loro giungeva ad arrestare su l'orlo delle palpebre, quasi barberi al canapo: le labbra anch'esse boccheggiavano assetate di baci, ma si guardavano dall'accostarle.
Prete Settembre considerando che la faccenda lasciata a sè operava lentamente, agguanta con la manca il capo di Orsoantò, con la destra quello di Francè, e li picchia insieme col garbo col quale il giuocatore scaraventa via con la sua la boccia dell'avversario, che gli leva il punto, e singhiozzoso favella:
– Oh! via baciatevi, che ne morite di voglia: pace! pace! pace!
Voi li aveste visti quei tre corpi! non si sapeva distinguere se si baciassero, o piuttosto se si mordessero, tanta era la frenesia con la quale si mescolavano; il prete, non potendo baciarli in bocca, li baciava sul capo, e le sue lacrime sprizzavano a schizzi su i grigi capelli dei vecchi: quietatosi alquanto prete Settembre impose loro le mani in atto solenne, e con voce comechè sonora, tuttavia tremula riprese a dire:
– Amen, amen, dico vobis, videbitis cœlum apertum et Angelos Dei ascendentes et discendentes super filios hominum; veramente il testo dice super filium hominis, ed accenna a Cristo; ma io giuoco la mia parte del paradiso, che a Gesù Cristo non rincrebbe la nuova applicazione, che prete Settembre fece del suo evangelo, e nel sentirla deve aver detto: va bene!
Prete Settembre, che i suoi anni nel mondo non si era giuocato a carte, sapeva che altra cosa è tendere, ed altra pigliare, e come l'amore scriva con la penna, l'odio, scolpisca con la subbia; per la quale cosa pensò di confermare la pace mediante i vincoli di parentela tra le famiglie nemiche. In tale proponimento certo giorno preso lo schioppo, senza che paresse fatto suo s'incamminò nei chiusi di Francè, e quando giunse sotto la stanza di lui lasciò andare il colpo. Francè delle cose sue, meglio che diligente amministratore, ringhioso custode, si avventò alla finestra per conoscere il temerario che ardisse invadere le sue terre, ma visto appena il prete, mise giù la collera, e pacato favellò:
– O parroco siete voi? Venite un po' su a starvi alquanto con esso meco.
Prete Settembre non attese a farselo dire due volte, e salendo le scale abbacava tra sè: la incomincia a mettere bene: non poteva andare di meglio, perchè gli è chiaro, egli cerca me, non io lui.
Parlarono del piovoso e del sereno, della scarsezza della raccolta dell'anno passato, e delle speranze della nuova; poi di punto in bianco prete Settembre disse:
– Voi avete un figliuolo, Francè?
– Sì bene ch'io l'ho, e non lo conoscete voi?
– Certo lo conosco, e che bel tocco di maschio, Dio lo prosperi! E’ mi parrebbe tanto innanzi cogli anni da pensare a dargli moglie.
– Oh! ci è tempo per questo: non sapete ch'ei degli anni passa appena i diciotto?
– E vi sembrano pochi? Ma egli è proprio il fiore dell'età per fare un matrimonio coi fiocchi.
– Bo! i Côrsi non costumavano una volta accasarsi tanto zitelli...
– Bella ragione! o che, vogliamo noi che le usanze stieno ferme mentre tutto di sotto e di sopra a noi gira, e muta eternamente? Oggi viviamo più presto, e innanzi di cascare i frutti rimettono le foglie. Considerate inoltre, che voi questo figliuolo avete unico, sicchè deve importarvi assai vedere assicurato l'illustre vostro lignaggio; e poi avvertite a questo altro: o chi può dirvi che mentre la discorriamo qui fra noi non si rompa la guerra? Chi sa quanti accidenti nasceranno! Chi sa quante sventure! Chi ha tempo non aspetti tempo. Date moglie, e presto, al vostro figliuolo: voi siete Côrso quanto me, e sapete il proverbio – meglio gente, che bocconi.
– Prete mio, quando parlate e' mi sembra di udire san Giovanni Boccadoro; magari! ch'io lo ammoglierei Giammattè! ma io fino ad oggi non ci aveva pensato, epperò non saprei dove darmi del capo.
– Diamine! e si che voi l'avreste proprio in mano la persona, che sarebbe il vostro bisogno, religiosa, costumata, figliuola di madre eccellente, pari delle famiglie le sostanze, i meriti e la estimazione pubblica pari.
– E questa perla sarebbe?
– Qual Catalina?
– Orsoantò! e il Côrso sospettoso, ficcando i suoi dentro gli occhi del prete, lo scrutinava alquanto, e poi gli chiedeva: non sareste mica venuto a tastarmi per parte dell'Alessandrini? Parlatemi schietto.
Il prete colto così alla sprovvista non sapeva che pesci pigliare: dove mai palesasse la proposta essere cascata in capo suo, e da lui muovere unicamente, temeva mandare a monte la pratica incominciata con auspicii sì lieti; e dall'altra parte aborriva mentire: quasi per istinto si apprese ad un partito medio; la bocca tenne chiusa, in vece sua aperse le braccia e piegò alquanto il capo su la spalla destra nel modo stesso ch'io vidi la immagine di Gesù Cristo sopra la porta d'ingresso del Monte di Pietà di Livorno.
La fortuna per cavarlo dal mal passo ispirò l'Orticoni a riprendere subito dopo:
– Voi siete troppo discreto, Agostino, per arrisicare un passo come questo senza avere buono in mano da starvi sicuro del consenso dello Alessandrini....
– Quanto a questo poi, tanto io che voi possiamo dormire fra due guanciali, saltò su ad interrompere con prestezza mirabile prete Settembre, sembrandogli che gli fosse capitato il bandolo per uscire d'impaccio, imperciocchè adesso sentiva di porgere testimonianza di una opinione che veramente gli stava nell'animo, non già di un fatto. Però breve refrigerio era quello, chè l'Orticoni continuava di questo tenore:
– Poichè vi manda Orsoantò, voi gli potete dire che quanto piace a lui a me piace.
Ora si che a prete Settembre parve dalla padella essere cascato nella brace, considerando che se lasciasse correre adesso, il silenzio equivaleva a bugia: ed egli, che confessore era, non ignorava, il meno che gliene potesse andare fosse arrostire sette anni nel Purgatorio; però il carico della storia ci obbliga a dire che non giaceva per lo appunto in questo la causa dell'apprensione di prete Settembre, in primis, perchè avrebbe fatto scritta di rimanersi nel Purgatorio non solo sette anni, ma dieci e quattordici, pure di conseguire un tanto bene, e poi opinava che le bugie dette ad evitanda scandala, e a fine di bene, assumessero qualità di peccato veniale cui strofinato con acqua benedetta e contrizione sul lavatojo della vera penitenza, va via senza lasciare ombra di macchia: piuttosto lo angustiava forte il pensiero del sobbisso che sarebbe per nascerne laddove il negozio non avesse potuto andare innanzi: fra il sì e il no tenzonandogli la mente, piegò alquanto il capo sopra la destra spalla e strinse le braccia in croce sul petto, appunto nella guisa in cui io osservai dipinta la immagine del Redentore sopra la porta di uscita del Monte di Pietà di Livorno.
Ingenuo simbolo del Debito verso il quale, del pari che allo inferno, la discesa è agevole:
....Sed revocare gradus superasque evadere ad auras
– A rivederci a domani... o domani l'altro, egli conchiuse nel torre commiato, prendendo tempo per ogni buon rispetto; al che l'Orticoni rincalzando opponeva:
– Fate voi, ma rammentatevi che voi stesso mi avete ammonito pur dianzi, che chi ha tempo non aspetti tempo; di vero un oggi vale meglio di due domani, e bisogna battere il ferro quando è caldo.
Prete Settembre per sottrarsi al dolore, delle ferite che gli venivano recate con le sue medesime armi, saltava gli scalini a quattro a quattro, perciò a mezzo dei proverbi dell'Orticoni egli aveva svoltato la scala e potè fingere onestamente non li avere sentiti, e quindi sè non tenuto a risponderci.
Per paura di essere chiamato addietro, dapprima si allontanò di corsa, dilungatosi, stette alquanto affannoso, poi ripreso a passo lento il cammino incominciava ad almanaccare così: – Tu, Settembre mio, talvolta ti tieni cervellone da darne a prestanza, e più che non fa di bisogno ti trovi spesso corto da piedi: questo poi deriva dallo aver tu poca fede: ora in questo fondamento metti l'ancora, che quando l'uomo con buona intenzione procura opera lodevole sempre deve sperare che Dio lo ajuterà; inoltre, secondo il giudizio umano, il ponte dell'asino tu lo hai passato: in queste faccende il difficile sta nel trovare marito, circa a moglie per ordinario ai padri non pare mille anni che le fanciulle non invecchino in casa: va franco, va: quando hai il santo, presto fatta è la nicchia. Orsoantò già ti abbraccia a corpo perduto, ti abbraccia Angiolamaria sua moglie, più di tutti ti abbraccia la figliuola Catalina: parenti, amici, servitori ti abbracciano; adagio, figliuoli miei, uno alla volta, giù quelle mani; alla croce di Dio, voi mi affogate... – E prete Settembre tutto giulivo riprese i passi ratti così, che più che ad altro rassomigliava alla rondine quando rade la terra in caccia di mosche: anzi si ricorda com'egli in cotesto giorno facesse cosa rimasta senza esempio prima e dopo nella sua vita; e questa fu ch'ei si mettesse a cantare in quilio la serenata:
Andare io me ne vo' da sua eccellenza
E di una latra ve voglio accusare,
con quello che seguita.
Orsoantò fu uomo ornato di buone lettere, che giovanetto si recò a studio in Pisa, e quivi prese la laurea di dottore in utroque, quantunque poi non esercitasse la professione forense o piuttosto la esercitò sia componendo le liti, sia definendole per via di compromesso. Nei lodi di lui le parti trovavansi sempre condannate nelle spese, così vincitore che succumbente, a benefizio dei poveri, eccetto quelli ch'egli proferiva nel carnevale: allora la sportula consisteva in vino, in pesce, in robe insomma buone a mangiare, alle quali aggiungendovene in copia molto maggiore delle sue, ne imbandiva una volta all'anno la mensa, convitando si può dire quasi tutto il paese; uomo per ogni verso eccellente: pari in bontà a Francè Orticoni, ma in larghezza due cotanti sopra di lui. Prete Settembre andò difilato a trovarlo, e scortolo appena da lontano in mezzo del giardino, che potava un fico, gli gridava con la voce del dì delle feste.
– Orsoantò! O Orsoantò! buone nuove vi porto.
– Magari Dio che voi diciate da senno! Or be'; che ci è egli di nuovo?
– Scendete giù dall'arbore: quello che io ho da contarvi non è cosa da sentirsi di su dal fico.
– Ciò non rileva, curato, dite pure tuttavia...
– Come così di schianto? Senza neanche un po' di prefazioncella?
– Be', io vi porto, cioè non porto a voi, bensì alla vostra figliuola Catalina un bellissimo marito.
– In verità?
– O che sono uomo da baje io! Da sacerdote specchiato.
– E qual è desso?
– Giammatteo.
– Il figliuolo di Francè Orticoni?
– Non è una coppa di oro quel giovane garbato?
– Io non dico di no, ma voi venite proprio da parte di Francè a chiedermi la Catalina?
Il prete, che da due ore in poi aveva appreso a negoziare assai più che se fosse stato dieci anni ambasciatore di Francia alla corte di Roma, rispose schermendosi:
– E dai: o che ho faccia di bindolo io? o che vi paio persona da mettere campo a rumore se non avessi in mano il consenso di Francè? Per Dio santo, e che il mio carattere di sacerdote non conta più nulla?
In questa guisa prete Settembre diceva e non diceva, e lo spediente gli riuscì a cappello, chè Orsoantonio, di nulla suspicando, non la badò tanto pel sottile, e si tenne pago.
– Dalla parte mia, l'Alessandrini rispose, avrei torto a non chiamarmi contento; e ne porgo grazie infinite prima a Francè, poi a voi, ma, – voi lo avete detto – il marito non lo portate a me, bensì alla Catalina: però bisogna che sentiamo lei, chè per cosa al mondo io non vorrei contrariare la volontà di quelli, benedetta figliuola.
Prete Settembre udiva cotesto discorso a mo' di trasecolato; si trasse il cappello di capo, e dopo aversi cinque volte o sei forte stropicciato la fronte, sclamò:
– Che novità sono elleno queste? Contenti noi, contenti tutti...
– No davvero; hanno da contentarsi in primo luogo gli sposi; in appresso i genitori, per ciò che quelli e non questi, devono vivere insieme fino alla morte.
Qui fu che prete Settembre, incollerito di trovare ostacolo dalla parte dove meno se lo aspettava, recitò il più stupendo e magistrale discorso che da anni e anni avesse udito la Corsica: per lunga stagione tramandato da padre in figliuolo, si conservò intatto nella memoria dei Côrsi senza preterirne nè una virgola nè un punto; ma oggimai che le cose belle dei nostri vecchi vanno di giorno in giorno dileguandosi, più pochi lo sanno; però siccome a voi che non siete Côrso deve premere anco meno che a' Côrsi, i quali lo hanno messo in oblio, io me ne passo:
– Voi non ve ne passerete, ripresi io prestamente, se la preghiera dell'ospite può quanto una volta presso i vecchi Côrsi poteva, e voi non siete giovane: – e sorridendo gli versai da bere, ma egli, recusatolo con la mano, soggiunse:
– Se così vi garba, voi siete nato vestito, perchè dianzi ho detto che pochi Côrsi sopravvivono consapevoli del famoso discorso, ma la verità è, che da me in fuori, quelli che lo sapevano morirono tutti. Se tardavate qualche mese, forse qualche giorno a visitare il Capocorso, o se mostravate minore desiderio delle nostre curiosità, si perdeva la più forbita orazione che la Corsica possa mettere a petto di quelle di Demostene. Il discorso fu questo – Dove io, Orsoantò, non sapessi di certa scienza, che voi foste per quattro anni a studio a Pisa, e che spendeste quattrocento belle lire di moneta fiorentina, oltre le spese minute, per farvi fare dottore, io vi direi oggi recisamente le parole vostre avermi sapore di rapa. Le costumanze antiche dei popoli, voi sopra gli altri tutti dovreste sapere come le non sieno punto castelli di carte da giuoco che li zitelli fabbricano, ed anche gli uomini quando la pioggia li confina in casa, nè sanno a qual santo votarsi per ammazzare la noja: una causa elleno ebbero per nascere, ed un'altra per durare, però ce ne vuole una terza e potentissima per buttarle giù. Una cosa sola, ricordatelo bene, i nostri padri, di un fiato tiravano dentro, e di un fiato cacciavano fuori, e questa era il fumo dell'erba côrsa, in tutto altro ostinati piuttostochè tenaci. Ab antiquo pertanto eglino ordinarono che i padri senza attendere agl'innamoramenti dei figliuoli, e pretermesso affatto il consenso di questi, stabilissero i matrimoni. A voi, secondo quello ch'io ne posso ritrarre, quadra diverso sentimento, e vorreste che l'amore non già la obbedienza impalmasse gli sposi dinanzi agli altari. Voi avete torto; e ve lo intendo provare. Orsù, ditemi con buona grazia, che cosa credete che sia amore di cui sembra che facciate tanto caso? State zitto voi, che per voi risponderò io. Egli è infiammazione del sangue: niente più, niente meno: così vero questo, che certi solenni cerusici avendo sparato i cadaveri dei morti per passione, gli ebbero a trovare neri come carboni in virtù del sangue acceso in quelle parti... voi mi intendete, e che io per buoni rispetti non ispecifico più chiaramente: solo vorrei non ci cascasse equivoco.
– Tirate pure innanzi, prete Settembre, ch'io ho capito meglio che se voi le aveste nominate addirittura...
– Laus Deo, proseguiva il prete, donde cotesti valenti uomini inferivano, che se i servigiali messi loro d'intorno a custodirli, invece di tafanarli con chiacchiere, li avessero dalla cintola in giù cacciati dentro una bigoncia di neve, ossivero ceduta la parte al succhio di una cinquantina di sanguette, tale che si buttò capofitto dal campanile per passione, adesso sarebbe cappuccino, specchio di castità. Ecco pertanto, giusta la dottrina dei fisici, a che si riduce amore. Però io voglio porre questa dottrina da parte, e pongo che gli sposi abbiano ad essere innamorati; allora, di grazia, avvertite al dilemma ch'io, vi faccio: o eglino, celebrato il matrimonio, nella passione durano o cessano. Se continuano, poichè amore sia febbre di sangue, delirio dei sensi, appetito disordinato di piacere, abuso di organi preposti alla riproduzione della specie, ne avverrà che, poichè tutte le strade facciano capo al camposanto pel sentiero del piacere, anzi principalmente per questo, o ambedue i giovani, o taluno di loro, troveranno la morte; per la qual cosa voi, incauto padre, invece di vedere in casa la culla, ci vedrete il cataletto; e dove avvisavate acquistare nipoti vivi, ecco troverete o il figliuolo, o la figliuola, e forse tutti e due morti. Adesso voltiamoci a considerare il caso che la passione cessi: questa o può venire meno di un colpo in tutti e due, ovvero in un solo: se in ambedue; la donna dal canto suo lascerà cascare a pezzi la casa; infatti, o perchè si darebbe ella travaglio a tenere su le mura del carcere? E la casa maritale le diventa più ostica di qualsivoglia prigione. Al marito tornano fastidiose le faccende domestiche:
Tu vêr Gerusalemme io verso Egitto
come canta il signor Torquato Tasso. Di rado i consorti incontransi, presto dividonsi, pari ai viaggiatori, i quali nell'osteria sopra la strada maestra, urtàti appena i bicchieri, ognuno beve il suo vino, e tira oltre pei fatti suoi. La casa vuota, perduti tutti i suoi echi per le care e diverse voci della famiglia, ne ha conservato uno solo per lo sbadiglio, chè il matrimonio caduto sotto il letto, dopo averci lunga pezza agonizzato sopra sbadigliando, quivi si muore. Se poi l'amore si appollajerà, uccello ferito, sul capo di un coniuge, mentre dall'altro scappa a tiro di ala di falco, allora ecco accorrere la trista famiglia delle rampogne amare, delle gelosie, degli scandali, delle riotte, e le percosse e i proponimenti sinistri, e i più sinistri fatti; le lenzuola molli sempre di pianto; e, o Dio! qualche volta di sangue a tradimento versato. Or via, padre incauto, raccogli i frutti giocondi della tua presunzione.
E bada che gli sposi in siffatta guisa operando, mentre si comportano scelleratamente, non si può dire che manchino in tutto di ragione: conciossiachè l'amore al pari della fortuna, tenga la benda sopra gli occhi degli uomini, i quali privi per questo impedimento della contemplazione degli oggetti esterni, si trovano ridotti alla vista interna. Ora avete a sapere che la vista interna è la chiave che apre il paese infinito dei fantasmi; colà l'uomo crea le immagini che gli talentano meglio, a modo suo le colorisce e le adorna: ci appicca davanti voti e cuori d'argento, le inanella, le incollana, di oro le incorona e di gemme, poi loro si butta davanti in ginocchioni e le adora. Dopo l'amore viene il matrimonio, a cui piacciono le cose positive, e, andando senz'ale, aborre inalberarsi su pei peri; però egli adopera con i coniugi, come il generale Paoli ha fatto con la bandiera côrsa, voglio dire, che levata la benda dagli occhi alla testa del moro, gliel'ha messa d'intorno alla fronte, perchè possa vedere la bella libertà, e se ne innamori; così il marito o la moglie (chè la medicina opera sopra ambedue) ricuperato il vedere, incomincia a inventariare i capitali dell'altro conjuge. Misericordia! al riscontro e' non ne trova mezzi, ma che dico io mezzi? Nè anche la decima parte anzi sovente qualità contrarie così dell'anima come del corpo; a vero dire non lo giuntò persona: da sè stesso s'illuse; ma ciò che monta? L'uomo se la piglia mai con sè medesimo? Se per isbadataggine egli inciampa in un sasso e si fa una stincatura, o non lo vediamo noi stizzito col sasso dargli di un calcio e rompersi il dito per giunta? Dove mai credeste ch'io avessi vuotato il sacco delle mie ragioni, voi v'ingannereste a partito, ma delle altre mi passo, perciò che mi paja che se vi piaccia attenderci, delle addotte, per persuadervi, ce ne sia d'avanzo. Adesso ragioniamo dei costumi nostri, nei quali voi, per subitaneo capriccio, vorreste introdurre novità. Il padre di famiglia quando fa disegno di accasare il figliuolo, innanzi tratto bada diligentissimamente che la fanciulla sia ben formata e sana: voi altri filosofi pretendete che prima di tutto si guardasse alla bontà. Spropositi! Bisogna principiare dal principio, precetto che Dio dimenticò di mettere fra gli altri comandamenti consegnati con le sue sante mani a Moisè.Io non dico che alla bontà non si deve attendere, all'opposto ci si deve badare, e di che tinta! io affermo soltanto che sopra ogni altra cosa importa che i figliuoli nascano sani. In vero io ignoro gli affanni come le gioie della paternità, ma pur con la fantasia pensando ai lutti dei genitori che vedono intristirsi fra mano senza riparo la buona e cara creatura, mi chiappa il ribrezzo. E siffatta ambascia, ditemi in fede vostra, non crescerà ella all'avvenante dell'amabile gentilezza dei figliuoli cui dovranno i desolati parenti accomodare dentro il sepolcro? Dopo questo, il padre darà una occhiata alla leggiadria della futura sua nuora, la quale non deve essere tanta da accendere delirii amorosi, nè tanto poca da svegliare il marito. Qui gioverà moltissimo considerare che altro è l'amore padre delle passioni impudiche, ed altro l'amore padre del matrimonio sublimato alla dignità del sacramento; cotesto si pasce di pensieri vani e peccaminosi e di appetiti disordinati, questo ha in mira procreare creature che glorifichino Dio, la patria onorino, la famiglia dilatino.
Il suocero metterà inoltre solerte cura a indagare i costumi della madre della sposa, imperciocchè avendo i nostri vecchi notato come la natura imprimesse nei figliuoli perfino il moto col quale posavano i piedi i genitori di quelli, ne inferivano tanto più fosse da credersi ch'ella prendesse cura di modellare sopra la madre l'andata della figliuola sul cammino morale della vita. Tutte queste cose ben ponderate, il padre côrso ricercava le qualità delle altre persone della famiglia, la rettitudine, la prestanza, la fama, la parentela, e per ultimo la dote, essendo anche questo particolare meritevole di seria considerazione per sostenere i carichi del matrimonio, i quali so essere molti, e per di più non aspettano Cireneo, anzi lo fuggono.
Per questa guisa la sapienza antica provvide che le nozze côrse rimanessero escluse dalla censura mossa da san Francesco di Sales, piuttosto con arguzia che con carità, contro il matrimonio, affermando lui essere certo tal qual ordine dove bisogna fare la professione prima del noviziato: per lo che egli portava sicura opinione, che se ai fidanzati, come nei conventi coi professandi si costuma, concedessersi i dodici mesi di prova, pochi professi conterebbe l'ordine del matrimonio.
Nè al temperamento di cui ho tenuto discorso i nostri padri arrivarono di colta, bensì dopo molti sperimenti, dei quali giovi rammentare quello dei Giovannoli di Garbini, che tennero le donne come ogni altra cosa in comune; di che la Chiesa si scandalizzò stupendamente, e volendo torre via pratica tanto abominevole, operò sì che la empia setta venisse a furia di popolo dispersa. Questo altro tuttavia dura, e risponde per lo appunto a dare la moglie a prova: nel distretto di Bastelica, patria del famoso Sampiero di Ornano, le nozze accordansi nell'ottobre, ma non si celebrano che alla Madonna di agosto: nel mezzo tempo la fanciulla stassene in casa dello sposo, e se mentre decorre il termine egli ci scuopre qualche magagna, la rende ai parenti; se no tienla; ma voi capite di quanti disordini sia origine cosiffatto partito, però fra noi non ha potuto attecchire, e i nostri padri dopo bene esaminato il diritto ed il rovescio, statuirono che i vecchi prima accordassero le nozze fra loro, e poi ai giovani, quasi bevanda salutare all'anima ed al corpo, le ministrassero.
Messi così i giovanotti su la strada maestra, procedevano da principio impacciati a mo' di pulcini dentro la stoppa, e l'uno l'altro guardava con imbarazzo; qualche volta ancora con sospetto, ma quanto più camminavano tanto più scioglievansi, e l'uno scoprendo le qualità dell'altro ammiravansi, piacevansi, e per ultimo si amavano di quell'ordinato amore che, come ho detto, è fondamento vero del santo matrimonio. – Insomma il cammino dei conjugi côrsi nel mondo si rassomigliava al viaggio impreso per comando di Dio da Abramo in compagnia di Isacco sul monte. Se uno avesse domandato all'altro: – Dove è l'amore? – Questi gli avria risposto con le parole medesime che disse Abramo ad Isacco allorchè lo interrogava: – Babbo mio, dov'è la vittima? – E Abramo di rimando: – Dio provvederà.
Qui Orsoantò, che fra i Toscani aveva appreso il vezzo di motteggiare, tanto non si potè tenere, che lui interrompendo non dicesse:
– In verità provvide, ma, curato mio, vi ricordate voi che cosa.
Il prete infervorato non pose mente al sorriso che increspava le labbra al beffardo, epperò ingenuo soggiunse:
– Sicuro che io lo so: la santa Scrittura dice che provvide un pecoro.
Proferita appena la maluriosa parola, all'intelletto del povero prete Settembre balenò la insidia del tristo dottore, ond'ei si pose a guardarlo a straccia sacco, come colui che di questa maniera facezie era vago come il cane delle mazze; sennonchè l'Alessandrini vedendo da una parte la mala parata, e dall'altra che nè correva la stagione adesso, nè prete Settembre era uomo da motteggi, si tenne duro, e composto a gravità il sembiante, favellò:
– Curato mio, voi con le vostre ragioni muovereste anche i sassi....
– Lasciamo stare i sassi al posto loro, io vorrei avere persuaso la vostra testa.
– Quanto a me, ve lo dico alla ricisa; quando anche faceste scaturire acqua dalle pietre, io non m'indurrei mai ad usare violenza alla volontà della mia figliuola.
– Oh! tristo me! Proruppe il prete lasciandosi andar giù di sfascio sul seggiolone; e chiusi gli occhi, gli si affacciarono alla fantasia immagini aborrite.
Gli parve starsi su l'orlo dello abisso in fondo del quale contemplò la Catalina seduta sotto un castagno in grembo del demonio, che per condurlo alla disperazione aveva preso giusto la forma di Giovammatteo Mattei, venustissimo fra i giovinotti di Capocorso, e sospiro segreto di troppo più femmine che non faceva di bisogno, ed egli, come confessore, ne era informato: allora sentì intronarsi le orecchie da tutti i picchi battuti su le incudini di questo mondo da santo Baldomero protettore dei magnani fino a quel giorno; gli parve mancassergli sotto i piedi i mattoni, per la quale cosa sollevò le braccia, come costumano i naufraghi, per agguantarsi a qualche oggetto si pari loro dinanzi. Cotesto, a confessione di lui medesimo, fu il più brutto quarto d'ora che prete Settembre avesse passato in vita sua.
Orsoantò spaventato da tanta desolazione, nè sapendo indovinare la causa, accorreva a sovvenirlo dicendo:
– Però io la reputo faccenda fatta, dacchè per quanto mi è dato penetrare nel cuore altrui, la zitella non avendo impegni compiacerà volontieri ai vostri desiderii, ed ai miei.
– Oh! aprendo gli occhi e dirizzandosi in piedi come per via di scatto di molla esclamò il prete da capo: voi mi rimettete il cuore in corpo: su via, presto; usciamone per carità, sentiamo la Catalina... aspettate, andrò io a chiamarla.
– Eh! vi pare? disse Orsoantò scendendo dall'albero; ma sì, il prete era schizzato via, e corso verso la scala, montava gli scalini a quattro a quattro urlando tuttavia con voce da cavare i travicelli dal posto:
– Catalina! O Catalina! Catalina, dove diacine vi siete ficcata?
La Catalina però non rispondeva, e cotesto silenzio di sinistro augurio rinfocolava nello spirito del buon sacerdote le furie appena sopite, sennonchè Orsoantò, ansando con la lingua fuori sopraggiungeva a consolarlo con queste parole:
– Ma prete mio, s'io non sapessi che voi fate professione di cacciare il diavolo dal corpo altrui, per me crederei quasimente fosse entrato nel vostro: vi par egli che una zitella dabbene voglia rispondere alla prima voce che la chiama? O va! che voi le avreste allevate unicamente le vostre figliuole.... curato, lasciate fare a me.
Orsoantò così dicendo aveva ragione in astratto, in concreto poi, se fosse potuto con lo sguardo penetrare oltre la parete, avrebbe visto il suo torto manifesto, imperciocchè Catalina sentendosi chiamare, inalberatasi tutta in un attimo più che mezza si rizzasse dalla sedia, dove la madre non l'avesse trattenuta con piglio acerbo dicendole: assettatevi Catalina, non è lo babbo vostro che vi chiama, a quest'ora chi sa quanto cammino aveva fatto. Quando poco dopo riconobbe la voce del marito, ella prima ordinò: – vostro babbo vi chiama, obbedite.
E la fanciulla via come saetta scoccata: precipitando di rincorsa giù per le scale ella venne ad incontrare prete Settembre, ed investitolo appieno in mezzo del petto, stette a un pelo di mandarlo a gambe levate, s'egli era meno pronto ad agguantare con ambe le mani la corda; fatte ed accettate presto le scuse, Orsoantò mise il dito sotto al mento di Catalina tenendole il capo alto, e ficcati gli occhi negli occhi di lei, così le disse:
– Catalina, senti un po' che c'è di nuovo: il nostro curato viene a chiederti in isposa per la parte dell'Orticoni: ti sentiresti propensa a prendere per marito il suo figliuolo Giammatteo?
– Quel giovane garbato che a messa vi si pone sempre dirimpetto.... mi capite? affrettavasi di aggiungere prete Settembre: ma e' predicava ai porri, chè la fanciulla a cotesta domanda sparata lì a brucia pelo, si conturbava tutta, e fuggiva via due cotanti più tosto di quando era venuta. Il padre si rimase sbigottito con la mano levata, e il prete si asciugò il sudore che gl'imperlava la fronte, sbuffando e maledicendo l'ora nella quale gli era sceso in capo il pensiero di ficcarsi in cotesto gineprajo. Intanto la Catalina, vermiglia come la ciliegia, tornata alla madre le gittava le braccia al collo, e nel seno di lei, quasi in fidatissimo porto, nascondeva il volto. Angiolamaria, la quale sotto ruvida scorza accoglieva un cuore come le buone madri hanno per le buone figliuole, le domandava commossa la cagione del suo turbamento, e quella a spizzico veniva a farglielo palese. Allora, confortata a starsi di buon animo, si fece ella stessa incontro al marito non acerba, non dispettosa, bensì decora di matronale contegno, e lo riprese del modo sconvenevole praticato con la zitella:
– Padroni e signori, ella soggiunse, voi altri uomini in casa vostra siete, pure dovreste sentire come certe proposizioni non possono discretamente arrivare alle orecchie delle fanciulle se non per via della madre.
Orsoantò e prete Settembre ad una voce esclamarono:
– Voi avete ragione, Angiolamaria, mille volte ragione.... vostro marito.... prete Settembre è... anzi siamo due pezzi di asino.
La donna pienamente soddisfatta, e per ciò disposta a porgere benigno ascolto ai loro discorsi, venne a parte a parte informata del negozio, il quale da lei volentieri assentito, si profferse di andare a conferire con la Catalina, promettendo tornare indi a breve con la risposta.
– Andate, che Dio vi benedica, Angiolamaria; già, io l'ho detto sempre che voi siete una santa.
E dopo questo, molte altre parole confettate di lode aggiungeva prete Settembre, cui tornava ad arridere la speranza, imperciocchè egli la strologasse così: che il padre, avendo la figliuola preso impegni, lo ignorasse, è di regola, nonostante la presunzionaccia degli uomini, che pensano tutto indovinare e tutto conoscere, perchè si abbottonano i calzoni, ma la madre poi l'avrebbe a sapere di sicuro, e sapendolo, non poteva mancare di mettere subito cartacce in tavola.
Intanto egli ed Orsoantò avevano preso a passeggiare, questi da un lato, e quegli dall'altro di su e di giù pel prato davanti casa, ed ognuno se la molinava a modo suo: dopo molte giravolte ambedue conchiudevano: – ostacoli non ce ne ponno essere.... non ce ne hanno da essere... e non ce ne sono.
Agevole cosa sarebbe stato indovinare quando venivano a questa parte finale delle loro meditazioni, perchè due o tre volte scuotevano la testa dall'alto al basso, o picchiavano forte la destra dentro la sinistra mano; però consideravano adesso non senza inquietudine prolungarsi il colloquio della madre con la figliuola, il quale, a vero dirti, non empiva ancora la misura del convenevole, ma traboccava quella della loro impazienza: e la perplessità tornava importuna a molestare prete Settembre, come la mosca sul naso, Orsoantò quasi pulce dentro la calza. Come piacque al Signore, s'intese finalmente strepito di passi, e subito dopo comparve Angiolamaria, che sosteneva la Catalina, la quale in atto di ecce ancilla Domini, con occhi bassi e piccola voce favellava ad Orsoantò:
– Mio riverito padre e signore, la vostra figliuola non conobbe mai, e non conosce adesso più bel contento di quello di obbedire a quanto piace a voi....
Orsoantò sentendosi prorompere le lacrime agli occhi, finse starnutire, e voltò il capo altrove per buttarle via inosservate, non consentendo il decoro, che figlio côrso veda il pianto di côrso genitore. Quanto a prete Settembre, quasi fosse in chiesa, a voce piena cominciò a cantare:
– Gloria in excelsis Deo, in terra pax hominibus bonæ voluntatis.
In questa maniera si fecero le nozze tra Giammatteo Orticoni e Catalina Alessandrini, co' quali finchè vissero, con molta mia contentezza, praticai officio di fratellevole usanza, ed ora che mi hanno lasciato per vita migliore, mi sono cara e mesta memoria.
I Canaresi, udendo di cotesti sponsali, assai se ne consolarono l'uno coll'altro felicitandosene come di fortuna domestica, conciossiachè la nimicizia delle due famiglie tenesse da tempi remoti diviso il paese, donde erano nate riotte, ingiurie, e sovente troppo più luttuosi fatti: ambedue poi avevano seguito grande così di parenti come di amici, avvegnadio molto le cose della clientela zelassero ambidue, e sempre si fossero mostrati primi a mettere a repentaglio a pro della patria il sangue e gli averi.
La stagione veramente non camminava gioconda per la patria, tuttavolta, fatti i conti, ci trovavamo in quaranta anni di rivoluzioni ad avere piuttosto guadagnato che rimesso, a motivo dell'alito della libertà che anche in mezzo delle rovine feconda. I commerci ampliati, l'agricoltura promossa, la popolazione cresciuta, qui fra noi come altrove e sempre, ne rendevano testimonianza: a tutto questo aggiungete che dal 1764 in poi avevamo goduto della tregua, e nel frattempo i Francesi o trafficando sopra i mercati, o percorrendo l'interno dell'isola vi gettavano moneta; e forse, insieme alla moneta seminavano la cupidigia, la insofferenza della onorata povertà, e il germe del servaggio; ma non ce ne accorgevamo allora, che anche fra noi non mancavano uomini, ai quali scambiato il nome di corrotti con quello di civili, parve ventura moltiplicare, co' modi di soddisfarli, gli appetiti; e fu morte espressa della libertà. Talvolta ci attraversava la mente il pensiero che la tregua era lì lì per cessare, ma e' durava quanto le nuvole a mezzo luglio nel nostro felice emisfero: invano buccinavasi del trattato di Versaglia, mediante il quale la Francia ci avrebbe comperi dalla Repubblica, salvo a questa il diritto di riscattarci rimborsandole spese: invano, non si sa come, ci ronzavano nelle orecchie certi zufolii di armata poderosissima allestita a Tolone apportatrice di sedici nuovi battaglioni a nostro danno; noi mandavamo queste voci al lazzaretto; non ci potendo capacitare come la Francia, sostegno nostro una volta per ricuperare la libertà, congiurasse adesso a levarcela, e un Luigi XV venisse ad abbattere quella patria che Caterina dei Medici, con eccitamenti, ajuti, e perfino bandiere parlanti, confortava Sampiero di Ornano a difendere con ogni sforzo supremo: repugnavamo a credere che un re cristianissimo comprasse in massa un popolo bianco, e per di più battezzato, mentre i filosofi francesi tiravano a palle rosse contro il commercio di qualche cento di negri, più parenti assai delle scimie che non degli uomini: vergognerebbesi, dicevamo noi; e dicevamo male, uno stato di ventisei milioni di anime rovesciarsi nella pienezza della sua potenza allo sterminio della povera Corsica, la quale ne conteneva duegento e poche più mila; fidavamo nella sagacia del Paoli; ed anco nella buona fortuna di lui: siccome poi gli uomini quello che desiderano facile credono, tenevamo per certo che lo stato presente di cose migliorerebbe, o, alla più trista, non diventerebbe peggiore.
Per tanto fu per comune consenso deliberato dai Carraresi, che le gradevoli nozze si celebrassero non solo coi riti consueti, bensì con qualche pubblica e straordinaria solennità. Ormai le solennità e i riti dei vecchi tempi, insieme ai costumi côrsi, scomparvero per non tornare mai più: nel modo col quale la chiesa, sconsacrando il prete colpevole, gli toglie ad uno ad uno i sacri arredi di cui comparve parato all'altare, così la Francia ci leva le vetuste usanze lasciandone ignudi, o per maggiore strazio ci dà il brindello della porpora, la canna e la corona di spine della passione di Cristo. O mie belle costumanze côrse dove siete andate, che Dio vi benedica! E qui il vecchio si nascose il viso nelle mani e pianse.
Io, replicava Orazio, ebbi a supplicare lungamente il vecchio affinchè, nonostante l'angoscia delle memorie, volesse ragguagliarmi dei costumi ch'egli rimpiangeva; adesso non io intendo supplicare voi una seconda volta, acciocchè mi concediate benigna udienza per raccontarveli. Fate come vi garba; ditemi addirittura se avete o no talento di sentirne dire: però io credo di mia coscienza avvertirvi che la storia cammina senza essi egualmente bene che con essi.
– Io lo sapeva, favellò Mamerto, che tu ci avresti condotto a Roma per Ravenna, secondo l'usanza tua pessima ed antica di cui tanti critici ti hanno ripreso invano; e sì sì, che la Critica stette a un pelo di essere messa da Apollo in mazzo con le nove Muse, non le parendo bene che durassero in caffo. Avendole Febo domandato: – chi fur li maggiori tuoi? – ella rispose: io m'ebbi a padre il Giudizio, e piacque; sennonchè in quel punto venne smaniosa per essa la Malignità schiamazzando ch'ella l'aveva portata nove mesi in corpo, ed ora l'era fuggita di casa, e ad ogni patto intendeva che la ci dovesse ritornare. Anche questo era vero; il Giudizio certo giorno di carnovale impregnò la Malignità immascherata da donna di garbo, nel gineceo della Pedenteria, la quale a suo tempo partorì la Critica. Le Muse allo apparire della losca e scrignuta scapparono via, e la Critica rimase alle mani della Malignità, che a stranguglioni la respinse a casa. Ma ciò non fa caso: egli è pur vero che questo tuo menare il cane per l'aja mi ha ristucco, epperò interpretando la volontà altrui, intendo capitolare teco. Se raccontando i costumi corsi tu accetti queste tre condizioni: primo, che tu abbia a rimondare il racconto da tutte erbe parassite e le foglie morte; secondo, che tu lo faccia a passo di carica; terzo, ch'e' non duri oltre i dieci minuti, al più dodici, tira innanzi, se no, no.
– Se tu per avventura ti credi ch'io abbia a rispondere, o Mamerto, come Aristodemo a Palamede:
Il primo accetto ed il secondo patto,
tu t'inganni a partito, li accetto tutti e tre, anzi sul terzo ti rendo cinque minuti, chè li cinque restanti mi son d'avanzo.
La Catalina il dì delle nozze attese lo sposo nella camera sottana circondata dalle donne di casa e da quelle del parentado: in capo aveva la cuffia bianca, ed intorno alla cuffia il fazzoletto di bambagino acconcio in modo che due delle bocche pendevanle giù per le spalle, le altre due diritte sul capo avevano garbo di cresta, e creste per lo appunto chiamavansi: intorno alla gola le ricorreva un collarino di tela increspato, distinto col nome di riccia: vestiva un busto di scarlatto alto, aperto davanti, allacciato con passamani, copiosi di seta a nappe, e in mezzo al busto di sotto ai passamani a guisa di soppanno, la petturina di velluto nero. Mirabile a vedersi era la camicia, imperciocchè Catalina ci avesse logoro attorno un anno intero per ricamarsela a fiori sul seno; appese al busto portava le faldette nere sostenute dietro con parecchi nastri screziati; bianca la sottana, le calze di cotone, le scarpe di sommacco vermiglie.
Lo sposo veniva a prenderla a cavallo con molta mano di cavalieri in armi, cui dicevano mudracchieri, o mogliacchieri, e questo era il simbolo della cura gelosa la quale le fanciulle devono avere della pudicizia, così che importa grandemente che appaja non consentire esse mai a restarne prive, ma sì all'opposto che venga loro quasi per violenza rapita. Questa costumanza, secondo che udii, si derivò da' Greci, anzi pare da Sparta, dove le mogli procacciavansi, o piuttosto si fingeva procacciarsi, per via di rapina; la donna, caduta così in potestà del marito, consegnavasi alla matrona che sopraintendeva alle nozze, la quale tosatala prima, e calzatala di coturnetti alla militare, mettevala notte tempo col pallio addosso sopra un mucchio di strame, dove l'uomo andava a trovarla al bujo e toltala su di peso se la portava nel letto, e come nella prima notte aveva costumato, continuava nelle successive, levandosi dopo convenevole spazio di tempo dal lato alla sposa, e recandosi a dormire nei luoghi consueti in compagnia degli altri giovani. La quale pratica da una parte favoriva la temperanza e la modestia, e dall'altra operava che il matrimonio non riuscisse il sepolcro dell'amore, dividendosi prima della sazietà, e portando ognuno dal canto suo voglia e desiderio di tornare nuovamente ad abbracciarsi.
Usciti di casa, dalle finestre gittavano sopra gli sposi, con garbo s'intende, pane e frutta, donde una raffa raffa tra la gente affollata per istrapparseli di mano, e questo chiamavano grazie, io voglio credere per contrasto, conciossiachè non si potesse vedere atto più sconcio di quello, come sempre avviene quando si offre campo alla plebe di spiegare gli animaleschi suoi istinti. Tale usanza, dicevano procedere dai Latini; nè terminava qui lo strano diluvio, che per le strade dove passavano per condursi alla chiesa, dai balconi giù sopra gli sposi piovevano grano, orzo, noci, mandorle, e con essi auspicii, che suonavano così: buona ventura Dio vi mandi, e figliuoli maschi.
In fondo alla via, giovani azzimati a festa tenendosi per mano asserragliavano la strada, e facevano la travata, nè lasciavano sgombro il passo se con monete non si comprava: toccava di soddisfarli al marito: la brigata, ricevuto il donativo, acclamava gli sposi, e poi straviziando alla salute loro lo spendeva. Questo costume, per opinione dei vecchi, si riferisce ai tempi di mezzo, ed accenna al consenso largito dai feudatarii, previo il pagamento della gabella, alle nozze dei vassalli. Tanto è vero, che noi altri tardi nepoti, quando più c'immaginiamo inventare non facciamo altro che copiare, e siamo pretto mosaico composto di frantumi degl'istituti durati prima di noi.
In chiesa gli sposi assettavansi sopra seggiole sfoggiate, e mentre si celebrava la messa, la sposa tenevasi sopra le ginocchia lo zitello più prossimo parente del marito, e questo ad ora ad ora veniva baciando, ed accarezzatolo l'ornava di un berrettino screziato, e ciò quasi in salva delle gioje della maternità; più tardi ne proverà gli affanni, ma assai vengono da sè i tempi per patirli, senza bisogno di augurarceli; e poi non si ha parlare di morti a tavola. Compita la cerimonia non rifinivano mai tra i parenti e gli amici più stretti gli abbracciari e i baciari, sempre propiziando agli sposi: – Dio vi mandi la buona fortuna; – tre di maschi, e femmine una.
Venuti all'aperto, due cavalieri accorrevano agli sposi, uno presentando alla donna il freno, il quale era una conocchia ornata in cima di nastri e fusi, onde pendeva un pennoncello bianco, auspicio di fecondità, o come credo piuttosto, simbolo di solerzia, e l'altro offrendo all'uomo un ramo di olivo esso pure infioccato di nastri polimiti e lieto di fiori, per cui quello che lo porgeva salutavano col nome di cavaliere del fiore.
In casa poi gratificavansi gli sposi di altri doni portati dai parenti e dagli amici, i quali somministravano, piuttostochè di dovizia, testimonianza di affetto e di domestica operosità, come sarebbero tele fatte in casa; panni côrsi, e fra le donora recate alla Catalina notarono una sporta di bottoncini di refe per le maniche e pei colletti delle camicie.
La mensa per numero di vivande parca, ma copiosa, ed imbandita a tutt'uomo. Dopo pranzo il poeta accompagnandosi con la cetera, istrumento che i Mori, abbandonata l'isola, ci legarono, cantò l'epitalamio, e siccome egli era giudicato eccellente ed in quel giorno superò se stesso, la sposa facoltosa e liberale di cuore, ebbe in guiderdone quattro fazzoletti, due rossi e due azzurri. Cessato il canto, come vuole ragione, si mise mano alla danza; incominciarono col trischione, ballo di passi misurati e gravi: a questo tenne dietro la cerca, che prinpia con pochi, ed aggiungendovisi via via altri ballerini, diventa oltre ogni estimativa strepitosa e gioconda; da ultimo chiudevano le danze i giovanotti e le fanciulle più celebrate in cotesti giovanili sollazzi, e fino a quel punto tenuti in disparte ballando la spada ed il ladro. Intanto il popolo fuori di casa, volendo anch'egli partecipare alla gioia della famiglia, ravviluppavasi saltando sul prato in certe maniere d'intrecci cui allora appellavano la marsiliana, la vita d'oro, la tarantella e la cara scena.
Partiti gli amici e i parenti meno prossimi, restavano i privatissimi così uomini come donne in casa, dai quali era condotta la sposa nella camera nuziale; allora quello stesso giovanetto ch'ella aveva tenuto sopra le ginocchia in chiesa mentre si celebrava la messa, saltato sul letto ci si rotolava di cima in fondo a più riprese: poi ci menava a sedere la sposa: quivi egli scioglievale le scarpe, ed ella agitati i piedi le lasciava cascare, non senza prima averci intromesso qualche moneta, che il garzone si pigliava per mancia. Forse anche cotesto era augurio di fecondità, ma donde l'uso ci venisse non l'ho potuto sapere.
Il giorno dopo le nozze la sposa compariva col caloscio rosso, e lo adoperava per tutto il tempo chiamato la costa, ch'era l'accompagnatura delle donne del parentado vestite a festa col mantile lungo, per le tre domeniche consecutive alla celebrazione del matrimonio, come le tre domeniche prima la sposa aveva obbligo di portare appeso al collo il fiocco, ovvero gomitolo composto di nastri screziati, sostenuto da paternostri, ornamento col quale costumavano eziandio seppellire i cadaveri dei pargoli e delle vergini. E qui ha termine il racconto dei riti adoperati un giorno dai Côrsi per le nozze loro.
Però, riprese a dire il vecchio, quelle erano feste domestiche, ma il popolo a farle più illustri, oltre alle danze di cui ho tocco di sopra, concorse con luminarie, falò, e sparo di masculi, o vuoi mortaletti, con rovello smisurato di prete Settembre, il quale non rattenuto dal pericolo di restarne offeso, vi si cacciò fra mezzo a scompigliarli urlando come spiritato:
– Tenete cara la polvere oggi, che ne potreste avere di bisogno domani!
Tuttavolta, le feste rammentate non reputaronsi sufficienti per celebrare così degne nozze; a farle vie più onorevoli, i padri del comune mandarono a partito se si dovesse o no rappresentare il mistero secondo l'antico costume dell'isola, e fu vinto che si dovesse fare senza neppure una fava contraria. Ed affinchè non prendiate soverchia maraviglia dello studio col quale camminavano accesi i Côrsi nel celebrare queste nozze, io penso che mi gioverà ammonirvi, come messe da parte le cause particolari che rendevano il parentado degli Orticoni con gli Alessandrini accettissimo allo universale, essi ebbero per istituto di promuovere sempre, e con ogni loro facoltà, i matrimonii fra i giovani del paese, fino al punto, che se avesse fatto ostacolo la inopia della fanciulla, gli uomini del distretto costumavano collettarsi, e fornirle la dote.
I misteri, come in Italia e altrove, erano rappresentanze drammatiche cavate dalla leggenda di santa Caterina di Alessandria, o dal martirio di san Pietro, e più sovente dalla passione del Redentore. Sopra gli altri paesi della Corsica, nell'arte di mettere sopra la scena cosiffatte rappresentanze, portò il vanto Vescovato, ma Lamio, Speloncato, e Cateri bisogna confessare che ne fecero altresì dei famosi. Favelliamo del nostro: quinci oltre il paese giace un declivio di falda montana agevole e destro, ed anco ai giorni di oggi spesso di ulivi, di castagni e di pini: allora due colanti maggiore più: i nostri incominciarono a tagliare parecchi di cotesti alberi, e ciò tanto più volontieri quanto che per essere diventati stravecchi non fruttavano, e bisognasse riaverli mercè nuovi polloni; su i tronchi recisi a pari livello adattarono assi, ed ecco fabbricato il palco scenico: gli alberi laterali lasciarono ritti, ma molto ne aumentarono il volume per via di rami di pino e frasche di alloro; le cime poi l'una verso l'altra piegarono, e legarono sicchè vennero a formare un arco a sesto acuto di comparsa assai vaga: davanti al palco scenico misero in copia mortelle per dilettare l'odorato miste a rappette di rosmarino, nepitelle, e spigo selvatico. Circa alla scena io sfido qualunque più valente maestro d'Italia a ritrarla non dirò superiore, ma a gran pezza uguale, perciò che quella del teatro di Canari avesse fatto con le sue stesse mani la natura; il fondo del paese formava la scena, ma così come appariva circoscritto non si riconosceva.
La faccenda seria fu nello apparecchiare il vestiario: non pertanto tutto il paese affaticandocisi d'intorno, alla perfine vi riuscirono.
Per Pilato trovaron un paro di stivali alla scudiera, un po' sdrusciti ma e' potevano passare; l'Orticoni diede la divisa che appartenne già al suo avo materno capitano della guardia côrsa del papa, licenziata da Roma per comandamento di Luigi XIV cui per renderla più splendida aggiunsero due spallette una di oro, l'altra di argento; pel capo gli composero un turbante di mandili screziati; una gonnella increspata, e cucita in fondo quanto basta servì di brache; per tal guisa fu lesto Pilato.
Prete Settembre per fas ne per nefas volle piegarsi a prestare la tonaca a Caifas, e' fu bazza se gli levarono di sotto un cappellaccio vecchio a tre canti; ma il cappello parve troppo poco per chiarire Caifas prete, e per di più sommo sacerdote della Sinagoga, per la quale cosa provvidero certa zimarra di color perso; tuttavolta nè anche questa bastando, aggiunsero una barba fatta di pelo di capra: buona anch'essa, ma neppure essa sufficiente all'uopo; allora taluno propose mettergli un pajo di occhiali, sennonchè avendo osservato tal altro, che a cotesti tempi non costumavano occhiali, stettero per darsi alla disperazione; di repente si levò su lo speziale e propose andare in corpo dal prete Settembre, e pregarlo a volerne prestare il breviario. Prete Settembre udendo qualmente volessero cotesti scomunicati mettere il breviario in mano a Caifasso, diede di piglio al bastone e li rincorse fino su la strada: per ventura trovarono il notaro, il quale menatili a casa prese dalla scansia un libro a caso, che trovato essere un tomo delle decisioni della sacra Ruota Romana giudicarono fare al caso assai meglio del breviario.
Vestiti da re, per quanto girassero, in tutto Capocorso non ne trovarono, epperciò Erode ebbe a chiamarsi contento del sajone castagnolo di panno di Sisco, e degli usatti di pelli di cignale conciato con le foglie di alloro. Considerando poi come un re senza corona è impossibile che si distingua dal primo villano ci venga fatto d'incontrare per via, deliberarono di munirlo di corona di foglie dorate.
Così il più difficile rimase vinto, che quanto alle vesti delle filarie ella era cosa fatta; similmente le coperte dei letti, e le sottane delle mamme e delle mogli rimediarono abbastanza bene al bisogno di Cristo, e degli Apostoli.
Con gli angioli non si conchiuse nulla di buono, imperciocchè le corde con le quali erano stati legati per tenerli orizzontali alla scena, venendo a scorrere loro sotto le ascelle, presero tutto ad un tratto posizione perpendicolare; nè ciò fu il peggio, il guajo stette in questo, che sentendosi stringere levarano ambe le braccia, per la qual cosa il cielo comparve pieno d'issilonni, e non mica fermi e cheti come gli stampati su per le santecroci, bensì urlanti e sgambettanti da mettere paura; la cavarono meglio co' diavoli, come quelli che trovandosi sotto il palco ci stavano ad agio, sicchè quando volevano che e' saltassero fuori, bastava avvertirli, e subito salite le scale a modo e a verso apparivano, donde anco i più discreti ebbero a confessare che in cotesta occasione gli angioli e i diavoli avevano barattato le parti.
A proposito di parti, anche qui sbucarono fuori contrarietà da sudare acqua e sangue, e nondimeno sariasi con buone parole acconcia ogni cosa, se Cristo e Giuda non fossero stati; da questi due nasceva lo scandalo; a cagione di questi due mille volte il mistero corse pericolo di andare a monte, ed ecco in quale maniera. Tutti pretendevano rappresentare Gesù Cristo, tutti per lo contrario il personaggio di Giuda aborrivano: pareva ai buoni che riportano le parti di Gesù sarebbero comparsi migliori, ai tristi, facendo quella di Giuda, apparire pessimi; e veramente non si potrebbe sostenere che avessero torto. Insomma per finirla e' fu mestieri affibbiare la parte di Giuda al più caro e costumato giovane del paese, quale appunto fu Giammatteo sposo della Catalina, e quella di Cristo al suo fratello di latte, una vera cima di forca se altra fu mai. Forca in quanto, ve'! spieghiamoci chiaro. Fedelino Fabrizi amava di sviscerato amore la patria, i genitori obbediva, Dio temeva, se non che ad ogni fuscellino di paglia gli si avvolgesse tra i piedi tirava giù bestemmie ch'egli era un finimondo; allora bere un uovo ed ammazzare un uomo gli pareva tutta una; però importa dire che fin lì non aveva tombato persona, sì, a qualcheduno l'occhio gli aveva guasto, a qualche altro i denti rotto; le pesche non si contano; ma non più oltre; e poi anch'egli aveva tocco le sue, chè nelle risse si va con due tasche, una per darne, l'altra per riceverne.
Ancora; di quanti erano lì alcuno pareva meno atto a ritrarre Gesù Cristo di Fedelino a cagione della sua corporatura: voi sapete la differenza, anzi l'opposizione ostentata dai Greci e dai Latini ad effigiare la immagine del Redentore? I Latini lo rappresentarono sul confino della giovinezza e della virilità; di misura giusta, ben fatto a maraviglia e bello: mansueto nel sembiante: bionde di oro la barba scarsa e la chioma copiosa: ai Greci piacque rappresentarlo orribile, impolminato, rifinito, e con le costole fuora, ond'è che in Toscana udii talora il dettato: tu se' più brutto d'un Cristo di Cimabue; perciò che questo maestro, per quanto me ne dissero, ritenne assai dalla maniera dei Greci; ora Fedelino non quadrava al fare dei Latini, molto meno a quello dei Greci: egli era un Cristo nuovo di zecca, alto tre braccia e mezzo o giù di lì, con polsi e spalle da mandare da per sè solo una galera, di colore nero, in parte riarso dal sole; sicchè ti offriva l'immagine espressa del tizzo di carbone mezzo spento, e mezzo acceso: gli ombrava il capo una macchia di capelli scarmigliati, e aggruppati così da rompere i denti di qualunque pettine, comechè di finissimo acciaio, il quale si fosse ardito tentare di ravviarli. Della barba e dei sopraccigli non vi dico nulla: della voce, questo soltanto, che dove gli altri per chiamare adoperavano il corno, a lui bastava un urlo. Questo il Cristo côrso.
Prete Settembre aveva posto addosso a Fedelino un bene pazzo, il quale però non lo impediva, all'opposto lo facoltava in certa guisa ad attendere alla sua condotta, sferrandogli talora qualche pugno, dove andava andava, per metterlo sul cammino della perfezione.
L'orchestra si compose di corni marini, i quali noi li chiamiamo colombi, e vi so dire che quando sessanta di questi corni presero a suonare tutti di un fiato, i morti da cento anni a questa parte saltarono su ritti credendo giunto il giorno del giudizio. Incominciata la recita, le cose di bene in meglio, con inestimabile contentezza del popolo quivi raccolto, progredirono, fino al punto in cui Giuda, seguito dagli sbirri dei preti nell'orto di Getsemani, si fa a baciare Gesù Cristo. Fedelino quando si mirò davanti Giuda, che stava per accostare la bocca alla bocca di lui, gli pose la larga mano su la spalla, e dimenticate o neglette le parole del dramma, con voce velata gli domandò tremando:
– Come! Fratello Giovà, potreste voi tradire Fedelino, che vi ama tanto e poi tanto?
– Nè te, nè altri, fratello mio, rispose il dabben giovane, e piangendo dirotto gli si abbandonò nelle braccia.
Egli era manifesto che cosi l'ordine della passione restava scombussolato, e il dramma non poteva più andare avanti. Pazienza! Non sembrava un gran guajo, che correndo il 1768 risparmiassero a Cristo la finta crocifissione, come sarebbe stato affare di oro che non gli avessero fatto patire nell'uno lo strazio della vera; ma fortuna volle che guajo ci avesse ad essere, ed operò che nascesse da questo caso.
Nuzio Salvatori, che faceva da san Pietro, cugino carnale di Fedelino Gesù Cristo, vedendo Giovansanto Mattei; in quel momento Malco, che si accingeva a grancire Gesù, nonostante l'inopinato voltafaccia di Giuda, tale gli bussò con una mazza sul capo, che lo stese per terra non per tanto, indi a breve risensando Malco si levò chiamando Simon Pietro figliuolo di tal cosa, che io non posso onestamente dire, ma che voi potete molto agevolmente immaginare. Allora Fedelino, che serbava contro Malco certo strascico di ruggine vecchia a cagione di una ragazza, gridò a Simon Pietro:
– Per la Immaculata! Nù rompi la testa a cotesto cane rinnegato.
Di che Malco inviperito proruppe:
– Giuro a Cristo, o Fedè, non ti pensare mica di mettermi suggezione perchè tu faccia da Gesù: hai da dire le parole del mistero e non altro, sai?
– E se ce le volessi mettere di mio, ce le volessi?
– Allora Cristo o non Cristo, io te lo farei vedere...
– A me?
– A te, e a cui la riprende per te...
– Per Dio santo! vediamo un po' che cosa tu ti sappia fare, muso di malmignatto.
E qui di un salto si accostò al tronco di un olivo ricoperto di foglie, e dalle foglie trasse fuori l'archibugio per ispararlo contro Malco, o piuttosto Giovansanto Mattei. Ma egli aveva contato senza l'oste, e l'oste fu prete Settembre, il quale, quando meno se lo aspettava, gli rovinò addosso, e avvinghiatolo pel collo, gli svelse dalle mani lo schioppo, e poi a calci e a pugni se lo cacciò davanti a sè verso il casamento che voi avete veduto sul ciglio del teppone. E non crediate che Fedelino vinto dalla reverenza del suo terribile amico si lasciasse fare: certo, non si vuole mettere in dubbio, questa reverenza sarà entrata per qualche cosa ad avvilirlo, come pure il dolore dello scandalo dato, e della festa manomessa: però egli è certo, che al truce fulminare degli occhi, al fischio che il furore cacciava dalle sue labbra, alla tanaglia delle dita del prete non resisteva veruno. Così dentro la casa disabitata lo sospinse, e ce lo chiuse a chiave; poi rifece i passi frettoloso verso il teatro per sedare qualche altro disordine avesse potuto accadere; e doveva essere successo pur troppo, imperciocchè da lontano contemplasse ed udisse ribollire, urlare, maledire, rimescolarsi la gente negli atti paurosi, i quali fanno manifesto come in quel punto l'uragano della passione mulini in vortici l'anima umana per iscaraventarla poi, pagliuzza fortunata o infelice, su la vetta del Campidoglio, o su la cima della forca.
Non erano bene passati quindici minuti dalla prigionia del Cristo côrso, o piuttosto di Fedelino Fabrizi, che prete Settembre aprendo a furia le porte entrava dentro tempestando, ed urlando in tutti i tuoni:
– Fedelino! O Fedele! Fedele! e poichè non rispondeva persona: – Fedele! Fedele! strepitava più forte; cheta ogni cosa – Fedelino per...!
E fu proprio ventura che gli riuscisse di agguantare per i piedi il giuramento già più che mezzo spenzolato fuori della bocca. Si diè un picchio su i labbri il buon prete Settembre, e ripigliando a frugare di qua e a frugare di là, non trovava Fedele: allora un pensiero gli venne per la testa: l'avesse portato via il diavolo! Ma subito dopo prese a dire. oibò! mi tiene il broncio per le briscole avute; basta proviamo a fargli uno scongiuro, il quale, se già non si trova chiuso all'inferno, avrà virtù di rompere le costole al demonio, e rendermelo fresco e bello come una rosa. Allora con voce forte gridò:
– Fedè, non ti turare le orecchia, e senti bene le parole del tuo padre spirituale; io ti riporto la stioppetta che non ha guari volevi adoperare contro i tuoi fratelli côrsi; perciò che sia venuto il tempo di usarla contro il nemico; noi partiamo adesso adesso contro i Francesi.... o Fedè se non isbuchi fuori... io butto il tuo schioppo sopra un fico... e i ragazzi lo vedranno... e...
– Curato, curato, badate che a cui troppo tira la corda si spezza, urlò Fedelino levandosi ritto su di un letto, fra le coperte del quale egli erasi ravviluppato, e quivi aveva atteso a mordersi con tutto agio le mani, sicchè gli grondavano sangue: – io vi perdono i pugni, perchè me ne avete dati degli altri... più difficilmente i calci, che da voi io non ebbi mai... ma anco questi passino; però, che veniate a sberteggiarmi per giunta, giuro...
– Non rammentare, figliuolo mio, il nome di Dio invano, che presto tu gli potresti comparire davanti; Fedele ascoltami. Tu sai come noi tutti confidassimo non ci avrebbero i Francesi rotto la guerra; questa fidanza diventò lusinga. Tu sai come ad ogni modo la tregua dovesse spirare da qui a quattro giorni; ebbene i Francesi facendo di loro fede fango, hanno assalito a Barbaggio i nostri alla sprovvista...
Ed era vero. La vanità dei Francesi è cosa tremenda: costoro (e a questo pecco partecipano un po' tutti) sazievolmente presuntuosi, primi si vantano sopra gli universi popoli nelle armi. La storia imperturbati obliano o negano; gli occhi, per non vedere le ossa dei padri loro seminate in molta parte del mondo, si chiudono, e le orecchie, per non udire la mentita che lor mandano gemendo le anime dei fratelli vinti in patria e fuori. Gli eserciti troppo spesso sono dadi in mano della fortuna; ed è perciò che ai popoli veramente generosi deve piuttosto parere bello perdere combattendo per la giustizia, che vincere iniqui. L'uomo, può, volendo, serbarsi integro e morire, non può, volendo, vincere. I Francesi come gli altri, anzi lo confesserò addirittura, in questi ultimi tempi sopra gli altri, morire seppero; ma per converso trovo giusto affermare che più jattanti procedono degli altri, e quasi che meno degli altri nella virtù confidino, non omisero nelle recenti, come nelle antiche guerre, partito comunque infame, abietto e fraudolento si fosse, purchè conducevole alla vittoria. I Francesi ruppero la guerra in Corsica con manifesta violazione della tregua solennemente pattuita; con numero quattro volte superiore di soldati, muniti a ribocco di ogni maniera arnesi guerreschi, non vergognarono assalire a tradimento gente inesperta, e quasi ignuda di artiglieria; corruppero gli avari con la pecunia, i vani con le turpi quisquilie, che si chiamavano allora, e tuttavia si chiamano (segno infallibile di corruttela incancherita) onori; salariarono assassini e non mica a questo misero mano gl'infami, bensì i gentiluomini persuasero, ordirono, e a cotanti comprarono il tradimento; nulla tennero in conto di venerato, nulla di sacro. Se affermassi questi carichi solo io, capisco che potrebbero appuntarmi di rancore immalignito dalla disperazione della vendetta; ma non è così; tutte le storie lo attestano espressamente, nè già scritte dai Côrsi soltanto, sibbene dettate dai medesimi Francesi, tanto ignorano la verecondia, o la disprezzano, dacchè di attribuirlo a coscienza non ci è da pensare nè manco. La tregua spirava giusto il 4 agosto 1768, e la mattina del 29 luglio i Francesi allo improvviso assaltarono Patrimonio: 300 erano contro 18: agevole vittoria, e non per tanto in quel primo scontro ebbero la peggio, rimanendo spento su le alture di Montebello il condottiero dello insigne gesto, Belaspect; non per tanto intese ad onestare con la vittoria la infamia, le milizie di Francia, condotte nel giorno successivo dal maresciallo di campo Grandmaison e dal conte di Marbeuf gagliarde di numero, potenti di artiglierie si avventano contro Patrimonio e Barbaggio, paesi i quali da un lato custodiscono le strette per cui trapassando a San Fiorenzo si guadagna l'interno dell'isola, e dall'altro il cammino che mena a Farinole e a Nonza, e quinci nel restante Capocorso. I Francesi la sgararono sì, ma combattendo contro un pugno di valorosi privi di cannoni, senza munizioni, e senza perfino cerusici: e fu creduto che essi non avrebbero vinto, o almeno provata più sanguinosa la vittoria, dove gli ufficiali côrsi da lunga mano contaminati mercè la pecunia presente, o le promesse avvenire, non avessero trattenuto le compagnie di precipitarsi in mezzo allo sbaraglio, mentre più ribolliva la mischia, e quivi mescolarsi con le coltella a zuffa manesca, rimbrottando cotesti modi essere da furiosi, e da barbari, non da prodi e da cristiani. La storia di questi sofisti traditori ricorda un Folacci; cercando meglio forse si verrebbe a capo di scavare anche gli altri: fatica abominevole e inane. Giuda lasciò il nome per tutti i traditori, e basta.
Poco innanzi accennai come i Côrsi andassero sprovveduti di cerusici, e vuolsi aggiungere di medicine eziandio e di fasce, nè senza ragione, conciossiachè accadesse per lo appunto nel fatto di arme di Patrimonio il caso del soldato francese il quale trovando Luigi Calvelli agonizzante con le ferite aperte, da prima lo sovvenne (dei moribondi sentono sempre misericordia i Francesi, ed anco dei morti) e poi gli domandò: – O come diavolo ardite cimentarvi a combattere senza ospedali e senza chirurghi? A cui di rimando il Côrso. – Muojamo.
Sopra la casa che fu di Luigi Calvelli (il quale sopravisse alle ferite, e morì vecchio a Patrimonio) dove i Côrsi incominciarono a difendersi dallo assalto proditorio dei Francesi, anche adesso, se ci porrete mente, potrete leggere la iscrizione che in memoria dell'atto indegnissimo ci fu posta sopra, la quale dichiara così
– CETTE MAISON FUT DÉFENDUE PAR LES FUSILS FRANÇAIS PENDANT LA TRÈVE LE PREMIER AOÛT 1768.
Già le sentenze del Machiavello si possono accettare tutte a chiusi occhi come oro rotto; in ogni caso il fatto narrato rinverga con quanto egli scrisse intorno la natura dei Francesi, i quali però l’hanno in uggia. Invece di battere Temistocle, Euribiade non avrebbe fatto meglio di starlo a sentire, e correggersi?
– Dunque Nonza si è arresa? domandava affannoso Fedelino.
– Nonza regge: capitano Giacomo la difende, ma che tu sia benedetto, che cosa può egli fare con venti uomini di presidio ed un cannone solo?
– E perchè non corriamo tutti a sovvenirlo?
– E perchè sono io venuto, figliuol mio, a levarti di prigione?
E saltati fuori si misero a correre: sennonchè arrivati al canto di una via, pur sempre affrettandosi, Fedelino favellò a prete Settembre con la lingua fuori:
– Sere... io vo a fare motto a casa... capite... ha ottanta anni... se muojo rimane solo... senza baciare babbo non mi par cosa di correre laggiù... tanto a casa mi ci bisogna arrivare per prendere la carchera... ma non perdo tempo... continuate a correre che vi agguanterò.
– Va, figliuolo va. – E l'uno da un lato, l'altro dall'altro si allontanarono di corsa.
Ricordate la turba delle formicole brulicante al saccheggio di uno acervo di grano? così avete a figurarvi che bollisse il popolo di Canari, uomini e donne, vecchi e giovani, preti, frati e laici. Il messaggero fatto salire in luogo eminente aveva raccontato con parole aperte senza crescere nè diminuire nulla, cosa insolita! due reggimenti interi di nemici minacciare Capocorso: altri aspettarne per sostenerli: trainare con esso loro le artiglierie gravi e leggiere: grossi squadroni di cavalli a breve spazio di cammino seguirli. Allora il signor Giuseppe Barbaggi, che fu nipote del generale Paoli da lato di femmina, si ristrinse con prete Settembre e gli altri maggiorenti di Capocorso, e fra di loro accordarono non essere partito savio menare tanti uomini disordinati, e male in arnese: gioverebbe una mano dei meglio risoluti, i quali avrebbero tentato gittarsi nella torre di Nonza a rinforzarne il presidio: intanto ne spedirebbero avviso al generale nei quartieri di Murato, aflinchè si muovesse con buon polso di gente: nel frattempo eglino metterebbono in campagna le squadriglie dei Capocorsini per tribolare alla spicciolata i Francesi. Conosciuta questa risoluzione, non è da dirsi quanto ne rimanessero sgomenti i Canaresi bramosi di accorrere, giusta la espressione della Santa Scrittura, come un uomo solo; non di meno e' fu mestieri starci al deliberato dai padri: fra i giovani più lesti in gamba e di cuore più largo forniti ne cernirono cento. Ora siccome la sposa novella di Giammatteo era sparita, taluni pensarono che la si fosse recata a supplicare Orsoantò e Francè, i quali a posta loro non si lasciavano più vedere, acciò che s'ingegnassero mandare qualcheduno dei vogliosi in iscambio del figliuolo e del genero: e comechè parecchi ne mormorassero, la massima parte trovava la cosa in regola, e da non doversene per nulla scandalizzare.
Oh! va, che la indovinavano costoro: quasi in un punto medesimo mostraronsi i tre disparsi, la sposa, il padre, il suocero, tutti con uno schioppo in mano, porgendolo con molta concitazione a Giovammatteo: il quale prese quello gli presentava la Catalina, mentre sorridendo agli altri diceva:
– Voi mi scuserete se non potendo portarne altro che uno, io scelgo lo schioppo che mi dà mia moglie.
La Catalina, la quale aveva già messo tutto il suo cuore in Giovammatteo, gli posò la mano sopra la spalla, e su la mano appoggiato il volto, lui dolcemente guardava. Giammatteo commosso gl'impresse tre e quattro baci intorno alla fronte quasi corona dello amore pudico. Io per me vado sicuro che la Catalina in cotesto punto non avrebbe scambiato quei baci con le stelle che inghirlandano la Immacolata: certo è però che a lei stavano bene i baci, come a quell'altra le stelle.
Tutte queste cose voi vi avete a immaginare accaddero in tempo minore di quello che ho messo io a raccontarvele con parole stucchevoli: in fatti i cento cerniti presero a correre alla volta di Nonza non dando tempo ai personaggi del dramma sacro nè anco di spogliare l'abbigliamento scenico. Della passata baruffa non appariva pur l'ombra. Cristo andava a pari con Malco che abbracciatisi erano tornati amici come prima, anzi più di prima; re Erode stava alla coda, e poichè buttò la corona di foglio dorato su d'un fico, ebbe a mutare meno degli altri. Giuda, dopo il signore Barbaggi, a tutti primo; comandava Cristo, Apostoli, Ebrei, Romani uniti a mazzo armati di pistola e di archibugio; che metteva proprio tenerezza a vederli.
Così andarono un pezzo, quando, svoltato il sasso nero, ecco comparire loro dinanzi Angiolomaria Tommasi, Antonfili Padovani, Giancarlo Dominici, Decio Santelli cugini alla più parte, amici di tutta la brigata dei Canaresi; i quali sapevano essere del presidio di Nonza. A cotesta vista i nostri sentironsi mancare il cuore, e ad una voce gridarono:
– Oh! non è presa ancora, risposero gli altri. – E allora come voi qui?
– Be' noi verremo con esso voi, e per via vi racconteremo per quale cagione noi abbiamo deliberato di uscirne.
Allora Decio Santelli soprannominato Sfinimento prese a raccontare, come il capitano Giacomo confidando nella fede della tregua bene avesse provveduto di lunga mano la torre con le munizioni da guerra, ma quanto a quelle da bocca differito fino al ventotto di luglio per pigliarle fresche, massime l'acqua, mancando la torre di cisterna: pertanto la sera di cotesto giorno avere mandato fuori quattordici uomini per legnare, fare acqua, e sopratutto raccogliere pane e farina: se non che il ventinove verso sera sopraggiunti i nemici, si erano postati dirimpetto alla parte della torre in luoghi acconci ad impedire così la sortita come l'entrata, per la quale cosa si trovarono chiusi con due pani e forse una mezzina di acqua. Senza dubbio uomini pratici del paese guidavano i nemici, forse francesi stessi, che da parecchio tempo bazzicavano per quei pressi, ma veramente giudicavano piuttosto fossero côrsi per eterno vituperio della patria, traditori, pur troppo. Sopraggiunta la notte, taluno essersi avventurato a sortire dalla torre, ma visto il nemico starsi all'erta ed in forze fuori del muro di cinta intorno alla porta che sbocca nel paese, aveva dovuto persuadersi essere ogni scampo impossibile. Poichè le diligenti investigazioni ci ebbero chiarito dello irreparabile pericolo, capitano Giacomo, dopo lasciato di sentinella sul ballatojo Antonfili Padovani, ci convocò nella sua stanza dove fattici sedere intorno alla tavola in questa sentenza ci favellò:
– Soldati, gli ordini della milizia impongono al comandante di un forte, quando gli cascano addosso malanni simili a quello che adesso è capitato a me di radunare il consiglio di guerra, e sentirne il parere prima di prendere partiti supremi: questo per lo appunto è quello che ora intendo di fare, però ascoltatemi attentamente, affinchè rispondendomi poi da quei valentuomini che siete, io possa fondare sopra i vostri consulti le mie determinazioni. Che noi non possiamo reggere parmi chiaro, e questo basta (qui accennò il mezzo pane rimasto sopra la tavola, e rovesciò sottosopra la brocca donde non cadde gocciola di acqua) a provarlo. Noi dunque non possiamo difendere la torre, bensì possiamo fare un'altra cosa del pari inclita per noi, e profittevole alla patria. Domani finchè potremo ci batteremo, e quando i granatieri di Francia, fatta o no la breccia, si avventeranno in colonna di attacco contro questa che prometteva durare più a lungo, io li lascerò salire, e quando ne vedrò la più parte impegnata, suonerò il mio colombo, e tu a quel segno, cugino Giancarlo, accosterai la miccia alle polveri, e ce ne andremo nel seno del Signore, che so che ci accoglierà a braccia aperte.
A questo punto capitano Giacomo fece pausa, e soffiatosi il naso continuò così:
– La cosa mi si presenta sotto ogni punto di tanto vantaggio per tutti, che appena, io penso, merita dimostrazione; e nondimeno io ve la voglio fare, chè tale come a vostro capo me ne corre l'obbligo. Noi ce ne andremo nell'altro mondo preceduti da mille Francesi a mo' di battistrada, onde ci piglieranno subito per signori grandi: vero è però che presto ci scompagneremo da loro, imperciocchè eglino se ne andranno all'inferno, come tutte le anime triste e bestiali che si adoperarono a ridurre popoli innocenti in catene, e noi ce ne andremo in paradiso: infatti se il paradiso non si dovesse aprire alle anime di coloro che travagliandosi virtuosamente per la patria perirono, io davvero non saprei che cosa si stesse a fare costa su. E badate, figliuoli, che se ci fosse verso di non morire, e non invecchiare mai, io correrei meno lesto e confortarvi come faccio, imperciocchè alle cose che non si possono compire da una volta in fuori gli è molto savio pensarvi due. Ma che volete voi? Tosto o tardi morire bisogna, sicchè a morire presto voi vi avete a figurare che sia tanto lavoro fatto; e si suole con proverbio affermare che Dio ama coloro i quali tira precocemente a sè. Ora innanzi di consegnare costretti le anime nostre in mano alla morte o per virtù di colica, o vogli catarro, o vogli puntura, o di quale altro dei mille malanni che ci macinano dentro il letto, come il pevere dentro il mortajo, o non è più bello, più illustre, più giocondo salire al cielo di scoppio quasi portati sopra le ali degli angioli? Ma sì signore che vale cento, che vale mille volte meglio. Ma voi mi direte: – Noi abbiamo moglie e figliuoli. Ebbene; oh! che monta cotesto? Dubitate forse che ci vadano spersi pel mondo? Pietà antica persuade i Côrsi a lavorare la domenica le terre delle vedove e degli orfani, e verun riposo, a mio credere, acquistò mai tanto merito presso a Dio quanto questo lavoro. Per uno che ne perdono i figliuoli vostri, acquistano padri quanti ci sopraviveranno Côrsi. Noi guadagneremo il nostro ritratto appeso alle pareti della sala del gran consiglio in corte, come ha ordinato il generale che si faccia a tutti i morti in guerra, e lo farà quando egli avrà quattrini, e la Corsica pittori. Intanto tutte le domeniche il prete ci rammenterà dopo il vangelo – capite? Saremo ricordati nientemeno dopo il vangelo, sicchè figuratevi quale onore sia per le nostre famiglie, e per noi. Nè questo è tutto, e potrebbe bastare; i vostri figliuoli avranno diritto di essere nudriti ed allevati gratis nella università, dove studiando jure, potranno, se vorranno, e se avranno sale nella zucca, riuscire solenni giureconsulti; o meglio la teologia, la quale ha virtù di aprire anche ai più umili sacerdoti il sentiero delle dignità ecclesiastiche, vescovati, arcivescovati, e fin anche il papato. Ergo, attenti, che conchiudo: quanto io vi proposi merita che come magnanimo lodiate, e come ottimo seguitiate, e siccome voi non sapreste escogitarne nè suggerirne altro migliore, così vi dispenso da tribolare il vostro cervello a cercarlo. Il consiglio di guerra è finito, e rimane inteso che domani, di amore e di accordo, ce ne andremo tutti all'aria.
Così detto ci licenziò, e questo fu il consiglio di guerra del capitano Giacomo Casella.
Noi allora ce ne andammo nel quartiere sottano, dove essendoci assettati su le panche intorno alla tavola, stendemmo le braccia sopra di quella, e ci lasciammo cascare il capo per dormire; ma ci stornavano il sonno la immagine del volo imminente, e il picchio che veniva giù dalla volta, battuto sul solajo dalla gamba di legno del capitano Giacomo, che scorrazzava irrequieto su e giù per la sala: alla fine il rumore cessò, e noi potemmo argomentare che si fosse alquanto alloppiato.
Io fui quegli che primo sollevai il capo, e dissi:
– Dormite voi?
Ad una voce i compagni risposero:
– Eh! giusto dormire... con quella pillola in capo.
– Oh! come non vi garba egli il discorso di capitano Giacomo?
Uno disse:
– Io lo mastico, ma non lo ingolo...
L'altro:
– Non mi basterebbe l'animo ad esporre le ragioni per le quali non mi garba, ma tanto è, la non mi quadra....
– Ma ci credo! ripresi io, ed io vi sporrò le ragioni per le quali non può quadrare a voi, nè a me, nè a persona che sappia che l'undici viene dopo il dieci. La torre noi non possiamo difendere, e questo è chiaro; dunque il partito migliore sta nella proposta fatta da capitano Giacomo, di mandarla all'aria con quanti più potremo attirarci intorno Francesi, e questo parmi più chiaro che tutto. Fin qui tanto noi che il capitano camminiamo d'accordo: adesso viene la forca dove incomincio a separarmi da lui. In primis, per mettere fuoco alle polveri basta accostarci la miccia, o scuoterci sopra la cenere della pipa, o batterci l'acciarino accanto, e a queste cosiffatte operazioni basta un uomo solo, ed eccone di avanzo, laonde io non ci vedo proprio la necessità nè l'utile d'impiegarcene cinque, che tanti giusto col capitano facciamo. In ogni faccenda lodasi, e meritarnente, la economia; ora perchè solo in quelle dove ne va la vita dovranno celebrare la prodigalità? Secondamente, noi non siamo mica pari col capitano; egli arranca e non può stare in campo nè pure a cavallo, noi all'opposto possediamo gambe, la Dio mercè, da muffii, e il peggio dispetto che ci potessero fare fu di metterci a combattere dietro un muro. Terzamente, il capitano ha una gamba di meno e non so quanti ossi e quanta altra carne portata via, e molti più anni di noi: così egli dopo avere pagato parecchi acconti alla morte, con poco più la salda, mentre noi ci sentiamo interi, giovani e gagliardi, perciò possiamo e dobbiamo prima di morire adoperarci giusta alle nostre facoltà in benefizio della patria. Chi paga tardi e malvolentieri si reputa bindolo, e va bene; ma nè anche savio dovrà stimarsi colui che arrangola per pagare anticipato. Per ultimo non ha la Corsica tanti soldati da prodigarli con la pala, al contrario ella ne possiede pochi, ella abbisogna di tutto il suo sangue per vincere, se piace al Signore; e se non piace, per cedere con onore nella guerra che oggi sostiene contro un popolo duecentocinquantotto volte più numeroso del suo. Pertanto nel punto stesso in che repugno a buttar via senza sugo la vita, io qui dinanzi a voi con giuramento mi lego di non rivedere la faccia dei miei figliuoli prima del termine della guerra. Se resterò morto io, li terrete per vostri figliuoli voi; se morrete voi, e non io, li prenderò per miei; se vinceremo e salveremo la pelle, andremo a goderci con le nostre famiglie i giorni che Dio ci lascerà di vita; se saremo vinti e rimarremo pur vivi ci chiuderemo in casa co' figliuoli a piangere la perduta libertà.
Assentirono gli altri e con giuramento pari si legarono al mio: io proseguii:
– Queste cose noi lasceremo scritte al capitano, affinchè non gli salti per la testa di riputarci vili; quando c'incontreremo di là nell'altro mondo non vo' ch'ei ci guardi in cagnesco: intanto ch'io scrivo la lettera, tu Angiolomaria scalzati, e va nel ballatojo a fare capace di tutto Antonfili. Bada a non muovere rumore, che se il capitano si desta, buona notte Gesù che l'olio è caro; poi radunate in mezzo quante più corde potete trovare: aggiugnetele insieme con legature che tengano; di tratto in tratto, come sarebbe ad ogni braccio, annodatele, fateci un cappio, ficcateci dentro una stanga di querce, e sarà meglio due: andate, usate diligenza e silenzio.
A due ore dopo mezzanotte eravamo tutti lesti: lasciammo sopra la tavola la lettera pel capitano, poi uscimmo scalzi, e andando tentoni per l'aere nero, scantonammo ratti ratti la torre: assicurata prima una grossa stanga attraverso il foro aperto in vetta alla rupe, prendemmo a scendere per la corda ajutandoci co' piedi e con le mani, i quali avemmo la cautela di fasciare di cenci perchè non si recidessero. Bene c'incolse che la notte fosse buja, imperciocchè se ci si vedeva straccio, l'altezza paurosa, e il voltolare come fusi lungo la rocca, dandoci il capo giro, ci avrebbe sicuramente fatto andare a fittone giù sopra agli scogli. Calammo in mare, donde senza troppa fatica nuotando venimmo alla spiaggia, e quinci c'incamminammo alla volta di Canori per unirci alle squadriglie del Capocorso, e con auspicii migliori rinnovare la guerra.
– Tu parli come un libro stampato, notò allora prete Settembre, e mi pare che tu abbi più parole di un leggìo: sbaglierò: ma tu armeggi troppo bene con la lingua, per essere poi del pari valoroso con le mani.
– Per Dio santo! proruppe Fedelino; per me ha ragione capitano Giacomo; valeva meglio morire....
– Io capisco benissimo, soggiunse Decio, bisogna che i fatti confermino le parole, ed è perciò che abbiamo chiesto di venire con voi.
– Noi non abbiamo archibugi da darvi....
– Non importa; abbiamo i coltelli, e questi bastano per vendicare il capitano, e per morire da uomini.
I Côrsi procedendo oltre guardaronsi bene di scendere giù per la costa fino alla marina, per erpicarsi poi su per le scale che menano a Nonza: ciò li avrebbe scoperti, ed esposti senza difesa al fulminare delle artiglierie e dei moschetti nemici: fecero meglio pertanto, e sparpagliati agguantaronsi di gruppo in gruppo pigliando la cresta che soprasta al paese di Nonza. Tirava un ponente gagliardissimo, sicchè l'aria per ogni lato limpida e serena, rendeva agli occhi distinti gli oggetti, quantunque piccoli e lontani si fossero, ed agli orecchi il più leggiero susurro movesse dal mare: per la qual cosa i Carraresi maravigliando contemplarono drappellarsi tuttavia invitta su la torre di Nonza la bandiera côrsa; nè questo solo li faceva trasecolare, ma, e in bene altra guisa eziandio, il continuo trarre di moschetteria dalle feritoje di quella. Cauti sempre e più sempre si accostano, e senza che i Francesi punto se addassero pervennero ad addossarsi dietro i primi casolari del paese.
Di qui odono la voce del capitano Giacomo, che urlava da spiritato:
– Giuro alla Madonna santissima; artiglieri, affrettatevi... presto a caricare il pezzo.... su, Erminio, su Chiucchiutello, da bravi; e voi altri a' moschettoni. Per Dio oh! quanto state a mettere coteste spingarde su i cavalletti... fuoco al cannone!
Il cannone balenò, tuonò e tanto apparve il tiro aggiustato, che la palla ruinò per lo appunto la corona del muro di cinta dietro il quale stava formandosi la colonna di attacco dei granatieri francesi, onde parecchi ne rimasero morti, e troppi più dai sassi, impetuosamente balestrati, malconci e feriti.
– Da capo caricate, sempre urlava il capitano Casella, e per questa volta a' mitraglia.... scaricherete quando il nemico sarà a mezza costa, non prima. Ora mano agli schioppi, fuoco a volontà – su, Pilone; a te, Ricciuto; e tu, Panicaccio, del moschetto che fai?
E uno dopo l'altro rirnbombarono i colpi mantenendo vivo un magnifico fuoco di fila.
– O brutti Giuda Scariotti, o che ci davate ad intendere voi altri che il capitano Giacomo era rimasto solo?
– Noi caschiamo dallo nuvole, rispondevano Decio ed i compagni tutti avviliti; egli chiama persone che noi non conosciamo, e che mai vedemmo fra noi.
– Questo chiariremo più tardi, disse fosco prete Settembre, intanto voi altri, figliuoli, accostatevi quanto meglio potete; non isparate finchè non vi dia il segnale: allora giù tutti di un colpo: ognuno miri il suo uomo e questo uomo sia un morto. Lasciate gli altri, bersagliamo i granatieri, per lo appunto come avvertiva il capitano Casella, quando la colonna di attacco avrà salito mezzo la strada per dare la scalata.
Di fatti i Francesi quasi vergognassero adoperare le artiglierie, e condurre la breccia a norma delle regole dell'arte contro una povera torre, la quale, secondo potevamo giudicare, era difesa da trenta, tutto al più da cinquanta uomini, si apparecchiavano ad assaltarla per via delle scale.
Egli e ben vero che i Francesi quando hanno ucciso col Paixans una lucertola, per ordinario non mancano annunziare all'universo, che bastò il loro grido vive l'empereur! per ridurre in mazzamurro un mastodonte, ma sommando adesso il corpo che operava contro la torre di Nonza a due reggimenti compiti, di cannoni, di granate, e di scale, e di altro fornimento di guerra a fusone provvisti, l'uno si vergognava dell'altro per ricorrere alla scienza del maresciallo Vauban, come si trattasse di Bergopzoom, o di Anversa. Inoltre il maresciallo di campo conte di Grandmaison, che fama ebbe di cortese ai suoi tempi, erasi per pudore rimasto da parte, quasi schivo di prevalersi della forza soverchiante, o persuaso che in cotesto fatto non fosse a farsi avanzo di gloria.
Intanto i Canaresi contemplavano dall'alto formata la colonna di attacco, i granatieri pronti a prorompere, allestite le scale: nella aspettativa dei supremi casi palpitavano, il dito sul grilletto, il capo adagiato sul calcio dello schioppo, un occhio chiuso, l'altro teso sulla canna che mirava un soldato della compagnia assalitrice. Dopo l'ultimo tiro sparato dalla torre, il quale aveva così stranamente malconcio i Francesi, essi lo vedevano aperto, ormai non avanzava altro che morire, lasciando però la rovina di Nonza, monumento di terrore allo ingiusto nemico.
Le porte del muro dell'ultima cinta cascano sotto le piccozze dei guastatori abbattute, e dall'apertura entra subito, stupendo a vedersi! il capitano Vaudemont seguitato da un solo tamburo, e muove quattro passi o sei che potevano riuscirgli funesti; allora sventola un bianco pannilino attaccato sulla punta della spada, e poi si ferma quasi aspettando la risposta. Dopo spazio convenevole di tempo, intorno al palo dove in cima della torre si agita la bandiera côrsa, fu visto inalberare un pennoncello bianco. Allora il capitano Vaudemont, accompagnato sempre dal tamburo, incominciò a salire franco l'erta, ed avrebbe proseguito fin sotto la torre se una voce non fosse scesa dall'alto a fermarlo come impietrato; e questa voce proferita dal capitano Casella di sul ballatojo diceva:
– Parlamentario di S. M. cristianissima....
– E che cosa vuole da me il parlamentario di S. M. cristianissima?
– Aprite la torre e vi esporrò il messaggio.
– Io non aprirò la torre: la Dio mercè, le orecchie mi servono tuttavia ottimamente per intendere, e la voce anche per farmi meglio capire: abbiate la garbatezza di parlare di costà.
– Ma no; noi staremo a disagio; molto più che il vento molesta – e spavaldo tirava innanzi, senza troppo curarsi delle ammonizioni del Casella, il capitano Vaudemont.
– Oe, capitano, a che giuoco giochiamo? se v'inoltrate anche un passo voi siete un uomo morto.
– Oh! allora la faccenda muta; poichè così vi accomoda, io parlerò di qua, comandante.
– Voi farete bene, comandante.
– Signor comandante, l'illustrissimo signor conte di Grandmaison, maresciallo di campo di S. M. cristianissima, desideroso di risparmiare ogni inutile spargimento di sangue....
– Be'! Be'! Da quando in qua questa tenerezza? Oh! perchè non vi veniva in testa prima di assalire, contro la fede della tregua, i nostri posti di Patrimonio e di Barbaggio?
– Da quando abbiamo considerato che noi possediamo dodici cannoni da contrapporre all'unico vostro; e noi arrivare a quattromila e voi forse a cinquanta. Ma io non venni qui a disputare, bensì ad esporvi il messaggio; però statemi a udire: dunque per evitare, come ho detto, la effusione di sangue, vi si offre di capitolare.
– E se io non volessi capitolare?...
– Allora prenderemo di forza la torre, e voi con tutto il presidio tratteremo come persone le quali nelle difese disperate si ostinano, non secondo le regole dell'arte militare, bensì secondo la biasimevole pertinacia loro.
– Oh! voi mi vorreste castigare? –Be'; e se mi saltasse in testa, esempigrazia, di mettere fuoco alle polveri, e buttare adosso a voi ed ai compagni vostri la torre di Nonza, mi fareste il piacere, capitano, d'informarmi qual castigo mi dareste voi?
– Oh! voi non lo farete... non lo potete fare...
– Sentiamo via perchè non lo potrò fare; ci avrò gusto a saperlo.
– Perchè questo non si chiamerebbe fare a buona guerra; e di tale maniera partiti praticansi unicamente dai barbari.
– Ho capito, per non venire in fama di barbari e' ci sarà mestieri difenderci come garba a voi altri fiore di civiltà, che ci cascate addosso per levarci il vivere libero.
– Signor comandante, voi siete, io mi compiaccio a crederlo, a sufficienza perito nelle cose di guerra per conoscere come i primi capitani del mondo, invece di scapitare, crebbero nella reputazione rendendo a patti onorati le fortezze, le quali, giusta le regole della buona milizia, non si possono nè si devono difendere.
– Orsù, io vado, a norma dell'obbligo di comandante, a consultare il mio consiglio di guerra. Voi non vi movete di lì, e fintanto ch'io non ritorni aspettate.
Trascorso spazio di tempo, che parve al capitano Vaudemont, e veramente fu lungo, il capo del comandante Casella si vide sbucare dal parapetto del ballatojo, donde egli riprese il colloquio dicendo:
– Il consiglio non ha deciso anche nulla: dichiara riserbarsi a farlo dopo che avrà sentiti i patti.
– Domandate voi. Il signor maresciallo mi commette parteciparvi ch'egli, per quanto spetta a lui, si trova disposto a concedere quanto più potrà: però vi prega a mostrarvi discreto.
– Grazie! Ciò vuol dire che, levatoci il berretto, ci lascerà stare la capelliera; diavolo anco! Non si farebbe tra i selvaggi di peggio.
– Insomma li volete dire questi vostri patti, o non li volete dire?
– Furia francese! Primo: il presidio uscirà con tamburo battente, bandiere spiegate, ed ogni altro onore di guerra.
– Accordato.
– Secondo: il presidio conserverà le sue armi, e il bagaglio.
– Accordato.
– Terzo: il presidio, e tutti quelli che presero le armi per la difesa di Nonza, saranno liberi di restare o partire sciolti da qualunque impegno.
– Questo non vi si può accordare....
– Allora a monte ogni cosa: giù dalla spianata.... e il capo del Casella scompare dal parapetto.
Sennonchè il capitano di Vaudemont lo richiama dicendo:
– Signor comandante, o signor comandante, sentite bene: se non ho la facoltà di acconsentirvi io questo patto, ciò importa che io ne deva riferire il mio superiore, non mica che mi venga assolutamente ricusato; dite tuttavia.
– Quarto: il signor maresciallo di campo, conte.... conte.... di che cosa è egli conte?
– Di Grandmaison.
– Di Grandmaison lascerà che il presidio porti seco senza impedimento armi, cannoni, arnesi qualunque, provvisioni da guerra e da bocca.
– Anche questo si accorda.
– Quinto: il signor maresciallo somministrerà cavalli, somieri e carri pel trasporto, fino al quartiere generale di Murato, delle armi, cannoni, e tutti insomma gli oggetti rammentati nel capitolo quarto.
– Questo passo non posso accordare.
– Signore! che angoscia; andatevene adunque e ripigliamo il fuoco.
– Ma no, ma no, io me ne andrò a ragguagliarne il signor maresciallo, ed in breve ora tornerò con la risposta.
– Andate.
– Fra dieci minuti torno; e così mi auguro spicciarmi, che lascio qui il tamburo.
– Anzi lo menerete con voi; niente urge, andate, e trattenetevi a vostro agio.
Tornò il capitano, come promise, presto, ma in mezzo ad un diluvio di parole, fece capire che i due capitoli non si potevano accettare; supplicava il conte volesse scusarlo il signor comandante; considerasse che con forze tanto preponderanti egli sarebbe aspramente ripreso, forse sottoposto ad un consiglio di guerra, se avesse concessa la facoltà al presidio di osteggiare i soldati del re mentre durava la impresa: circa al fornimento dei mezzi di trasporto per le munizioni, armi ed arnesi loro, essere cosa non pure insolita, ma contraria alle regole: anzi avere certamente a conoscere il signor comandante l'antico dettato accolto così nelle faccende civili come nelle militari, che non si hanno a cavare le armi di casa al nemico; e qui sproloqui, lodi e sciolemi ch'erano un finimondo. Il capitano Giacomo ascoltò pacato, e severo rispose:
– Parlamentario, udite: io vo' provare al signor conte chi di noi sia veramente sincero a voler risparmiato sangue cristiano: dei due capitoli che rifiuta, uno accetti l'altro no. Se egli ha da conservare il suo onore, anche io devo avere cura del mio; molto più ch'egli vince, ed io perdo; e gli consegno questa torre chiave del Capocorso. Egli assenta il capitolo quinto, ed io rinunzio al terzo, obbligandomi per fede, che il presidio della torre non muoverà le armi contro i soldati di Francia dentro la isola e fuori durante la guerra. Andate: se dentro mezz'ora non venite con la risposta, provvedete ai casi vostri come pajavi meglio, perchè io vi giuro per la Vergine Immacolata, che vi rovino addosso la torre con tutto quello che ci si trova dentro.
Il capitano Vaudemont voleva lesinare, giusta la natura dei Francesi, la più parte taccagni, sennonchè il capitano Giacomo dopo accennatogli con un gesto che se ne andasse, disparve dal ballatojo.
La torre di Nonza, pur troppo era vero che si poteva considerare come la chiave del Capocorso; e tra per questa ragione, e il dubbio che da un punto all'altro calassero giù grossi soccorsi dai monti, e la voglia di rifare un po' gli spiriti abbattuti dei Francesi, i quali in coteste prime avvisaglie n'erano sempre andati a caporotto, non si può dire con quanta ansietà stesse il conte Grandmaison: impaziente dell'esito si accostò al paese e tolse stanza nel piano terreno della casa la quale anche ai dì nostri vediamo giù al termine della salita dove la piazzetta fa cantonata con la strada che continua per Farinole: udite le ultime proposte del capitano Casella, sopra sè stette alquanto come per non parere, e poi concesse, a condizione si facesse presto.
Il capitano di Vaudemont, e' non si può mettere in dubbio, fu soldato di valore, nè dove gli fosse tocco di salire allo assalto sarebbe stata quella la sua prima prova, e poi nel corso di tutta la guerra lo fece vedere; non per tanto anco ai meglio animosi piace, potendo con onore, cavarsi dal repentaglio di ricevere una palla in mezzo del capo, o di restare infranti sotto una pioggia di sassi di mille libbre l'uno: quindi se ne tornava lieto gridando da lontano, e agitando il fazzoletto.
Allora si fece rivedere il capitano Giacomo fosco nel volto, e con voce pacata riprese:
– Sta bene: dunque, parlamentario, da capo a scanso di equivoci...
– Non fa bisogno; non ci possono cascare equivoci.
– Ci ponno cascare benissimo; amici cari, patti chiari: voi siete giovani, ed io sono vecchio, e so per prova che con chi vi governa non si può fare a fidanza, e il decoro del duca di Choiseul informi...
– Che cosa borbottate costà? Io non vi capisco, in fede di gentiluomo.
– Io dico: patti chiari amicizia lunga. – Ricapitoliamo dunque. I capitoli concessi sono: esca il presidio con gli onori soldateschi: conservi arme e bagaglio: purchè non porti nella presente guerra le armi contro i soldati di Francia, il rammentato presidio di Nonza vada libero dove meglio gli piaccia: gli si concede trarre seco armi, munizioni, arnesi e artiglierie: voi altri somministrerete tra un quarto di ora cavalli, muli e carri pei trasporti. Va egli bene? È così?
– Così.
– Ed in parola di gentiluomo e di soldato onorato, il signore conte di Grandmaison maresciallo di S. M. cristianissima dichiara avere facoltà di stipulare questa capitolazione, e mantenermi i patti di buona fede, escluso qualunque sotterfugio, frode, o cavillo?
– Comandante! rispose il capitano Vaudemont, facendo atto di recare la mano alla spada; questa soverchia diffidenza vostra già tocca il confine dell'oltraggio.
– Io ho per costume andare adagio ai ma' passi, e non intendo ingiuriare persona; lasciate la vostra spada nel fodero, che fin qua su non ci arriva; promettete sì o no le cose esposte da me?
– Promettonsi.
– Allora andate a disporre i vostri granatieri ad entrare: intanto che io m'incammino a provvedere ogni cosa per uscire.
I granatieri francesi, bella e cappata gente in verità, difilarono con ordine stupendo oltre la cinta esterna, e si condussero fin sotto la torre: qui giunti partironsi in due, una schiera a destra, l'altra a sinistra della fortezza.
Ecco di un tratto la porta della torre apresi, i granatieri, pronti al comando, presentano i moschetti al saluto, e (strano a vedersi!) n'esce il comandante Giacomo Casella forte stringendo con la mano manca l'asta della bandiera côrsa con la quale, gittato via il vecchio bastone, reggeva le orme mal sicure della gamba di legno; con la destra poi picchiava il tamburo sospeso alla tracolla, che aveva egli medesimo indossato; in capo portava il cappello dal dì delle feste, orrevole per gallone d'oro e per piume bianche; nelle altre vesti come si addice a comandante supremo nelle occorrenze solenni.
Egli incedeva maestoso e solo, onde ci bisognava tutta la virtù della rigida disciplina, perchè quegli umori bizzarri dei Francesi non prorompessero in risa.
Il signor Giacomo scostavasi dalla porta e non gli teneva dietro persona; giunto ch'ei fu davanti il capitano Vaudemont, questi levata la spada salutava, e quegli, cessando battere il tamburo, ficcata la bacchetta entro l'occhio della tracolla accanto alla gemella, e trattosi il cappello, rispose imperturbato al saluto.
Siccome il signor Giacomo non faceva punto le viste di fermarsi a favellare col capitano del distaccamento dei granatieri, al contrario ripresa la bacchetta, e picchiando più forte che mai, mostrava volersi allontanare, il Vaudemont gli disse:
– Signor comandante, e il presidio quando si dispone a lasciare la torre?
– Il presidio?
– Sì, il presidio.
– Uh! il presidio della torre, signor capitano, è tutto fuori.
– Dubito che il signor comandante non abbia capito, o forse io mi sarò espresso male; io vi domandava quando il presidio intende di vuotare la torre?
– Anzi, caro mio, voi vi siete espresso a pennello, ed io vi ho capito senza ambagi; e però vi ripeto che il presidio è uscito tutto con me.
– Eh! per questo poi niente di più sicuro, perchè io sono solo.
– Misero me! voi mi avete giuntato; il vostro infamissimo inganno mi assassina!... Voi mi fate mettere in canzone da tutta la Francia! Come tornerò a Parigi! Ahimè! come avrò faccia di presentarmi a lei... cioè a loro, per cui io vivo? E gli amici! Oh! quelli sì che mi strazieranno a morsi. Che cosa era morire con tutta questa torre addosso? E, tu barbaro Côrso, come hai potuto concepire il diabolico disegno di ammazzare col ridicolo un Francese di garbo?
– Ma... questa è la matassa che tocca dipanare a voi, la mia faccenda stava nell'uscire di costà a patti onorati.
E con la bacchetta del tamburo gli additava la torre.
Giacomo Casella, Côrso della stampa antica, tutte queste cose faceva e diceva con imperturbabile gravità: donde appunto scoppiava, in quanti assistevano al caso strano, argomento di riso irrefrenato: nè per molto mordere che facessero le labbra, tanto i granatieri poterono tenersi, che taluno di essi non isghignazzasse. All'aborrito crepito, il capitano Vaudemont prima diventò bianco come panno lavato, poi acceso più dei percossi dal male di gocciola: indi a breve, come tolto fuori dello intelletto, strabuzzando furiosamente gli occhi, prese a urlare da spiritato:
– Ribaldo! Per me è finita, ma non morirò invendicato. A monte la capitolazione, e tu all'inferno.
Qui levata la spada, egli fece cenno di volerla dare al capitano Giacomo sul capo. In questa una forza irresistibile gliela strappa di mano sbatacchiandola in terra rotta in due pezzi: al tempo stesso gridando: tradimento! tradimento! prorompono fuori dai vicoli del paese, e dalle case; qualcheduno, per fare più presto, si buttò giù dalle finestre, guerrieri romani, giudei, re Erode, Pilato, Caifasso, apostoli, e Gesù Cristo tutti in un fascio, invasati da inestimabile furore di uccidere, o rimanere uccisi. Stava lì lì per correre fiume di sangue, e senza pro, dove la Provvidenza non avesse ispirato il dabbene conte Grandmaison ad affacciarsi su la porta della casa dove si era ridotto ad aspettare la conchiusione del negozio. Considerata la gravità del pericolo, ordinò in un attimo ai soldati voltassero faccia ai sopraggiunti, ed abbassati gli schioppi ne appuntassero le bajonette al seno degli assalitori fermi sulle armi: così contenuta la subita invasione, si diede con gran voce a chiedere la causa del nuovo impeto, la quale in mezzo allo schiamazzo essendo giunto piuttosto a indovinare che a conoscere, assicurò i patti sarebbero religiosamente osservati, il capitano punito, posassero gli animi: poi parendogli che il caso non patisse indugio, quinci si tolse, entrò speditamente nel recinto, e dopo un rabbuffo di parole acerbe, commise al Vaudemont si rendesse prigione; intanto lo fece scortare da un manipolo di granatieri; questi in apparenza lo menavano in arresto, ma in fatto capirono ch'essi erano per difenderlo. Verso il signor Giacomo poi si mostrò piuttosto prodigo che copioso di cortesie e di lodi, le quali egli nè accolse, nè ributtò, contento a starsi in silenzio ed a guardarlo fisso in faccia: di che rimasto confuso il maresciallo, tirò a finire interrogando, se potesse fare cosa che tornasse accetta al signor comandante. A questo il signor Giacomo aperse la bocca per dirgli:
– Nulla, signor maresciallo, tranne che mi serbiate la fede del patto, somministrandomi senza dimora carra e somieri, perchè io possa trasportare a Murato gli arnesi, le armi e le munizioni.
Ciò trovando giusto, il conte rispose che sarebbe fatto: intanto pregarlo ad usargli la cortesia di onorarlo per qualche giorno di sua presenza a pranzo.
Il signor Giacomo, sentendosi commosso di così squisita urbanità, tacque per alcuni momenti: poi con sembianza piuttosto contristata che arcigna, soggiunse:
– Signor maresciallo, noi altri Côrsi, come rozzi, le usanze dei gentiluomi del vostro paese ignoriamo: ed io mi sento troppo vecchio per impararle adesso; soffrite in pace che mi attenga alle mie. Noi coi nemici nostri non mangiamo, bensì combattiamo: a noi poveri e parchi i vostri pranzi guasterebbero la salute. Questo pezzo di pane (e frugandosi in tasca ne trasse fuori un pezzo di pane nero, che sporse verso il conte di Grandmaison) residuo ultimo della vettovaglia di cui andava provveduta la torre, mi basterà tanto che io giunga a Murato.
Il conte, quietati gli spiriti accesi, ebbe vaghezza d'informarsi per quale strana ventura gli fosse comparsa davanti tanta gente così inaspettata, e così singolarmente vestita; e la seppe: seppe eziandio che lo stupendo colpo, il quale mandò in pezzi la spada del capitano Vaudemont, si era partito giusto dallo schioppo di Gesù Cristo, a cui ne fece complimenti. Ancora si provò a convitarlo in compagnia dei personaggi della sua passione, ma avendone riportato non dispettosa, però ferma repulsa; altro non gli rimase che compiere le clausole della capitolazione, e questo fece con fede, della quale vorrei che i Francesi si fossero mostrati in ogni tempo più religiosi osservatori, affinchè alla fama di prodi, che sarebbe negare loro astiosa follia, potessero aggiungere l'altra, non meno bella, di onesti.
E qui il vecchio si tacque, e come colui che immagina avere soddisfatto al suo compito, già si apparecchiava a pigliare commiato, quando io ponendogli la mano sul braccio, e con dolce violenza costringendolo a rimanersi seduto gli domandai:
– E del capitano Casella, ditemi in grazia che cosa ne avvenne?
– Il capitano Giacomo s'incamminò alla volta di Murato in compagnia del suo cannone; dovunque egli passava i popoli dai prossimi paesi di San Fiorenzo, Olmeta, Oletta, e dai più remoti traevano a salutarlo, e a fargli plauso; ma egli incupito tirava innanzi, e taceva; giunto ch'ei fu a Murato, il generale scese precipitoso le scale del convento che abitava, e in mezzo della piazza, e a vista della gente acclamante lo abbracciò, ma il capitano vie più tristo, non che se ne rallegrasse, appena gli rese gli amplessi ed i baci. Ridottosi poi nella celletta abitata dal generale, il povero signor Giacomo rompendo in pianto gli favellò così:
– Cugino, io mi sono condotto alla presenza vostra per supplicarvi di due cose.
– Magari! Cugino mio, chiedine anche tre.
– Innanzi tratto io vi domando il mio congedo...
– Come! Come! E tu pensi ad abbandonare la patria adesso che la stringe il suo maggior bisogno?
– Questo non negherò; ma che ci posso fare io? Ho, quando siamo a settembre, giusto settantaquattro anni; mi manca una gamba; il più delle notti le ferite antiche non mi lasciano chiudere occhio; con siffatto corredo, voi ben vedete, cugino mio, che da me non potete cavare soldato gagliardo alle necessità della guerra.
– Ma io non disegno mica adoperarti per campeggiare allo aperto.
– E allora, per Dio santo! a che cosa altro mi trovate buono voi? Forse a difendere le fortezze? In verità, dopo la resa di Nonza io non so se sarebbe maggiormente da biasimarsi la trascuranza vostra a confidarmele, o la sfacciataggine mia ad accettarle...
– La torre di Nonza tu hai difeso da eroe: ormai il tuo nome con quello di Nonza perverrà congiunto, siine sicuro, alla più tarda posterità.
Il capitano Giacomo non sofferse che il generale continuasse, e tentennando il capo, disse:
– Misera, o misera patria, se' ridotta a tale che devi annoverare fra le tue glorie la resa di un forte! Quanto a me, io intendeva ottenerne perdono da voi e questo era la seconda cosa per la quale io veniva a supplicarvi, cugino.
– Che perdono o non perdono! Quali malinconie ti ficchi ora nella testa? Io ti ripeto che tu ti sei meritato fama immortale; o che dovevi fare?
– Morire sotto le rovine della torre.
– A che pro? Gli uomini rimasti teco nella torre, precorrendo il tuo cammino a Murato, mi si presentarono davanti dando ragguaglio intero dello accaduto a Nonza: le ragioni che essi addussero per giustificare l'operato da loro, così mi si mostrarono giudiziose, così rette, così consentanee alle regole del giusto non che a quelle della prudenza, che se le necessità della militare disciplina non m'avessero costretto a mandarli in prigione, io li avrei promossi tutti a grado superiore; ma ciò potrà farsi più tardi.
– Anco me persuasero, e in ciò sta il male. Il mio angiolo custode aveva infuso nelle vene del vecchio sangue nuovo, ed il suo cuore acceso nel sacro furore di patria pregustava i gaudii della morte eroica: ciò che appunto mi perse fu la maledetta prudenza, madre di partiti tisici, disperditrice dei generosi. Jeri l'altro quando un poco di giorno si mise nella torre, scesi nei quartieri dei soldati e li trovai deserti; vidi eziandio la maluriosa lettera sopra la tavola; ella era aperta; doveva non leggerla, doveva bruciarla al lucignolo della lucerna tuttavia rimasto acceso; ma no signore, al contrario la serbai, la lessi e rilessi, e presi a meditarci sopra. Dopo molto pensare, mentre levava la fronte sbaldanzita dal palmo della mano, sentii dietro le spalle il frullo di colombo che lasciò il nido: voltai spaventato la faccia, e non vidi alcuno; sta bene, nè lo rivedrò più mai, imperciocchè egli mi abbia abbandonato...
– Chi abbandonato? interrogò il generale, a cui balenò il pensiero che capitano Giacomo avesse dato la volta alle girelle. Ed egli rispose sempre più dolente:
– Il mio angiolo custode, che mi lasciava in mano della prudenza come agnello al tosatore. Allora bello mi parve salvare il cannone, bello le quaranta cantara di polvere; bello condurre il nemico alla capitolazione che ho fatto, e forse senza ch'io me ne sia accorto, la viltà, insinuandosi di contrabbando tra la calca dei pensieri che nascono a mo' di funghi sotto i piedi della prudenza, mi fece parere bello salvare questo sciagurato arcame.
E così dicendo, forte si dava della mano chiusa nel petto.
– E come ti parve, cugino, veramente la capitolazione fu bella ed alle cose nostre profittevole.
– Non lo dite, Pasquale, imperciocchè, o voi favellate senza porre mente alle vostre parole, o discorrete diverso da quello che sentite; nè un cannone, nè pochi moschetti, nè quaranta cantara di polvere avranno virtù di salvare la Corsica, mentre uno esempio magnanimo di amore disperato per la patria avrebbe acceso nell'anima dei Côrsi il fuoco divino che si avventa agli affetti domestici, alla cupidità degli averi, allo istinto della propria conservazione, e li riduce in cenere come legna secche. Senza le Termopili, la Grecia, aspetterebbe ancora Maratona. Ora su, replicate, se vi basta l'animo, Pasquale, che invece di fare della sua morte argomento di paura ai nemici, di entusiasmo ai suoi, il capitano Casella si rimase nel mondo a piluccare pochi anni di vecchiaja come acini annebbiati sul raspo della morte.
– Fiamma di entusiasmo passa e non dura: io amo gli ingegni ragionatori, imperciocchè tengo per fermo che la pratica e lo studio della libertà, dal meditare che lo uomo ci faccia sopra, ingagliardiscono assai. Un calcolo è più sicuro di un inno: il due via due fa quattro ti torna di mezzanotte come di mezzo giorno: l'inno; mancato il sole, l'agitazione e l'ebbrezza, ti strido dentro le orecchia importuno quanto lo zufolio dello scacciapensieri. Oh! perchè la virtù non istampa il suo abbaco?
– Pasquale mio, non andrà molto che voi non penserete così. Intanto vi prego, conservate questo ricordo che vi dà il vostro vecchio parente: diffidate del popolo che ragiona troppo; con questo, male potrai combattere, molto meno vincere le battaglie della libertà sorella della povertà, contro alla tirannide confederata della ricchezza e dei vizii. Duegento mila côrsi per via di ragionamenti non combatteranno contro venticinque milioni di francesi, bensì si aggiusteranno, conoscendo la contesa impossibile. Non vi aspettate pertanto miracoli dal cielo, se non vi sentite voi stessi capaci di farne sopra la terra; ed è miracolo, pei tempi che corrono, l'uomo risoluto, il quale si reca in mano l'anima per lanciarla al bisogno in faccia alla fortuna.
Nè per preghiera consentì di fermarsi; e poi, comechè cautissimo badasse a tacerne, vinto certamente dalla vergogna, lui stringeva la religione del patto di astenersi da militare contro la Francia per tutta questa impresa si ridusse a vivere nella sua casa di campagna di Nonza, in certe stanzette che guardano il monte: amici o congiunti non volle più accogliere, la porta non passò che co' piedi innanzi, con testamento ordinando dessero sepoltura a lui morto giù nella valle, dove le acque montane, rompendosi fra i sassi, par che piangano, e noci antichissime empiono il luogo di ombre sinistre e di malinconia. Perchè egli lasciò scritto in certe sue memorie, se mai alla sua anima fosse venuto il ticchio di affacciarsi alla tomba per prendere aria, non la contristasse la vista della mal difesa Nonza.
– E del curato Settembre, e di Giovanni Matteo, e di Fedelino Fabrizi, quali furono le sorti?
– Altri, spero, ve le racconterà; questo vi basti sapere, che morirono da Côrsi: quanto a me, la mia storia è compiuta, e la età inferma, e le stelle cadenti mi persuadono il sonno. Addio, ospite, se piace al Signore, noi ci rivedremo nell'altra vita.
E mi porse la mano, ed io gliela strinsi fra le mie; quando lo vidi partire, il mio cuore stette chiuso, come l'uomo cui qualche vecchio amico abbandona.