Anton Giulio Barrili
Tra cielo e terra

Capitolo VIII. Celeste obĺo.

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Capitolo VIII.

Celeste oblìo.

Ci sono parole nei vocabolarî; costrutti e locuzioni nelle grammatiche; ci stanno a guisa di forme morte o dormenti, che si ravvivano o si ridestano al suono della voce da cui son richiamate. Ma il risuonar loro è nulla, o ben piccola cosa. Ognuno può leggere, ognuno può dire, poichè la favella è proprio carattere dell’uomo; ma il sentire, il far sentire ciò che la voce esprime, tutto ciò che una parola, una frase può contenere di pensiero, è dono di pochi, fortuna di rari momenti solenni. Con le stesse parole si può riuscir vuoti, molesti a chi ascolta, a chi legge; ed anche scrivere un canto di Dante, o una scena dello Shakspeare. Il momento solenne che suscita le forme dormenti, la collocazione che le atteggia, l’impeto che le muove, l’accento che le anima, il gesto che le sostiene, ecco la vita; per cui ciò che era piano risalta, ciò ch’era umile diventa sublime, ciò che si sarebbe a mala pena ascoltato inebria, commuove, rapisce.[118]

Maurizio non s’aspettava quella risposta di Gisella, non l’aveva immaginata possibile, non aveva parlato per provocarla; aveva parlato dell’amor suo per onesta sincerità, per risoluto disegno, per ragionevole speranza, fosse pur doloroso parlare, fosse pur dannoso scoprirsi, amaro dover rinunziare alla vista di quella divina creatura. Voleva fuggire, non rimanere, il poveretto; perciò aveva parlato in quel modo. Ma gli era avvenuto di sceglier male il momento, e forse peggio la frase. Del resto, a che sofisticar sulla frase? Tutto ciò che noi diciamo ha il colore dell’ora, triste o lieta, benedetta o maledetta, in cui l’animo nostro ha trovato modo di esprimersi. Quando non è più tempo, le frasi che dovrebbero ritrarci indietro son quelle che ci travolgono; le parole che vorrebbero salvare son quelle che pèrdono.

Intendiamo lo stato di Maurizio. Quella mano che lo aveva già fatto tremare una volta, stringendo la sua un po’ più dell’usato, quella mano lo fece fremere, riardere per tutte le vene. Ed anche Gisella, innocente creatura, non sapeva in quel punto che cosa si dicesse o facesse, dove potesse condurla quel moto di sincerità. Dote o sventura dell’amor vero è il non veder nulla davanti a , d’intorno, quando il cuore ha parlato, cedendo alla sublime follìa che lo invade. Ma infine, per questa follìa siamo nati, e chi se ne parte dalla vita senza averla provata, può dire di non esser vissuto. È ben vero, per[119] contro, che porta le sue tristi conseguenze il provare: qualche volta chi l’ha provata ne muore; qualche volta sopravvive, ma come un sognatore, come un sonnambulo, come un’ombra di stesso: il morto che cammina, secondo il detto comune.

Ne avrete veduti anche voi, di questi uomini strani, che vi stanno come incantati. Parlate, ed hanno l’aria di ascoltarvi; li invitate a guardare questa o quell’altra cosa che vi abbia colpito, o che attragga l’attenzione universale, ed anch’essi guarderanno dove voi dite. Ma interrogateli, e vedrete: vi parranno tornati allora allora dall’altro mondo. Costoro pensavano ad un loro momento vitale, quello a cui mirano e per cui respirano tuttavia; lo richiamavano, il bell’attimo fuggito; felici un istante nella memoria, lo rivivevano ancora. In quelle maravigliose ricostruzioni del desiderio si sente la vanità di tante cose miserabili, per cui gli uomini mediocri si struggono, i deboli ammattiscono, i vili strisciano, i cattivi schizzan veleno. Comandare ai proprii simili essendone schiavi; figurarsi di trascinarli essendone trascinati; credere d’ingannarli essendone ingannati; è questo il gran fine della vita?

Maurizio si risvegliò dal suo momento di ebbrezza. Era lui, lui ancora, o non forse un altro, il vittorioso, il felice, il signore dell’universo? Anche lei, la divina creatura, gli appariva trasfigurata, per miracolo d’amore. Nuovo mondo[120] era quello, altra regione, ignota sfera per lui; e ci viveva così bene! come in una di quelle nubi, luminose e fragranti, dove la fantasia dei pochi ha finito o indovinato che si celino, trascorrendo sulla terra, gli spiriti puri, gli abitatori del cielo. Maurizio visse estasiato in quel mondo, delle cose dell’esistenza lasciando ogni cura alla consuetudine, esperta guida che non ha sempre mestieri del raziocinio. Non fa altrimenti il sonnambulo; va diritto e sicuro, adempiendo a tutti gli uffici dell’uomo desto; per una cosa sola, che è la sua meta, il suo pensiero dominante, continua il sonno ed il sogno.

Vederla apparire ogni giorno, lassù, nel verde aereo nido accanto alla cascata dell’Aiga, che momento per lui! E come volavano inavvertite le ore, mentre la montagna custodiva il suo dolce segreto! Gli uccellini della macchia non fuggivano più, vedendo appressarsi quei due fortunati, immemori, inconsapevoli d’ogni altra cosa che non fosse il loro affetto scambievole. Erano due amici, oramai, per la gaia famiglia del bosco. Spensierati come voi, scriccioli della siepe, come voi, cardellini del prato, si amavano senza badarsi d’attorno, s’inebriavano della stessa fragranza silvestre, della medesima freschezza, della medesima gioventù del creato; unica immagine l’ora presente, unico pensiero il fido colloquio, unica legge l’amore.

Gisella era calma nella intensità della sua gioia, piena della sua felicità di dea, vera figlia[121] della natura, come l’avevano voluta i suoi educatori. Sentiva allora, per la prima volta, tutta l’ebbrezza del vivere; quasi per effetto di rivelazione subitanea, vedeva più addentro negli arcani delle cose; una lingua fin allora sconosciuta dischiudeva i suoi misteri per lei. Le pareva d’intendere le voci degli uccelli nella frappa, e si fermava estatica ad ascoltarli.—Sentite, Maurizio: questo qua dice alla sua compagna che la mattinata è splendida, e che si potrebbe fare una volata fin lassù, da quei ginepri. E quest’altro.... ma no, diciamo quest’altra.... Sapete di chi parla? Di voi, signorino; dice che siete buono, e gli piacete a quel modo. Cara, ma brutta! ragiona bene, e non mi va. Che cosa deve importare a voi, signorina, che il mio Maurizio sia buono? Non ha mica da esser tale per voi.—

Maurizio rideva, partecipando con tutta l’anima a quei giuochi infantili della divina creatura. Ma non c’era sempre da ridere. Quello stesso giorno, ad esempio, volendo forse prender consiglio dagli uccellini, Gisella s’inerpicava sulle alture, alla volta dei ginepri. Lassù, presso un cespuglio, aveva veduto due serpi avviticchiate, che davano sembianza del caducèo di Mercurio. Si era avvicinata, al solito, da vera figlia d’Eva, con molta curiosità e senza ribrezzo, mostrando a Maurizio, che invano cercava di tirarla via, come una di quelle serpi avesse la testa quietamente posata tra le fauci dell’altra, ammiccando di sotto con gli occhietti astuti, mentre al[122]l’altra, che la teneva stretta tra i denti, si vedeva palpitare con ritmo accelerato la gola gialliccia. Stranezza di voluttà in quelle due care bestiuole!

Andiamo, via,—diceva Maurizio,—potrebbero essere due vipere.

—Ebbene che importa?—rispondeva Gisella, senza volersi spiccare di .—Esse si amano e non badano a noi; si lascerebbero uccidere, piuttosto che muoversi. Guardate che ingegno, se sono velenose come voi dite; amandosi come fanno, si nascondono a vicenda il veleno.—

Maurizio non ebbe pace, finchè non l’ebbe allontanata dalle serpi.

Lasciamole amare a modo loro;—diss’egli;—chi ama non vuol testimoni.—

Gisella sorrideva, socchiudendo i grandi occhi d’indaco e sprigionandone lampi «di faville d’oro» come avrebbe detto il Chiabrera; quindi arrovesciata la bionda testa sull’omero, porgeva la bianca gola ai baci del suo sgridatore, per cui era tanto lieta, tanto superba di esser bella.

Qualche volta vedevano in lontananza il Feraudi, piantato a guardia del suo armento su qualche rialto della montagna. Il contadino vedeva loro aggirarsi più spesso all’aperto, per far le scorribande, che non per andare al Martinetto, dov’era la sua convalescente, tacito pretesto a tutti quegli incontri quotidiani. Vedeva, dico, ma non dava segno di ravvisare, e lento nei gesti si voltava a guardare da un’altra parte.[123]

—Si è avveduto;—mormorava Maurizio.

—Non dirà nulla, amico mio;—rispondeva Gisella.

Perchè?

Perchè ci è riconoscente e ci ama.

Pure, bisognerà esser cauti.

—Sì, sì, siamo cauti, mio bel gesuita.—

A Maurizio non piacevano i titoli; non gli piaceva nemmeno che per dargli del furbo o dell’ipocrita fosse usato quel nome. Sentiva del resto in quella locuzioni l’effetto naturale, inavvertito, della scuola a cui aveva imparato Gisella. Quello era di certo il linguaggio del conte Camillo, soprannominato il miscredente. Gl’insegnamenti sono come le inondazioni, che si sovrappongono e fanno sedimento; essi lasciano sempre un deposito di frasi negli orecchi più delicati. Quelle frasi riappaiono qualche volta, senza che però ci si pensi, o si dia loro importanza veruna; riapparendo, dimostrano quale sia stata la scuola. E andasse pur gesuita per ipocrita; perchè ipocrita, poi? forse era sinonimo di cauto? C’era nell’applicazione del vocabolo un’accusa di viltà ch’egli non credeva di meritare. Il sentimento che Maurizio provava era ben altro, se mai; sentimento di pena sorda ma profonda, ch’egli provava di tanto in tanto, quante volte per brevi intervalli, quasi lampi nel buio, gli tornava a mente il suo stato.

Al silenzio del suo compagno, Gisella si avvide di averlo ferito.[124]

—Ma se dico per ridere!—esclamò.—Ti amo tanto! Abbracciami, Maurizio, abbracciami qui, al sereno del cielo. Il pastore ha gli occhi da quell’altra parte.—

Un bacio scoccato, una risata argentina, e la pace era fatta. Ma se le paci erano facili, erano anche facili le guerre; e queste, per brevi che fossero, bisognava abolirle. È il sogno di tutti i filantropi. Per abolire quelle piccole guerre, Maurizio vedeva la necessità di ravviare, di educare a modo suo la mirabile selvaggia. Una così bella creatura doveva esser perfetta; la figlia della natura era degna di ricevere qualche insegnamento dall’arte.

Perchè non credi?—le domandava Maurizio.

—Io?—rispondeva ella, stupita.—Non credo io dunque? Ma se credo all’amor vostro, Maurizio! Ma già,—soggiungeva, ridendo,—il mio buon amico è un bel discorritore; bisogna lasciarlo discorrere. Eccomi qua, vi sento, vi ascolto, son tutt’orecchi.

—Oh, questo, poi!

Dico per modo di dire. So bene che son piccini; fin troppo piccini.

—Un’altra! Ma con voi non si può ragionare, mia bella prepotente. E siete bella, troppo bella per me, troppo bella per ogni povero mortale. Perchè di questa bellezza meravigliosa non essere grata a Dio? Vorreste voi dunque persuadervi di esser nata così per un caso, per un[125] capriccioso incontro di cellule? Guardatevi in uno specchio, bambina miracolosa, e poi ditemi voi se è possibile di credere una cosa simile.

—Ma io non credo niente di ciò che voi dite. Maurizio. Voi mi accusate, io dubito, di aver letto certi libracci di scienza moderna. moderna antica, mio bel cavaliere. Vivo, amo, son contenta di vivere e di amare; ecco tutto.

—No, non può esser tutto;—s’impuntava a sostenere Maurizio.—Dovete essere riconoscente.

—Ebbene, sia, sono riconoscente.

—A chi?

—A te.... che mi trovi bella;—rispondeva la pazza canzonatrice, dando in uno scoppio di risa.—

Non era ciò che voleva Maurizio.

Vediamo di ragionare;—diss’egli.—Siete un fiore, un bel fiore, un fiore stupendo. E potete non darvi pensiero del come un tal fiore sia nato? Potete immaginare che sia nato così, per un caso, per un capriccio di natura?

Leva il capriccio e metti il destino; metti la necessità, l’utilità, quel che vorrai;—rispose ella, alzando le spalle.

Utilità!—disse Maurizio.—Passi per il frutto; lo capirei ancora. Il frutto è utile, infatti; possiamo credere che sia una necessaria produzione dell’albero, come l’albero una necessaria produzione del suolo....

—Come il suolo una necessaria....[126]

—Sì, canzonatemi ancora. Mi mettevo a ragionar come voi, signorina. Ma il fiore non è necessario, è superfluo; sopra tutto è inutile che sia bello. E come potrebbe essere un prodotto della necessità, la bellezza? Come si potrebbe ammettere che si fosse formata la bellezza per cieca e sorda opera di selezione, di adattamento, di evoluzione? E l’ideale, che è il fior dello spirito, si sarebbe egli fatto per necessità di battaglia? Badate, mia dolce amica; per negare un intelletto creatore, noi siamo costretti a distribuire troppa intelligenza in ispiccioli a troppe miriadi d’organismi, a troppi miliardi di miriadi di cellule.

—E dàlli con le cellule! Ma io non ne so nulla, di tutte queste malinconie. So una cosa sola, Maurizio;—conchiudeva la bella birichina;—che noi spendiamo troppo tempo a discutere di filosofia. Questa è filosofia, non è vero?

—Quasi;—disse Maurizio, smettendo.

Un triste pensiero gli era passato allora per la mente.

Povere nostre giornate serene!—riprese egli, sospirando.—Son per finire, o non le avremo più così lunghe.

—Le avremo ancora;—rispose Gisella, con la breviloquenza che bisognava usare per certi argomenti.—C’è una proroga al ritorno.

—Ah!

—Sì, una lettera di questa mattina; avevo[127] dimenticato di dirvelo. Le esperienze di laggiù durano ancora, e sono molto interessanti;—soggiunse ella, respirando.

Al respiro di Gisella rispose il cuore di Maurizio con un sobbalzo d’allegrezza. Ma quel sobbalzo fu tosto represso dal ritorno di un brutto pensiero; dal brutto pensiero che opprimeva da più giorni la mente del signor di Vaussana. Perchè infine, lontano o vicino quell’uomo, ciò che Maurizio faceva, egli gentiluomo di stampo antico, egli cavaliere senza macchia.... Ma no, no, no, non voleva pensarci.[128]


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