Anton Giulio Barrili
Tra cielo e terra

Capitolo XI. Rifugio spirituale.

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Capitolo XI.

Rifugio spirituale.

Peccato che in mezzo a queste calme fossero ancor troppo frequenti i giorni di nervi! Il generale non era paziente per natura: non solo ogni contrarietà lo stizziva, il che può accadere a tutti; ma ogni lentezza, ogni più piccolo indugio, ogni inerzia naturale delle cose che lo circondavano, e che perciò dovevano dipendere da lui, lo faceva andare fuori dei gangheri. Avvezzo alle sonorità del comando, parlava troppo spesso con voce di tuono; e nel tuono della propria voce si eccitava, si riscaldava, s’infiammava sempre più, anche per cose da nulla. Nessuno toccava i libri della sua biblioteca; libri d’arte militare, annuarii, regolamenti, statistiche, a chi sarebbe mai venuto in mente di leggerli? Se qualche volta non si trovavano a posto, la colpa non poteva esser che sua. Ma no, non era sua, era di tutti, quando cercava e non trovava il fatto suo; e guai, allora, guai a tutti! era un diavoleto, un finimondo.

Degli abiti non era molto curante; abiti bor[156]ghesi, robaccia! non meritavano di occuparsene troppo. Nella biancheria era più sofistico: quella toccava la pelle e poteva dar noia. Così, le sue camicie dovevano aver la salda e non averla, abbracciare il collo e non stringerlo, non farsi sentire per nessuna costura. Quando, per troppa salda di quelle, o per subitaneo ingrossamento delle corde del collo, si sentiva nulla nulla a disagio, ficcava due dita nel colletto, e crac! strappava senz’altro, bestemmiando la cameriera, che fuggiva nella sua camera a farsi il segno della croce. Se non trovava per le sue cigne, era un guaio dei grossi: peggio poi se, dopo averle trovate, e cercando di abbottonarle, gli mancava o gli ballava il bottone nella cintura dei calzoni; la cameriera poteva credere venuto l’anticristo.

Ettore!—si provava a dirgli la contessa, a cui dispiacevano quelle scene, ma ancor più di sentir sgridare a torto le persone di servizio.—Sai bene che non è lei. Son io che mi prendo cura dei tuoi abiti! son io che faccio sempre queste cose.

—E non capisco perchè tu lo faccia;—ribatteva egli, inasprito.

È proprio dell’uomo il non capire certe cose, specie in materia di delicatezze domestiche. Era così l’altro Ettore? Verrebbe voglia di crederlo. Infatti, lui morto, la bella vedova passò a seconde nozze con Neottolemo, e in terze con Eleno.[157]

A taluna di quelle scenate era presente il signor di Vaussana, che non ci poteva far niente. Gisella chinava la fronte, dopo aver guardato Maurizio, con aria di volergli dire: «Vedete? non son mica tutti come voi, che apprezzate tanto questa povera donna».

Un giorno ella capitò all’Aiga col volto acceso e gli occhi rossi. Maurizio non l’aspettava ancora, ed era lassù al dolce nido per la sua prudente consuetudine di andar sempre al ritrovo due o tre ore prima del tempo. E dell’ora insolita e della strana animazione del volto di lei, Maurizio si maravigliò grandemente.

—Ti dispiaccio forse?—diss’ella.

—Ecco una parola ben crudele,—osservò tristamente Maurizio.—L’ho io meritata, notando una novità d’orario nella vostra cara venuta? Voi siete alterata, Gisella; avete anche pianto. Che cosa è stato? Una delle solite sfuriate, oppure....

—No, non cercate altro;—interruppe Gisella.—Una delle solite, ma un po’ più brutta delle altre, poichè dalle parole è passato per la prima volta agli atti. E per una cosa da nulla, avendo torto su tutti i punti. Gli avevano portato il caffè tiepido, gran delitto! Ed egli lo voleva bollente, per questa volta, senza averlo detto prima, mentre ordinariamente si lagna che glielo portino troppo caldo, facendogli perdere il tempo a sorseggiarlo. E perchè io mi ero provata a calmarlo con una buona parola,[158] sapete come mi ha risposto? Scaraventandomi la chicchera addosso. Che ve ne pare? Un bambino viziato non farebbe peggio del mio vecchio padrone. Non ho detto una parola, non ho fatto un gesto, ricevendo l’offesa villana, alla presenza del servitore; sono andata a levarmi la veste macchiata, ne ho indossata un’altra, ho preso il cappellino, mentre egli era a far le volte del leone in gabbia sul pavimento dell’atrio.

—Prima della colazione!—notò Maurizio.—Che imprudenza!

—Ah sì, raccomandatemi ancora di esser prudente. Se egli è pazzo, ho da esser savia io, che sono dei Matignon come lui? La prenda poi come vuole; io non intendo più di esser trattata come una bambina, come una schiava. Dopo quella villania, poi! È la prima, e deve bastare. Guai se incomincio a passargli le sue brutalità. Perchè oramai si va di male in peggio; ed io non ne posso più, non ne posso più.—

Così dicendo, la bella scorrucciata si era seduta sul sedile di pietra e con ritmo convulso batteva il suo ombrellino sulle ginocchia. Maurizio si fece daccanto a lei, e le bisbigliò dolcemente all’orecchio:

—Sei tu che l’hai voluto, bambina!

—Io?—diss’ella, rizzando la testa.

—Così dicono tutti;—rispose Maurizio.

—Io....—ripigliò Gisella, con accento di amarezza.—Io, per vostra norma, non ho vo[159]luto nessuno. Me ne ricordo benissimo: non è storia di cent’anni fa. Non sapevo nulla di uomini, io; non avevo conosciuto che il mio babbo, un cuor d’oro, che mi lasciava fare a modo mio in ogni cosa. Morto lui, caddi in una tristezza profonda. Voi non sapete, Maurizio.... non potete immaginarvi, essendo un uomo, come sia triste per una fanciulla restar così senza padre e senza madre sulla terra. È la solitudine in mezzo alla folla, è la notte dell’anima nella luce del giorno. Mi avevano fatto un consiglio di famiglia, mi avevano dato un tutore. Era un gentiluomo, lo zio; mi pareva tale; dovevo essergli grata di un sacrifizio inaudito, che tutti dicevano aver egli fatto per me, chiedendo di esser messo in disponibilità, lasciando il servizio, interrompendo la carriera. Mi trattava come una bambina, sì, ma ancora con molto rispetto. E un giorno mi fecero dei discorsi molto strani, che non mi parvero orribili. Ma che cosa sapevo io del mondo? Mi pareva fin naturale che egli volesse dedicarsi a me, essermi compagno nella vita, tenermi luogo di padre. Così fui data a lui, a lui che tutti dicevano buono, che io credevo buono come lo dicevano tutti. Ma non lo è, non lo è, non lo è; ha lo spolvero della bontà; nel fondo non è che un soldataccio brutale. Una donna, per lui, non è che un servo, un dipendente: la tratta bene, alle sue ore, come tratterebbe il suo aiutante, il suo attendente, a certe ore del giorno: poi, quando ha le lune,[160] grida, strepita, tempesta, che pare un ossesso. Ed anche quando non è di cattivo umore, che credete? che sia appena appena tollerabile? Ha il comando nel sangue, ama il comando in tutto, il comando che annoia e che irrita. Ha bisogno di una cosa che è sotto la mano? Gisella. E subito Gisella deve esser , trovar lei, qualche volta indovinare ciò ch’egli vuole. Si sveglia nella notte, e non può riprender sonno? Gisella. E bisogna svegliarsi. Io dormo volentieri, e sogno bene;—soggiunse ella, mettendo il primo sorriso nel suo triste discorso;—ma bisogna star su e correr da lui, per discorrere. Se almeno volesse, come i bambini, farsi raccontare qualche favola! Ma no, discorsi gravi, faccende di casa, delle quali si potrebbe ragionar meglio a giorno chiaro; più spesso si gira a parlare di vecchie malinconie; della vita militare, del servizio lasciato, della carriera interrotta. Oh, non tralascia allora di farmelo sentire, il gran sacrifizio che ha fatto! Perchè lo ha fatto? chi glielo ha domandato?

Capisco,—disse Maurizio,—è nel fondo un grande egoista.

—Sì, dite bene, un grande egoista. Amico mio, son pure infelice. Che vita sarebbe la mia, se non avessi il tuo amore? È il mio rifugio tanto caro. E come sono corsa a te, l’hai veduto? come ti ho sùbito indovinato! come ti ho sùbito accolto! È stata una buona stella che ti ha ricondotto quassù, alla terra dei tuoi padri. Se tu[161] avessi tardato, o Rizio, se tu avessi tardato ancora a giungere in questo deserto, in questo orribile deserto, credo che ci sarei diventata tisica, e mi avrebbero presto seppellita laggiù, come una santa, nel piccolo chiostro di San Giorgio. E le avrei fatte meravigliar bene della mia compagnia, le povere sante dei Matignon.... se pure è vero che di possiamo ancora maravigliarci di nulla.

—Già! la mia bella incredula;—notò Maurizio, con un placido sorriso.—Ma come fai a non credere?

Dimmi tu come si fa a credere,—rispose Gisella.

Pensando.... pensando molto;—diss’egli.

—Se bastasse il pensare!—esclamò la bella creatura, sospirando.—Ho pensato già tanto, io! Vorrei pure averla, una fede. Perchè questa vita è assai dura, e da qualche tempo incomincia a diventarmi intollerabile.

—Da qualche tempo!—ripetè Maurizio, con accento di tristezza.—Dunque.... per me?

—Ebbene, sì, per te. Pensi tu che non sia doloroso non potermi rifugiar sempre in te? Soffro, amico mio, paragonando questi brevi momenti alle lunghe ore del mio martirio quotidiano. Ah, sono ben lunghe, e il compenso di questo martirio bisognerebbe pure ottenerlo di . Averne la speranza e la fede, che fortuna! Ma non posso; credo che mi manchi la.... come si dice?[162]

—Non lo dire, e non lo far dire da me;—rispose Maurizio, vedendo che Gisella si era recato l’indice alla fronte.—Coloro che vogliono collocare le facoltà dell’anima in altrettanti punti più o meno rilevati della testa, saranno poi tirati a conchiudere che la loro testa è imperfetta, se le manchi il ricettacolo dell’ideale. Pensa, senti e credi; vedrai allora che, credendo in qualche cosa, non si è, a peggio andare, niente più sciocchi di loro.

—Voi ne parlate molto facilmente, Maurizio; ma non può creder chi vuole, solamente pensando e sentendo. Voi ci avevate.... non dirò già quella brutta cosa che vi dispiace tanto, ma almeno la strada fatta, l’indirizzo della vostra prima infanzia. Non è così? Hai dette le tue orazioni da bambino, ed io non le ho dette; te ne sei ricordato da giovane, ed io non ho avuto niente da ricordare; poi, più tardi, sul mare, in mezzo ai pericoli della tempesta....

—No, no,—interruppe Maurizio,—queste belle labbra non dicano di queste brutte cose, che non sono vere, che non sono state tali, almeno per me. Non fu il pericolo, quello che mi ha richiamato alla fede: non fu l’abitudine, quella che me l’ha instillata nell’anima.

—Allora, volete voi dirmi come andò?

—Sarebbe un troppo lungo discorso;—rispose Maurizio.—E voi, ora, mia dolce creatura, ritornerete a casa.... per farmi piacere. Vedi?—soggiunse stringendola fra le sue braccia,[163]—ti mando via. Ma tu sai bene che ti terrei tanto volentieri?

—Sì, amico mio; non dubito già io di voi, come voi dubitate qualche volta di me. So bene che ho fatto un colpo di testa. Ci voleva, sai? e non ne sono pentita. Ma è forse meglio ritornare un po’ prima. Vedi tu, Rizio, come credo.... in te? Ma ancora voglio credere in ciò che tu credi. Convincimi, persuadimi, e sentirò che mi ami tanto, tanto, da non potersi immaginare, desiderare di più.

Ahimè, quali patti!—esclamò Maurizio.—E se con tutta la miglior volontà del mondo, la mia eloquenza non fosse da tanto? Poi, avremo mai tempo per discorrere a lungo, per raccontarti.... come andò? Sono cose dell’anima, e il dirle brevemente è difficile.

Scrivile, allora.

Scriverle? Sarei lungo, più ancora che a dirle.

—Tanto meglio!—gridò Gisella, battendo le palme.—Sarò più a lungo con te.... nelle tristi ore che non ci posso essere. Voglio sapere come hai creduto tu, Rizio, voglio saperlo bene. Sai quanto è che ci penso, e non osavo domandartelo? Rizio è l’amor mio, il conforto, il rifugio e la vita. Perchè mai, uniti in tutte le altre, in una cosa sola siamo come stranieri? Voglio essere più in lui, più in lui, tutta in lui, col suo modo di pensare, di sentire, di essere.[164]

Maurizio posò sulla fronte della divina creatura un bacio solenne.

—Sia;—diss’egli poscia;—scriverò.—

E ridottosi a casa, non era stato a pensarci troppo lungamente. Non aveva infatti da scrivere per la stampa, per farsi giudicare da qualche migliaio di lettori; scriveva per lei, per l’adorata creatura. La fretta avrebbe dimostrato il suo buon desiderio di obbedirla; le stesse imperfezioni della forma, avrebbero fatto fede della sua sincerità. Il giorno seguente, alla Balma, mentre il generale passeggiava sulla spianata dando istruzioni al fattore, Gisella riceveva da Maurizio un piccolo involto di carte. Non era una lettera, ma a dirittura un quaderno.

Scusate, ho fatto un passio;—diss’egli.—Mi è mancato il tempo d’essere breve. Ho incominciato a scrivere iersera alle undici; non ho finito che stamane all’alba. Del resto,—soggiunse,—spero bene che non vorrete leggere tutto in una volta, ma sorseggiare, centellinare questa povera prosa.

—No, no,—rispose Gisella,—voglio legger tutto d’un fiato. A centellinare ci sarà sempre tempo, e non tralascerò certamente di farlo. Povero il mio Rizio! una notte bianca! E quest’oggi, poi, un’altra condanna!

—Che sarebbe?

—Che troverete modo di andarvene prima del solito.

Perchè?[165]

Perchè, non lo intendete? perchè voglio stare più a lungo da sola a solo con te.—

Era adorabile, mandandolo via a quel modo. Maurizio trovò per l’appunto il modo di far più breve la visita, portando via il generale, col pretesto di una piccola passeggiata in paese. La contessa fu sola, come voleva, per leggere il passio del signor di Vaussana. Ed eccolo qua, come ella lo lesse, incominciando dal titolo: «Dal dubbio alla fede».[166]


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