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Tre giorni erano passati, dopo che il signor di Vaussana aveva scritto e consegnato il suo passio alla contessa Gisella. Ed era anche, bisogna dirlo, una domenica d’autunno, bella, serena, ma fredda, per un certo vento di tramontana che incominciava ad annunziare la stagione più rigida, e spogliava frattanto del loro fogliame i poveri alberi della montagna; quelli, s’intende, che sogliono perderlo all’appressarsi dell’inverno, come i roveri e gli olmi, i frassini, i tigli e i nocciuoli. Ah, i nocciuoli, soprattutto, come son tristi, quando hanno perduta la bella gloria frondosa degli scudi smeraldini, non mostrando più che una scarna selva di negre aste intirizzite! Maurizio aveva già veduto chiazzarsi di rosso quel verde, poi volgere al giallo ed accartocciarsi qua e là, intorno al dolce nido dei giorni sereni, delle ore di cielo, dei fidati colloquii, al sordo fragore della vicina cascata; pensava già con terrore che di settimana in settimana sareb[189]bero stati più infrequenti per Gisella i pretesti di muoversi da casa, e che presto egli avrebbe dovuto per un altro inverno rassegnarsi a non veder l’amata donna che nelle troppo raccolte e troppo vigilate conversazioni della Balma. L’amor suo, per verità, schietto e profondo com’era, non pativa d’insofferenze nè di egoismo; ma quante non erano le cose che bisognava tacere, alla Balma, o che, a mala pena accennate, non si potevano spiegare con la dovuta abbondanza di parole! Amore è chiacchierino, e soffre a non potersi espandere in frasi, a non potersi esprimere nella varietà infinita delle piccole dimostrazioni.
Comunque fosse di ciò, e per tempo cattivo che volesse fare, il signor di Vaussana non andava mai alla Balma se non per la strada del bosco. E la mattina di quella domenica, un po’ prima dell’usato, egli rifaceva la strada consueta, per portare al generale un fascicolo della Rivista marittima, di cui gli aveva parlato la sera innanzi, accennando a certi esperimenti di artiglieria navale.
Il conte Della Bourdigue era solo e accigliato; ma gli si spianarono ad un tratto le rughe alla vista di Maurizio, di quel Cireneo che voleva aiutarlo a portar la croce della sua noia. Gradì il libro, e si mise subito a sfogliarlo, dando una guardata allo scritto che Maurizio gli aveva accennato. Gisella, frattanto, non si vedeva, e niente lasciava sperare ch’ella dovesse da un[190] momento all’altro apparire. Di certo, la contessa era fuori. L’assenza di una donna da casa non si conosce, per chiare e formali notizie; s’indovina, sto per dire che si sente nell’aria.
Pensava a ciò, per l’appunto, quando il generale gli scappò fuori con una di quelle domande che fanno balzare un uomo sulla seggiola, tanto arrivano improvvise, non lasciando il tempo di vedere se siano sciocche o profonde, se le abbia dettate la ingenuità, o la malizia.
—Sapete dirmi, Maurizio, che diavolo abbia preso mia moglie, di andare in chiesa, alla messa?—
Maurizio tremò, si confuse; per un istante non seppe più in che mondo si fosse.
—Io?—balbettava frattanto.—Veramente....
—Ma sì,—ripigliò il generale,—Gisella parla con voi di tante cose.... di poesia, d’arte, di storia, e che so io; può benissimo avervi detto qualche cosa, da cui si possa ricavare un costrutto, avere un’idea di questa novità.
—Voi la sentite come me, generale;—disse Maurizio.
—Non sempre,—replicò il vecchio, con un’altra scappata che fece fremere il suo interlocutore,—non sempre. So io, per esempio, i discorsi che può fare al Castèu, quando va a trovare la contessina vostra sorella? Infatti, vedete, oggi è andata laggiù. Se voi non aveste l’uso inveterato di capitare dalla montagna, vi sareste in[191]contrato con lei al cancello, o per la gran via di San Giorgio.—
Soltanto allora Maurizio incominciò a respirare, e le sue labbra osarono atteggiarsi ad un mezzo sorriso.
—Vado da Albertina, mi ha detto;—proseguiva frattanto il generale.—Rinunzio alla colazione, per vedere la funzione della chiesa parrocchiale. Capirete, Maurizio.... Non sono un tiranno, e lascio che Gisella faccia in ogni cosa a modo suo. La gran rivoluzione non deve esser venuta per nulla tra le genti. Ma capirete, ripeto, che questa novità dell’andare in chiesa m’abbia molto maravigliato.
—Ho capito, ho capito;—disse Maurizio, facendo un sorriso intiero.—C’è il vescovo in visita pastorale, come dicono. Mia sorella avrà data la notizia alla contessa, e un po’ di curiosità.... Le signore, dopo tutto, son donne.
—E capisco ancor io;—riprese il generale, ridendo a sua volta di quel riso largo che faceva sollevare più minacciosi che mai sulle guance i suoi gran baffi bianchi dorati.—Davanti alla curiosità non ci son signore. Ma che sciocchezze! che cosa c’è da vedere di strano, in un vescovo? Purchè poi queste visite in chiesa non mi passino in uso!
—Perchè no? Ci si va una volta, ci si va due, ci si prende il gusto dell’incenso, e non si sa dove si vada a finire, tra tante scimmiot[192]tate. Non amo i preti, lo sapete; e senza nessuna intenzione di farvi dispiacere....
—A me, generale?
—Eh sì, ne so pure qualche cosa. Ma bisogna che ogni uccello faccia il suo verso; e ci sono poi delle verità che un filosofo non può tenersi nel gozzo, senza rischio di sfiancarsi questa parte interessante di sè medesimo. La chiesa ha portato un gran guasto nei costumi, con la sua facilità di perdono, che sembra fatta a bella posta per invitare al peccato. Piaccia ad altri una certa scenetta dell’Evangelio, con la storiella della prima pietra; essa non piace a me niente affatto. A buon conto, io ho preso moglie sapendo in anticipazione che la donna, scelta da me, o dal caso, che è poi tutt’uno, non aveva il difetto di credere a tante scioccherie, e di prendere in certe dottrine pietose un’assicurazione contro la legge dei doveri umani.—
In ogni altra circostanza Maurizio avrebbe tenuto il campo e rimbeccate le argomentazioni del conte Ettore. Ma non era quello il momento di far guerra, ed egli si contentò di balbettare qualche frase, che nel fondo non diceva nulla di nulla; felice abbastanza che quella gran burrasca, a lui minacciata, si sciogliesse in un nembo di paroloni.
La contessa Gisella ritornò molto tardi dalla sua impresa ecclesiastica. Era contenta dei fatti suoi, e non mostrò di badar più che tanto al muso del generale, che all’arrivo di lei aveva[193] creduto necessario di ridiventare più arcigno. Portava notizie della funzione, e le snocciolava allegramente al signor di Vaussana. Aveva veduto tutto, osservato tutto, con l’attenta curiosità di una bambina. Il vescovo l’aveva molto interessata, come era naturale che facesse, essendo un gran dignitario della chiesa, una specie di generale anche lui. Ma che brutto uomo! diceva lei; come poco somigliava all’idea che ella se ne era formata, di un gran signore, bellissimo d’aspetto, soave di modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che paresse sempre domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce d’oro sul petto; di uomo, infine, il cui occhio non guardasse, ma involgesse, la cui bella mano mandasse benedizioni e carezze nell’aria! No, non le andava, quell’uomo, tanto diverso dall’ideale che ella si era fatto dei vescovi. Ed anche quel don Martino, arciprete di San Giorgio, che figura ridicola, affogato in quei suoi paramenti! Vestito della tonaca nera, restava ancor umile, all’altezza della sua povertà di spirito e della sua rusticità di maniere: con quel camice addosso, con quel lusso di piegoline e di ricami, con quella pianeta a fiorami colorati e a liste d’oro, la sua faccia nera e le sue mani vellose mostravano più forte il contrasto fra l’uomo e l’abito; pareva di vedere un orso vestito da festa, in uno spettacolo di fiera.
Il quadro, che la contessa Gisella andava così[194] allegramente dipingendo, piacque moltissimo al signor generale. Giove, dopo tanto corrugamento di ciglia, si degnò di sorridere. E sorrideva anche Maurizio, vinto a suo mal grado dalla amenità di quella piccola caricatura. Ma il giorno dopo, quando ebbe modo di ritrovarsi un istante a quattr’occhi con la contessa Gisella, pensò di non doverle nascondere ciò che il generale aveva detto della sua impresa domenicale.
—Badate, egli ha riso; ma in fondo non vuole che andiate in chiesa.
—Il generale non comanda all’anima mia;—rispose Gisella,—ed io andrò in chiesa quante volte mi piacerà, per vedere in che modo si possa imitare il mio Rizio. Ma veramente, soggiunse ella sospirando,—incomincio a persuadermi che per sentire la presenza di Dio nelle chiese ci voglia un’anima predisposta. Tutte quelle puerilità di rappresentazione mi hanno offesa, ve lo confesso sinceramente. Ed anche voi, ditemi, come potete sentire la religione, con tutti quei preti?
—I preti sono uomini;—rispose placidamente Maurizio.—Non è la stessa cosa nella vita comune, a proposito della umanità, a cui dobbiamo amore e rispetto? Tra i nostri simili abbondano i rozzi, gl’ineducati, i bricconi: ma possono costoro farci pensar male di tutta la specie, dove sono tante anime buone, dove ho conosciuto dei gentiluomini che mi hanno amato senza secondi fini, non avendo bisogno della mia[195] borsa, nè della mia protezione? Ed anche voi, adorata, pensateci; non vi è mai occorso di andare in una riunione, in una accademia, dove un uomo di povero aspetto, un brutto professore, vi dicesse delle cose belle e profonde? Avete voi pensato in quel momento che il professore fosse brutto, antipatico?
—Non lo avrei potuto, neanche volendolo;—rispose Gisella.—Se il professore brutto dice delle belle cose e profonde, i suoi occhi si accendono, la sua faccia si trasforma, la bellezza interiore vien tutta alla superficie.
—Avete ragione;—disse Maurizio.—Ho scelto male il mio esempio.
—No, niente male, amico mio; ma è per l’appunto il buon esempio che vi mette dalla parte del torto. I vostri preti potrebbero essere come quel tal professore, e non ci riescono. Parlano di Dio, ma a fior di labbro, con una cert’aria di essere in confidenza con lui, che non è fatta per dare un’idea conveniente della grandezza sua e della loro umiltà.
—Questi preti non sanno quel che fanno, ecco tutto;—replicò Maurizio.—Essi sono i preti falsi, che bisognerebbe detestare, se non fosse piuttosto il caso di compatirli. Costoro, del resto, mi lasciano freddo.
—Ti basta?—domandò la bella donna, figgendo i suoi grandi occhi fosforescenti negli occhi di lui.—Non sono essi i nemici della tua patria?[196]
—E qui mi ribello, contro essi e contro chi li muove;—replicò Maurizio, animandosi.—Mi ribello, sentendo bene che Iddio non parla neanche per il labbro dei buoni. È veramente doloroso che una ragione umana, puramente umana, effetto di una cristallizzazione storica, metta i ministri della divinità in contrasto coll’idea della patria, da noi, mentre la rispettano e la coltivano altrove. Ma che farci? son uomini, vi ho detto, son uomini anch’essi. In basso ignoranti la più parte; nè credo che una tonsura basti a dare intelligenza e dottrina a chi non ebbe l’una e non è capace dell’altra, parendomi già molto se sono nella ignoranza virtuosi. Di questi io ne ho trovati parecchi, come il nostro don Martino, che è certamente un brav’uomo. In alto, poi, dove i preti leggono e studiano, dove le anime loro vedono più largo orizzonte, ne ho trovati di veramente insigni per dottrina e carattere. Anime buone, ragionando con me, non mi hanno potuto dire tutto ciò che sentivano dentro; ma io li ho capiti, e mi è bastato. Più alto ho visto ancora le ragioni umane, i pregiudizii storici, pesar troppo sul loro intelletto; ma ho pur veduto timori e diffidenze contro una società che nel suo laicizzarsi naturale trascorre un po’ troppo allegramente a negare, volendo mettere in ogni ordinamento civile i non ben digeriti e ancora discordi concetti di una minoranza scettica al posto di quella fede da cui la maggioranza del mondo civile tragge ancora[197] un conforto all’anime e una norma sicura del vivere. Sentono che si vuol toglier di mezzo il loro Dio, e combattono; e non sarò io, soldato, che vorrò condannarli, pur riconoscendo che essi ricusano per eccesso di difesa ciò che farebbero egregiamente a concedere. È per esempio un gran male che essi credano necessario al papa il poter temporale; mentre questo potere non è del suo ministero, nè lo è stato mai, e la coscienza italiana, fin dagli albori della storia moderna, per bocca di grandi credenti ha protestato contr’esso. Ma se lo credono tanto necessario, perchè non lo dichiarano un dogma? Questo coraggio dovrebbero avere; ma voi vedrete che non lo avranno mai. Il giorno che facessero ciò, forse avverrebbe un miracolo, un miracolo che non immaginano neppur essi, credendone incapace la fibra italiana.—
Gisella era stata immobile, silenziosa, a sentire il suo ragionatore ostinato.
—Quanto discorrere per una semplice domanda di donna ignorante;—diss’ella, come le parve che egli avesse finito.—Rizio, non lo farò più; crederò ciecamente, in attesa di questo miracolo.
—Esso non avverrà,—rispose Maurizio,—e noi ci atterremo tranquillamente alla fede dei nostri padri. Iddio comunica con noi; egli troverà la via di salvezza, mentre illusi ministri suoi ci vorrebbero condurre alla perdizione, turbando le nostre coscienze, confondendo ciò[198] che va dato a Dio con ciò che va dato a Cesare.—
La contessa Gisella andò altre volte in chiesa, quantunque don Martino, arciprete di San Giorgio, non le paresse il più bello tra i ministri di Dio. Il generale si seccava di quel capriccio, ritornante ogni domenica; ma non protestava più tanto forte. Maurizio frattanto raccomandava prudenza.
—Vedi?—le diceva.—Egli accuserà poi mia sorella Albertina di averti stregata, e se la prenderà con lei.
—Non andrà fino a quel punto;—rispondeva Gisella.—Ho ancor io una volontà, e non intendo di lasciarmi sopraffare dai suoi capricci. Lo conosci, del resto, come lo conosco io; egli è spesso di cattivo umore, perchè si annoia. Pure, le ragioni di non annoiarsi le avrebbe. Se ciò che egli possiede non è molto, perchè in gioventù ha molto sciupato, è molto ciò che possiedo io, e la cura dei nostri interessi potrebbe bastare ad occuparlo. Ma tutto è noioso per lui, quello che non è servizio militare. Perchè lo ha lasciato, il servizio? Gli uomini della caserma non dovrebbero uscirne mai, dalla loro caserma. Ah, ecco!—esclamò la contessa, ravvedendosi tosto, ad un gesto involontario di Maurizio.—Ora dicevo una sciocchezza. Devo al suo uscir di caserma il non esser uscita io da San Giorgio, dove un altro uscito di caserma mi doveva raggiungere, povero Rizio, tanto caro![199] Ma come è brutto, discorrere di cose volgari! la volgarità ci guasta le parole e le idee. Restiamo nelle nuvole, dove ci siamo conosciuti ed amati. È già triste abbastanza il pensare a questa grama stagione, che è venuta pur troppo. Abbiamo così poche occasioni di trovarci insieme! Scendendo in paese, legandomi un po’ più con quella cara Albertina, ho almeno la sorte di vederti più spesso, mio povero Rizio.—
Rizio lasciava fare, e l’unico suo lavoro alla Balma era di giustificare timidamente le visite della contessa al Castèu con la innocente curiosità delle funzioni di chiesa. Infine, non si trattava che di uno spasso. Quanti non sono i fedeli cristiani, che fanno così?
—Ed è quello che più mi dispiace;—notava il generale, felicissimo di trovare un’opinione per via.—Cristiani per cristiani, meglio esser tali sul serio.—
Da un’altra parte Gisella diceva a Maurizio:
—Sono felice, tanto felice di credere come te, insieme con te. Sai, Rizio, che ho già avuto una visione?
—Una visione!—esclamò egli, sorridendo.—Così presto? Non sarà poi stato un sogno?
—Non so che cosa significhi la vostra distinzione;—rispose Gisella.—Sareste incredulo voi, ora? Il mio sogno è stato bello, se mai. Figuratevi che mi son ritrovata in un paese nuovo, un paese orientale, che riconoscevo benissimo, senza averlo veduto mai. Ero uscita dalla città[200] per andare verso un bosco d’olivi, a pregare, sentendo nel mio cuore una gran tenerezza; allorquando, già presso al colmo di una collina, nella calda luce del tramonto, mi apparve un uomo, vestito d’una tunica rossa, con un mantello azzurro sulle spalle. Un uomo, vi ho detto; ma io bene sentivo che non era tale. Intorno alla sua bella testa, incoronata di capelli lunghi e fini, morbidamente ricadenti in ciocche dorate, splendeva mite un’aureola vaporosa: la barba di un bel biondo carico gli scendeva sul petto bianco di latte; gli occhi azzurri, sereni, guardavano pietosamente verso di me, dando un senso di bontà paterna alla bellezza di un angelico sorriso. Non mi parlò; ma la sua mano si alzava benedicendo, ed io mi sentii morire di gioia. Come era dolce quell’atto! come era buono lo sguardo! e quanto, nell’aspetto, aveva egli di voi!
—Ah, ecco,—disse Maurizio,—voi ora guastate la dolce visione. Non è così che bisogna immaginare il buon padre, la cui figura è oltre l’umano. Ma è sempre bello che l’abbiate veduta,—conchiuse,—e che ne abbiate sentita la poesia consolatrice.[201]—