Anton Giulio Barrili
Tra cielo e terra

Capitolo XIV. Da Ceppo a Carnevale.

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Capitolo XIV.

Da Ceppo a Carnevale.

Anche il signor di Vaussana andava in chiesa: credente nell’anima, voleva mostrarsi tale in certi atti esteriori. Amava all’italiana antica; perciò volentieri glorificava la bellezza nel recinto d’un tempio, come avevano fatto l’Alighieri e il Petrarca, e al pari di quei due immortali sarebbe stato capace di un amore puramente ideale. Il destino aveva voluto altrimenti; ma egli nell’amor suo metteva sempre un senso di adorazione, in cui si smarriva quel non so che di pungente e di aspro che l’idea della colpa induce confusamente nell’amore più intenso.

Ah, quella colpa, non la espiava egli amaramente nel difetto della possessione piena ed intiera della donna adorata? Ma in tanta amarezza era più dolce qualche volta il pensare che egli, egli solo, aveva condotta quella divina creatura alla fede; che l’amor suo, svegliando in lei un senso più intimo della ragion delle cose, ne aveva per così dire compiuta la perfezione.[202] Maurizio sinceramente pensava, non esser senza la fede creatura perfetta, come non è perfetta la pianta che non possa vestire i suoi rami di fiori. La bella pianta della Balma, fiorita in quella guisa di fede, guadagnava non pure agli occhi di lui, ma a quelli di tutto il paese, che vedeva un tal miracolo di bellezza sovrana mescolarsi nella modesta chiesa di San Giorgio alla umile turba dei fedeli preganti. Si era creduto da prima che la contessa Gisella fosse tenuta lontana dalle pratiche religiose per volontà del marito, a cui dava noia il fumo delle candele. Vedendola ogni domenica in chiesa, s’incominciò a pensar meno male dell’orso della Balma, che accennava a volersi ammansare; ma più si ammirò la contessa Albertina, la buona fata del Castèu, alla quale si attribuiva da tutti il prodigio.

Così andavano pianamente le cose, come l’acqua d’un fiume alla foce; e il signor generale, vedendo di mal occhio quella manìa religiosa della sua giovane metà, si adattava al fatto con più filosofia che non avesse mai mostrato di avere. Così giunsero le feste del Natale, che furono per Gisella una lieta novità, senza essere una troppo grave noia per il suo signore e padrone. Il Natale, tutto, è una solennità dell’anno che non dispiace a nessuno, checchè si pensi in materia di fede. C’è l’uso antico della baldoria domestica, a cui non saprebbe sottrarsi lo spirito più scettico; e tiepidi credenti e cal[203]di filosofi, facendosi imprestare dagli eruditi qualche notizia intorno alle storiche celebrazioni dell’anno nuovo presso tutti i popoli antichi e moderni del globo, trovano che in certe occasioni, specie quando fa molto freddo di fuori, si sta bene riuniti alla fiammata del ceppo tradizionale. In questo modo si mettono tutti d’accordo, nella più varia dissonanza di umori e d’idee che abbia mai turbata la pace di una famiglia. Le povere donne credenti sorridono meglio ai loro uomini, vedendoli così lieti, quasi contenti di medesimi, in quell’ora di domestico abbandono, e pensano e sperano che il giorno verrà anche per essi di accostarsi meglio a Dio. Non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Il gran camino padronale della Balma non aveva avuto da molti anni un ceppo così allegro. Cedendo alle istanze dei Matignon, i signori del Castèu erano andati a far Natale lassù, e così pure la notte del Capo d’anno. Per quella doppia solennità era anche venuto di Francia il capitano Dutolet. Il buon ragno non aveva parenti, e si era mostrato molto amabile venendo a spendere quei pochi giorni di libertà presso il suo antico capo squadrone. Non aveva per quella volta che una breve licenza; ma prometteva di averne una lunga per l’anno prossimo, se niente fosse venuto a guastare. Veramente, guastare non era il verbo adatto: ciò che poteva guastare il disegno di una pacifica gita a San Giorgio[204] sarebbe stato accolto come un invito a nozze da lui, soldato francese anzi tutto. Ma di questo non ne diceva nulla, il buon ragno; aveva caldo l’amor patrio, ma silenzioso, e con quell’aria di Guglielmo il Taciturno lasciava credere di annoiarsi mortalmente per tutt’altra cagione.

Prendete moglie, Dutolet;—gli aveva detto ad un certo punto il generale.

—Se fossi ricco, perchè no?—aveva risposto il capitano.

—Come?—esclamò la contessa Gisella.—C’è forse bisogno di esser ricchi?

—Sì, e molto ricchi;—rispose il buon ragno.—Come si potrebbe altrimenti coprir di diamanti la donna che si fosse scelta a compagna?—

Era un gentile pensiero; e la contessa Gisella, da buona figlia d’Eva, trovò che il capitano Dutolet ragionava benissimo. Così il buon ragno cansò quella sequela di argomentazioni che sogliono scaraventarsi in ogni società di ammogliati addosso agli scapoli impenitenti. Ma la contessa Gisella, che era stata assai lieta il giorno di Natale, non fu egualmente lieta nella notte del Capo d’anno, quando al brindisi solenne delle dodici il generale alzò il calice spumante del generoso liquore della vedova Cliquot, per bere alla felicità di Maurizio e della sua moglie futura. Era in uno strano periodo psicologico, il generale; voleva ad ogni costo com[205]binar matrimonii. E Maurizio, come aveva risposto al brindisi? Male, assai male, balbettando rotte parole, quasi accettando l’augurio.

—Come fare altrimenti?—disse quel poveretto, appena ebbe modo di ritrovarsi a quattr’occhi con lei.—Dovevo io rispondergli che non gradivo il discorso? Dovevo, con la mia prontezza a respingere un augurio senza nessuna importanza, correre il rischio di mettergli un sospetto nell’anima? Ci pensate voi, anima mia, a quello che potrebbe succedere, se egli immaginasse....

—Non mi dir altro, Maurizio, non mi dir altro!—gridò ella, fremendo.—Tu hai ragione, hai ragione, hai sempre ragione. Ma ho sofferto tanto! Una pugnalata al cuore, in quel momento, mi sarebbe piaciuta di più. Ah, sento che l’anno incomincia male, assai male.

Superstizioni, non vi pare?—mormorò egli, sforzandosi di sorridere.

—Chi sa?—diss’ella, traendo un sospiro.—Non sono poi le compagne della fede? A me incominciano a venire con essa. Pensate infine che io sono una povera donna, con poca istruzione, con pochissime idee. Quando ne ho una in testa, il mio piccolo cervello è costretto a lavorar sempre su quella. Felice voi, Rizio, che sapete tante cose, voi che guardate più lontano e comprendete più largamente di me, trovando il punto giusto dove io mi smarrisco, dove io non vedo che contraddizioni e paure.[206]

Maurizio non meritava la lode di Gisella, e il punto giusto non lo trovava da un pezzo neppur lui. La contraddizione, brutta chimera, lo afferrava alla gola, ed egli si divincolava inutilmente nella stretta. Se credi al decalogo, perchè rubi? Se hai tanto squisito il senso della legge morale da volerne insegnare altrui la eterna sanzione, perchè inganni il tuo simile? perchè siedi col tradimento nel cuore alla mensa di chi fida così ciecamente nella tua probità? Ma a questi dilemmi, non bene formati ancora, egli chiudeva gli occhi della mente, quasi cercando nella sua cecità volontaria una ragione per non averli a combattere. Amava, e non voleva affrontare una pugna con la logica inflessibile, una pugna che sarebbe riuscita a danno dell’amor suo. Quella logica gli avrebbe comandato di rinunziare a Gisella; e questo era per lui l’impossibile. Un miracolo, ci sarebbe voluto, un miracolo, per levarlo di pena. Ma quale? Egli non osava neanche dirlo a stesso; e vili pensieri lampeggiavano sinistramente nell’ombra densa dell’anima sua.

Felice il generale, che negli ozi del suo castello aveva da combattere solamente la noia. Ognuno, si sa, crede la propria malattia più grave di quella degli altri, ed egli sinceramente si esagerava i mali di una noia, in onta alla quale passavano i giorni abbastanza rapidi, tra partite a biliardo o a picchetto, accessi di malumore e grasse risate. La volgarità del discorso fa[207]ceva anche capolino fra la domestichezza dello consuetudini. Il signor di Vaussana, di tanto in tanto, per una ragione o per l’altra, interrompeva le visite. Quello dei viaggi brevi e frequenti era un artifizio, ben noto alla contessa, che non aveva neanche da soffrirne troppo; perchè Maurizio, il più delle volte, dopo avere annunziato una gita a Nizza, a Torino, a Genova o altrove, non si muoveva dal Castèu, dove ella trovava poi modo di scovarlo. Quei piccoli furti erano un segreto di più e certamente il meno grave tra tutti quelli che avessero da custodire. Frattanto, colle frequenti sparizioni dalla Balma, il signor Maurizio si confidava di addormentar meglio il castellano, sviarne l’attenzione, dissiparne i sospetti, se mai ne fossero nati. Su quei viaggi frequenti tornava spesso il generale, e con molta libertà di discorso, anche in presenza della moglie.

Gran fioritura di camelie dev’essere a Montecarlo; non è vero, Vaussana? E c’è poi sempre quell’abbondanza di belles-de-nuit?

—Non sono stato a Montecarlo;—rispondeva Maurizio, schermendosi come poteva.—Vi ho pur detto, generale, che ho fatto una punta fino a Genova.

Ritorno offensivo, dunque? E come sono ora le genovesi? sempre belle? Ai tempi della Crimea, quando ci sono passato io, erano tutte d’una bellezza incontrastabile, ma un pochettino massiccia. Mi dicono che ora ci sia un altro tipo,[208] alto, flessuoso, con una tendenza spiccata al biondo, e dei languori orientali nell’occhio. Come le preferite voi, Vaussana? Fortunato briccone! godete il mondo, finchè vi dura la gioventù. Ma non abusate, mi raccomando; è insalubre. E credete a me, la miglior cosa che possiate fare, per calmare questa febbre, tanto pericolosa all’ultimo stadio, è ancora di prender moglie. Prendete moglie, Maurizio, prendete moglie.—

E lo canticchiava anche in musica, il suo ritornello, prendendo lo spunto da una canzonetta del Béranger.

La contessa, di solito, chinava gli occhi sul suo telaino da ricamo, aspettando che il generale la finisse con quelle sue libertà di discorso. Ma il generale prendeva un gusto matto a ribattere quel chiodo in presenza di lei, e chiudendo sempre il discorso col suo solito ritornello. Tanto che un giorno, seccata, la contessa alzò gli occhi e soggiunse, rivolgendosi a Maurizio:

—Ma sì, prendete moglie, signor di Vaussana.—

Maurizio rimase un po’ male, non intendendo il perchè di quell’altra esortazione. C’era egli bisogno che Gisella tenesse bordone al generale? Che cosa ne poteva lui, se quell’altro, abusando del suo diritto di padrone di casa, gli tornava sempre sul medesimo tasto?

—Me la trovino loro;—rispose egli a denti stretti.[209]

—Oh bravo! e se la troveremo, la prenderete?

Scelta da amici come voi, perchè no? avrà certamente tutte le virtù immaginabili.

—Ebbene, cercheremo;—disse Gisella.

—A Nizza, non è vero?—soggiunse il generale.—Mia moglie ha il desiderio di passare a Nizza gli ultimi giorni di carnevale; sarà una eccellente occasione per noi di cercare, e per voi di giudicare della scelta, senza perdita di tempo.

—Si va all’arma bianca!—conchiuse Maurizio, facendo bocca da ridere.

Ma in verità aveva voglia di tutt’altro; era per uscire de’ gangheri. Anche quel viaggio a Nizza ci voleva! Gisella ne aveva già accennato a Maurizio, come di uno svago da procurare a quell’eterno annoiato del signor generale; quanto a , non ci aveva nessun gusto, prevedendo la seccatura delle visite molte e della poca o nessuna libertà che avrebbe avuto di stare a discorrere col suo povero Rizio. Ma ci voleva pazienza, e bisognava fare di necessità virtù. Sì, tutto bene, salvo quell’idea pazza di cercar moglie a lui, che non voleva saperne.

Per fortuna, nel soggiorno di tre settimane a Nizza, non furono che falsi allarmi. Gli avevano domandato se la preferisse inglese, o americana, o russa, ed egli aveva risposto di non aver predilezioni in materia. Intanto, con quell’arte che[210] le donne sanno tutte, ma che le donne innamorate conoscono a perfezione, la contessa Gisella causava ogni occasione di far conoscenze del suo sesso, oltre le poche necessariamente portate dalle relazioni mascoline del marito. Si vedevano mogli di generali, di colonnelli e di capisquadrone, tra le quali non c’era pericolo che avesse da scegliere il suo Maurizio, o per lui il signor generale. E questi, d’altra parte, sempre attorniato da vecchi troupiers, tutto ingolfato nelle sue conversazioni d’arte militare, di caserma o di piazza d’armi, non pensava più affatto ad ammogliare il signor di Vaussana. poteva sperare che se ne incaricasse sua moglie, sempre circondata dal gaio sciame dei giovani capitani, degli aiutanti di campo e degli uffiziali d’ordinanza. La galanteria militare si esercitava intorno alla bellissima generala in visita, con quella amabile festività, con quella misura cavalleresca, che è propria dei francesi, e che è maravigliosamente aiutata da una lingua facile e snella, di forme ben definite, di frasi bell’e fatte, tra cui la stessa consuetudine ha tolta ogni importanza e lasciata tutta la sua grazia all’iperbole. Maurizio, nondimeno, si seccava un pochino che tutti fossero bien heureux come santi in paradiso, o enchantés come cavalieri nel castello di una fata, quando erano ammessi alla presenza di quella grande charmeuse, di quella femme divine, della contessa Gisella.[211]

Il guaio era che parlando così avevano tutti ragione. Ed egli, anche gradito da tutti, trattato con quella deferenza di cui lo faceva degno il suo grado e la sua educazione, con quella cortesia cerimoniosa che era dovuta alla sua qualità di straniero, si sentiva a disagio, era sempre sulle spine. Vedeva ogni giorno Gisella, ma troppo diviso da lei, anche essendo vicino, e soffriva. Non già del brutto male, intendiamoci; perchè Maurizio conosceva la divina creatura, ne sentiva il pensiero costantemente fido, ne vedeva lampeggiar l’occhio azzurro sparso di faville d’oro, quando faceva un giro largo per giungere a lui e dargli il suo istante di felicità. Ma quanta bellezza ammirata, respirata, assorbita da troppi! ma quanta musica di parole sparsa a consolazione di troppi! Gisella era una regina, dovunque apparisse; amabile ad un modo con ogni età, con ogni grado, passava in mezzo a quella gloria di filetti d’oro e di rosso garance, come una bella dea serena e sorridente, maestosa e leggera, appagando tutti senza fermarsi a nessuno. Così debbono esser lieti i fiori di un giardino, quando passa aleggiando sulle aiuole una splendida farfalla, sempre in alto e sempre in moto, avendo l’aria di posarsi su tutti i calici, dischiusi a lei, odoranti per lei.

Qualche volta, passando accanto al signor di Vaussana, la divina creatura gli gittava una di quella frasi sommesse e brevi, ma calde di passione, che avevano virtù di rianimarlo, di esal[212]tarlo, di fargli toccare i termini della beatitudine.

—Ah, il nostro San Giorgio! Ancora pochi giorni, Rizio! Questo carnevale, che morte! Sorridi, via, grande bambino, che hai così dolce il sorriso! T’intendo, sai? è così tarda a giungere, la nostra buona quaresima![213]


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