Anton Giulio Barrili
Tra cielo e terra

Capitolo XIX. Rovine!

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Capitolo XIX.

Rovine!

Giunto al Castèu senza neanche vedere la strada, simulò un mal di capo fortissimo, intollerabile. Effetto di grande stanchezza, soggiungeva egli; passerà con qualche ora di riposo. La stanchezza era più che giustificata da tante veglie, da tante commozioni, sostenute pei suoi amici della Balma. In casa volevano fargli prendere qualche ristoro; ma egli ricusò asciuttamente ogni cosa; voleva dormire, dormire, e nient’altro. Andato a rinchiudersi nella sua camera, si buttò vestito com’era sul letto, e si addormentò. Certamente era stanco; la natura voleva la parte sua. Ma se il corpo dormiva, la mente vegliava, la mente torbida di dolorosi pensieri. Stette lunghe ore sul letto, in apparenza inerte, ma col cervello sconvolto, agitato da sogni pazzi, da visioni terribili, da incubi spaventevoli. La montagna gl’incombeva sull’anima; la cascata dell’Aiga aveva gran parte nelle[290] visioni del dormente. Cantava l’abisso, invitandolo; ed egli e lei si precipitavano abbracciati nel baratro. Ah, meglio sarebbe stato il morire così, tutt’e due, in un punto, che non quello spegnersi lento e doloroso di lei, e il sopravviver codardo di lui. Perchè viveva egli ancora? perchè il cielo non aveva pietà? perchè lo condannava a star , ancora e sempre, sospeso ad un filo? L’idea del suicidio, ultimo scampo ai terrori, non gli era venuta fino a quel punto, neanche nel sogno. Perchè? forse perchè lo stato suo era tutto d’inerzia, non di ribellione al dolore. Si sentiva palleggiato, travolto di visione in visione, mezzo addormentato, mezzo desto, tra la incertezza e la coscienza di . Sopra tutto, sentiva un grande stiramento delle fibre del cervello, che parevano volersi tutte spezzare, e non si spezzavano mai. Ad un certo punto si vide ancora ammalato, col ghiaccio alla testa, vaneggiante, delirante, colla gente attorno, che ascoltava tutte le sue parole, che coglieva a volo tutte le confessioni a lui strappate dalla febbre. E quell’uomo lo aiutava a parlare, gli levava le parole di bocca, compiva egli le frasi che non uscivano intiere; la povera creatura adorata si torceva nello spasimo, si copriva la faccia con le palme, negava, fuggiva disperata dalle unghie del vecchio; ed egli, trattenuto, inchiodato dal suo male, non poteva al soccorso. Che orrore! e quell’altro l’aveva afferrata pei capelli; alzava la mano, armata d’un[291] coltello, e feriva, feriva a colpi replicati. Il sangue scorreva, allagava il terreno, cresceva, cresceva, ed egli ci diguazzava per entro. Che orrore! Volle uscirne, uscirne ad ogni costo, scivolando, lordandosi di quel sangue, bevendolo, bruciandosi il cuore. E si destò in soprassalto, non vedendo nulla, ma sentendosi nel suo letto, e udendo battere, batter forte, a replicati colpi, all’uscio di strada. Quei colpi rintronavano sinistramente nella oscurità della notte.

Balzò dal letto e corse ad aprir la finestra. Un barlume di luce bianchiccia appariva da levante. Potevano esser le tre del mattino. Chi batteva frattanto? Si affacciò, per domandare, mentre un’altra finestra si apriva al piano inferiore.

—Son io.... Filippo;—rispose una voce dal piazzale.

Filippo era il nome di uno dei servitori della Balma.

—Che c’è? che volete?—chiese Maurizio, riconoscendolo.

—Il generale....—ripigliava quell’altro, con voce rotta dall’affanno.—Signor conte, il mio padrone sta male, molto male. Venga per carità. Son già passato dal medico, che si è vestito subito; a quest’ora è già in cammino.—

Maurizio lasciò il davanzale, e al fioco albore che penetrava nella camera, andò verso l’uscio. Era vestito tuttavia; poteva correre senz’altro. Sul pianerottolo, con un lume tra le mani, si[292] affacciava allora allora il suo servitore, che veniva ad offrirgli l’opera sua.

Signor conte,—gli disse il servitore,—non vuole almeno cambiarsi? Ne avrà bisogno, mi pare; perchè senza spogliarsi è andato a letto: e ieri, e l’altra notte non ha fatto che dormire. Sarà anche necessario che prenda qualche cosa.

—No, no, impossibile; non c’è tempo da perdere.—

Così dicendo, Maurizio infilava la scala. Al piano inferiore trovò illuminato il salone. Una figura di donna, in accappatoio bianco, veniva incontro a lui. Gli parve di veder Gisella, e tremò tutto: ma si riebbe tosto, riconoscendo Albertina.

—Oh Dio!—diss’ella.—Sempre disgrazie?

Sorella mia,—rispose tristemente Maurizio,—è questo il tempo. Pregate per chi n’è stato cagione.—

La contessina chinò gli occhi lagrimosi, appoggiandosi alla parete. Era profondamente commossa, la pietosa donna, e bene intendeva ciò che volesse dire suo fratello in quel punto. Egli passò, scese rapidamente nel vestibolo, e aperto il portone uscì fuori. Andava a bruzzico, vedendo abbastanza la strada; non badando, per altro, che passava pel sentiero della montagna. Se ne avvide, al rabbrividire che fece, sentendo sulla sua testa il fragore della cascata.

Che orrore! che orrore! E ad un certo punto,[293] udendo dietro a un rumore di passi, un rumore tanto più incalzante quanto più egli correva veloce, pensò che uno spettro lo inseguisse. Di certo, le visioni e gli incubi di quelle trentasei ore passate non lo avevano ancora abbandonato del tutto. Fermatosi, col coraggio della disperazione, vide Filippo, che lo seguiva ansimando.

Signor conte,—gli disse il bravuomo,—è difficile seguirla. Pare che abbia le ali.—

Giunto alla Balma, trovò tutta la casa in trambusto. Ascese le scale volando, come diceva Filippo; seguito da lui entrò nell’appartamento del generale. Il medico Soleri stava già nella camera. Si volse, all’apparire di Maurizio, e crollando malinconicamente la testa, gli disse:

—Sono giunto anch’io troppo tardi.—

Maurizio si avvicinò al letto del generale. Il vecchio gentiluomo era , disteso, irrigidito, livido, con gli occhi semiaperti, la bocca fortemente contratta da un lato; fiero ancora nell’aspetto, orribile a vedersi nella torva guardatura di quegli occhi stravolti.

Com’era andata? I servitori raccontarono. Il generale si era ritirato nella sua stanza alle dieci di sera. Nella notte, intorno alle due, aveva suonato. Filippo che dormiva poco distante da lui, era accorso; ma il suo padrone non aveva potuto dirgli perchè avesse suonato; rantolava, agitava un braccio, come in atto di chieder soccorso. Spaventato, il servitore si era affret[294]tato a svegliare il comandante Dutolet e tutti gli altri della casa: poi, mentre essi cercavano di soccorrere il generale, dandogli a bere qualche goccia di liquore, spruzzandogli d’acqua il viso ed il petto, egli, Filippo, era corso a precipizio in paese per avvertire il medico, per avvertire il conte di Vaussana.

altro c’era da dire. Qualcheduno, alla rapidità fulminea di quella morte, aveva sospettato un suicidio. Non potendo sopravvivere alla contessa, aveva egli forse ingoiato un veleno? Ma così non la pensava il dottore, osservando tutti i segni di una apoplessia per congestione cerebrale. A questa fine il conte Ettore era predisposto dall’età, dalla vita sedentaria, contro cui il medico stesso aveva già protestato più volte. Causa prossima del triste caso non poteva essere che un patema d’animo sopraggiunto in quei giorni: e c’era stato pur troppo, il patema d’animo, violento, manifesto, innegabile, nella morte della moglie adorata: quello, e non altro, il veleno.

Maurizio lo sapeva bene, lo conosceva anche meglio del dottore, il veleno che aveva ucciso quell’uomo. E cadde senza far parola, sul seggiolone a piè del letto, rimanendovi accasciato, assorto ne’ suoi negri pensieri. Quante rovine intorno a lui, e per cagion sua, per colpa sua! Il destino.... Si accusa facilmente il destino degli errori degli uomini. Ed era lui, Maurizio, conte di Vaussana, nel cui scudo era inciso il motto[295] «tout droict Sospel», lui, il cavaliere senza macchia, il credente, il virtuoso soldato, che aveva fatto tutto ciò? che aveva portata la maledizione in quella calma dimora, alta nella stima degli uomini come era elevata sul colmo del monte, in quel nobile asilo della grazia disposata all’onore?

Il dottore voleva ridiscendere in paese per fare la sua dichiarazione. Invitò il signor di Vaussana a seguirlo.

—No, grazie, rimango ancora;—rispose Maurizio.—Non ho forza di muovermi. Veglierò questo cadavere, come ho vegliato quell’altro.—

E chinò la testa sul petto, mentre il dottore usciva dalla stanza. Ma, subito dopo, un uscio dall’altra parte si aperse, e Maurizio sentì che il Dutolet stava per comparire. Alzò la fronte, e vide infatti l’ufficiale, che usciva dallo studio del conte Ettore, grave, rigido come sempre, ma più severo, più accigliato del solito.

—Il dottore?—disse il Dutolet, volgendogli a Filippo, che era rimasto in mezzo alla camera.

Esce adesso, signor comandante.

Richiamatelo; debbo pregarlo di un favore.—

Il medico era ancora sulla scala; richiamato dalla voce di Filippo, ritornò subito nella stanza.

—Io non ho pratica degli usi e delle leggi di qui;—disse allora il Dutolet.—Vogliate chiamar voi, signor dottore, le autorità competenti. Ho trovato or ora sulla scrivania del[296] generale il suo testamento. È suggellato; sono autorizzato ad aprirlo; non lo farò senza testimoni.—

Il dottore s’inchinò, e partì, promettendo di ritornare al più presto possibile.

Maurizio in quel punto si alzò. Il Dutolet lo scorse allora, e non potè trattenere un gesto d’ingrata maraviglia. Se ne avvide Maurizio; ma non aveva da offendersi per così poco.

—Egli aveva lasciata una lettera per voi?—domandò, indicando un foglio che l’ufficiale teneva ancora aperto tra mani.

—Sì, per me, che pure mi ritrovavo a pochi passi da lui; rispose l’ufficiale. Povero conte! come ha dovuto soffrire, scrivendola!—

E guardava il signor di Vaussana con piglio severo. Maurizio si volse a guardare dietro di . Non c’era nessuno; anche Filippo era uscito. Egli allora, cedendo ad un impulso repentino dell’anima, si accostò all’ufficiale, e a voce bassa, ma con accento vibrato, incominciò:

Signor Dutolet, siete voi sempre di quella rara perizia nelle armi, che io ho ammirata altre volte?—

L’uffiziale rizzò la testa, e squadrando il signor di Vaussana dal capo alle piante, gli domandò:

—Che cosa volete voi dire?

—Voglio chiedervi,—rispose Maurizio, non mutando voce accento,—se a venticinque passi, come facevate due anni fa, a venti, a[297] quindici, come vi pare, sareste sempre capace di mettere una palla nel bersaglio, senza puntare, guardando magari in aria, alzando appena il braccio, e portandolo automaticamente in linea.—

L’ufficiale guardò un istante negli occhi il signor di Vaussana; poi, senza batter ciglio, replicò brevemente:

—Sì.

—Sta bene;—disse Maurizio.—E quando?

Oggi il dovere;—rispose l’ufficiale.—Domattina, se vi piace.—

Si salutarono freddi, e Maurizio partì.

Finalmente! finalmente! per quella volta egli si sentiva liberato d’un gran peso. Ah, la vita, che molesto fardello! E così, senza troppa fatica, per la mano del buon ragno.... Ma sì, era ancora un modo di accostarsi a Gisella. Scese a passi più calmi il gran viale dei tigli; uscì tranquillo, quasi ilare, dal cancello. E perchè no? Voleva infatti esser ilare, parerlo a tutti, in paese; che il giorno dopo, risapendo una certa notizia, non avessero i maligni a metterla d’accordo con la sua cera da funerale. La sua vigilia non doveva esser triste: non è mai triste il soldato, il cavaliere, quando va a gittar la sua vita. Sorrise, adunque, sorrise a quanti incontrava per via, sorrise perfino al Pinaia, al panattiere arpagone, che gli rammentava i Feraudi. Anche da quei poveri contadini del Martinetto voleva andare, quel giorno. Voleva veder tutto, visitare[298] tutti quei memori luoghi. Non aveva più terrori nell’anima; sarebbe andato lassù, a pregare, a pensare nella cameretta dove si era spenta Gisella; ed anche nel rifugio, sul torrione, dove la bella creatura adorata gli era caduta come morta fra le braccia, alla vista del frate. Ah, il frate! una allucinazione; egli lo sentiva bene, oramai, di aver veduto ciò che Gisella vedeva, e solamente perchè, sotto la sensazione di un alto spavento, le braccia dell’amata donna si erano avvinghiate al suo collo. Anche , nella camera di Biancolina, non si era ripetuto il fenomeno, per il fatto che la mano di Gisella aveva stretta la sua, e gli occhi di lei lo avevano guidato a vedere ciò che ella vedeva? Quanti arcani, del resto, quanti misteri nella vita! e come l’invisibile d’ogni parte ci preme!

Passava in quel punto sulla piazza maggiore. Voltato l’angolo della chiesa, entrava nella via che metteva al Castèu. Un monaco, un frate cappuccino era , davanti a lui di cinque o sei passi; muoveva lento, curvo, quasi piegato in due, rasentando il muro, come egli già lo aveva veduto una volta, passando di con Gisella. Ma che? non poteva essere un altro? Maurizio affrettò il passo per raggiungerlo; gli venne a pari, l’oltrepassò, e si volse a guardarlo. Quell’altro alzò allora la faccia, e Maurizio lo riconobbe. Era lui, il padre Anselmo da Carsoli.

Frate, che tu sia maledetto!—gli gridò in[299]ferocito Maurizio.—Domani.... domani non ti vedrò più.—

Il frate era sparito. Ma non così presto, che alla maledizione del signor di Vaussana non avesse risposto levando la mano benedicente; benedicente, come l’aveva veduta Maurizio, al letto di morte della povera bella.[300]


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