Luciano Zuccoli
Il maleficio occulto

II.

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II.

 

La rievocazione involontaria di quel maledetto processo di Como aveva servito a mettermi la febbre nelle vene. Allora, tre anni addietro, assistendo alla causa come un semplice curioso, era rimasto colpito veramente da alcuni dati di fatto quasi inverosimili. Il barone non era comparso, trovandosi a letto malato, gravemente: del resto la sua testimonianza non ridiceva che i particolari dell’assassinio; ma i numerosi testi uditi erano stati concordi nell’accusare lui di imprevidenza, di leggerezza, di temerità. Egli aveva lasciato la baronessa in villa, di pieno inverno, in un paesucolo sul lago di Como ed era partito per Milano; il ladro, introdottosi nella camera da letto della baronessa; quella notte medesima, credendo ch’ella pure fosse partita, sorpreso nel mentre tentava forzare uno stipo, smarrito, accecato dalla paura e dall’ira, aveva dato un colpo di coltello alla misera donna e l’aveva stesa morta. Fu arrestato, confessò e gli toccò l’ergastolo.

Io avevo dimenticato questi particolari, o meglio li avevo lasciati in un angolo della mia memoria, dal quale mi tornavano ora limpidamente, a mano a mano, e andavo meditandoli e collegandoli per ricostruire la figura del barone.

Lasciata appena donna Clara, presi per via Tornabuoni, mi fermai a lungo sul ponte Santa Trinita dal quale l’Arno sonnacchioso appariva tutto punteggiato dei riflessi dei fanali; una bella sera d’autunno, così tenero, così voluttuoso, a Firenze, m’era guasta e intorbidata da quei ricordi, dal presentimento che ormai tutto era finito per davvero, dal bisogno di combattere come potevo la follia onde Clara sembrava presa per quello sciocco matrimonio.

E procedendo giù per via Maggio, per la deserta via Romana, fino a Poggio Imperiale, severo e misterioso nella ricchezza dei vecchi alberi, a poco a poco mi si formò nella mente un disegno, che la notte e l’amore mi facevano sembrare semplicissimo, naturale e pieno di nobiltà.



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