Luciano Zuccoli
Il maleficio occulto

IX.

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IX.

 

– Ecco, ecco, dunque, – io seguitai, riprendendo a passeggiare e a parlare lentamente. – Dal giorno in cui il barone l’ha sorpreso, il Boldrella non ruba più; ma di notte s’arrampica sul granaio, studia la topografia, sposta alcune tavole, che al mattino rimette al posto con cura. Da quel varco, egli può introdursi in casa: la sera va a coricarsi in iscuderia e la notte lo troviamo a piedi scalzi a vagabondar dentro la villa, per apprendere esattamente dove dorme il barone, dove dorme la baronessa, a che ora si ritirano, e dove dormano i servi. Intanto ruba con discrezione un po’ di legna nel granaio; poi un’altra volta osa giunger fino alla guardaroba, e fa un bottino così modesto, che solo una settimana dopo se ne accorgono. Ma egli spigola in un campo assai più pericoloso dell’altro: ruba alle donne, e le donne si spaventano e strillano facilmente; la guardarobiera denunzia il fatto alla baronessa; questa, al barone... E qui viene la prova morale, inconfutabile amica mia! Il barone sapeva, con esattezza matematica, dove porre la mano per acciuffare il farabutto; ma, alle parole della moglie, fa finta di cascar dalle nuvole. «Chi può essere? – dice. – Qualche fornitore della villa, senza dubbio!» E ordini di vigilare i fornitori, egli che conosceva così bene i nascondigli ove il ladro riponeva la roba sottratta!... Nel suo interrogatorio ha detto che dell’episodio della biada s’era affatto dimenticato, e il giudice istruttore s’è inchinato a questa magnifica giustificazione! Era così assorto nei suoi studi da dimenticar talora di far colazione; perchè non poteva dimenticare un furterello, che tale apparve solo quando si svelò tutto il resto?... Notiamo però: innanzi al giudice inventa; ma nella prima sorpresa del crimine, all’apprendere il nome dell’assassino, gli era sfuggita una parola gravissima. «Già, me l’imaginavo!» aveva detto a una giovane del paese. La giovane non fu citata al processo; e del resto si sa che tipi diventano i contadini innanzi a un tribunale; non ricordan più nulla, tremano, balbettano e si contraddicono. Io riuscii a cavar dalla bocca della giovane questo ricordo, semplice ed eloquente, perchè non sono un giudice... Per qualche tempo, alla villa Scavolino, si stette assai : tutti si sentivano sospettati e tutti sospettavano; la baronessa pensò di congedare quanti erano alle sue dipendenze: poi, sola, senza consiglio, abbandonata com’era, paventò qualche vendetta, e non osò nulla. I furti cessarono, per breve; la vita rientrò nella sua abituale monotonia su, a destra della villa, abitava e viveva tristemente la baronessa; giù, a sinistra il barone si logorava l’anima a escogitar espedienti per trovar quattrini.... Vuoi darmi un po’ d’acqua?...

Siediti, – disse Clara, versandomi da bere. – Siediti qui vicino a me; riposati un istante.

– Che ora è? – chiesi, rimettendo il bicchiere sulla tavola, e sedendomi presso Clara, che rimaneva sdraiata.

– Quasi la una, – ella rispose. – Ma non importa: è fatta ormai!

Non potei vincere un interno moto di gioia: comunque fossero per finire, quell’episodio notturno, quella mia visita sospetta, avrebbero ritardato il matrimonio, forse lo avrebbero reso impossibile; e il gusto di piantar così un dubbio atroce nel cuore dell’uomo che odiavo, mi parve squisito.

Ora, dissi, riprendendo il racconto con nuova lena – abbiamo due fatti quasi contemporanei, i quali ci svelano che nessuno dei due figuri aveva rinunziato alla propria idea. Il barone torna a mettere in campo le sue pretensioni di vendite e di denaro; il Boldrella, gironzando un giorno per la casa, trova aperto l’uscio della camera da letto della baronessa. Nella camera non c’è alcuno, ma sul tavolino d’abbigliamento, fra mille ninnoli, luccica un anello dimenticatovi un istante; la tentazione è troppo forte: all’occhio avido del ladro, quell’oro e quelle pietre rappresentano una somma favolosa, forse il coronamento di tutta la sua opera paziente, certo il viaggio e il soggiorno in America. Vi pianta l’artiglio, e poi, rapido e silenzioso, sale fino al granaio, sposta le tavole, un’occhiata in giro, si cala nel giardino, scivola in iscuderia. La baronessa che passa qualche istante dopo, vede il Boldrella tutto affaccendato a smuovere la lettiera con nuova paglia. Chi sa se nel cuore dell’infelice un pensiero di benevolenza non è sorto per il giovane laborioso il quale si guadagnava così faticosamente la vita!...

«Un’ora dopo, la signora corre in biblioteca a denunziare il furto; anche il barone si scuote; promette di chiamare i carabinieri, di far perquisire tutte le persone di servizio e raccomanda alla baronessa di vigilare specialmente la cameriera, poichè questa sola si trovava o doveva trovarsi a quell’ora nella stanza. La signora insiste perchè la perquisizione si faccia subito, all’improvviso, senza intervento dell’autorità; il barone fa osservare che l’anello non può essere più in tasca del ladro, e che scoperto questo bisogna consegnarlo subito ai carabinieri, che se lo portino via; dunque i carabinieri sono indispensabili; non precipitiamo: prima i carabinieri, poi la perquisizione... Notiamo che il barone è uomo forte e coraggioso, e che siamo in pieno giorno! Trovato il ladro, non ha che ad agguantarlo pel petto, e farlo rinchiudere in una camera fino al sopravvenire dell’autorità. Invece, quale prudenza! Come calcola i pericoli fantastici! Per acciuffare il ladruncolo, gli abbisogna una legione di carabinieri, un esercito; ancora un po’, e pretenderà l’artiglieria!... Di questo grazioso episodio s’è riso molto al processo: il pubblico non potè vedere il barone perchè malato, si immaginò un omuncolo vigliacchetto e deboluccio, una specie di Don Abbondio senza il tricorno; qui dove la sua condotta comincia a diventar quasi imprudente, la comicità di tante precauzioni coperse il vero fine dell’individuo.

«Meglio ancora quando si seppe che d’improvviso il barone era partito quel medesimo giorno con l’ultimo battello a vapore. Aveva pretestato una lettera urgente arrivatagli allora, la quale esigeva la sua presenza a Milano. Il presidente delle Assise non potè trattenersi dall’osservare che il barone, in quel momento era stato temerario. Temerario, senza dubbio, ma a spese altrui: egli arrischiava, con un coraggio leonino... la vita di sua moglie! Egli, che aveva dovuto confessar la necessità di chiamar la pubblica forza per difendere i propri averi, forse la propria esistenza, lascia la casa ad un tratto, lascia una donna in balìa dell’ignoto e corre ad un supposto convegno di non sappiamo chi, di non sappiamo che cosa! Il Boldrella, compiuto il furto, non era potuto rimaner tranquillo: qualche ora dopo essere stato visto in iscuderia dalla baronessa, attacca i cavalli ed esce per muoverli.

«Ha paura: alcuni che l’hanno incontrato sulla strada comunale, dichiararono che aveva spinto i cavalli a corsa velocissima, e li sferzava, li eccitava con la voce a rischio di non dominarli più... Ha paura: la sua opera diuturna e scaltra sta per essere svelata: bisogna giuocare una carta ultima, o veder tutto miseramente perire. Ma che fare? Quale occasione gli si offrirà? e quando?... Ha udito susurrar di perquisizioni, di carabinieri, di arresti. Forse tornando a casa, troverà il maresciallo sulla soglia... Sarà difficile provare che il ladro è lui, perchè la refurtiva è ben nascosta: ma intanto possono arrestarlo, egli può tradirsi, i giudici possono tendergli qualche tranello... Poi il barone ricorda l’episodio della biada, e lo narrerà, e quello sarà il filo conduttore che dipanerà la matassa...

«Lentamente, coi cavalli stanchi, verso sera egli si decide a ritornare; passando il cancello, non vede alcun carabiniere; tutto quieto, monotono e triste come ogni giorno... Che più? In breve, egli viene a sapere che il barone è partito per Milano. È un lampo di luce! L’occasione si offre da , nessuno l’ha cercata, bisogna approfittarne; pazzo chi non ne approfitta!.. Ma la baronessa?... domanda; e il massaio, che, da galantuomo, ha l’antipatia istintiva per i mascalzoni, non gli risponde. «Che volete saper voi?» gli dice il massaio.

«Ah non vuol parlare? Ebbene, il Boldrella spia; egli conosce le abitudini di tutta la casa e vede che le abitudini non si ripetono: la finestra della baronessa ha le gelosie socchiuse: alla sera non le recano il , come di solito: la cameriera, contro il solito, va a dormir presto. La baronessa non si vede, non si sente, la baronessa è partita, la casa è in mano di lui, la breccia, su nel granaio, gli apre il passaggio, e stanotte il colpo decisivo, il colpo maestro sarà compiuto. Il Boldrella ha qualche ora di gioia incontenibile. L’America è nel suo pugno, come la casa del barone! Egli canta, in iscuderia, canta sfrenatamente, di gioia spaventosa...

– Come sai tutto questo? – interruppe Clara, drizzandosi a guardarmi.

– L’ha confessato lui, capisci? Ha confessato che la partenza del barone gli diede l’idea di finirla con un colpo d’audacia... Era un’attenuante per l’assassino, ma i giurati la respinsero, nonostante gli sforzi del difensore... Poi, il resto fu narrato dai testimoni e confermato a me da gente del paese...

– Ah, che orribile, che orribile cosa! – esclamò la donna, serrandomi le mani. – Non potrò più reggere la sua presenza: mi sento un brivido freddo, pensando che egli è stato qui, ha toccato le mie mani, e verrà ancora....

Vedremo, – dissi. – Ora ascoltami per poco; ho quasi finito.

– Sì, sì, ti ascolto... Ma tu, dimmi, tu l’hai veduto, l’assassino?

– Il Boldrella? Certo, per una settimana, ho passato lunghe ore a due passi da lui, perchè col mezzo di certi amici avvocati mi ero fatto dare un posto, sotto la gabbia... Allora non immaginavo che avrei parlato tanto di lui, e a te, in questa notte!... Piccolo e magro, sembrava lo si potesse atterrare con una stretta, ed era un uomo che sollevava un peso di cento chili senza difficoltà... Aveva occhi rotondi, come quelli del gufo, e lucentissimi: baffi scuri che gli celavan la bocca: fronte stretta, zigomi sporgenti, le tempia appiattite: non aveva mento, quasi: pareva che il volto finisse con i baffi; colorito pallido. Il suo sguardo non si poteva dimenticare: dritto, fisso, indagatore; si potevan dimenticare le sue mani, enormi di lunghezza e sempre instabili... Quando lo conducevano nell’aula, non se ne udiva il passo: egli compariva, si sedeva; e risuonava appena il chiavistello della gabbia; il suo passo era sordo, quasi egli camminasse sulla bambagia...

«Fu quest’uomo, o meglio questa faina, questa volpe, quest’animale da preda, che spaccò il cuore alla povera signora!

– Come avvenne, di’ come avvenne? – domandò Clara, guardandosi istintivamente attorno e stringendosi nella mantiglia. – S’è saputo bene?

– S’è saputo molto e s’è indovinato il restoseguitai. – Pare che dopo una serata tristissima, in cui non volle veder nessuno, nemmeno la cameriera, dalla quale pure si sapeva amata, la baronessa si sia coricata affranta, e che verso le due di notte, quando il ladro cautamente forzò l’uscio, ella non abbia udito. Dormiva, come si dorme dopo aver pianto molto. Il Boldrella, sicuro di non trovare alcuno, entrò e si diresse a uno stipo ch’egli sperava di forzare come l’uscio. C’era la luna, e un po’ del suo chiarore penetrava nella camera tagliandola quasi a metà: ombra dov’era la giovane signora coricata: luce dov’era il Boldrella.

«La baronessa si sveglia e vede; non grida, non l’allarme; forse non osa; si lascia scivolar dal letto, e lestamente cerca di uscire per chiudere il ladro in trappola... Ma il letto ha scricchiolato; il Boldrella si volge, si sente perduto, non ha nemmeno il tempo di meditare un piano...

Dio! – esclamò Clara con un brivido che la scosse.

– Fa un balzo alla porta, verso la figura bianca: la vede in faccia, l’afferra, le chiude la bocca con la mano enorme e terribile «Non gridare! – dice come in un rantolo, non gridare o sei morta!» Ma la baronessa si divincola. L’orrore è troppo forte; lei, quasi nuda, fra quelle braccia!

– Ah non dire, non dire più nulla! – mormorò Clara.

– Ella si divincola per fuggire: egli la serra sul petto in un abbraccio spaventoso, e colla mano libera cerca in tasca, trova una lama acuminata, la vibra nell’aria, l’affonda nel seno palpitante della donna, che gli manca tra le braccia, senza un grido... Tutto questo in un attimo, in un lampo, sulla soglia, quasi senza parole...

Vi fu un lungo silenzio. Clara piangeva, come aveva pianto l’umile Anastasia, al ricordo della scena: e lo spettacolo di quelle donne che davan le loro lagrime più pure alla memoria della sacrificata era tenerissimo e nobile. Non diversamente, forse, le belle giovinette pagane piangevano la compagna immolata a qualche barbarica cerimonia.

– Ho fatto male a raccontarti tutto? – domandai sottovoce, accarezzando lievemente la mano, che Clara aveva abbandonato lungo il fianco.

– No, hai fatto bene: devo sapere fino in ultimo – ella rispose con impeto. E guardando un piccolo orologio, che stava in un angolo, sopra una mensoletta, aggiunse: – Sono appena le due. Abbiamo tempo...



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