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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Forse avevo visto male la villa Capriccio; poichè all’indomani, in una mattinata ancor tepida e aurea di sole, il giardino, la casetta giallognola, il viale che vi adduceva mi parvero ricchi d’un senso gaudioso e pacifico. Vi si doveva vivere serenamente, e spalancando le finestre, qualche onda di gioia doveva proromper nella casa con le onde di luce. La nebbia era scomparsa: le allèe del giardino erano ancora tutte umide, e le siepi di bosso luccicavano. Sul davanti della casa eran disposte parecchie poltroncine e qualche leggera tavola di vimini; dalla porta-finestra aperta si scorgeva l’atrio silenzioso col pavimento a mosaico; e ritto nel vano, Giacomo fumava la pipa.
La cosa mi sarebbe parsa incredibile, se il buon valletto riconoscendomi e avanzandosi, non m’avesse annunziato la partenza del barone.
Partito col primo treno per l’Alta Italia, si dirigeva a Parigi.
– Gli ho detto – aggiunse il servo che lei sarebbe forse tornato per trattar l’acquisto della villa. Il signor barone mi ha chiesto il suo nome.
– Che gl’importava il nome? – osservai. – Tanto non mi conosce! Giacomo sorrise.
– Io credo invece che il signor barone la conosca benissimo.
– Davvero?
– Non appena gli feci la sua descrizione: un signore alto, magro, dai baffi rossicci, dai capelli corti, con un soprabito grigio, e con un leggero difetto di pronunzia...
– Avete notato anche questo? – interruppi desolato.
– Non è difficile accorgersene. Il signore non pronunzia l’erre.
– Ebbene?... Che cosa ha detto il barone?
Giacomo parve esitare e mi guardò, quasi chiedendo indulgenza.
– Suvvia, fatevi coraggio. Non mi avrà mica insultato...
– Oh! – disse il servo, vivamente. – Nemmen per sogno. Ma è rimasto assai stupito, e mi assicurò che dovevo aver capito male, e che lei non poteva esser venuto per comprare una villa. Io era sicuro di aver capito bene...
– Senza dubbio: se v’ho persino chiesto il prezzo....
– ....e allora io insistetti rispettosamente, dandogli i particolari della nostra conversazione.
– E il barone sarà rimasto persuaso?
– Niente affatto: il signor barone mi confermò l’ordine di preparar tutto per la partenza di stamane.
– Perchè – obiettai – l’ordine l’aveva dato prima che voi gli parlaste della mia visita?
– Sì, signore: appena entrato in casa. Mi confermò tale ordine, dunque, e non disse più nulla. Solo, udii che, ritirandosi nella sua camera borbottava: «Storie! storie!»
– Come ho l’onore di dirle....
– Avete anche l’onore di servire un bell’originale – conclusi, tanto per non tradirmi interamente. – E quando torna?
– Fra un mese o fra pochi giorni.
– Come? Si decida per i giorni o per il mese, che diavolo! – esclamai, seccato.
– Il signor barone ha detto precisamente così.
– E siete sicuro ch’egli mi abbia ricono..., voglio dire che egli mi conosca? – insistetti.
– Non v’è dubbio. Le dirò, anzi, che metà della descrizione sua l’ho fatta io, e l’altra metà l’ha fatta lui, senza nemmen lasciarmi finire...
– Figuriamoci come mi avrete conciato, fra tutti e due! – mormorai.
Giacomo sorrise, gustando bonariamente la facezia. Io restai qualche tempo immobile; cercavo un’idea, una spiegazione; cercavo sopratutto, di capir quale conseguenza potesse avere per me, per Clara, un avvenimento inopinato come il viaggio del barone. Ma mi accorsi che dovevo riflettere a lungo prima di vedere e comprendere la cosa con qualche esattezza.
Alzai gli occhi e compresi soltanto che il buon valletto moriva dalla voglia di rimettersi la pipa in bocca.
– Addio, Giacomo! – gli dissi voltandogli le spalle.