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XVII. | «» |
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Volevo rintanarmi nella mia camera e rimanere solo a macerarmi di rabbia. Credo che quel giorno io sia rimasto lunghissime ore sdraiato sopra un divano, senza mangiare, senza muovermi, come una belva ferita va a nascondersi nel fondo del suo covo per morire lungi dagli occhi indiscreti, silenziosamente.
La partenza del barone mi rompeva in mano le fila dell’intrigo; ritornando egli fra pochi giorni o fra un mese, come aveva promesso, il dramma avrebbe riavuto principio, io mi sarei dovuto por di nuovo fra Clara e lui, e lottar di nuovo contro la donna e contro quell’uomo, il quale combatteva con armi così diverse dalle mie, taciturno e inafferrabile. Mi sentivo stanco, irritato, proclive ad abbandonar tutto, per andarmene lontano io pure a cercar pace in qualche paese tepido e pieno di sole.
Il dopopranzo, mentre le ombre cominciavano ad invadere la camera, mi colse ancora al medesimo posto; e con gli occhi sbarrati nel vuoto, i pugni stretti, andavo pensando che era tempo di scuotermi, di uscire o di accendere i lumi; e non trovandone la forza, rimanevo immobile, sempre con quello stupido pensiero in mente, di alzarmi per accendere la lampada.
Forse non ne avrei fatto nulla ed avrei finito per addormentarmi sul divano, se di improvviso, levando gli occhi e girandoli oziosamente, non avessi scorto sul limitare una figurina di donna; l’ombra della sera non mi permetteva di vederne il viso, ma l’atteggiamento, la linea, il gesto, non potevano ingannarmi.
Entrata cautamente, stringeva nella mano destra il lembo della portiera e si guardava attorno, cercandomi.
– Clara! – dissi, mentre mi alzavo e le andavo incontro.
– Ah, siete qui? Siete qui, all’oscuro?... – ella domandò senza inoltrare.
Sulla tavola stavano due candelabri, che accendevo di rado, quando mi vestivo per qualche serata; allora la bella luce delle dodici candele mi piaceva, dorata e dolce... Le accesi e andai a chiudere poscia la finestra.
– Perchè eravate all’oscuro? – chiese la giovane nuovamente.
– Venite, venite, – le dissi, additandole il divano. – Ho da parlarvi...
– Ho da parlarvi io pure, – ella ripetè.
La guardai e vidi ch’ella doveva essere in preda a qualche forte sentimento: le sue sopracciglia corrugate s’univano in una linea diritta e singolarmente dura, così da mutar la espressione della fisionomia, per il solito aperta e fiduciosa.
– Cose gravi? – domandai esitando.
– Gravissime, – ella confermò, sedendo sul divano. – Ma parlatemi voi, prima.
– Oh, non ho molto da dirvi. Volevo semplicemente annunziarvi che il barone seguita a giuocare, che il suo vizio è indomabile. Posso darvi anche i nomi degli amici che convengono da lui...
Mi arrestai, vedendo un gesto brusco della donna.
– Sempre il barone! – ella interruppe. – Gli date una caccia feroce, come ad una belva, non è vero?
– Lo confesso: gli dò la caccia...
– E andate in casa sua, qui e sul lago, a interrogare i servi e le serve – continuò Clara con un indefinibile senso di disgusto. – Poi, dai pettegolezzi di codesta gente traete il tema per inventar dei romanzi a me!
Un colpo di stile in pieno petto non mi avrebbe fatto più male di quelle poche frasi, che le labbra della giovane pronunciarono con un’espressione di sarcastico disprezzo.
Mi si aprivano gli occhi a un tratto. Il mio edificio era crollato e innanzi a me avevo se non Clara innamorata di Lorenzo, stanca di combattere, decisa a finirla con uno dei suoi due carnefici; e quell’uno ero io.
– I servi e le serve, – mormorai intimidito. – Certo, ho interrogato i servi e le serve, poichè non potevo mica chiedere al barone che cosa pensasse dell’assassinio di sua moglie....
– E chi vi ha mai incaricato di simili ricerche? – domandò la giovane. – e scendendo fino a costoro, non v’è passato per la testa che vi sareste ridotto a diventare confidente di tutti i pettegolezzi, di tutte le miserabili loro querimonie, della loro invidia, del loro astio?...
– No, vi dico il vero: le persone che io interrogai erano ben lungi dal supporre ciò ch’io voleva: dovetti faticar molto per giungere a qualche affermazione concreta e decisiva.
– Avete fatto il furbo, dunque? – interrogò Clara, con una nuova intonazione ironica.
– Quantunque ciò vi paia inverosimile, devo confessarlo – risposi.
Mi accorsi ch’io stava in piedi innanzi a Clara, come l’imputato innanzi al giudice; e la cosa mi spiacque. Afferrai bruscamente una sedia, vi presi posto, e seguitai:
– Confessarlo?... Ho detto male. Che cosa devo confessarvi? La mia sollecitudine per voi, il desiderio di aiutarvi in questa gravissima ora della vostra vita, il lavorìo per salvarvi da un passo fatale? Queste non son cose che si confessino, son cose delle quali ci si fa un vanto. Ho interrogato dei servi e delle serve, come voi dite; che cosa importa? Vi ho persuasa della verità dei miei sospetti; ecco il nodo della questione, ecco ciò che dovete ammettere. Il resto è trascurabile. Or ora vi dicevo che il barone ha ricominciato a giuocare; provatemi il contrario, se vi riesce... Saran confidenze di servi anche queste; ma io vi reco la verità, e voi non avete nulla da opporle.
– Vi credevo assai più nobile, – mormorò Clara.
– Dite che mi credevate assai più sciocco, ribattei con una risata così stridula, che lacerò le orecchie a me pel primo. – Mi credevate un imbecille, voi e il barone, incapace di prendere una decisione e di condurla a buon porto; credevate che piuttosto di parlare a un servo o a una serva, avrei lasciato correre l’acqua per la china, rabbrividendo per non so quale orgoglio di casta. Ah no! Volevo sapere e ho saputo. Come? Questo non vi riguarda.
– E... di grazia, – interruppe Clara con quella sempiterna espressione di sarcasmo, la quale mi pungeva intollerabilmente, – di grazia, che cosa avete saputo?
– Me lo domandate? – esclamai. – Non vi ho raccontato tutto, non abbiam passata una intera notte a ricostruire l’accaduto?...
– Sì, un’intera notte, – ripetè Clara. Una intera notte, nella quale non faceste che espormi dei ragionamenti. Per via di ragionamenti, avete dimostrato che il barone era il mandante dell’assassino. Ma un fatto, un solo fatto, anche minuscolo, voi non l’avete esposto. Se io avessi avuto sufficiente abilità, in quella notte, per via di ragionamenti, avrei distrutto la vostra cabala, dimostrandovi a fil di logica, che so io? che il mandante, per esempio, eravate voi. Ho ripensato a quella notte non dubitate, e vado ripensandovi, e ho concluso che siamo stati due pazzi! Voi avevate ancora la febbre; eravate convalescente. Quanto a me, col mio orribile carattere, facile a credere, a infiammarsi, a lasciarsi sviare, son rimasta vittima delle vostre fantasticherie....
– È questa la vostra opinione presente? – domandai alzandomi.
– Sì, è questa! – confermò Clara.
– Io non ho nulla da obiettare conclusi. – Siamo stati due pazzi, come voi dite; ma fortunatamente siete ancora in tempo a riparare alle nostre pazzie. Avete un fidanzato di gomma elastica, che si piega e si accomoda a piacere. Basterà un gesto per farvelo ritornare scodinzolando ai piedi, come un cucciolo.
Seguì un breve silenzio; presso la tavola, mi occupai a toglier la cera che colava dalle candele; ma d’improvviso mi rivolsi.
– Dunque – esclamai – avete deciso? Avete deciso di sposarlo? È riuscito nel suo intento? Ieri l’altro è stato da voi a parlarvi; da quel momento, voi diveniste fiduciosa... Che cosa vi ha detto?
– Non ho deciso niente, per ora, – rispose la giovane. – Soltanto, ho meditato e mi son chiesta che cosa voi mi aveste provato: nulla! Nulla, capite? – ripetè, animandosi. –– Mi avete detto: «il barone ha lasciato assassinare sua moglie», e io vi ho creduto... Non sentite che questo è assurdo?... Mi avete detto: «in paese, tutti lo accusano d’aver chiuso gli occhi perchè il delitto avvenisse». Ma dove è il paese nel quale non si accusa, non si mormora, non si susurra?... Una serva vi ha confidato che quando udì il nome dell’assassino, il barone esclamò: «me l’imaginavo!» e su questa frase avete ricamato le vostre più belle deduzioni... Ma l’avete udita, voi, codesta parola? Siete sicuro ch’essa sia uscita dalla bocca dell’uomo che accusate? Non può essere una invenzione, anche ingenua, della vostra confidente? Poi, quella notte, quando vi domandai di che cosa precisamente voi accusaste il barone, mi avete risposto: «non l’accuso di complicità morale e nemmeno d’aver preparata la morte di sua moglie, ma di non averla difesa contro il pericolo».
E l’accusate di questo delitto imponderabile, perchè la vigilia dell’assassinio egli dovette partire e andarsene a Milano!...
Se la vostra logica avesse fortuna, pochi si salverebbero dall’ergastolo, ve lo assicuro io!... Insomma, io vi chiedeva delle prove; ma via, che volete? sono una donna, e a certe abitudini speculative non posso giungere.
– Che cosa vi ha detto? – interruppi, chinandomi verso Clara.
– Nulla mi ha detto, – ella rispose ritraendosi un poco. – Perchè si difendesse, avrei dovuto accusarlo; e voi credete che si possa così, improvvisamente, accusare un uomo d’assassinio?
– Pure, se è stato da voi, qualche cosa deve avervi detto...
– È certo. Ha parlato d’amore...
– D’amore? – gridai – Avete ascoltato le sue parole d’amore, voi?...
– Vediamo di non perdere la testa per così poco, – osservò Clara, inarcando le sopracciglia. – Se anche avessi ascoltate le sue parole d’amore, non avrei da renderne conto ad alcuno... Ma non è già venuto a parlarmi dell’amor suo; bensì dell’amor mio per voi, perchè l’indegna commedia che io recitava venendo tutti i giorni in casa vostra, egli l’ha creduta...
– Indegna commedia? – ripetei attonito.
– E avendola creduta, – seguitò Clara, ha compreso che a lui non rimaneva se non allontanarsi...
– Infatti, – dissi, – è partito per Parigi, stanotte...
– E ha fatto malissimo, – concluse Clara freddamente.
– Malissimo?
– Senza dubbio... Ah voi, supponete, dunque, che io abbia confermato i suoi sospetti, che abbia confessato d’essere ancora la vostra amante, quando non lo sono più?... E perchè avrei dovuto accusarmi d’una colpa che non ho commesso?... Certo, non osando narrargli tutto, le mie visite a voi diventavano inesplicabili, e per ciò non ha potuto prestarmi fede, ed è partito.
– Ma voi avete dunque tentato di giustificarvi, gli avete chiesto perdono, gli avete riconosciuto il diritto di giudicare le azioni vostre?...
– Sapete pure che non ho da chieder perdono ad alcuno – ella disse. – L’ho pregato di credere che le mie visite in casa vostra erano innocenti...
– Ma quest’uomo, pochi giorni addietro, vi faceva orrore.
– Sì, quando prestavo fede alle vostre accuse.
– Ed ora, dunque?
– Ora, ve l’ho detto. Ripensandoci mi sembra d’aver fatto un pessimo sogno, per colpa vostra. In nome di Dio – aggiunse drizzandosi in piedi ella pure, quasi con un balzo – in nome di Dio, recatemi un fatto, una data, qualche cosa di concreto, e avrete vinto: ma i vostri indizi sono falsi! Vi dirò di più: è falsa perfino l’accusa che gli fate d’essere un giuocatore...
Io non potrei frenare un gesto di meraviglia dolorosa.
– Sì, sì – insistette Clara. – Voi dite che il barone giuocava e perdeva, perchè ve l’hanno detto i suoi servi: voi affermate che egli giuoca tuttavia, e la notizia vi vien dalla fonte medesima. Non nego che ciò possa essere; ma tra il giuocare e il rovinarsi c’è differenza. Su, ditemi una cifra: quanto ha perduto a Milano, a Montecarlo, a Nizza; quanto perde qui? Ditemi una cifra, la quale mi dimostri che al momento dell’assassinio egli era rovinato e di quell’assassinio aveva bisogno. Non potete dir niente, è vero? Non sapete niente, ma accusate, ma il solo fatto d’esser giuocatore rappresenta per voi il motivo riposto della complicità in assassinio.
«Ah, non sentite, non sentite ancora che siamo stati pazzi ad accusare e a condannare, così, cervelloticamente, quasi per un esercizio retorico? Io l’ho sentito, questi giorni; io ho avuto vergogna della mia leggerezza...
– Vi prego – interruppi. – Comprendo troppo i vostri scrupoli per non apprezzarli. È evidente che se vi lascio continuare per questa via, l’assassinio della povera baronessa finirà per ricadere sulla mia testa. Certo: io sono il giocatore, io sono l’uomo della disgrazia. Mi son voluto occupare dei fatti altrui, e la dura lezione mi sta benissimo. Del resto, nulla è perduto. Il barone tornerà fra un mese, come ha promesso...
– Oh no! – disse Clara, imprudentemente. – Fra pochi giorni.
– Fra pochi giorni? – ripetei stupito. – Come potete affermarlo?
Clara si morse le labbra, guardandosi in giro. Stavamo di fronte l’uno all’altra, a pochi passi dal divano; alla nostra sinistra era la tavola coi candelabri accesi.
– Come lo sapete? – insistetti. – Come sapete che tornerà fra pochi giorni?
La donna si strinse nelle spalle, scuotendo il capo annoiata.
– Ditemi, dunque? – seguitai, fremendo di impazienza. – Alla sua villa non sanno niente di sicuro; e voi potete affermare che tra pochi giorni egli sarà qui?... Vi ha scritto?
– Senza dubbio. Io non parlo coi servi, e se non mi avesse scritto, ignorerei la sua partenza.
– E vi ha scritto che tornerà subito?
– Insomma, non volete parlare? – dissi, avvicinandomi anche di più alla giovane.
– Ma non ne ho alcun obbligo, mi sembra – ella rispose. – Perchè dirvi ciò che contiene una lettera diretta a me? Non son venuta per questo. Lo scopo della mia visita era di farvi ravvedere alla vostra volta.
– Ravvedere, sì, ravvedere ! – concluse Clara. – Volevo dirvi di desistere dalla vigilanza sospettosa che esercitate sopra il barone. Io non credo, non credo più alla sua pretesa colpa; e se non è per convincermi, a che fine seguitare quest’opera indegna di voi e di me? Lasciatelo in pace.
– Va bene: lo lascerò in pace – dissi rassegnato. – Vi prometto che lo lascerò in pace, ora e sempre. Ma come sapete che egli ritorna fra pochi giorni?
– Daccapo! – esclamò la donna, spazientita. – Ora che ho la vostra promessa, il nostro colloquio è finito. Devo ringraziarvi della vostra lealtà aggiunse stendendo la mano inguantata.
Afferrai la piccola mano convulsamente.
– Il nostro colloquio è finito, – ripetei – tutto è finito! Non è vero, Clara? Hai deciso di sposarlo. La sua visita ti ha scossa. Che cosa ti avrà detto? Ora comprendo: egli ritorna per sposarti. Egli ritorna perchè un tuo telegramma, una tua lettera lo richiama a Firenze. È così; non può essere che così....
– Ah, ho indovinato! – esclamai. – Lo ami, lo ami: finalmente questa confessione me l’hai fatta, senza parlare. Oh, che cosa orribile!
– Amico mio, – ella interruppe, usando per la prima volta dopo tanto tempo la dolce parola – pensate quanto l’abbiam fatto soffrire senza ragione! L’abbiam costretto a fuggirsene lontano, con le nostre pazzie...
– E allora, l’hai richiamato presso di te? – conclusi. – Egli accorre, si getta a’ tuoi piedi, e fra quindici giorni un bel matrimonio chiuderà la commedia.
Abbandonai la mano di Clara e mi misi a passeggiare in lungo e in largo per la camera.
– Sì, la commedia, – continuai, ridendo.
– È stata una commedia, una farsa, della quale io fui lo zimbello... Non lo negare... Io credeva, io voleva salvarti: e tu venivi qua per eccitare la sua gelosia, per provare il suo amore: ecco sciolto l’enigma; e quando hai visto che la bella impresa ha avuto buon fine, metti alla porta me, e ti dài a lui... Che abile allettatrice! Che donnina a modo! Quanta diplomazia!...
– Non credo di dover nemmeno rispondere a queste accuse, – disse Clara sdegnosamente, muovendosi e incamminandosi verso la soglia.
– No! – esclamai, accorrendo e mettendomi innanzi all’uscio. – Non ti devi partire così. Non ti ho detto tutto... Voglio chiederti se davvero tu credi il barone innocente?
– Vi risponderò quando m’avrete lasciato libero il passo, – disse la giovane.
– Mi risponderai ora, subito!
– Ma che cosa è questa violenza? – esclamò Clara con la voce che tremava di collera. – Son caduta in un tranello?
Per tutta risposta, mi volsi e chiusi la porta a mandata doppia.
– Oh! – disse la giovane con un gesto di disprezzo. – Che cosa fate? Lasciatemi passare! Commettete una vigliaccheria...
– Dimmi che lo ami, e sei libera.
– Lasciatemi andare! – ripetè la giovane, facendo un altro passo verso di me.
– Dimmi che lo ami; dimmi che lo attendi per essere sua... Dimmi tutto questo: ho bisogno di udir questo dalla tua bocca.
Clara battè i piedi, vibrando d’impazienza.
– Aprite! Siete pazzo; non siete che un pazzo! Aprite, via!
– Lo ami?
– In nome del cielo, lasciatemi passare!
– Lo ami, il tuo Lorenzo? Ah, ho visto, sai, il ritratto che gli hai regalato: un bel ritratto, apposta per lui, con un abito fatto apposta per lui! E la scritta: Clara al suo amico Lorenzo.
La giovane mi guardò trasognata.
– Come sapete? – mormorò. – Avete frugato nelle sue carte?
– È probabile, – dissi, – è probabile anche questo....
– Ora non mi stupisco più che pensiate di abusare d’una donna! – ella esclamò con la voce quasi sibilante. – Vi introducete in casa altrui per frugar tra le carte e per ascoltar le spie...
– Sì, tutto ciò che vuoi. Ma tu non passi di qui se non mi avrai prima confessato che intendi sposarlo, che intendi darti a quell’assassino. Egli non è che un assassino, ricordatelo bene: e ricorda pure ch’io te ne avvertii. Egli è un gingillo da forca, una canaglia coi guanti, uno sfruttatore di donne!...
– Tacete, tacete, tacete ! – gridò Clara, alzando istintivamente la mano come per chiudermi la bocca. – Non insultate chi non può rispondervi!
– Rispondermi? – esclamai. – Ah tu credi che il tuo eroe mi risponderebbe? Il tuo eroe ha paura, ha paura di me, di tutti: la paura è il suo caratterisma eminente... Ciò che ti dico ora, io non temerei di dirlo a lui.
– Mi avete promesso di lasciarlo in pace... – interruppe Clara sollecitamente.
– Oh, lo lascerò in pace! Non verrò a turbare la vostra luna di miele. Ma a te voglio e devo dirlo, ch’egli è un assassino...
– Un assassino? – ripetè Clara, come se quella parola l’avesse sferzata in volto. – Un assassino? Ebbene, io lo amo! Una canaglia coi guanti? Ebbene, io lo amo! Uno sfruttatore di donne? Ebbene, io lo amo! Lo amo, lo amo, mille volte! Lo amo: odi bene questa parola: lo amo!
Ella s’ergeva di repente innanzi a me, con gli occhi che mandavan fiamme, con le labbra umettate agli angoli da una bava sottile. Furiosa, inviperita, fremebonda, pareva più alta, più snella, gettandomi in volto quella sfida.
– Lo amo! – ella continuò. – Lo amo ricordalo bene! Lo amo, e mi darò a lui. Hai voluto udire questo dalla mia bocca? Ebbene, sì, lo amo, l’ho richiamato a Firenze, e mi darò a lui! Hai voluto bere questo veleno? Ascolta ancora, dunque: lo amo, lo amo, lo amo!
Clara mi stava così vicina, che le nostre bocche si toccavan quasi; e ad ogni sua parola, io sentiva sul volto l’impressione di una scudisciata. Allungai le braccia, le avvinsi attorno al busto della donna e la sollevai d’un colpo solo, come si spicca il frutto da un albero. Io la sentii straordinariamente leggiera.
– Ah, tu lo ami? – dissi con calma, portandola e adagiandola sul divano.
Ella pareva non aver più nozione di ciò che avveniva: mi curvai a viso a viso sulla giovane estenuata.
– Ah tu lo ami? – ripetei ironicamente. – Ebbene, ti ricordi ciò che mi dicevi quando venivi qui? Mi dicevi: «Prendimi, se mi vuoi; prendimi, se questo ti farà piacere; sarò tua, purchè tu non soffra!» E io ho sempre rifiutato! Ma non rifiuto ora: ora sarai mia. Mia, hai capito? Mia, devi essere, prima che di lui!
Ella volgeva gli occhi intorno, smarrita, passandosi una mano sul volto come se uscisse da un sogno; ma non appena sentì ch’io era presso di lei e le cingevo il busto con un braccio, fece un balzo e si ricoverò di là dalla tavola su cui stavano i lumi.
– Mia, devi essere! – continuai. – Lo hai promesso cento volte: ora voglio che tu mantenga la tua promessa.
E allungando rapidamente la mano, l’afferrai per un braccio: ella si divincolava in silenzio, respirando a fatica, dibattendosi con furia, gettando indietro la testa quando vedeva il mio volto avvicinarsi.
Avvinghiati così, lottavamo presso la tavola, accanitamente.
– Oh vigliacco, vigliacco! – ella mormorò.
Sentii che le forze le mancavano a poco a poco e ch’ella non poteva resistere ancora a lungo; ma presso a cadere, ebbe uno sforzo supremo puntò i piedi a terra, inarcò il busto; e nel divincolarsi, urtò contro un candelabro con la mano, violentemente. Il candelabro tentennò un attimo, e le si rovesciò addosso. Vidi una fiammata e udii un lieve crepitio dei capelli che si bruciavano.... Il candelabro cadde pesantemente a terra.
Fu un lampo, e fu il risveglio.
Clara mi stava svenuta tra le braccia. Come pazzo di terrore, l’adagiai di nuovo sul divano: la fiamma le aveva bruciato pochi capelli sull’occipite e le aveva lasciato una lunga striscia rossa sulla parte destra del collo... Ma non osando chiamare, le tolsi il cappellino che ancora aveva in testa e le spruzzai il volto con l’acqua.
Ella rinvenne subito, guardò in giro, mi vide inginocchiato presso di lei.
– Aprite! Lasciatemi andare! – disse rapidamente.
Si portò la mano al collo, e soggiunse con un amaro sorriso:
– Non è nulla. È una piccola bruciatura; non c’è nemmeno il pretesto di chiamare il medico per fare sapere a tutta Firenze ch’io sono in casa vostra.
Io mi alzai e le recai uno specchio.
– È una piccola bruciatura, – ella ripetè dopo essersi guardata. – Avete voluto lasciarmi le stimmate del vostro amore.... Datemi il cappello, ve ne prego.
– Oh Clara! – mormorai avvilito. – Io non oso chiedervi perdono.
– Perdono? – ella disse. – Ma sì, vi perdono, purchè mi lasciate andare, purchè la finiamo.
E vedendo ch’io non mi muoveva, andò ella medesima a prendere il suo cappello, e se lo acconciò in testa.
– Mi perdonate dunque?
– Sì, sì, tutto ciò che volete; ma finiamola.
– È sera, ormai; non potete uscire sola a piedi.
– Esco sola a piedi. Sapete dove abito in un lampo sono a casa.
Io andai ad aprire l’uscio; ella mi passò vicina.
– Non mi potete perdonare a questo modo, con queste parole piene di freddezza osservai, trattenendola con un gesto.
– Vi perdono. Che cosa volete vi dica ancora? Debbo forse ringraziarvi?
– Ditemi che ci rivedremo, che mi permetterete di venire da voi...
– Non so niente, – ella rispose. – Debbo prima riflettere.
Si mosse, allontanò la portiera con una mano, e la lasciò ricadere dietro di sè, uscendo con passo tranquillo.
Mi parve che una tenebra densa mi circondasse, non appena Clara scomparve. Avevo ben compreso che da quella soglia ella non sarebbe più passata, e che io non avrei più varcato la soglia, la quale conduceva alla donna, ormai per me lontana.
Ma più d’ogni altra cosa, mi turbavan le sue parole. Ella era certa dell’innocenza di colui che io le aveva additato come un assassino.
Perchè? Quali argomenti possedeva, da contrapporre ai miei? Quali fatti erano a sua cognizione, che negassero i fatti da me esposti?
Ella non sapeva niente, ella non possedeva niente; eppure era certa, e in pochi giorni s’era liberata dal dubbio, dal sospetto, dall’orrore che il barone Lorenzo le ispirava, ed era venuta per difenderlo fieramente innanzi al suo unico accusatore, innanzi a me!
Dal divano sul quale ero ricaduto, balzai in piedi; sentivo in cuore l’impressione di una spina che andasse graffiandolo e lacerandolo: un dolore fisico spaventoso. E mi misi a passeggiare, quasi a correre per la camera, le braccia tese, i pugni stretti, mormorando parole sconnesse, gettando un grido di tanto in tanto; arrivato in faccia alla parete mi rivolgevo e ripigliavo la corsa fino alla parete opposta, sempre mormorando, sempre gridando, urtando nei mobili, affannato nella corsa, come sospinto da qualche fantasma pauroso.
Nel passar vicino ad un armadio a specchio, i miei occhi vi si fermarono un attimo; mi guardai e rimasi inchiodato a quel posto.
Ero pallido, tremante, con lo sguardo smarrito, le labbra bianche; avevo un aspetto così strano, i miei abiti erano così scomposti, che cominciai a sorridermi, poi a ridere, finchè diedi in una sghignazzata fragorosa. E fermo innanzi allo specchio, guardandomi con una pietà ironica, parlai a me stesso, a voce alta, sottolineando le parole con gesti.
– «O pazzo, dove vai? – mi dissi. – Dove corri? Che cosa è avvenuto? Perchè questa sciocca disperazione? Perchè una donna, che non è più tua amante, che non ti crede, che ti disprezza, perchè questa donna sposa un altro, tu vuoi uccidere e ucciderti? Fermati, pazzo! Non c’è nulla, nulla, nulla al mondo che valga il tuo dolore; nulla vale un’ora di vita, un’ora di pace. Non sarai, certo, così affannosamente disperato per il solo motivo che un barone Lorenzo ha fatto uccidere sua moglie; che cosa importa a te? Chi è costui al quale hai concesso il diritto di turbare la tua esistenza? E oggi solo tu sei preso da così magnanimo sdegno pel misterioso delitto, quando già da tre anni, dal giorno in cui hai assistito al processo, il dubbio ti è penetrato nel cuore? Che cosa hai fatto in questi tre anni? Hai lasciato che la monca giustizia umana procedesse per la sua via; hai alzato le spalle, dicendoti che queste cose non ti riguardavano, e che se il vero colpevole era sfuggito alla punizione, tanto peggio per i giudici ottusi, tanto meglio per lui.
«Poi, d’un tratto sei stato preso dalla febbre di scoprire la verità; hai voluto tu, solo, senza aiuti, senza incoraggiamenti, smascherare chi si nascondeva! E non già per un altissimo ideale di giustizia, ma perchè la posta del giuoco era Clara, la donna bella e giovane, della quale credevi essere stanco, e la quale invece ti ha acceso nell’animo ancora mille fiamme! Che t’importa di quella donna uccisa e invendicata? È la donna viva e piena di gioia, quella che ti attira, che ti ossessiona, che ti spinge per una strada difficile e incerta! E perchè? Non fu tua costei? Insieme, non avete vissuto lunghi giorni di piacere? Non la conosci, corpo ed anima, ne’ suoi gesti, nelle sue parole, ne’ suoi impeti di passione, ne’ suoi momenti di tristezza, e quando il dolore la colpisce e quando la voluttà la stringe alla gola? Tutta, tutta la conosci; nulla può dirti di nuovo la sua anima, nulla può scoprir di nuovo nel suo corpo. E perchè dunque non vuoi ch’ella passi a un altro, e che, dopo una esistenza agitata, ella viva tranquillamente e oscuramente nel matrimonio? Il mondo è dunque finito con Clara? Quanto a colui che tu sospetti d’assassinio, egli è più forte di te. Miser chi mal oprando si confida, ha scritto il buon Ariosto, Che restar debba il maleficio occulto... Ma l’Ariosto era un poeta, e se tutti i malefici occulti dovessero un giorno esser palesi, noi non sapremmo più a chi dare la mano. Il barone Lorenzo è forte: ha agito, ha fatto agire, ha raccolto il frutto delle male azioni, e tutto s’è svolto nell’ombra e nel silenzio; egli è veramente uomo moderno; tu non sei se non un sognatore. Ecco perchè egli s’è impossessato anche di Clara, mentre tu, e una e due volte, te la sei lasciata sfuggir di mano. Cedila a lui; per diritto di conquista, è sua; ella lo ama; te lo ha detto; egli ha ucciso ed ella lo ama... Che c’entri tu, in tutto questo? Chi sei tu? Perchè vuoi turbata l’esistenza d’un uomo a te appena noto, e d’una donna che riprende la sua via?»
Questo discorso declamato a voce alta innanzi alla mia imagine viva riflessa nello specchio, mi calmò. La ragione fredda ed egoista aveva detto la sua parola, e bisognava ascoltarla. Il maleficio doveva rimanere per sempre occulto, nell’ombra e nel silenzio, poichè io non aveva nè forza nè volontà ormai, di evocarlo alla luce.
Mi guardai intorno: c’era al mondo ancora qualche cosa da fare; c’era sopratutto da vivere in pace; Firenze si stendeva sotto i miei occhi, sonnolenta e voluttuosa, con le torbide acque del fiume lento che pareva immobile; e perchè non sarei io potuto vivere tranquillo, lontano dagli intrighi, io, come tutti gli altri, scettico e indifferente, incredulo e bonario, accumulando giorni e giorni, memorie e memorie, fino alla fine?
Questa era la vita; il mio, invece, non era stato se non un sogno, e, partendo per sempre, Clara l’aveva rotto, lacerato come un velo impacciante; ella correva al matrimonio; io doveva riprendere la mia strada e vivere finalmente una vita reale, senza utopie e senza apostolati.
La prima impressione ch’io ebbi, uscendo in quei giorni a passeggio, stanco e debole come un ammalato, mi fu offerta dalla quantità di donne giovani e belle che incontravo ovunque. Mi pareva di non averle mai viste, ed erano intorno a me, venute di tutti i paesi, bionde, brune, piccoline, snelle, magre, paffute, liete, tristi, eleganti, dimesse, timidette, procaci; ve n’eran di tutti i paesi, del nord e del sud, e si trovavano a passeggio, a teatro, nelle gallerie d’arte, alle Cascine, a Fiesole, nei salotti, nelle biblioteche, dove si beve il tè e dove si beve la birra. Era un immenso stuolo di femmine giovani, disseminato per tutta quella stupenda plaga italiana, e recavano con sè mille sogni e desiderii e illusioni e tesori di tenerezza e di voluttà.
Io non le aveva mai viste! Con gli occhi fissi negli occhi di Clara, non m’ero accorto di tanta gioia e di tanta vita che mi stavano intorno, non m’ero accorto che un po’ di quella gioia poteva essere mia, e ch’io sarei vissuto così piacevolmente ammirando, corteggiando e non amando alcuno.
– «Quale orribile cecità! – mi dissi, aprendo finalmente gli occhi. – Io m’ostinavo a fare il processo a uno sconosciuto, mi affannavo dietro le gonnelle d’una donna che non ha più niente da dirmi, ed ecco qui intorno, migliaia d’altre donne belle come la primavera, le quali tutte hanno un corpo ed un’anima per dare gaudii senza fine!»
E poichè era ancora dubbioso se presentarmi un giorno a Clara a chiederle d’essere ancora l’amico suo devoto, rapidamente decisi di non occuparmene più. Ella era ammalata del male che m’aveva fatto soffrir tanto: l’amore. Innamorata di Lorenzo, non capiva altro, non udiva le parole della ragione, andava testardamente incontro al suo destino, sul quale nessuno poteva dir verbo, dal quale nessuno avrebbe potuto ritrarla.
Più volte la vidi a passeggio in carrozza, ed ella finse di non vedermi: poi vidi anche il barone Lorenzo con lei; il volto dell’uomo luceva di tanta gioia, che sembrava bello; e la cosa mi fece ridere senz’amarezza, pensando che colui toccava finalmente il premio della sua malvagità astuta e taciturna.
Se il mondo era così fatto, io non poteva certo mutarlo; anzi, un giorno in cui vidi la coppia felice passarmi rasente, rapidissima, al trotto di due splendidi morelli, ebbi quasi uno slancio d’ammirazione pel barone Lorenzo, pel trionfatore dell’ombra; la sua carrozza aveva schizzato la sabbia e la ghiaia, fino ai miei piedi; io mi trascinava, ancor doloroso della sconfitta, ed egli sembrava correre all’impazzata, recando seco la donna bellissima, che aveva saputo conquistare lentamente e che fra poco avrebbe stretta a sè con vincoli tenaci.
Alcuni amici mi fecero riprendere le abitudini del passato; occupavo il mio tempo in compagnie piacevoli, con l’intima voluttà di sentirmi libero; e fu in tal modo ch’io mi trovai un giorno di fronte al barone Lorenzo Scavolino.
Ero in un salotto; la padrona di casa, bruna, snella irrequieta, mi piaceva molto, cosicchè mi vi recavo sovente e mi v’indugiavo a lungo, ascoltando il cinguettìo della signora che spesso diceva delle sciocchezze con una bocca adorabile, la quale se le faceva perdonare. Sapevo che il barone Lorenzo frequentava quella casa; ma da tempo non vi si vedeva, prima pel suo viaggio a Parigi, poi per le cure del fidanzamento e pei preparativi di matrimonio.
Un giorno in cui eravamo rimasti soli, la signora ed io, il barone Lorenzo si fece annunziare.
– Lei lo conosce? – mi disse la signora, nel mentre il servo porgeva la carta.
– Siamo buonissimi amici, – risposi, e mi stupii di non sentire alcuna emozione, di non avvertire alcun sintomo di gelosia per colui che fra pochi giorni avrebbe posseduto Clara.
Egli entrò: io gli teneva gli occhi addosso, e vidi che scorgendomi, si turbò d’un tratto e impallidì leggermente. A furia di sfuggirmi, era caduto fra le mie braccia.
– Loro sono buoni amici, non è vero? – disse la signora.
Il barone Lorenzo ancora dritto in piedi non rispose, mi guardò, parve esitare; ma io mi alzai e gli andai incontro con la mano tesa.
– Ma certo, certo, – dissi lietamente. – La rivedo con molto piacere, barone. Mi avevan detto ch’ella era a Parigi.
Egli si drizzò, come se un peso enorme gli fosse stato tolto dalle spalle; e la stretta di mano ch’egli mi diede fu energica.
– Ne son tornato da pochi giorni – rispose. – V’ero andato per alcuni acquisti, e mi son trattenuto poco.
Ci sedemmo; animato dalla curiosità della scena, sentendomi tranquillo e libero, cominciai a parlare, volgendomi spesso al barone, che sembrava passar d’incanto in incanto, quasi estasiato.
Egli doveva pensare d’aver trovato un uomo di spirito e tutto il mio spirito non era, se non nel fatto di non amare più Clara, di sentirmi attratto dalla snella bruna che ci stava innanzi, e di nutrire ormai un’infinita indulgenza per tutti i maleficii occulti e palesi.
Il barone si scusò d’essere stato assente così a lungo.
– Ma non ha da farmi scuse – interruppe la signora, sorridendo. – È più che giusto. Il barone – aggiunse ella, volgendosi a me, – sta per ammogliarsi.
– Oh davvero? – esclamai, senza batter ciglio. – E il matrimonio fra breve?
– Fra quindici giorni – rispose il barone Lorenzo, e la sua voce tremò un poco.
– Una signora fiorentina? – domandai.
– Donna Clara – egli disse rapidamente.
Io mi alzai, nel mentre il barone mi guardava inquieto e mi diressi a lui con ambo le mani aperte e stese. A quell’atto amichevole e cordiale, il volto dell’uomo raggiò di piacere, di gioia; e si alzò egli pure venendomi incontro.
– La prego – dissi – di aggradire le più vive felicitazioni, gli augurii più fervidi, e voglia rendersene interprete anche presso donna Clara.
Egli afferrò le mie mani, le portò quasi sul cuore, e mi rispose con voce tremante di commozione:
– L’assicuro, caro amico, che questi suoi augurii sono i più dolci, i più graditi fra quanti ci possano giungere in questi giorni...
E per la prima volta in vita sua, il barone Lorenzo Scavolino era sincero.
FINE.
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