Giulio Tanini
L'ombra del viandante

L'Ombra del Viandante

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

L'Ombra del Viandante

....quindi a un risveglio
de la vita, tra 'l sogno, un disdegnoso
fremito di corrucci e fiamma d'ira
impetuoso.....

Il Viandante

I. FULGE la Luna in mezzo al ciel stellato,
ed un velo di lucciole d'argento
si riflette sul mar, fermo, placato,

e senza vento,

tal che i bruni cipressi un tremolìo
di sospirose rame, in su le croci
a pena a pena destan da l'oblìo,

le stinte voci.

II. O sacre stele, O monumenti, O marmi
onde rivivon per brev'ora al Sole,
in lungo pianto d'elegïaci carmi

le pìe parole;

se i mesti spirti che nel tetro ostello
forse un àttimo d'ora il sonno acqueta,
se ha mera pace qui nel freddo avello

fusco il pöeta;

al nottìluco albor che vi colora
d'opache luci de le lampe al raggio,
escan da i marmi i prigionieri fuora

a lor vïaggio.

*
*   *

III. Ecco folto di grandi Ombre uno stuolo,
lento scender da l'arce e qui sostare,
qual turba d'alcïon' che libra il volo

sul gonfio mare;

o folata di Còndor' che va e viene
su l'Ande mäestosa, e a rombo d'ala
ampia rota disferra e il cinghio tiene,

poi adagio cala.

IV. Una ben nota a me, fra più stupende,
Ombra sovrana, triste in fra tranquille,
move in fretta ove rossa ascosa splende

l'ara de i Mille.

V. Torvo stupor ne la pupilla grave
sembra richiami l'inconsunta vita;
ronza la cetra a ridestar, söave,

l'Ode assopita;

e da gli echi d'Oblìo, folto mistere
de l'al di , ravvolto in negri veli,
co i balenìi de gli astri e le Chimere,

reca de i cieli.

VI. – Sdegnoso Vïator –, tu, cui le Muse
ne le pupille cerule e pensose
riser trine di canti in luci effuse

misterïose,

ora che il vento come fa si tace,
su l'affocata ferrugìnea pietra
ferma un istante, a questa dolce pace

che i vivi arretra.

VII. Non premer cupo a l'arso àlgido cuore
dolce il buon Libro da i canori fogli,
paventi ridestar bieco il furore

de i tuoi cordogli?

VIII. Se a l'ëòlico suon placavi l'alma
da i folti dubbi de le Fata arcane,
non Mater promettea la palma,

glorie non vane?

IX. Non, il nostro sonante ampio Tirreno
(ch'alto lodasti a l'urto di sue moli)
ti die' pëani alati al gran baleno

di mille Soli?

e ne rideano i siderali campi,
e Algol de la Medusa e Asterïone
e Cefëo e Mirrach, e in rossi vampi

Sirio Orïone?

X. Or che la sai la luminosa istoria
de i gran mondi i gran morti il gran mistero,
di' a me, secreta, tua final vittoria,

pïèrio altero!

XI. Appaga il mio desir, sazia quest'io,
ribelle ad ogni fren di tetri arcani;
dirada il velo all'Assoluto Iddìo

ne i cieli vani!

XII. Tu che ritorni da la sua magione
– l'Imperador de gli astri e de i pianeti
dìnne se è giusto che la dia Ragione

cèli secreti!

XIII. Fra Osìride e Tifon ferve la pugna
dispïetata e da miliardi ëòni....
sai tu qual più laceratrice è l'ugna

de i due dimoni?

XIV. Vale la pena il nascer per morire,
il dilaniarsi qui su questa terra
di sangue intrisa e d'odio, e l'abrutire

in armi e in guerra?

il mai deterso pianto de le madri
ne le casucce sparse a la campagna
dinanzi il Cristo – e a le città, di ladri

sozza cuccagna?

sangue tornato in oro; opra infinita
di màrtiri e d'eroifolti, in oblìo;
l'inestimavil scempio de la vita

al fiat di Dio?

XV. Natura splende, e tutta in bel s'ammanta
di fiori e frutta: ardente giovinezza
ridon le selve e i cieli, e il mare canta

dolce tristezza;

e una festa di luci e risplendori
a la rigente Terra il Sole arreca;
ebra, l'Umanità, de i suoi furori

folleggia e impreca.

XVI. O, indarno scruta la scïenza il fondo
de le misterïose orride gesta,
poi che la morte è l'unico del mondo

rito di festa.

XVII. Fatal clepsidra, la pupilla è fissa
su l'impalpabil sabbia, e il flusso scruta
pe 'l forellino, ond'essa cade scissa

frigida, muta,

e il tetro inesorabile forame
ricorda il fato austero de i viventi,
precìpiti nel sozzo bulicame

ch'attràeli, spenti.

XVIII. Apre l'ala di luce, a canto a Sirio
folgorante di vita, e fugge e romba
la Nova Stella, e candida qual lirio

s'apre una tomba,

ove s'accascia dopo breve riso
la prima crëatura arsa d'amore;
e l'universa vita è un fior reciso

dal reo Dolore! –

*
*   *

XIX. Ahi, l'Ombra irrequïeta e disdegnosa,
quasi abbia il vulgo vivo in gran dispetto,
fisa de gli occhi smorti in ansia ombrosa,

l'igneo suo letto.

XX. A lei non più, le fòlli voci e i suoni,
comedie umane, false lodi amiche,
urgon mentite spemi e illusïoni,

farse impudiche.

XXI. Rampognator fra desolati spirti
ne i labirinti de l'elìsee sfere,
tace Ceccardo –, Vïator fra i mirti

di un cimitere,

cui silenzi d'oblìo altro che mera
d'Ombre s'assiepa a torno al Vate egregio
mëònia turba, efimera ed altiera

d'Atropòs fregio.

XXII. Attici ritmi e numeri divini,
orfëiche strofe, flevil canto alato,
tutto vanì con lui co i gran destini

franti dal Fato.

XXIII. Entro velo dïafano spirtale
porge l'orecchio a un'orrida cascata,
come il Niàgara orrìsona, spettrale,

insazïata.

XXIV. De l'Uom somiglia l'ecatombe immane,
in rovinose moli, in corso alterno,
– in passato in futuro – un sempre inane

lutto, ab aeterno!

XXV. Gorgo ululante a l'àttimo che fugge:
gùrgite ingordo di mirïadi vite:
Mälström di sangue orripìle che rugge,

d'Ombre spaurite.

XXVI. – Taci – O gran cuor –, che su la fèrrea incude
al grandinar feroce Quel martello,
ribalzavi più fiero e vie più rude

Vate rubello:

porgi l'orecchio al suono alto e confuso
che romba ne la selva al tuo Tirreno
da la Magion de i morti, usto, precluso

pètreo Staglieno....

XXVII. Odi din din sul bel' tappeto, l'oro
che i traditor', sitîr di nostra terra?
la man che palpa il ràbido tesoro

l'arraffò in guerra,

e lo spremea dal sangue del suo sangue
e da i figli e da i màrtiri immortali;
l'esperta itala vergine oggi langue

in baccanali.

XXVIII. Vìndice mano avventa orsù le sverze
d'Aletto, Tisifone e di Megera
– più del ritmo cocenti –, alza le verze

a gran bufera!

XXIX. Sarai più queto al rimorir: benigno
parràtti il Fato, – intrepido, virile,
più dolce il foco, soffice il macigno,

O apuan gentile,

mentre rondini e lodole pe' i campi
de la terra e de i ciel' frullano a gara,
lieti a i lor' nidi, mentre strìgei lampi

Morte prepara.

XXX. Sognerai falchi ed aquile apüane
su i cïani crinali e a valle e a mare,
al rombo spento de le strofe vane,

le rime rare:

rivedrai la selvosa isola Ëèa
ove la maga da i cresputi crini
Odìseo e Telemàco anche avvincea

con arti fini;

qui troppo ottusa è la Città de l'Ombra:
qui troppo è vulgo ne la Casa Tetra:
qui troppo è riso, e, vanitosa, ingombra,

fasto, la pietra.

XXXI. A l'aspèrrimo Gàbberi, al Matanna
che il pelasgico Sol rïarde e avvampa,
Ombraqueta riporta a la capanna

tua fioca lampa.

XXII. Ma prìa la mano che superbe scrisse
ribellïoni e sogni in trine d'oro,
rattizzi al Grande che il Dover prescrisse

Fede, Lavoro,

la flàmula ch'eterna Ei s'accendea
con la linfa del cuore e del pensiero,
linfa pura d'Italia, in cui credea

l'esule austero.

XXIII. E da l'arce sublime del Profeta
incitatrice scatti e ribellante
l'Ode alata de l'italo pöeta

vaticinante;

garrendo a i vènti altìsona solenne
su da i vichi a le piazze e non più a guerra,
con l'ali bianche su le ferree penne

che al cielo sferra,

scandendo fuor da questa pietra insculta,
oblivïosa, che il suo spirto grava,
la tragica epopea che serpe occulta

fra gente schiava:

XXXIV. Avanti avanti –, O popoli del Fato:
avanti avanti –, O màrtiri del Bene:
avanti avanti –, sul terren minato

da tante pene!

XXXV. Non pigri carmi omai, non strofe vane
de l'ozïoso su deserte glebe,
ma dolci, aratri e libri, e vanghe e pane

a onesta plebe. –

XXXVI. O mar sonante, O cieli effusi, O stelle,
O selve, O monti, O fiumi aurei sonori,
le pure offrite al Vïandante e belle

giunchiglie, e amori.

XXXVII. E voi superbe cui esaltò l'incanto,
Versilie genti onor del suo pensiere,
onorate l'Apuan dal mesto canto

ëòlio artiere;

e su càndidi marmi e cilestrini,
al Sol Toscano, specchi eterni al mare,
scolpite di Ceccardo le Odi fini

le alcàiche amare,

onde ne sperdan su l'avversa vìa
l'ultima infamia del reo Fato umano
– gli Odj immortali de la gente rìa –,

al suo Tristano.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License