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CONTRO POSIDIPPO
«Gemmati
pure il medio con perle di sette colori
meglio risplenderà
aderto al segno:
sotto
nel pugno chiuso stian l'altre dita flesse
fingendo l'attributo
priapesco.
Beffi
così facendo decenza ateniese e molesta;
adorni il
catapigio e riabiliti.
Vengono
presti al faro che splende da lungi ed invita
le vaghe navicelle
emasculate:
l'acqua
è propizia e calma in vero come nel porto Ennosto e
conviene
cercar buon ancoraggio alla frequenza.
Fanne
corona intanto, destinala al tuo capezzale
Diodoro, il bianco
gilio, alla viola
bruna
d'Hetaclyde intessi; poi la rosa incarnata e ridente
Dione
rubicondo al floro Areta:
Myiskon
le verdi olive ti porta tenaci ed acidule,
le spiche del serpillo
Udiadema.
Ecco
ghirlanda esimia, deliziati a lungo, o felice,
facili puerizie
Eros commenda.
Che?
tu sudi ed arrossi? ti tremano sotto i ginocchi?
Flacido e stanco
all'amor ti ricusi?
Dione
Areta e Myiskon e l'altri professi mignoni
non san risuscitare il
tuo vigore?
Vano
scintilla il medio d'anelli preziosi al richiamo
il tuo maschio
vigore manca e perisce».
Che cosa mai abbia fatto Posidippo a Satyro non saprei: egli è vecchierello da bene, di modi cortesi, arzillo, asciutto e coll'occhi limpidi ancora ed arditi. È ricco. Sarebbe un ottimo amico per noi se non fosse tirato dall'altra parte da quei monellucci della montagna de' quali si invaghisce sfarfallando ed educandosene in casa, or l'uno or l'altro, ora una schiera. Apprezza anche le professionali prestanze dei cinedi. Fatto è che è tenuto in conto di buon pagatore e non lo trascurano.
Non credo che Satyro badi a quelle poma coriacee ed acerbe, ma come va che per tutto fa cantare e declamare il suo epigramma ed anche sotto la porta di lui? Non gli è certo rivale.
Vedi come un villan rifatto non per difendere l'ordine di natura, ma per isfogare un suo talentaccio nativo cresciutogli tra un solco e l'altro dell'aratro, si fa poeta. Le aggiunge verso a versi, in breve ne farà un volume come la Corona ed avrà i suoi discepoli che per mal gusto imiteranno la sua rozzezza.
Non ti meravigliare se oggi ti scrivo da grammatico. Glycera sta prendendo lezioni ed io con lei da Philonides, amatore d'antichità, di belle lettere e di facili ragazze. E tra un giuoco e l'altro, parlando d'obelischi, di tombe ipogee, delle virtù delle gemme e de' cattivi poeti ci addottrina.
Ciò non impedisce ch'io continui a tener a bada l'Armeno, più biondo che mai, più sospiroso; in compenso ora sa pronunciare un po' meglio il «rhô» ed il «theta» da rendersi quasi intelligibile.
E tu Liskion, mio buon vecchio amico, come te la passi? Sospiri ancora la tua Mnasika che non ti ha scordato, che ti ha dovuto lasciare per ragioni commerciali? Ridi a queste parole. La tua bottega, dici, si trasporta facilmente di qua e di là colla sua merce dentro e dove vuoi: fa con questa una sola casa. Forse sospiri e pensi che se l'avaro di tuo zio non avesse per te legato la borsa con sette lunghi crini di cammello assicurandone il nodo con un suggello di piombo, a quest'ora noi ci godremmo insieme quanto ci avanza di giovanezza nel tumulto cortese dei baci e della grammatica. Di', poveretto mio, non sarebbe un ottimo passatempo? Mnasika, quando pure fosse idoleggiata dall'Armeno, direbbe di sì.