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I. Che cosa debbasi intendere per Filosofia positiva.
Male si apporrebbe colui che, enunciando il nome della Filosofia positiva, credesse di risvegliare senz’altro, nell’animo degli uditori, la precisa nozione di essa. Finora, il saperne qualche cosa è una rarità, – anche nel genere di coloro (e sono molti, la Dio mercè, a’ dì nostri) che volontieri ne parlano (1).
Se, nel dibattimento – orale e scritto – che ferve clamoroso innanzi alla moderna civiltà, noi venissimo a scriverci sotto alcuna delle bandiere già all’aura spiegate; se ci presentassimo radicali o conservatori, metafisici d’una scuola o d’un’altra, cattolici o riformati (2), studiosi di questa o quella scienza particolare, – non avremmo che l’agevole briga di esprimere a qual punto di vista, per quali servigi, e in quale speranza concorre l’opera nostra: – e saremmo intesi a prima giunta, e classificati. Ma troppo diverge dal comune uso il punto di vista che ci preoccupa, e il servigio che intendiamo recare, e la speranza vivissima da noi concetta.
La Filosofia positiva giace tuttora sepolta in una oscurità che vieta a lei di entrare – com’entrano a lor posta quasi tutti i sistemi – là ove domina strepito e lustro. A dispetto peró di questa invida oscurità, molte nozioni della Filosofia positiva andarono già insinuandosi nelle menti che sanno riflettere, nel pensiero che circola, nel linguaggio che scambiasi. Di tali nozioni è sentito il valore, benchè ignorata onninamente l’origine: così della filosofia nostra si toccano i frammenti, e non si arriva a discernere l’insieme.
V’è chi la giudica una stravaganza matematica, un pazzo tentativo di rifondere nella esattissima scienza calcolatrice (3), altre scienze di natura ben diversa, come l’estetica, l’aretologia e la filosofia della storia.
Non di rado scambiasi la Filosofia positiva con dottrine di Epicuro, di Holbach, o di qualche loro adepto, inclinevole – per necessità del materialismo (4) – a favorire la prevalenza del senso. Dottrine che, non senza ragione, si accusano e si condannano, – giacchè, portate alle estreme loro conseguenze, minaccerebbero – ed assai gravemente – l’ordine sociale.
I più ragguagliano la Filosofia positiva ad un semplice lavoro di scuola, o di gabinetto, senza volgere uno sguardo al suo raggio d’azione. E sì che immenso è questo raggio d’azione: – penetra esso in tutte le scienze, e in ciascuna delle relazioni loro, – in tutte le societá, e in ciascuno, dei loro svolgimenti. Nulla, di quanto si agita nel mondo, eccede le interpretazioni della Filosofia positiva: nulla vi si agiterà in assenza di lei.
Essa non predilige, no, il senso individuale; anzi gli ricorda severamente un ordine eccelso a cui deve obbedire, e gli addita – in questa obbedienza – il più sincero, il massimo de’ suoi beni.
Lungi dal portare le matematiche entrò i dominii della storia, della moralità e dell’arte, essa riconosce e dimostra non potersi effettivamente separare i due termini attributo e sostanza, – considera come priva d’impiego (toltine i rapporti col passato) la voce materialismo, e, riformando il senso di questa voce, la adopera a nominare e stigmatizzare il mal uso di introdurre, nelle scienze elevate, metodi propri ed esclusivi delle scienze inferiori: lo che mira appunto a rattenere i matematici entro i confini del loro mondo, a distoglierli per sempre da escursioni illegittime. – Del resto, è vero che noi facciamo delle matematiche una base di educazione e di filosofia, base non pure utile, ma indispensabile per ascendere di grado in grado sino alla vetta. Concederemo che una volta si potea far senza di questo preliminare, e che si doveva anzi evitarlo come pietra d’inciampo. Le menti elette, per costruire idee generalizzatrici, non aveano altro materiale che delle ipotesi vaghe e provisorie. Ma cessa ora e per sempre la necessitá di simili divagamenti: – si apersero larghe vie tra le scienze di ordine inferiore e quelle di ordine superiore: – e guai per conseguenza, a chi tralascia di esercitarsi negli oggetti più semplici: – mancherebbe di forze e di soccorrimenti a speculare sopra oggetti complessi. Per sollevarsi a difficili idee, e coglierne il carattere positivo, si richiede lungo tirocinio che abiliti gradatamente alle concezioni reali.
Certo, la matematica è un rudimento e nulla più; – ma io non so vedere nè imaginare nozioni rudimentali, che possano, con lieve danno, obliarsi in una educazione filosofica. Ho dimostrato in altra occasione – volgarizzando i principii d’A. Compte – che, senza matematiche, nè l’astronomia nè la stessa fisica non avrebbe avuto lena a progredire, – che senza fisica, non sarebbesi mai destata la chimica dal suo lungo torpore, – che, senza chimica, la nutrizione – base d’ogni vitalitá – riescirebbe affatto incomprensibile, – e che, senza cognizioni biologiche, la storia (svolgimento civile o sociale) vedrebbesi affatto priva di norme regolatrici. Questa concatenazione, facile a ravvisarsi in oggi (eppure tanto malagevole in passato, che niuno, prima di Compte, l’aveva scoperta) gode, per noi positivisti, l’autorità di cosa giudicata, o, dirò meglio, di idea prima, di canone fondamentale. E non ostante, io credo che tuttora a molti, anco a persone di studioso ingegno, apparirà novissima. Il perchè io non lascerò un argomento sì nobile e gradito, senza averne fatto spiccare la realtà e l’importanza.
Ogni volta che l’occhio di nostra mente, osserva – in modo speculativo – una aggregazione di oggetti quali che siensi, vi incontra subito naturali divisioni e classificazioni. È poi manifesto che gli esseri vivi si dispaiano dal mondo inorganico, mercè del quale hanno esistenza, ed in rapporto al quale vengono a trovarsi come la specie al genere. Quella che ha facoltà di organizzarsi non è che una parte esigua della universa materia; e, prima di svegliarsi, di animarsi, di obbedire a leggi della vita, soggiace ad altre leggi, proprie del genere, – gravità, calore, affinità chimica, elettricità. Ripeto (come esige l’importanza del fatto, il quale determina ciò che appellasi da me partizione o grado) essere scarso il novero degli elementi organizzabili (5): ossigene, idrogene, azoto, carbonio, rappresentano soli, per così dire, il ministerio della vita: – ferro, sodio, cloro, fosforo, e alcuni altri corpi vi si aggregano a mo’ di sussidio: – il resto degli esseri dorme un eterno sonno (6). Distinguesi per ciò, anche in relazione alla materia, la vita, già distinta in relazione agli attributi (7).
È pure manifesto che la virtù vegetativa (cioè l’intero essere nelle piante, e la base dell’essere negli animali) esplicandosi in un avvicendamento perpetuo di composizioni e scomposizioni, richiede il preesistere delle affinità molecolari: – versano dunque tali affinità in condizione più bassa che non le proprietà organiche. Trovasi l’orma di un grado ulteriore o d’una ulteriore divisione, osservando che, se gli attributi chimici, a differenza degli organici, hanno luogo inalterabilmente presso ogni materia, non emergono però mai da un corpo solo: è bisogno, pel loro attuarsi, della contemporanea presenza di almeno due esseri, cioè d’una coppia o contatto binario (8). Onde il criterio che distingue, in ordine alla materia, la chimica, – già distinta in ordine agli attributi (9).
Sottoposte alle forze o proprietà molecolari, vedonsi le proprietà fisiche inerenti alla materia considerata in massa, anzichè nelle sue relazioni tra corpo e corpo. Gli attributi fisici – elasticità, luce, peso, calore, elettricità – subiscono leggi più generali, non essendo richiesto, pel loro svolgersi, un accoppiamento o contatto binario. Togliete uno od altro gas, o metallo, o metalloide (ossigeno, platino, zolfo, ecc.) alle sue relazioni chimiche, – non per questo verranno meno le sue proprietà fisiche, – terza divisione o gradazione. – Infima e generalissima delle attinenze è la quantità ne’ rapporti suoi di numero, di estensione e di tempo, – i quali danno l’essere alla aritmetica, alla geometria, alla meccanica, – le tre forme della scienza embrionale o matematica.
Epilogando ora, conchiudasi: nasce al primo stadio la matematica dal numero, dallo spazio e dal tempo, costituiti sì dentro e sì fuori di noi. Appare nel secondo stadio la categoria delle proprietà fisiche, essenziali ad ogni materia considerata in massa, o (locuzione più giovane e migliore) considerata nelle singole sue parti elementari. Al di sopra, il teatro si particolareggia in forza della binarietà, ossia delle corrispondenze molecolari o chimiche. Più sopra ancora, il teatro si particolareggia di nuovo: un drappello di numerati e privilegiati elementi vestesi d’armi poderose ed inclite, e pugna e trionfa e conquista la vita. Non è dunque senza utilità questo mio lavoro, che determina accuratamente la ubicazione propria d’ogni attributo e d’ogni interno ed esterno rapporto degli esseri; e mostra così ripetersi, nella armonia dell’universo, quella differenza medesima, tra apparecchio e funzione, la quale esiste non dubitata nell’armonia de’ singoli individui. Ogni fatto e dell’una e dell’altra va rischiarandosi a misura che procediamo nel conoscere le relazioni di corrispondenza e di analogia fra la struttura materiale del mondo e la sua forza dinamica, – relazioni patenti nella storia del genere umano.
E di fatto: come si giunse, dai padri nostri, a conquidere l’ignoranza nativa? Come appresero essi, e come insegnarono a leggere in questo gran libro delle esistenze, che nomasi cielo e terra? Nelle matematiche e nella astronomia, fatto un primo passo, urtarono contro difficoltà insuperabili. Volti alla fisica, ivi pure tutto l’esito si ridusse a un picciol numero di teoremi – vaghi, superficiali e sgranati. L’uso della terapeutica li trasse a studii biologici, nei quali, per verità, insistettero con forte amore: – idearono e compirono opere di vaglia; – ma anch’esse limitate sempre alla sfera dei prolegomeni: era chiuso l’adito, non che alla vista, alla imaginazione di più degno oggetto. L’esercizio di parecchie arti industriali – tintoria, farmaceutica, metallurgica – divenne eccitamento all’empirismo chimico ed ai fantastici sogni dell’alchimia, – valida a predisporre, inetta a costituire una scienza. In fine, si tentarono studi sociali, – di che porse Aristotile un chiaro, ma unico e troppo imitato esempio. Vediamo ogni filosofia cristiana, durante l’età di mezzo, ricorrere alle dottrine aristoteliche, forse con più fede (e la fede è cieca per sua natura), che alle stesse dottrine evangeliche.
Il brevissimo quadro suesposto ci rappresenta quell’insieme di aspirazioni che potrebbesi chiamare l’antica forma, o la primizia della positività; – antica forma o primizia che ha (s’intende) una mera esistenza retrospettica, – visibile da oggi in poi, ma totalmente invisibile pegli avi nostri.
Nemmeno Aristotile (che tutto seppe) non avrebbe dato soddisfacente evasione alla domanda: – per quali ragioni e per quali termini frapposti e inevitabili si concateni lo studio matematico alle discipline sociali. – Questa insufficienza è la causa reale (causa non avvertita mai, finora, dagli storici), onde le diverse filosofie, che invasero e frastagliarono il regno del pensiero. Là dove è mal certa la scienza, abbondano i sistemi. Da questa origine bassa e tenebrosa che hanno avuto i sistemi, è facile argomentare l’insufficienza del moribondo eccletismo, il quale, nescio di quanto ci maneggia, pretende costruire, a furia d’abbozzi, un sistema regolare e solido. –
In conseguenza di prove sì diuturne e varie, gl’ingegni assottigliaronsi, le condizioni sociali progredirono, le matematiche sorsero vigorose. Era quanto aspettava il Genio della scienza: possessore di un simile talismano, il nuovo Ermete, penetra nella astronomia dinamica, e la rifonde ne’ sublimi calcoli della gravità; – apre il gabinetto fisico della Natura, a cui reca in dono portentose machine per la soluzione d’antichi e recenti problemi; – e di là trae fondamentali principii di chimica, di biologia, di teorica sociale; – imperocchè se gli scoprono al guardo i due generi di vita (l’individuale cioè, e la collettiva o della storia) come derivazioni di una sola e medesima fonte. Hanno quindi spiegazione amplissima, da una parte le coincidenze di svolgimento nella virtù subiettiva e di analogo progresso nel mondo obiettivo, dall’altra le non infrequenti anomalie che, ad esse coincidenze, portano alterazione.
Finchè la ragione dell’uomo è tutta e sempre occupata nel soddisfare a’ bisogni della conservazione, e ad affetti ugualmente irresistibili e volgari, sarebbe vano il chiederle qualche cosa di meglio che semplici abozzi d’una industria primitiva, e d’una religiosità embrionale. In seguito, la ricrescente supellettile dei lavori preparatorii le dà agio e lena per dedicarsi a generose indagini; ed ha allora cominciamento l’età degli schizzi d’una fragile scienza, e d’una limitata speculazione; – scienza tanto fragile, speculazione tanto limitata, che la vista di una qualche proprietà del circolo o del triangolo, sveglia nell’animo sussulti di gioia, – pari a quello di Newton medesimo, nell’istante più solenne della sua vita, – allorchè ravvisava una perfetta identità di legge, d’azione e di rapporti, fra il cadere di un peso e l’orbita segnata alle evoluzioni lunari.
L’edificio delle astrazioni, che per tal modo sorgeva, attrasse perennemente laboriosi operai, non senza incutere un certo rispetto ai governi ed alle moltitudini: acquistò indi consistenza e dimensioni vaste, e proporzioni meglio dicevoli: ebbe gloria da splendidi ingegni; suscitò entusiasmo per la sua bellezza; e ingigantendo più e più – colla rapidità di una valanga, – cessò di appartenere al genere delle cose di mero lusso o di mera curiosità, per assumere natura e forma di una reale potenza, – quasi direi di un astro nascente, che avviva, agita, accende, oltre la sfera imposta alla diretta azione della sua luce. Promosse, o crebbe, a norma dei tempi e dei luoghi, nell’industria, discipline teoriche; nell’arte, buon gusto; nella morale, dignità ed equità suprema.
In questa visione delle gerarchiche ed immanenti proprietà dell’essere, in questa evoluzione parallela del pensiero che move dal fatto all’astrazione, e che da generali idee torna a concetti particolari, v’è un punto essenzialissimo, al quale s’annoda la filosofia, e pel quale rinovellasi da capo a fondo la speculazione. È il punto ove concorrono e si accentrano i raggi dello scibile umano, – che rinunziano all’antico loro isolamento, per acquistare solidarietà e connessione.
Un genio (ed era cosa da lui) tracciò gli andamenti generali dello scibile, che, nelle anteriori età, parea svolgersi a capriccio d’influenze casuali, appiccicarsi alla storia e chiudersi affatto in particolari teoriche. Le scienze, nella originaria loro condizione di studi individuali, rimanevano sciolte e divise ciascuna dalle altre, senza conoscersi parenti, senza accennare ad unità, senza tentare mai d’incorporarsi a vicenda. La metafisica, portata a generalizzare, cercò in mille guise di adempiere a questo suo cómpito; ma era tempo gettato: – non avendo essa attitudine a sviscerare le cose, dovea perdersi nella creazione di linee esterne e superficiali. – Una migliore intelligenza del vero potè rompere quelle tramezze che scompartivano la scienza in cellulette, e al pensiero, finalmente vittorioso, dischiavare le porte, e disgombrare le vie. Ora dunque si attivarono comunicazioni per ogni verso e facili e patenti. Ora, dall’infima regione, possiamo grado grado ascendere alla suprema, e da questa retrocedere a quella. – Fare d’ogni scienza individuale un ramo della scienza generale, è una grande rivoluzione speculativa: – mediante essa, ogni nozione concreta, senza perdere il suo congenito potere della realtà, acquista anche il potere della generalità.
Raccogliere tutte le scienze in una scienza unica, tale che, nel suo complesso, rappresenti il sistema del mondo e il sistema del pensiero – legati necessariamente fra loro – è già assai; ma non è tutto, nè il più: – resta che si guardino e si valutino le conseguenze derivabili da quella tramutazione. – Se la Filosofia positiva godesse, tra gli spiriti colti, una maggiore famigliarità, io mi dispenserei dal mettere in rilievo ció che è dessa riguardo alla storia; saprebbesi già come la storia ne costituisca una parte essenziale, tanto che, senza la storia non potrebbe nemmeno discorrersi di Filosofia positiva. Ma vige sì poco l’abitudine di annettere la storia alle scienze particolari, e di interessarsi del posto a lei serbato nella scienza generale, che lo spendervi qualche parola non tornerà superfluo.
A determinare quello svolgimento di fatti, che ha nome storia, concorrono gli attributi cerebrali dell’uomo e la maniera d’essere del mondo esterno. Quanto si passa nella evoluzione dell’individuo è radice di quanto si passa nella evoluzione dell’ente collettivo. Descrivere come e perchè l’evoluzione dell’uomo si trasmuti in evoluzione dell’umanità, – quale porzione d’individuale esistenza diventi inutile e sperdasi, – e come certe funzioni, da private e personali che erano, si facciano pubbliche e impersonali, – ecco la vera missione della Storia. Tolto, per ciò, ogni adito al caso ed alla provvidenza, non restano più se non quei fatti, che la scienza denomina leggi, – fatti primordiali, condizioni estreme, oltre di cui a retro va chi più di gir s’affanna (10). Dal paragone che io misi innanzi tra la vita propria degli individui e la vita sociale, appare dimostrato che la biografia precorre la storia, e che vuolsi, a comprendere questa, una sicura e diffusa intelligenza di quella. Giova in oltre esso paragone a sottrarre la Filosofia positiva da un certo rimprovero: chi mal conosce il valore della espressione leggi, potrebbe essere tentato a negare lo svolgimento necessario delle forze vitali, o a mettere in dubbio l’azione libera degli individui. No, libertà e necessità (nel senso di legge) non sono termini tra loro contraditorii (11). A quel modo che l’individuo non perde un atomo di sua libertà, quantunque necessitato a subire le fasi dell’età infantile, puerile, adolescente, adulta, vecchia e decrepita, – allo stesso modo l’ente collettivo non perde un atomo di sua libertà, quantunque necessitato a subire le fasi diverse che rappresentano l’orditura della storia. Ne volete ampia dimostrazione? Fatevi a guardare gli sforzi di un uomo che sia retrogrado, e strapotente: – egli, perseguitando ne’ modi più arbitrarii la società, arriva spesso a molestarla ad affliggerla, non però mai nè a deviarla, nè ad arrestarne il corso. Finalmente serve il detto paragone a ritrarre nella genuina sua realtà l’ottimismo della teorica evolutiva: = il quale si limita al passaggio da una ad altra età, e non sopprime in verun caso le malattie, le perturbazioni le catastrofi, insomma quelle eventualitá perigliose o dannose, che, inseparabili dal funzionare d’ogni legge, si alternano più frequenti e gravi nelle cose meglio complicate ed elevate. E, tra i fatti che noi conosciamo, va distinto per elevatezza e complicazione di gran lunga maggiori, l’essere collettivo della umanità (12).
Appare dal fin qui detto, che la filosofia positiva non avrebbe nemmeno avuto cominciamento, se la storia non fosse naturale evoluzione, e se le norme di socialità, non trovassero posto infra le scienze. Contiene essa filosofia le ragioni dell’io e del non io mondiale ne’ rapporti loro vicendevoli. Essa taglia, e rifiuta – quasi monconi senza valore – le due estremità della Metafisica, voglio dire le cause prime e le cause ultime. Che tali cause eccedano il raggio visuale d’ogni intelligenza umana, l’evento per sé stesso lo afferma e lo dichiara: – dopo tanto secolo di osservazioni, e meditazioni, e quistioni – agitate fra le più grandi celebritá del pensiero, – non si ottenne mai nulla che valesse a rischiarare o semplificare la controversia, – il fondo medesimo della quale è tuttora contestato, come nel primo dì: – forse approda il lavoro, benchè eterno, di Sisifo (13)? – Ciò che l’evento afferma, la teoria conferma, dichiarando essa che nè il metodo subiettivo nè l’obiettivo – uniche vie della mente – non ci hanno a che fare in guisa alcuna: – questo, perchè gli manca ogni sperienza (14) di cause prime e di cause finali; – quello per la inettitudine degli argomenti a priori, ove trattasi di formulare nozioni o di porgere spiegazioni, della realtà, più o meno tollerabili. Il metodo obiettivo, comunque ne vengano ordinati e combinati i risultamenti, ci innalza alla scoperta di leggi, ma non piú oltre: – per condurci alle cause prime ed alle cause finali, bisognerebbe che avesse azione, podestà sulle medesime: ora, (il nome stesso ce ne fa accorti) nè a’ principii, nè a’ termini delle cose, non estendesi umana sperienza. E – circa al metodo subiettivo, – qualunque fantasia, nell’idearsi o nell’accogliere un tipo di guberniale provvidenza del mondo, può foggiarselo, è vero – e condizionarlo o rifonderlo a suo talento; – ma, in così fatta guisa, una delle due: o si adorna l’uomo di virtù ripugnanti alla natura umana, e si oblia per ciò quel rigoroso avvicendarsi di cause necessarie, e di conseguenze necessarie che fanno il mondo qual’è; – ovveramente, col sottrarre poco a poco alla Divinità ogni attributo personale, si viene, dopo errori molteplici e diversi, a riconoscere questa avversata immanenza di leggi, onde le cose nascono, reggonsi e muoiono, – cioè si trasformano.
Così, come nei possessi della Metafisica, la scienza generale fu devastatrice nei dominii della Teologia: – questa vi perdette ogni materia su cui travagliarsi, – eccettuate appunto le sue cause prime e le sue cause ultime. – Religione e Teologia non sono cose identiche fra loro: quella potrebbe dirsi il genere, questa la varietà, – asserzione di grave momento, sicchè noi ci fermeremo a discuterla. Qui (frase geologica) si ha dinanzi un terreno più antico, e di ben altra indole che non retro – in Metafisica. – La religione è – quanto all’origine – oscura per lontananza, – avendo radice nella parte morale, e non altrimenti nella parte razionale dell’essere umano. Questi lunghi annali suoi, presentandola sotto moltissime e svariatissime forme, ci danno mezzo a conoscerne la vera essenza. – Nessuna religione appare falsa agli occhi della storia: bensì tutte sono a dirsi incomplete, – e si avanzano col tempo e si perfezionano. Questa imperfezione relativa emerse chiara, fino all’evidenza, quando i Cristiani presero a maledire gli Dei Gentili, ed a chiamarli figli di Satana. Che? Demonii quegli Dei – Romani, Greci, Indi, Scandinavi, Assiri, Egiziani, – che avevano presieduto allo svolgersi di grandi e belle società? – In essi non dobbiamo ravvisare che brillanti metamorfosi di un culto più remoto e più grossolano: – la necessità (o ragione) di loro esistenza fondavasi nella mente e nel cuore di Nazioni poste fra l’evo antico e il medio (o Cristiano). Vuolsi definire la Religione guardando all’ufficio suo, – pel quale essa, in ciascuna delle sue fasi, mette all’unissono l’educazione, o la virtù morale, colle idee che si hanno del mondo. Questo concetto lo si riscontra applicabile ad ogni condizione religiosa che fu, che è, che sarà, – e per esso vediamo la Teologia non appartenere alla Religione come attributo essenziale. Certo, non era Teologo il Feticismo – antichissima delle Religioni, – che prodigava il suo culto a fenomeni od a potenze immediate – all’aria, alla notte, all’aurora, ad alberi, a fonti, ecc. La Teologia sorse contemporanea al Politeismo. E, quanto all’avvenire, non tarderà ad essere unica Religione la Scienza. Essa ha del mondo ben altra idea che non quella impostaci da Religioni cadute o cadenti. Erede necessaria del sovranaturalismo, accorderà per sempre, con la nuova idea, l’educazione e la vita morale.
Hanno dunque parte nel costituire la filosofia positiva tre elementi che s’intrecciano a formare un tutto originale e indivisibile; e sono: la storia, la scienza generale, e il concetto del mondo. La storia non governasi da agenti sovranaturali, nè da volontà individuali: ha leggi proprie che ne dirigono ogni atto, ogni evoluzione, – come la Biologia, – e, per uguale motivo, assume carattere di studio filosofico, – e dignitosa incede alla sua meta. – La scienza generale emerge dal complesso e dalla gerarchia delle scienze particolari, che tutte in lei si annodano; – Cosmologia le spiega il mondo inorganico; – Biologia l’ordine della vita; – Storia le Religioni e la Metafisica, – delle quali indaga l’origine e segue gli andamenti: – a questo punto la scienza generale si eleva anch’essa alla condizione di studio fisiologico. – L’Idea delle forze animatrici del mondo accompagna e riflette e concita i progressi della storia e della scienza generale: – trova leggi dappertutto, e non altro che leggi: impara a conoscerle per subordinarvisi, e per modificare la condotta umana, giusta il progredire delle medesime. La potenza di questa Idea regge e governa i destini sociali.
Esposi, com’era debito, al signor Littrè, il mio divisamento, non senza accennargli, per altro, che io dissento in certe questioni da lui, e che, se mi dava licenza di pubblicare la traduzione, vi avrei, col suo beneplacito, aggiunto qualche nota in forma di critica. Or vedasi in che modo egli rispose (Lettera 22 marzo 1869) alla duplice istanza.
«Amico del libero esame, io volontieri incontro le censure d’altrui – le vostre, o signore, aggradirò quale materia di riflessione e di studio.... Traducete quindi le mie parole, giacchè di tanto vi sembrano degne: – rifondetele nel sacro idioma di codesta Italia, miniera d’opere insigni, – fra le quali usa ricorrere sì spesso il mio pensiero, ad istruirsi, e a deliziarsi.» Modestia, cortesia, e dignitá, rivelatrici di un’anima illustre.
Oh! se v’hanno francesi detrattori d’Italia, ce ne compensa ad usura la categoria sublime degli Hugo, dei Favre, e dei Littrè.
Vivere, a chi ben guarda, non è altro che moversi. Ogni movimento o azione esprime la vittoria di una data potenza contro una data resistenza. E dunque tanto si vive quanto si combatte.
Ogni forza militante, in questa guerra universa e perenne, costituisce un bene o un male, – non essendovi luogo a fatti inconcludenti o indifferenti nell’ordine delle realtá: – la voce indifferenza accenna ad alcun che di assoluto, mentre le sole cose relative hanno possibilità di esistere (vedasi altra mia nota, 2. a pag. 11 [Nota 3 di questo testo elettronico. Nota per l’edizione elettronica Manuzio]).
Il bene poi si dentifica nello svolgimento progressivo delle virtù nostre manuali, cordiali e intellettuali, – cioè si dentifica nella destinazione imposta all’uomo dagli attributi e dai rapporti fisiologici della sua natura. Viceversa è male ogni condizione patologica, ovvero ogni contrasto alle rette (o non viziate) aspirazioni del nostro essere.
Ne’ vari casi, la battaglia si agita o fra due mali (peggiore uno dell’altro), o fra un male e un bene, o fra due beni (migliore uno dell’altro). Le battaglie della prima categoria succedono più frequenti ov’è meno prospera la salute (fisica, intellettuale e morale) degli individui, e meno avanzata la civiltá dei popoli. E si passa dalla prima alla seconda, e dalla seconda alla terza categoria di battaglie, col successivo migliorarsi degli attributi e dei rapporti individuali e sociali. Ricordiamolo, giacchè se ne presenta l’occasione: – va distinto per saviezza, non quegli che abborre da ogni male, e provoca o difende ogni bene; ma quegli che aspira operoso al minore dei mali od al maggiore dei beni relativamente possibili, – quegli che aderisce, cioè, alle singole fasi della natura umana, sempre varia nello spazio e progressiva nel tempo. –
Diciotto secoli e mezzo or sono, Gesú Cristo meritava e conseguiva il titolo di redentore sacrificandosi per un Dio novello, antidoto (solo antidoto possibile in quei tempi) alle crudeltà di Jehova, ed alle turpi nequizie dell’Olimpo greco e romano: – oggi merita (e domani conseguirá forse) quel titolo istesso il Razionalismo, che, a furia di luce, squaglia e disperde l’involucro sopranaturale dell’Idea Cristiana.
Si potrebbe citare altri esempi di simil fatta numerosissimi, e raccolti non pure dalle sacre pagine (di Cristiani, di Ebrei, di Greci, di Romani, di Scandinavi, ecc.), ma anche dai fasti della vita così detta profana. È sempre lo stesso lievito, sempre l’umana perfettibilità, che suscita – in religione le chiese eterodosse, e – in politica – rivolgimenti civili. –
Toltone il caso di straordinarie e momentanee perturbazioni, i delitti che ogni Stato raccomanda alla giustizia punitiva (del suo governo, o della coscienza publica) vanno a raccogliersi in tre specie diverse, – giacchè delitto significa un’azione volontaria, opposta al fine supremo della vita, – e, come notai, questo fine risolvesi nel progresso della umanitá, – e sono tre appunto le maniere di atti volontari, nemici al progresso: – quelli che mirano a distruggerlo, – quelli che a traviarlo, – e quelli che ad imprimergli rapidità oltre misura (oltre i confini del possibile).
Mira a distruggere il progresso: a) chi rimpiange il passato, e lo chiama a sorgere un’altra volta, e gli offre quindi, a titolo di alimento, le nuove istituzioni, e le nuove aspirazioni sociali; – b) chi ripone la vita nella immobilità, e si ingegna di allontanare il domani, pegli interessi dell’oggi; – c) chi, per male inteso amore di sè, rifiutasi di giovare all’umanitá, alla patria, alla famiglia, a singole persone; – d) chi nell’ozio perde il suo tempo e le sue facoltá; – e) chi macera, istupidisce, inebria, o uccide sè stesso, anzi che abilitarsi a rendere alla societá (come dovrebbe) i maggiori e migliori servigi possibili; – f) chi, per malevolenza, o per amore del quieto vivere, contende ad altrui le gioie della abnegazione fraterna, o i trasporti generosi dell’eroismo.
Cospirano a traviare il progresso: omicidi, falsari, calunniatori, ecc., – delinquenti che, a nostra vergogna, possono tuttora dirsi comuni.
Tendono a concitare il progresso, oltre misura, quelle anime candide, semplici, ignare della storia e della biologia, le quali, scambiando ogni idealità in una realtà, vorrebbero senza indugio organizzare questa loro illusione: – pertinaci nel male, giacchè lo operano coll’entusiasmo del bene; irritabili spesso e intolleranti, perchè ligie al rigore di un assoluto principio, che nel suo delirio comanda assolute applicazioni. La gioventú le segue innamorata: e ne ingrossano poi, e ne disonestano le file, uomini senza ritegno, avidi e bisognosi di pescare nel torbido. Quindi la società, offesa o temente, grida all’armi, e rizza patiboli, e affoga deliri e deliranti nel sangue. – È giustizia? no, è la minore delle ingiustizie, nel sinistro evento, applicabili.
Non si metta a fascio però, coi visionari, il genio precursore delle grandi idee: – genio destinato alle glorie del trionfo, o a sorte piú nobile ancora, – a quella, cioè, del martirio.
Quando è ricolma la tazza del dolore; – quando il popolo, che cessò di piangere, s’adira e freme; – quando gli interessi costituiti non hanno piú nè ingegno nè forza bastevole a puntellarsi, e l’ora quindi s’appressa di una crisi o rivoluzione civile, – appare talvolta un essere privilegiato, che in sè accoglie tutta intera, quanto è vasta e varia, la virtù di due secoli, – di quello, in cui vive, per dominarlo, – e di quello, che indi verrá, per additarne le preventive esigenze, e tradurle in forma di legge, alla moltitudine ossequiosa, plaudente, e ristorata. Quell’essere, genio precursore, nasceva destinato alle glorie di Mosè, di Confucio, di Maometto, o di Giuseppe II.
Ogni mente si forma un ideale di celesti o di terrestri virtù: e benchè, ogni mente nol sappia, quell’ideale dovrá in parte realizzarsi quando che sia; imperocchè dote essenziale dell’uomo è la perfettibilità, e quindi la previdenza. Ma, se dobbiamo riconoscere infuso nell’animo di chi che sia lo spirito profetico, dobbiamo altresí riconoscere diverse gradazioni di un tale spirito ne’ diversi individui, lungo una scala che non ha termine assegnabile. Ne deriva che a pochissimi è dato figgere con sicurezza lo sguardo in cose future e lontane, e distinguerne l’importanza, l’ordine, le relazioni. E allorchè uno di questi genii eccezionali vi scorge per entro idee non ancora attuabili nell’età presente, ma utili a rivelarsi per la educazione dei posteri, e sfida – assumendone l’apostolato – invettive, pregiudizii, livori, e morte e infamia; – allora egli diventa Cristo, o Budda, o Zuwinglio, o Pombal, – sublimi anacronismi, – ostie d’amore, che poco a poco il tempo risuscita, e muterá in fulgide stelle.
Ma questa risurrezione loro, e questa metamorfosi, è dovuta al concorso di nuovi studi surrugatorii e derogatorii delle idee che essi geni rivelarono e suggellarono col sangue: – non si confonda mai la prescienza del genio colla onniscienza, – parola di senso inattuabile, giacchè escluderebbe ulteriori progressi, e conseguentemente la vita ulteriore, l’esistenza ulteriore della umanità.
Non vi ha dunque sistema che, in date circostanze, non meriti appoggio, e, in date altre, opposizione. E il Positivismo, che, nei riguardi speculativi, abbraccia tutto lo scibile, nei riguardi pratici, move associato all’azione od alla reazione, con saggia incostanza, per evitare il maggior male, o per conseguire il maggior bene possibile.
Forse è dunque atta a organizzarsi ogni materia. Tuttavia rimane ferma la conseguenza proposta dal signor Littré. Non si organizza la materia se non dopo di avere acquistato forma di ossigene, di cloro, di azoto, ecc., e queste forme non vennero acquistate finora, nel mondo, che da una parte minima della materia.
Libertà, in genere, è l’assenza di gravi ostacoli: – e quindi libertà umana è la possibilitá di vivere umanamente, ossia di elevarsi al grado massimo di perfezione (ricordo la nota a pag. 4-6) [Nota 2 di questo testo elettronico. Nota per l’edizione elettronica Manuzio]. Ammetto col signor Littré, che perfezione degli individui e perfezione sociale vanno riguardate come due sembianze della cosa identica. L’astro della umanitá imprime tutto sè stesso in ogni persona, come l’astro del sole, o d’altra stella, ne’ singoli raggi della propria luce. E, quasi in ricompensa, ogni individuo che si fa più nobile o ricco – di beni reali, – nobilita in pari tempo ed arricchisce il civile consorzio: – educandoci nelle forze manuali, acquistiamo vigore (fomite alla generositá); – svolgendo le nostre forze cordiali, ci disponiamo al beneficio nelle sacre ispirazioni d’amore; – avvalorando le forze intellettuali, ci rendiamo discepoli ad un tempo e maestri di sapienza.
Vedasi pertanto quali siano i requisiti essenziali dell’umana libertà, di questa insigne potenza che ci disserra il tempio della perfezione.
Il primo di tali requisiti consiste, evidentemente, nella integrità delle forze umane. L’autore – sano o guasto, completo o monco – nelle opere sue riproduce sè stesso. – Taluno ha creduto invidiabile, sotto questo riguardo, il destino degli esseri inferiori all’uomo, – i quali, non possedendo molte forze, non soggiaciono a molti pericoli nella salute. Sì, certo, il crescere delle forze aumenta – in ragione aritmetica – il numero e la gravità dei pericoli; – ma, d’altra parte, aumenta – in ragione geometrica – il numero e il valore delle difese; – e, dove piú minacce inveiscono, si esalta il pregio della salute, si avviva il desiderio, la gara di soccorrimenti vicendevoli, – si disarma la statua della giustizia, per definirla, quando che sia = l’eguaglianza fraterna dei popoli e degli individui. =
Sono da ascriversi pure al novero de’ requisiti essenziali di nostra libertà, l’energia e la maestrìa, – figlie d’un misurato esercizio, e d’una savia educazione delle forze. Come l’integrità al cieco, al pazzo, al ribaldo, così manca energia al fatuo, all’obeso, al paralitico e maestria all’idiota, all’indolente, al caparbio. – Per ottenere considerevoli incrementi nelle forze loro, gli animali bruti, i vegetali e i minerali, devono trasformarsi in categorie o serie novelle, – opera assai tarda e faticosa: – l’uomo non ha bisogno di trasformazioni ulteriori. Il nostro ideale, in passato, era Dio – termine immutabile: – oggi è divenuto una apparizione eterea, che più fulgida brilla, e più rapida s’invola a chi più l’ama, e – sulle ali infaticabili del Progresso – la insegue. Non possiamo educare nè svolgere le forze naturali del nostro organismo, senza che venga mano mano allargandosi la sfera de’ naturali bisogni, e, nel rispondere a queste emergenze novelle, si creano forze ulteriori, bisognevoli, anch’esse d’azione e di svolgimento, – e così, di moto in moto, lungo una via, che non ha confine: – a tal che, l’opera del Progresso Umano si compie e si rinova ad ogni battere di ciglia, ad ogni pulsazione del cuore. A’ tempi d’Aristotile, fu e doveva essere proclamata legge di natura la schiavitù: – a’ tempi di Cicerone assunse il carattere di legge, non più naturale, ma positiva sociale: – a’ dì nostri la si chiama, ed è, un orribile attentato contro ogni legge naturale e sociale. Parecchie di quelle torture, che, nell’evo antico, freddamente, legalmente, e colla più crudele industria, s’imponevano all’uomo, sarebbe infamia ripeterle oggi a danno di un bruto. Eppure, quanto non é cresciuta la distanza, da allora in poi, fra l’equitá che riceve nel mondo applicazione, e l’equitá ideale?
Ultimo requisito è la dipendenza minima (detta a mo’ d’iperbole, indipendenza, e detta anche, per massiccio errore, libertà). Dall’uomo all’infusorio, dalla quercia al musco, dall’orbe all’atomo, non v’ha essere – pensiero o materia, – che basti, colle proprie virtù, a soddisfare i propri bisogni, – e che non deva anzi dipendere da tutti gli altri esseri – presenti, passati e futuri, – per isvolgersi e per sostenersi. Ce lo mostra a chiare note l’esistenza organica dell’universo. – A quando a quando, però vedesi imposta a certi esseri, – non la naturale soggezione commisurata al grado preciso d’insufficenza delle forze loro, – ma una soggezione artificiale, per difetto o per eccesso viziosa, – inclinata, cioè, alla anarchia od alla tirannide: mali estremi a cui provvede un estremo rimedio, inevitabile, unico – la rivoluzione. Questo però suole essere tema di esagerati e contradditori giudizii, – e noi mettiamoci in guardia.
Non è tirannide quella autoritá assoluta a cui ritorna, momentaneamente, un popolo civile, ne’ casi di conflagrazioni terribili, interne o esterne. A che l’indipendenza, ove trattasi non di proporre o deliberare, ma di irrompere o di resistere in compatte falangi? Quale anima onesta non lamenta i danni portati all’Italia nostra, dalla famosa e intempestiva idea = libera Chiesa in libero Stato? = I Dittatori salvarono Roma, e i Napoleonidi, che che se ne dica, la Francia.
Viceversa, ne’ casi ordinarii, si dee piuttosto, con generosa mano allargare, che non severamente aggravare, la soggezione de’ popoli: – si deve reprimere, anzi che prevenire, – quando non trattisi di gente facinorosa, o, per indizi forti, sospetta. Errando s’impara, dice il proverbio, – e soggiunge: chi fa falla, e chi non fa sfarfalla. Napoleone il grande lasciò scritto: = ogni libertà (e voleva dire ogni indipendenza), come la lancia achea, ferisce e risana. = Però, sit modus in rebus, – come ha riconosciuto l’autore medesimo della sentenza (piegando, non che ad altro, al despotismo in pratica). Si danno certe ferite, le quali non piagano soltanto, ma addirittura uccidono: – e al ferro d’Achille nessuna favola attribuì mai, ch’io sappia, il miracolo della risurrezione.
La dipendenza minima (vulgo indipendenza) non è parte essenziale di noi: bensì è qualche cosa di esterno, è l’ambiente, l’aria in cui respira, si agita, e prospera ogni maniera di vita. Se dunque la nostra vita si compone di forze integre energiche, e ammaestrate, conseguiremo, nella indipendenza, l’autonomia della virtù: – se invece non abbiano che forze incolte, estenuate e corrotte, l’indipendenza, varrá solo a francheggiare l’autonomia dell’inerzia o quella del vizio. – «Ma (soggiunge altri), non v’ha che un modo per castigare e circoscrivere l’indipendenza nei governati: e sta nell’accrescere la prepotenza dei governanti. Ora, non camminano forse, in generale, di pari passo, le virtù dei primi e le virtù dei secondi? Perchè dunque si temono, dall’una parte, abusi di indipendenza, e non si temono assai più, dall’altra, abusi di prepotenza?» Riflessioni giuste, è vero; ma non abbastanza complete. Nei governanti, meglio che nei governati, è la abitudine e l’indefessa cura dell’ordine, – angelo guardiano dell’esistenza individuale e sociale, ne’ casi normali, cioé fatta astrazione dai momenti rivoluzionarii. – Perdonate al santo amore di patria questa mia digressione: – ritorno subito all’argomento.
Se libertà, come retro io venni spiegando, equivale ad = energia, maestria, integrità e indipendenza delle forze vitali, = è cosa dunque ben certa e dimostrata: 1. che, non solo i due termini legge e libertà possono coesistere; ma che l’umana libertà si presta, in certo modo, quale necessario veicolo per l’applicazione d’ogni legge umana; – 2. che essa libertà, invece di confondersi nel preteso libero arbitrio, lo esclude, lo dichiara un fatto immaginario, una voce priva di senso. Che? Voi supponete l’esistenza di un uomo integro, ammaestrato, energico, indipendente, – vale a dire consapevole della propria missione, sicuro nel possesso di idonei mezzi a compierla, bramoso, impaziente, avido non d’altro che di consacrarvi tutto sè stesso, – eppoi credete ch’egli non sappia quanto sa, non voglia quanto vuole, e si determini o possa almeno determinarsi come uno stolto, o come un perverso? Disingannatevi: – chi raggiugne la possibilità, raggiugne ipso facto la necessitá – la impreteribile necessità – di operare umanamente.
Sostengono altri che, negando all’uomo la pretesa facoltà di agire ad arbitrio, lo si disnatura, lo si priva della qualità di ente libero, e lo si riduce alla triste condizione d’automa. Grave accusa in apparenza: in fatto, petizione di principio, confusione delle due voci libertà e libero arbitrio. Ben prima di noi, tutte le scuole dei moralisti e dei teologi hanno definito l’umana libertà – potenza di adergersi al fine supremo della vita. = Prima di noi, l’hanno così onorata, e non manomessa o distrutta, riconoscendola fattrice insieme e conseguenza della virtù, pura di qualsiasi macchia, eccelsa e quindi superiore ad ogni capriccio, ad ogni arbitrio. Nulla di più libero che il Dio de’ cristiani: eppure Egli non ha, certo, l’esosa abilitá di peccare. Ad una macchina va assomigliato chi obbedisce ad esterni impulsi, o a viziature interne; – ma nessuno osi contendere l’augusto nome di libero a chi, seguendo i dettami della ragione, obedisce unicamente a sé stesso.
Qui sento il bisogno di emettere una confessione ed una discolpa: verrò in seguito a contrastare palmo a palmo il terreno al dogma libero-arbitrario.
Ho discorso finora dell’uomo, rivestendolo di prerogative esagerate: nel mondo reale non esiste persona, che meriti, sotto ogni riguardo, il titolo di libera, – come non è, e non fu mai persona totalmente schiava: = sunt bona mixta malis: = eliminate che fossero del tutto le resistenze (il peggio, il male, e il minor bene), per legge dinamica si estinguerebbe tosto l’azione, la vita, il progresso (vocaboli esprimenti un’unica idea). Se non che, giova spesso ricorrere, in via d’astrazione, all’assoluto; giova imitare l’esempio dei matematici: si ragiona con più speditezza, mettesi in rilievo maggiore la veritá, nè distraesi l’attenzione ad argomenti accessori. Ed è poi facile e sottintesa l’applicazione delle medie proporzionali, e delle risultanti.
Due sommi ingegni, Franchi e Renouvier, posero in voga la teoria d’un libero arbitrio limitato. «Si dee tener conto (sono essi che parlano) dell’indole personale, del clima, del suolo, della educazione, dei bisogni, della storia, ecc., – cose tutte che restringono la sfera della imputabilità.» Ma per quanto io ne penso, arbitrio e limitazione stanno fra loro come il sì ed il no. Prima d’Ausonio Franchi e di Renouvier nessuno parlò mai di libero arbitrio; se non per alludere a certa facoltà assoluta, che determina l’uomo o senza motivi, o senza riguardo al motivo più forte. Le sedicenti facoltá assolute, chiaminsi poi col nome d’infallibilitá, d’onniscienza, o d’arbitrio, non possono venire toccate, nè (anzi meno che meno) assoggettate alla critica: – alterarle, medicarle, è distruggerle: aut sint ut sunt, aut non sint. Che cosa vi rimane dell’arbitrio, se non è più arbitro? – D’altra parte, e quando bene rimanesse alcun che, tolte all’arbitrio le influenze di clima, d’indole personale, di educazione ecc., toltegli insomma le cause determinanti, subiettive e obiettive, questo alcun che diventerebbe un sine cura, un giudice senza processi, una facoltá inattuabile. – Mi asterrò dal vagare in amplificazioni e dallo scendere a corollarii: – basta un cenno per essere intesi, quando si ha a che fare coi propri maestri. E giá la Teoria dell’arbitrio, con altre sue colpe, mi invita e mi sollecita ad altre censure.
a) L’uomo non potrebbe avere se non quelle sensazioni, quegli affetti, e quelle idee che realmente ha: l’uomo dunque versa nel campo della necessità, non dell’arbitrio. «È vero (si replica degli avversari) che nè senso, ne sentimento, nè intelligenza non sottostanno a libero arbitrio in via diretta; ma vi soggiaciono però indirettamente. Esso (l’arbitrio) determina le volizioni; e queste poi danno regola e misura alle sensazioni, agli affetti, ed alle idee.» – No, (dico io), perchè la volontà segue, e non precede i motivi determinanti, sieno essi affezioni, sensazioni o concezioni dell’animo. Non si fa in conseguenza del volere; ma si vuole in conseguenza dei motivi, che spingono a fare. Quando uno dice = io voglio, = esprime nulla più e nulla meno che la coscienza d’intime necessitá. Specchio dell’essere e d’ogni sua modificazione, la volontà non crea, ma eseguisce obiettivi o subiettivi comandi. Giovani e vecchi, malati e sani (del corpo, dell’affetto e della mente), rozzi e civili, – tutti abbiamo volontá diversa e caratteristica, forte nei forti, e debole nei deboli, contro le impressioni del momento: – nessuno ha dunque mai volizioni arbitrarie.
b) A comporre un ordinato insieme non richiedesi meno che l’opera intera delle singole parti. Così che: o negare l’ordine dell’universo, o dichiarare assurdo l’arbitrio, – dilemma inesorabile. – Fra i sostenitori della opinione, che io combatto, v’è chi tenta aprirsi una scappatoia, distinguendo le cose in principali ed accessorie, – quasi che l’armonia dell’universo incomba solamente alle principali, e restino le accessorie a disposizione del così detto libero arbitrio. Ma tale argomento, o, dirò meglio, tale asserzione, ha per base un equivoco. Non si danno cose realmente accessorie, per chi mira a studiare i fatti in relazione a sè medesimi, o in relazione al mondo universo: non per chi li studia in sè medesimi; giacchè ogni fatto rappresenta a così dire, l’alfa e l’omega del proprio essere; – non per chi li studia in rapporto al mondo universo; giacchè allora ogni fatto si palesa argano, ruota, asse, molla, o catena, – parte, cioè, elementare ed essenziale del complessivo organismo. – Se volete che un fatto particolare assuma, agli occhi vostri, condizione di mero accessorio, vi occorrerà studiarlo ne’ suoi rapporti con altro fatto ugualmente particolare: – ed anche in tale ipotesi emergerá ben presto che la detta condizione è illusoria, che non deriva da qualità intrinseca del fatto, ma dal vostro modo speciale di considerarlo. I quadri, le statue, l’architettura esterna di un palazzo, ne formano gli accessorii, per chi non vede la entro che abitazioni. Si guardi al palazzo come ad oggetto artistico, ed ogni quadro, ogni statua, ogni linea della architettura esterna, diventa cosa principale.
c) V’ha egli mezzo di conciliare l’eterna legge del progresso con quella negazione d’ogni legge che nomasi libero arbitrio? – Il signor Littrè, avvezzo ad ardue prove, cerca di vincere una tale difficoltá con due ragionamenti: – riproduciamoli.
«A quel modo (così egli), a quel modo che l’individuo non perde un atomo di sua libertà (nel senso di libero arbitrio), quantunque necessitato a percorrere le fasi dell’età infantile, puerile, adolescente, adulta, vecchia, decrepita, – allo stesso modo l’ente collettivo non perde un atomo di sua libertà, quantunque necessitato a subire le fasi diverse che rappresentano l’orditura della storia.» Ma esiste poi veramente nell’uomo una libertà, nel senso di libero arbitrio? E se anche ne ammettessimo la esistenza., non perderebbe egli questa libertà, correndo fasi di età diverse, le quali hanno bisogni, attitudini, aspirazioni diverse? – Il sig. Littré vorrebbe in certo modo prevenire simili opposizioni coll’altro suo ragionamento.» Fatevi (egli dice) a guardare gli sforzi di un uomo che sia potente e retrogrado: costui, perseguitando, ne’ modi più arbitrarii, la società, arriva spesso a molestarla e ad affliggerla, non però mai nè a disviarla, nè ad arrestarne il corso.» Ingegnose quanto savie considerazioni: – il difensore è valente; ma la causa è del tutto insostenibile. Resta sempre indimostrato che l’umanità, ab initio, possedesse libero arbitrio, e che, data l’ipotesi affermativa, nol dovesse perdere traverso alle fasi individuali e storiche. Se un potente retrogrado non arresta il corso della società, che cosa ne inferiremo? Che egli non è abbastanza potente. Forse che vi ha mezzo per dedurne altra qualsiasi illazione? – E del resto, voi dite che un tal uomo reca molestie ed afflizioni alla societá; e, se vi chiedessi il motivo di questi suoi diportamenti, rispondereste ch’egli opera così, in forza della sua condizione di retrogrado (non già in forza di libero arbitrio): – ammalato nel cuore e nella mente agisce come può, come gli viene imposto ineluttabilmente sì dal carattere e sì dalla intensitá de’ suoi morbi. Voi chiamate arbitraria la sua condotta, – epiteto giusto, se diamo alla parola arbitrio il senso di inobbedienza alla virtù (che è legge dell’uomo sano), – epiteto improprio, se confondiamo l’arbitrio con quel paradosso che nomasi libero arbitrio, e che vorrebbesi creare sciolto da ogni legge della virtù e del vizio, da ogni legge dei sani cioè, e degli ammalati).
d) In generale, dai propugnatori della arbitraria libertà, si usa ripetere: «io ne ho la coscienza, dunque esiste.» Veramente sorge dubbio ch’essi movano a torto una simile accusa alla propria coscienza. È probabile che, interrogata a dovere, la coscienza dell’uomo assennato, gli risponda in favore della santa libertà, e non dell’esoso arbitrio; ma suppongasi, a torto od a ragione, il contrario: – se la coscienza di uno, di due, di più, di tutti gli uomini, gridasse vero ciò che é falso, non per questo il falso acquisterebbe le attribuzioni del vero. La coscienza (cioè la sintesi delle nostre condizioni morali) è perfettibile, e quindi suscettibile di errore: – essa varia da una ad altra età storica, da uno ad altro individuo, e persino da una ad altra ora di nostra vita: io disapprovo oggi per esempio certe azioni che ieri, sotto l’impulso di motivi più o meno diversi, tranquillamente eseguii. D’ordinario, la voce della coscienza ci invita al bene, grazie appunto alla nostra perfettibilitá. Ma cessiamo dal credere che la coscienza non c’illuda mai, che non abbia assiduo bisogno di educarsi. Tra i vizii che deturpano l’uomo, non figura ultima la testardaggine, che sovente potrebbesi definire: una eccessiva credulità nella propria coscienza.
e) Anche oggidì, i preti ci danno spiegazione del rimorso, chiamandolo castigo di Dio, sanzione del dovere, conseguenza dei delitti ecc.
Diligentemente osservato, il rimorso è la persuasione di avere o pretermesso o contrariato abitudini a giudizio nostro doverose. Noi sentiamo dolore ogni volta nel pretermettere o contrariare abitudini, quali che siensi: – e il dolore, se trattasi di abitudini, – a giudizio nostro – doverose, piglia sembianza di rimprovero, ossia diventa rimorso (allorchè e finchè versiamo nella erronea credenza di possedere libero arbitrio). Quindi è che la ripetizione del maleficio attuta il rimorso, e lo estingue, mentre lo dovrebbe anzi acuminare, se fosse un giusto (che vuol dire proporzionato) castigo. Quindi è pure che la madre cartaginese, un tempo avrebbe sentito rimorso nel custodire e allattare il figlio primogenito, anzi che votarlo (scannandolo di propria mano) agli Dei. Santificata nel battesimo della psicologia, e nella cresima della storia, – la coscienza vi sará ottima guida mercè de’ suoi dolori e delle sue gioie, – anche se il pungolo di essi dolori non avrà più la ingannevole amarezza del rimorso; – ingannevole per due ragioni: 1. perchè, siccome notai, vi hanno rimorsi morali, e rimorsi immorali; 2. perchè, delle malattie, dobbiamo sentir dolore (misto, nell’ipotesi di immoralità, a vergogna), e non rimprovero. L’uomo di forze integre, valide, ammaestrate e indipendenti, non ha bisogno di rimorsi, che lo interessino a camminare sulla retta via: – e, a chi giace in morbose condizioni, i fratelli pietosamente soccorrano. –
f) All’aprirsi della inquisizione contro un imputato, che cosa fa il giudice esperto e coscienzioso? Cerca nell’imputato la causa efficiente o impulsiva al delitto: e non trovandola, e risultandogli tuttavia l’imputato o convinto o confesso, non lo abbandona al carnefice nè all’ergastolo; bensì lo affida al medico, all’ospitale dei pazzi. – Or via, discenderete ad un ultimo errore? Confondereste voi la demenza coll’arbitrio libero?
A Venezia, pel trasporto di merci e danaro, sogliono i mittenti valersi di qualunque facchino, del primo che loro capita innanzi: – e sarebbe caso inaudito, se uno di quei facchini, abusasse della altrui fiducia. – Non pure ogni famiglia, ed ogni individuo: ma ogni luogo, ed ogni ceto ha distintivi morali suoi propri, – escludenti l’arbitrio, perchè effetti necessarii di cause necessarie, quantunque non sempre facili a ravvisarsi.
g) Farei torto al buon senso del mio lettore, se, nell’anno di grazia 1870, mi perdessi a dimostrare, che l’uomo non si determina se non dietro a motivi. È una verità espressamente riconosciuta perfino dai propugnatori (moderni) della teorica libera-arbitraria. Ma determinarsi dietro motivi, significa aderire al motivo più forte; – senza di che, agirebbesi contro i motivi, e non dietro i motivi. Ciò premesso, l’ufficio dell’arbitrio libero consisterebbe tutto nel secondare passivamente (e inutilmente) le irresistibili nostre determinazioni.
h) A stabilire l’entitá di un impulso concorrono simultanee circostanze obbiettive e subiettive: e queste ultime hanno prevalenza tanto maggiore, quanto più l’individuo in questione possede forze integre e valide (imperocchè, disse a ragione Aristotile, forza è virtù). Regna dunque necessità nell’una come nell’altra categoria di circostanze, – con questo solo divario che le obiettive mirano a violentarci, e le subiettive (se integre) a liberamente condurci. – Imbevuti sin dall’infanzia nel dogma del così detto libero arbitrio, ci sembra di ravvisarlo in atto ogni volta che moviamo a libere determinazioni. Volga a sè stesso, chi non desidera ingannarsi, la più adatta al caso fra le interrogazioni seguenti: «agirei come agisco, se fossi men coraggioso o men timoroso? oppure se fossi ignorante, accidioso, perfido, anzi che stimato e stimabile? o più allegro o più mesto, più calmo o più agitato, fra genti più barbare o più civili?»
Anche i sostenitori dell’arbitrio confessano che, nelle veementi passioni, l’uomo si determina giusta il motivo più forte. E perchè ivi tace l’arbitrio? Dire che le passioni accecano la mente, sconvolgono il senso, e turbano il cuore, sarebbe inutile risposta. E di fermo: se l’arbitrio, giusta le esigenze del nonne, ha in sè qualche cosa di assoluto, ogni furia deve cedere innanzi a lui, come i venti all’imperioso cenno virgiliano. – E, se a tanto non si estende la possanza dell’arbitrio, quali ne saranno dunque i suoi limiti? Dal piú modesto affetto alla più concitata e fremebonda passione, vi hanno gradi innumerevoli di cause impulsive. Come distinguere la sfera giurisdizionale dell’assoluto arbitrio, e la sfera giurisdizionale di iperassolute passioni? «Il classamento è facile (rispondono quelli di parte a noi contraria): a tutti i gradi che domina la ragione, si estende l’arbitrio libero dell’uomo.» Proprio così? e voi mandate a regnare fraternamente insieme ragione ed arbitrio? Altro che Eteocle e Polinice! Come la passione ci da impulso a correre, l’affetto ci da impulso a caminare: diversa nel grado, è sempre coazione esercitata su forze minori e contrarie.
Non mi sarei tanto fermato a combattere il dogma religioso della arbitrarietà, se nol vedessi, oltre che illogico nella invenzione, gravissimamente pernicioso (a’ di nostri) nella applicazione. Bisogna fingere l’uomo arbitro di sè, perchè l’intolleranza divenga un sacro dovere, – perchè la teologia rineghi amicizia, famiglia, nazione, umanitá, separando gli esseri in credenti e miscredenti, – perchè l’innocenza muoia accasciata sotto l’incubo della diffidenza, – e perchè la giustizia s’intitoli ira o vendetta celeste.
Unicuique suum. Non disconosciamo che la finzione dell’arbitrio, ne’ secoli scorsi, era un male necessario, per evitarne altri – peggiori e innumerabili. Generata – insieme al feticismo – da quella vergine ignoranza, che permette al fanciullo di sgridare il sasso in cui s’intoppa, – alimentata fra le volgari illusioni che prestano al rimorso un’apparenza di giusto rimprovero, – essa fu idoneo strumento per coonestare e favorevoli e odiosi privilegi, e indulgenze e scomuniche, e paradiso, e inferno, e purgatorio, – e tutta la residua caterva delle artificiali sanzioni etico-religiose, – indispensabili nella barbarie, dileguantisi all’apparire della civiltà: – l’egoismo (unica arma dell’uomo isolato e rozzo) non vede, non guarda, non sente le ineffabili attrattive della virtù, – l’interesse – minaccia o speranza – lo trascina al peccato, – e l’interesse di premi e di castighi maggiori lo sofferma, lo dispone a redimersi.
«Voi (mi si grida) cadete nel fatalismo, dissipatore della vitalità, e della moralità.» Vediamo:
Si può concepire il fatalismo o in senso puramente obiettivo, o in senso puramente subiettivo, o in senso misto.
Concepisce il fatalismo in senso obiettivo chi immagina l’esistenza d’una legge straniera alle forze degli esseri, cieca, universale, irresistibile. Credenze di tal fatta inchinano l’uomo all’incuria ed alla negazione del dovere etico. Ogni errore in logica è colpa o delitto in pratica: per buona ventura (cioè grazie all’umana perfettibilitá), ogni errore teoretico soggiace, nella applicazione, a forti, e, spesso, invincibili contrasti: = in onta al suo fatalismo obiettivo, il popolo di Grecia antica, resiste alle Termopili, trionfa a Salamina, e detta leggi secolari al Mondo nell’arte e nella filosofia.
Concepisce il fatalismo in senso meramente subiettivo chi immagina l’esistenza di uno o più esseri dominatori d’ogni altro essere, come a dire l’Hos o Mecub dei Maomettani, Orimaze ed Arimane del Zend Avesta, Dio, e (salvo il miracolo di esorcismi) anche Lucifero appo i Cristiani, ecc. Con sottigliezze teologiche si è cercato e si cerca tuttora di mescere qualche dose di libertà al dogma della grazia e della predestinazione, – tentativo inutile nel campo della critica, utile però (e tanto basta) nella coscienza dei fedeli: se no, il fatalismo subiettivo mirerebbe anch’esso a fiaccare e depravare gli animi, così appunto come il fatalismo obiettivo.
Concepisce il fatalismo in senso misto chi vede effettuarsi, particolareggiarsi e commisurarsi ogni e qualunque azione da attributi e da rapporti inerenti alla potenza ed alla resistenza che si stanno a fronte. – Questa maniera d’intendere il fatalismo, non essendo erronea, giova – anzi che nuocere – alla operosità ed alla moralità dell’uomo. Alla operosità, mentre chi è persuaso d’avere in sè delle forze attuabili e perfezionabili, non può sentirsi determinato a lasciarle inattive ed imperfette. Alla moralità, perchè si identifica essa, come vedemmo, nella operosità umana. L’interesse ci porta allo studio, l’egoismo alla personale dignità, l’istinto simpatico e l’istinto generativo alla amabilità ed all’amore, il conseguito beneficio alla gratitudine, il maleficio sofferto alla pietá (Vedi pag. 33. Nota 1 [Nota 12 di questo testo elettronico. Nota per l’edizione elettronica Manuzio]) della vittima ed alla correzione dell’autore: – nè altro più si richiede alla progressiva costituzione ed osservanza della aretologia. Siamo d’accordo che trattasi qui di un’osservanza relativamente libera e non arbitraria. Ma e che perciò? Bacone di Verulamio solea dire, e giustamente: «più che una generica ripugnanza al male, io tengo in pregio l’aborrimento, la invitta ripugnanza al male.»
È un errore (quantunque difeso da menti eccelse) il credere la moralità coordinata alla imputabilità. Quella ha per base motivi psicologici determinanti l’uomo a vivere della vita più intensa, più integra, e più duratura (cioè più lungamente operosa, benefica ed esemplare); – questa invece ha per fondamento un errore: e attenuando l’azione dei motivi psicologici, viene a dichiarare inutile ogni educazione morale, e inefficace, e, per conseguenza, ingiusta, ogni sanzione legale: tanto che fallirono, sino ad oggi e falliranno sempre, le ricerche dei giureconsulti e dei filosofi, intorno alla genesi del diritto punitivo.
«Ma, togliendo l’imputabilità non si viene forse a creare l’impunità?» Obiezione, alla quale, se mi venisse fatta, risponderei: è malato chiunque tende al male: e per la cura di que’ morbi, che diconsi volontarii, e che hanno radice ne’ vizii dell’intelletto e del cuore, il castigo diventa unico e pietoso rimedio: – colla minaccia voi supplite alla deficenza d’equilibrio fisiologico, dando vigore ad alcuni motivi, e indebolendone altri, giusta il bisogno; – e colla irrogazione del castigo, voi sottoponete l’infermo ad una terapeutica forse radicale. Certo, non avrà luogo pienamente la attuazione di simili idee, se non riformando e Codici, e Tribunali, e sistemi Carcerarii; ma non vedete inaugurarsi giá tutte queste riforme in Europa ed in America? Io non alludo a speranza di cosa lontana; bensì a certezza di prossimo evento. Non vi ha che un solo castigo legittimo, innanzi alle assise della civiltà – il correzionale: – non vi ha che una sola teorica per giustificare il castigo – quella da noi proposta, la quale ci salva dalle oppressioni del fatalismo obiettivo, del fatalismo subiettivo, e del libero arbitrio.