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2. Statistica dell’ambiente sociale.
A poco a poco emergono tutti i punti di vista relativi alla scienza generale; cioè (abbandonando questa locuzione puramente scolastica e disadatta alla grandezza della cosa), gli impulsi naturali si attivano e concorrono; il sentimento e la ragione stabiliscono fra loro un accordo più regolare e completo, – a supremo trionfo della morale. Scaturisce la religione del cuore; la scienza dall’intelletto. Questi due larghi fiumi, irrigatori del mondo psicologico, nati in diverse età e da regioni diverse, costantemente si cercano l’un l’altro e si avvicinano: e ben presto le acque loro, mescendosi, confluiranno, – doviziose di inestimabile virtù fecondatrice, e sempre maggiore. – Se il mio discorso non rimase inferiore all’assunto, oramai dovrebbe essere tolto ogni dubio sulla concatenazione e deduzione storica delle scienze umane. Le alte nozioni – riguardino esse la genesi del mondo, o il suo governo materiale o morale, – giunte a vecchiezza, decadono, – per indi risorgere mutate, e più vigorose e più degne: – altra vita si genera, altra educazione, altra società, nei travagli di quel parto che si denomina apostasia, rivoluzione, o fase.
«Ma (ci si domanda), perchè invidiare alle scienze l’originario loro isolamento? Perchè mai questa ambiziosa manìa di fonderle tutte insieme? – Data pure (soggiungono altri) come inerente allo scibile universo la concatenazione e solidarietà delle parti, non è questa una verità da inserirsi nella politica e nella morale educazione. Studiatela nel vostro gabinetto; ritornate a lei, quando vi piace, consultatela nelle operazioni distinte che la riforma delle scienze commette al vostro pensiero. Ma non fatene cenno con persone del volgo: – esse hanno legami che le annodano a tradizioni sacre, venerate; – non si turbi quella pace spirituale. A voi sta bene concepire la sintesi del mondo, quale additarono preclari ingegni: – esse non devono concepirla che in forma teologica. È il principio che ispirò l’evo medio; è l’embrione della scienza, e dell’attuale ordinamento politico d’Europa. Nessuno osi divietare omaggio al fattore del nostro passato, nè contrastargli un presente, ch’ei suscitò e rese possibile».
A bipartita istanza farò duplice risposta. – A. Comte, esaminando le scienze quali erano, sgranate, multiformi, eterogenee, – le previde cospiranti a raccogliersi in una scienza universale, unica, omogenea. Tale speculazione si ascrive naturalmente, e per sè stessa, al novero di quelle, mercè di cui Bichat ci porse le chiavi della Biologia, Lavoisier della Chimica, Newton del sistema cosmico, Descartes della geometria naturale. Ma, ove si guardi all’importanza del momento, la speculazione di Comte supera tutte le altre, – dalle quali proviene – figlia del tempo, – e (sinora) ultima illazione di logiche premesse. Un genio doveva produrla, come Newton – successo a Keplero, a Galileo, a Cartesio, e, per loro, a tutto il passato umano aveva dovuto riconoscere nella gravità l’agente universale della dinamica celeste. Ora esamini il preopinante, e giudichi se una dottrina che nasce fra tali auspici, se una dottrina che rinova la sintesi del mondo, possa non sostituirsi dovunque alle credenze antiche: giudichi se v’abbia mezzo a separarla o dalla filosofia nelle astrazioni, o dall’ufficio religioso in morale, o dalla politica in società. Male conoscerebbe la storia chi, nel succedersi delle scoperte – modificanti le relazioni e condizioni del pensiero, – non vedesse che una specie d’argani concertati a rovinare che che sia – dogmi, opinioni, istituzioni ecc. Il raggio della verità, il primo suo crepuscolo, è fioco, lontano, oscillante; ma, un’ora dopo, si diffonde vivido nelle regioni della scienza, e rischiara, e infiamma ogni cosa. – Ne deriva, incoercibilmente, una critica spontanea dell’ordine sociale, si scuotono gli animi, si rifanno le religioni, si disbrigliano conflagrazioni politiche, si compie una fase della umanità.
Nel rispondere al primo, sciolsi implicitamente anche il secondo quesito, per coloro almeno che valgono ad apprezzare le connessioni storiche. E che? Poteano gli studiosi della realtá ampliare, con progressiva lena, il campo di loro indagini, sopra tutto in seguito al rinascimento, impossessarsi del lato pratico della educazione, e cattivarsi il pubblico suffragio per isplendide maraviglie, senza che nulla traspirasse al di fuori? No, l’avvenuto era il solo fatto possibile. Si decomposero le vecchie fedi in ogni ordine sociale, decomposizione varia qua e là nel grado, ma dapertutto analoga nel fondo. Senza parlare di Luterani, Calvinisti ecc., di eretici dissidenti nella Rivoluzione britannica, – una dissuetudine più e piú generale semina il vuoto e l’oblio ne’ campi teologici, – dissuetudine che ha per cause effettive: l’immensità dell’universo, la costanza delle evoluzioni sideree, il numero e la longevità dei periodi geologici, lo avvicendarsi continuo delle specie, la regolarità delle industriali produzioni (regolarità che esclude ogni miracolo, bona mente o mala mente fatto) la distinzione delle razze umane, o dei loro linguaggi, e (insigne gloria della umanità) la coscienza moderna, che si ribella contro l’idea di eternale castigo,... insomma tutte le incompatibilità emergenti – previste o no – da ogni angolo della terra. Non trattasi dunque di invadere una piazza occupata; molto meno trattasi poi di usurparla: – è una piazza che si apre da sè, quasi vacante, e d’ora in ora più deserta: – è amore del bene che ci invita, che ci obbliga a dominarla. Nessuno di noi fa oltraggio al dogma vetusto, glorioso, venerabile nel suo passato; – ma lettera morta, in faccia alla pluralità dei contemporanei ed alla universalità dei futuri: – ed a questi futuri, noi dedichiamo l’opera nostra.
Un fatto – solitamente inosservato, perchè famigliare, – dimostra a che punto si è pervenuti in materia di religione. Ogni anno che passa, una quantità (non definibile, ma certo considerevole) di individui, sfugge alle pastoie teologiche, e si arruola nella falange dei così detti liberi pensatori, – antica denominazione, che si presta al caso mio. Nè l’apostasia restringesi a determinate classi o persone; – la si accoglie fra uomini che sanno e fra gente ignara, da spiriti leggeri e da assennati, presso ordini, della società, inferiori e superiori, quasi altrettanto nel partito conservatore che nel radicale. E notisi bene: di tutti costoro che un bel giorno si accomiatano da santa Madre Chiesa, non uno potreste sceverarne educato in guisa men che teologica. Sono essi provenuti, non da seminari d’incredulità (seminari che neppure esistono), ma sibbene da quella istruzione che il sacerdozio manipola e dispensa nelle tante sagrestie di città e di campagna. In onta a questa unificazione degli educandi, suona l’ora della discordia e, potrebbe dirsi, malgrado loro, – via trascinati per la foga del moderno istinto, – malgrado loro, che devono lottare contro l’educazione, e le memorie, sì care, dell’infanzia: – malgrado loro, che, deviando, conturbano le relazioni di famiglia, e del vicinato, perdono favore, assistenza, lusinga d’onesti impieghi, e, in date località vedonsi travolti in pericoli e detrimenti anche più serii. E tuttavia si opera il mutamento, ed acquista anzi, di età in età, proporzioni sempre maggiori: – è la forza dell’ambiente, è il contagio della verità, che sfida resistenze e cautele di una educazione decrepita.
Da queste emergenze trae singolari vantaggi la filosofia positiva (nome con che designavasi in addietro quanto appellasi da me nozione moderna dell’universo). Esse ci dispensano da irritanti polemiche. Il secolo decimo ottavo esaurì l’incarico di volgarizzare, sotto varie forme, i risultamenti conseguiti per opera di speculazioni ardimentose. Enunciò senza riguardi, alla faccia del sole, un cumulo di idee, che anteriormente si nascondevano, o delle quali non si parlava che a bassa voce o nei rarissimi crocchi di persone audaci, scioltesi dal pregiudizio comune. Aperte – nell’assalto – numerose breccie al libero esame, venne per conseguenza a disacerbarsi la guerra guerreggiata contro vecchie dottrine: – la quale era sorta per ineluttabili necessità sociali. – A’ dì nostri, in virtù di quelle precedenze, il grande affare si compie da sè: – germoglia ovunque, in terre ben preparate, lo spirito di emancipazione. Ricominciare Voltaire, Diderot, o qualunque altro dei filosofi Enciclopedisti, sarebbe oggimai cosa puerile: di naturali forze dissolventi ne abbiamo quanto occorre: il tempo ci invita a spingere più avanti i nostri disegni. L’opposizione sistematica e irosa ha finito il suo compito struggitore, appianando e sbarazzando ogni via. Incalza ora il bisogno di porgere, a tutti gli animi spostati, un centro di congiunzione. Essi vagano, incerti, abbandonati alle opinioni loro individuali senza dottrina omogenea, senza bandiera intorno a cui possano raccogliersi. È nella filosofia positiva che offresi loro questa dottrina, e questa bandiera. È qui l’asilo ove s’incontreranno, la scuola ove si ammaestreranno a vicenda. E ne ridonderà vantaggio, non che ad essi, all’intero corpo sociale: – ad essi, perchè troveranno quel solo bene del quale difettano, – l’unità che avviva, regola, e conforta; – all’intero corpo sociale, perchè cesseranno i disperdimenti, e le anarchie del pensiero.
Io non ho esitazioni d’animo: io sostengo fermamente una dottrina, che, emersa dalla nozione positiva del mondo, aspira senz’altro a rinnovare ogni concetto secondario. Non avrei tanta sicurezza di propositi: sentirei, lo confesso, tremare la destra e pavido agitarsi il cuore, se da me, da osservazioni e considerazioni mie derivasse in origine il sistema ch’io metto in luce. Dubiterei di servire, più presto che alla causa del vero, a seduzioni, a pregiudizii, a delirii dell’amor proprio. Mi vedrei non atto nè competente a decidere sulla imparzialitá mia, valutando cose da me stesso create. L’essere eco di pensieri altrui mi scioglie da cotal genere di paure e di riguardi. Tornare discepoli, in età avanzata, mortifica l’orgoglio; ma rassicura il giudizio, lo garantisce da facili, inavvertite e delusorie compiacenze. Arroge nel caso nostro, che ulteriori dimostrazioni si associarono alle storiche e personali, – che venne, per esse, a mutarsi il punto di vista originario, – che più e più volte si rifece il severo esame da capo a fondo, – e che la persuasione mia, figlia di un primo studio, ricevette luminose conferme, – tante quanti furono gli atti successivi di questo lungo e dibattuto processo. Ebbe, d’altro lato, un gran peso, nelle mie deliberazioni ed assicurazioni, il riflettere, che non è poi totalmente nuova la dottrina d’A. Compte: – essa è tale, di fermo, nella sezione organizzatrice o positiva; – ma, quanto all’altra metà, quanto alla sezione demolitrice o negativa, non fa che riassumere il lavoro della storia, di eletti ingegni, della scienza, della società universa. – Taluno forse mi chiederà (mel chiesi una volta io stesso): «perchè disturbare o scandolezzare anime devote alle credenze antiche?» Ma infin dei conti, io non ho, verso di loro, il menomo torto. Ad altri, e non ad essi, io scrivo; se leggono, e se, leggendo, s’inquietano (15), io non c’entro: il peccato non si riversa, dalla coscienza loro, sopra la mia. E se leggendo, restano imperturbati o quasi, vorrà dire che, non sordi alle testimonianze del tempo, aveano già preso virilmente a dibattersi contro i legami teologici. Ad ogni modo, il ripeto, questo libro si dedica ad altri, – a coloro che sdegnano siffatti legami, e che nelle mie parole troveranno per ciò argomento, non di scandolo o di pericolo, ma di salutare istruzione; – di questi la filosofia positiva ha bisogno, come eglino di lei.
Stante le proporzioni del mio lavoro attuale, non m’è dato parlare quanto occorrebbe sui fenomeni che prenunziarono la conquista del nuovo simbolo. Diró almeno qualche cosa intorno ai principali, – che furono: il socialismo de’ nostri tempi, la filosofia del secolo decimo ottavo, e il panteismo alemanno del dicianovesimo.
Un filosofo inglese, il Mill, rispondendo alla voce del suo nobile cuore, affermó che l’economia politica, scienza da lui medesimo coltivata, sarebbe un vano trastullo, un passatempo di menti oziose, una sterile curiosità, se non redimesse l’operaio da quella dura e iniqua sorte che gli imposero le odierne condizioni sociali. È certo che le ineguaglianze diventano oggimai, non dirò più gravi, ma più sentite, per la classe eminentemente operosa. Non più gravi; giacchè di plebee sommosse, e ribellioni, è tutta seminata la storia. Appo i Romani le così dette guerre sociali; i predicatori dell’eterno evangelio nel secolo decimoterzo; nel decimoquinto gli Hussiti e Giacomelliti; in seguito gli Anabatisti; e prima e dopo, altre collissioni più o meno deplorabili. Era, di volta in volta, il ruinare da esose oppressioni ad esose vendette, e da queste all’anarchia, – momento che risuscita imperiosa la necessità dell’ordine. Tornavano quindi i superstiti padroni a ghermire l’antica autoritá, circoscritta però dalle esigenze di un progredire continuo: – surrogavasi, mano mano, alla schiavitù il servaggio, a questo il proletariato: – e l’industria conseguiva lena ed estimazione, promettitrici di piú splendida finse. Ora, poichè l’ultima di queste preparazioni volge a compimento, ora il popolo creò certa sua dottrina, che s’intitola socialismo, e che egli pose di fronte alle teoriche ufficiali e tradizionali. Questa sua dottrina (a che dissimularlo?) non vale nè più nè meno delle utopie filosofiche, ond’ebbe vita: e quindi il politico empirismo – finora – serba una preponderanza legittima. – Ciò non toglie che sia venuto a prodursi un fatto meritevole di alta considerazione: – la coscienza del popolo non è estranea a quella metamorfosi, che aveano subito altri elementi sociali: – religiosa nel socialismo di tre secoli or sono, essa divenne filosofica nel socialismo attuale. Più non sommette nè reclami, nè aspirazioni alla Teologia; ma chiede regole di buon governo alla Metafisica. Gli strati sociali vanno acquistando omogeneità: li occupa e li avvalora una corrente medesima di idee. Come spiegare evoluzioni di simil fatta? Come giunse il pensiero del popolo a quella fonte, alla quale non attingevano mai se non le classi letterate e guberniali? Vi giunse da che in esso pure trasformasi l’antico regione degli intelletti: vi giunse perchè il nostro ambiente sociale ripugna alla nozione teologica del mondo. Qualunque forma rivesta il socialismo – a chi ne studia la genesi – dimostra (e in ciò si rende esso pregiabile) quanto siano caduti in dissoluzione, appo le classi laboriose, que’ principii, che formarono già, ne’ secoli trascorsi, il perno sociale.
Campeggia l’ateismo ragionato nel secolo decimo ottavo, e segnatamente nella Rivoluzione francese. Una metafisica impaziente, mostrando, e qualche volta, esagerando, il contradirsi della Scienza e della Teologia, dispose gli animi a conclusioni estreme: si cancellò, per un istante, l’idea cristiana, e fu chiamato – a regnare in sua vece – l’ateismo. – La Filosofia positiva non è, quale molti la credono, atea. Chi professa l’ateismo ha qualche cosa in sè di teologico di non emancipato: – egli spiega la condizione dell’essere universale o mediante atomi che si incontrano, o mediante ragioni segrete della così detta natura. La Filosofia positiva non sa e non vuol sapere nè di atomi produttori, nè di naturali creazioni, o di naturali governi. Per lei, tutto che riguarda le cause prime ha l’essenza e la forza di mere ipotesi, Nè tiene essa in miglior conto il carattere morale dell’ateismo. Non già che senta avversione di setta, o disprezzi teorie, le quali ebbero ufficio in lavori dello spirito umano, e tra avvenimenti politici. Essa non ignora il nome di atei che lasciarono di sè memoria storica e veneranda, – senza contare i molti, che ognuno di noi forse conosce, e che, sebbene posti in condizione più umile, non la cedono, in virtù, al migliore di tutti i credenti, Ma, nelle volizioni dell’uomo, si hanno a distinguere motivi innati e motivi acquisti: nessuno dei primi, e non tutti i secondi, vanno riferiti all’azione che esercita sopra di noi questa o quella teorica. I Filosofi enciclopedisti hanno segnate le conseguenze dirette e vere dell’ateismo (16), subordinando l’etica all’interesse personale. Cosí fanno i teologi stessi, immaginando premi e castighi oltre misura; – ma così non ha dicevole trattamento la più soave, e decorosa, e benefica, tra le umane potenze (17): – l’avvenire, che s’apparecchia, la domanda principii etici subordinati a ben altro che a personali interessi.
Il panteismo é stato, per così dire, la forma alemanna della miscredenza (18). Nato e cresciuto nel secolo decimo nono, fece bella mostra di sè nei campi della erudizione storica, linguistica, scientifica, e nel maneggio di quell’arma offensiva e difensiva che appellasi critica. Ma questi vantaggi non impedivano che trasparisse la sua reale impotenza. Io non ho bisogno di ricordare che, negli effetti, il panteismo e l’ateismo si rassomigliano: – l’uomo, che deriva dal cozzare di atomi, non ha origine diversa da quello che emana da universale spirito, nesciente (finché universale), e quindi spoglio del carattere di persona. D’altra parte, ognuno sa che il panteismo naviga in acque teologiche: – esso crea modificazioni, piuttosto che radicali opposizioni, al vecchio, partito. Inconseguente nelle sue pratiche deduzioni, si frammette al cristianesimo ed all’ateismo, e li invita a reciproci accordi. Offre pascolo di idee trascendentali a qualche mente insigne, e lascia abbandonate al sovranaturalismo le intelligenze volgari. Ma non é possibile induare la fede rispetto ad un solo e medesimo principio dogmatico, se non distruggendo ogni via di comunicazione, ogni convivenza tra l’uno e l’altro genere di credenti. Ne è possibile ricomporre l’unità pagana e cristiana, dacchè la si infranse. Non c’è modo nè di vivere degnamente senza unità, nè di ristabilire, con false acconciature, idoli spezzati.
Quand’anche bastassero, a persuadere chiunque, le osservazioni, che altrove enunciammo, sulle cause prime e le cause finali; – quand’anche si trovasse a portata, ogni lettore, di conchiudere senza pena e da sè; – tuttavolta, in argomento sì forte e decisivo, c’incomberebbe di essere espliciti, e di non lasciare adito al menomo errore, al menomo equivoco d’interpretazione. È madornale errore il credere che da noi si affermi, o si neghi, in proposito. Per affermare o negare, bisognerebbe concepire: e noi del tutto ignoriamo, e crediamo inaccessibili, per qualsivoglia mente, le cause prime e le cause ultime. Appartiene all’uomo, non il principio, nè il termine delle cose; ma unicamente il mezzo, o (per valerci dell’idioma scolastico) il relativo. Quanto venne immaginato finora, sulla causa dell’universo e degli abitanti suoi, non è che ipotesi, congettura, opinione, – suggerita al pensiero da semplici apparenze (19). – Da questa ipotesi hanno avuto esordio la civiltà e le scienze; – ma, in progresso di tempo, e civiltà e scienze trovarono alle cose un altro aspetto. La Filosofia positiva adunque non fa ricerche né sulla causa prima dell’universo (dato che esista una causa prima), nè sulla derivazione degli esseri viventi – uomini, bruti, vegetali, – nè sulla destinazione loro dopo la morte o dopo la fine del tempo (dato che il tempo finisca). Ognuno può tenersi a quelle idee che vuole: – non soffre ostacoli nè restrizioni l’architetto sonniloquo di un tale passato e di un tale avvenire. Ma che che egli pensi o faccia, rimane sempre indubitato che oggimai l’universo appare come un organico insieme, avente causa di sè stesso, la quale – per noi – chiamasi legge. Il più che secolare duello fra immanenza e trascendenza, accenna finalmente ad un prossimo colpo di grazia: è trascendenza la teologia o la metafisica, vaganti nell’indagine di cause estramondiali; è immanenza, quella scientifica teoria che assegna a’ fatti universi cause o leggi mondiali.
Era vita e norma alla società, in passato, il credere nell’arbitrio di qualche volere, inferno o superno, reggitore del mondo. Opinioni che ammettessero altro concetto, o non sorgevano, o restavano isolate, personali, chiuse negli intimi recessi dell’animo. Ora, quel rapporto venne rovesciato – per mano della civiltà: – ora, è dei pochi la fede nelle costruzioni teologiche, e nelle ricostruzioni metafisiche; la parte viva della società regola sè stessa – i costumi, i dogmi e le istituzioni, – giusta la teoria della immanenza, – che sola può dirsi cosa umana e addirittura infinita: – umana, perchè non dissocia le storie de’ popoli, e non divide i figli dell’uomo in eletti e in riprovati; – addirittura infinita, perchè, lasciando e tipi e figure in disparte, ci aderge – senza bisogno di virtù mediatrici – alla immensità universale, – e discopre al pensiero, attonito o festante, il roteare de’ mondi sull’abisso dello spazio, e il progredire della vita sull’abisso del tempo.
L’umanità, nell’infanzia e nella adolescenza, dovea ricorrere, a leggi trascendentali: – ora, fattasi, adulta, ha necessità di leggi immanenti. Per esse l’uomo giganteggia sulla natura esterna, occupa e domina il suo pianeta, e discorre il paradiso della equità sociale.
Nel crescere dell’uomo collettivo, si dileguarono spontaneamente le unità antiche: non resistettero (considerazione importante) se non là ove – per cause affatto speciali e temporanee – è sospeso l’accrescimento, – nell’India, per es., e nella China (20). Per trovare la unità nuova, è bisogno por mente alle indicazioni e direzioni della scienza. La Filosofia positiva trasmuta e avvalora la scienza per guisa che possa adempire a tale ufficio. Sarebbe cecità o insania qualunque dubio – timore o speranza – di restituire scettro e corona al dogma teologico, – non da forze materiali sconfitto, ma dal raggio ineclissabile di una stella, che ha nome intelligenza. Invano ebbe ricorso alla sua tradizionale potenza: invano si difese col ferro e col fuoco: – dal sangue degli eretici inaffiate, rigermogliarono le eresie; – e la Chiesa Ortodossa finì col passare sotto le forche caudine della toleranza. Oh! è fatale per lei – che vanta origine e missione celeste – la pena di tolerare e di vedersi tolerata: – eppure sorgono e vivono al suo fianco, ed hanno diritto alla protezione delle medesime leggi, i riformati, i deisti, i razionalisti d’ogni specie, non esclusi i panteisti, e gli atei. Per naturale ed evidente ragione, a questi settarii fanno riscontro, in politica, i liberali, i repubblicani, i radicali, i socialisti, creduti generalmente iniziatori della rivoluzione, – che pur non move da loro: – ne è fonte invece il dubio generale, insinuatosi a poco a poco nell’idea teologica del mondo.
La tenzone dogmatica é decisa, la rivoluzionaria é tuttora pendente: qui le due parti nemiche si dividono il campo e regna fra esse un certo equilibrio. La Rivoluzione (malgrado i suoi vanti e disdegni) ricordasi troppo del nativo ambiente feudale e cattolico, per sostenere a spada tratta le reali tendenze dello spirito moderno. Sul terreno speculativo non ha un dogma unico e suo proprio, – acchiudendo in sè stessa riformati, catolici, razionalisti, atei e panteisti. Nè ha dogma sul terreno sociale, frastagliato com’è da numerosi partiti, – ciascuno dei quali poggia, non a storiche basi giudiziosamente valutate e corrette, ma ad alcun che di subiettivo e di sistematico. Si direbbe che il suolo traballa sotto il piè de’ combattenti: e ogni cosa invita o sospinge alla nozione positiva del mondo. Là, superiormente al posto ove l’autorità pagana fu conversa nella cristiana, elevasi una autorità novella, – che non osteggia i fatti, come la Teologia, – nè è sistematica ed arbitraria, come la Rivoluzione. Tutto, a lei dintorno, si raccoglie, si classifica, si coordina.