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3. Quale sia il lavoro da intraprendersi.
Nell’urto vicendevole di teoriche inette, fra le oscillazioni rivoluzionarie e retrograde, nell’assenza d’ogni indirizzo accettabile, si prepara un alto e doveroso ufficio a tutti coloro, i quali non vogliono avere due simboli, – uno a servigio della scienza, l’altro a direzione della umanità. Il bisogno di caratterizzare, nella sua generalità, un pensiero speculativo, mi obbliga a far uso di termini astratti. Non volere due simboli contradittorii, uno per la scienza e l’altro per la vita sociale, è distruggere l’ultima chiusa che separava la storia dalla statistica, è riporre l’umano perfezionamento nella categoria degli altri naturali fenomeni. Certe anime, studiose, timidette, e ingenue, confessano la regolarità delle astronomiche, delle biologiche, e delle chimiche, e fisiche leggi, – eppure hanno fiducia nella vantata sommessione della storia ad un governo providenziale (21). A noi, che evitiamo qualsiasi disgiugnimento fra gl’intelletti superiori e gli inferiori, a noi s’appartiene il rendere dimostrato che nessuna legge naturale soffre eccezioni, e che il mondo non piega a tirannia di straniere potenze.
Dal secolo undecimo al decimo ottavo (per influenza di quell’ambiente sociale), non pure le anime semplici, ma gli stessi filosofi hanno disconosciuto, in buona fede, l’importanza dell’opera loro: distruggendo, a brano a brano, l’antico edificio delle cognizioni, e sostituendovi lembi novelli, non credeano di spostare nè di rovesciare interessi costituiti, nè di promovere cangiamenti reali nelle idee, nelle religioni. Ora invece sentiamo e vediamo che, denunziando l’insufficenza di questa o quella ipotesi concreta, si viene (stante l’omogeneità necessaria delle cose) ad una perturbazione e rinovazione generale. Ponete caso: altri v’insegna e vi persuade (in onta a cosmogoniche rivelazioni) essere la Terra oggetto mobile aggirantesi intorno al proprio asse e intorno al sole, – essere parte esigua di un sistema, che, a sua volta, è parte infinitesimale dell’Universo: – altri numera e definisce molteplici evoluzioni de’ corpi celesti, e le spiega a mezzo di un solo attributo, comune a qualsiasi materia: qui, il semplice aderire di pagliuzze a strofinata ambra, dissipa il mistero della tonante folgore: – là si enunzia (porgendo maraviglie e tesori al vigile studioso) l’eterna, l’immensa officina chimica della Natura: – costì leggesi nell’uno il vario, – nel passato il presente, nel presente l’avvenire, nel tessuto organico l’azione e l’intenzione dell’organismo: – e poteva ella arrestarsi la Civiltà su queste inclinate pendici? togliere a sè stessa l’immediata necessità, la santa gioia della discesa a conseguenze pratiche? ad esami, a disquisizioni circa l’essenza, i rapporti, i meriti, e le ricompense di nostra vita? – E perchè – allestiti i preparativi in tale riguardo, suonata l’ora del trionfo, – A. Compte riconosce apparenti – e non reali – i capricci della storia, segna l’itinerario di essa, e ne addita evoluzioni e leggi..., perchè tutto questo egli fa, dubiteremo che elementi si bene contesti non procedessero gli uni prima ordinati e gli altri poi, nè si congiugnessero a formare un insieme, che detronizza e surroga il vecchio insieme ipotetico? Osservate, o retrogradi, questo vecchio insieme: eppoi dite se ha vigore, se ha consistenza. Ritentaste invano di strangolare le scoperte fatali quando vagivano in culla, – e presumete vincerle adesso che sono adulte? Avea ragione l’Eforo, che tagliò le corde alla cetra; – ma ciò che era possibile in una cittadella di Grecia divisa, non lo è, per buona ventura, sul teatro della Umanità. Quante volte i pari vostri hanno maledetto, e perseguitato la scienza, altrettante volte associaronsi a difesa gli interessi che porta in grembo ogni verità, e i nobili entusiasmi che ogni verità inspira.
Per buona ventura io dissi, e in fatto: benchè ogni distanza di tempo e di luogo modifichi il sentimento, e, con esso, l’indole del piacere e del dolore, benchè non possano quindi giudicarsi collo stesso criterio le speciali affezioni de’ popoli diversi e delle diverse età storiche, – è certa non di meno la generale tendenza della umanità (ignara da principio e consapevole indi) a salire di fase in fase; – nè mai ristanno o fuorviano, se non razze e persone degeneri, ammalate nel corpo, nell’affetto o nel pensiero. (22) Agogna l’infanzia alla puerizia, questa all’adolescienza, – e il giovane a farsi uomo. Evoluzioni di tal natura accrebbero di età in età (quasi un patrimonio che s’accumula per fedecommessi) le nozioni del vero. Ne seguì, attese le potenze organico-cerebrali dell’uomo, una vista più sicura del buono e del bello, ed una moralità più libera d’egoismi individuali e nazionali. Meglio sapere, a fine di meglio volere, è assioma divenuto parola d’ordine, causa motrice e direttrice per chiunque ha fior di senno. E la nostra generazione, ascesa a questa eminenza che nomasi il presente, limite per lei della storia, ben potrà dire – senza che al giudizio le faccia velo orgoglio, senza che amore di ottimismo la renda obliosa delle pene e delle sofferenze attuali, senza che un’invida parzialità scemi in essa il plauso a glorie maggiori, a quelle dei tempi che verranno, – ben potrà dire, che mai finora la immensità del mondo non si è riverberata più degnamente nello spirito umano, che mai non apparvero sì chiare le concatenazioni del passato e dell’avvenire, che mai potenza volitiva non ha sentito con pari efficacia la reale vocazione dell’uomo, e il felice e pio desiderio di uniformarvisi (23).
Ci venne, e ci verrà forse tuttavia susurrato all’orecchio: «Non trascinarvi dietro questo pesante fardello. Non affidare il vostro sistema ad una aggregazione di scienze, alla quale, infino ad oggi, non si ebbe ricorso. Entrate senz’altro nella filosofa, che è, secondo noi, precedente e non derivata, a priori e non a posteriori, costitutrice e non costituibile.» Strano suggerimento in vero. Accettandolo, richiudendoci nello statu quo della filosofia, perderemmo ogni ragione dell’essere nostro, diventeremmo suicidi. Questa novità, che professiamo, non sarebbesi da noi giudicata reale e potente, se non determinasse le nostre idee, se la nostra intelligenza non passasse e ripassasse traverso a lei, – come traverso ad una filiera. È qui dove ci separiamo dalle scuole teologiche: – vedono esse nel mondo una serie, non di formazioni progressive o naturali, ma di concessioni creative o sopranaturali, – accettabili, finchè arriva il dì della scienza che le contrasta: – allora, vedendosi a mal passo, il teologo si affanna a ordire ed a proporre accomodamenti, – folle speranza, non essendo stato previsto in origine il bisogno di venire a patti: – e, dacchè urge un tale bisogno – foriero di guasti irreparabili, – si tenta in sagrestia di svisare le contradizioni, e di ripresentarle ai fedeli in maschera di transazione, È qui dove ci separiamo dalle scuole metafisiche, – ognuna delle quali vorrebbe assoggettare il mondo al proprio sistema, anzi che ricevere dal mondo il sistema della verità: – e così poi la scienza le sdegna e condanna. Filosofo o no, serve d’impaccio, all’età nostra, chi dalle idee generali incomincia, non sapendo o non volendo raccoglierle da nozioni concrete, – È qui dove ci separiamo dai novatori politici – socialisti, comunisti, ecc: – difettano essi di quel preliminare, in che risiede il nostro più solido argomento; e neppure hanno la possibilità, e neppure il desiderio di conseguirlo. Non possibilità; chè, frettolosi come sono di giugnere alla meta, li spaventa e li anneghittisce la vista di preparazioni lunghe e studiate. Non desiderio, perchè, nei dominii della scienza, il risultamento obbedisce – nel quale e nel quanto, – alle necessità di fatto: e queste non usano riguardi a preconcette e vagheggiate opinioni. Laonde si riconferma certezza nell’animo nostro: d’avere scelto il campo della civiltà, il sentiero della tradizione: – certezza incontrastabile, giacchè (essendo nostro viatico la storia, che abbraccia tutte le direzioni, e correzioni della Umanità) non ci allettano selvaggie utopie, chiedenti in olocausto i portati insigni della scienza, le maraviglie dell’arte, gli ammaestramenti casti e salutari della morale: – non lasciamo disperdere se non quelle cose, che rigetta inappellabilmente il giudizio dei secoli.
Integrale è dunque l’opera nostra, considerata ne’ rapporti scientifici: – mostreremo ch’essa è pure integrale nelle relazioni storiche. Noi, veramente, non rispettiamo i confini tradizionali della filosofia. Da’ suoi cultori antichi, non altro vedeasi in lei che un tesoro di compensi individuali, non altro che una di quelle serene altezze, delle quali parla con vivo amore Lucrezio: e quindi le credenze, e gli istituti, le basi cioè della disciplina collettiva, rimaneano fuori d’ogni sistema filosofico, abbandonate a tutt’altro genere di condizioni. – Com’era necessità che la filosofia de’ nostri avi lasciasse il governo delle cose umane a’ dottori empirico-sociali, e a’ rivelatori sopranaturali, é necessità che la filosofia presente surroghi sè stessa all’empirismo e al sovranaturalismo. Ogni parte, nella storia, si coordina al tutto. Quando non sapeasi vedere nell’empirismo e nel sovranaturalismo – annodati in mille guise fra loro – una creazione dell’uomo, costretto a sciogliere provisoriamente ardui problemi, – la filosofia non avea consigli da porgere ad una amministrazione, della quale ignorava le basi, Ma, poichè vennero alzate le cortine del mistero, poichè l’idea di leggi immanenti ha preso il posto del sovranaturalismo nel regime del mondo, e l’idea di indeclinabile e graduale perfezione combatte e vince l’empirismo nel regime della storia, – forza è bene che tutto si rimodelli su questo luminoso tipo, – che una filosofia più comprensiva di quante ve n’ebbero mai, ricomponga il sistema delle credenze e degli istituti.
Un legame indissolubile (e questo legame è appunto la filosofia) congiunge ora i destini dello scopo sociale, e quei della scienza: così che l’ordine sociale non può definirsi in modo soddisfacente, che ricorrendo alla scienza; nè può formarsi della scienza un giusto concetto se non chi prende in considerazione lo svolgimento e l’ordine sociale. Fatta astrazione dalla scienza, l’ordine sociale muterebbesi in un fenomeno creato, anzichè rimanere qual è un fenomeno divenuto. E nella scienza, tolto via l’ordine sociale, non avremmo che un tronco acefalo, una distrazione per anime solitarie, una varietà parassita, che si può, quando si voglia, scartare.
Ogni scienza particolare é insieme indice e gradino, verso la Teorica sociale, – ardua Teorica, – a segno che, obliando uno od altro di quei gradini, si tenterebbe invano raggiugnerla. Sotto questo riguardo, la speculazione sociale (o cognizione della storia) figura anch’essa tra le scienze: è la maggiore di tutte, l’apice supremo, corona dell’opera. Fate ora di rappresentarvi dinanzi al pensiero la società non più nel senso teoretico; ma ne’ pratici suoi diportamenti. Vedete? ella si occupa a soddisfare bisogni anzi tutto materiali, poi religiosi e morali, indi estetici, e finalmente scientifici. In questo periodo ultimo (o de’ bisogni scientifici), voi trovate che le scienze particolari succedonsi nell’ordine di loro complicazione: e vale a dire che le vostre considerazioni pratiche, non meno delle teoretiche, vi mostrano, assisa la speculazione civile nel punto culminante.
Io divido in quattro momenti il corso della storia: – uno dedito al senso, altro alla morale ed alla religione, il terzo all’arte e l’ultimo alla scienza, – riparto che io difesi a lungo in altra Opera mia, tuttora inedita. – Il mio grande Maestro invece riparte la storia, o vita sociale, in tre periodi; e li chiama: stato religioso o teologico, stato metafisico e stato positivo (24). Mediante questa formola, A. Compte espresse una vera legge; determinò i sensi della evoluzione; e fondó la Teorica sociale; – ma questa formola pecca di empirismo dogmatico, voglio dire non è che l’indicazione del fatto in sè stesso. A. Comte ha raccolto nella storia le evoluzioni del concetto umano, quali effettivamente succederonsi: e, generalizzando il fatto, lo converse in un principio, lo enunziò come legge invariabile della storia. Un tale processo è definitivo se ed in quanto non vi abbiano ulteriori indagini e scoperte; ma è provvisorio dal momento che si rinviene, sotto queste insegne, altra base più solida. Mi spiegherò con un esempio: non s’è mai trovato alcun uomo sano che non procedesse ritto sulle due gambe, e se ne conchiuse, empiricamente; non esservi stato mai nessun uomo sano, il quale non procedesse ritto sulle due gambe: in seguito, emersa una differenza anatomica nella direzione del foro occipitale – fra uomo e quadrupede, – la conclusione, da empirica, divenne razionale. E così, oltre ogni dire, si avvantaggiano gli umani giudizii; chè la dimostrazione empirica adduce a probabilità maggiore o minore, la razionale ad assoluta certezza (25). Una legge empirica offre servigi incontestabili, – sovente è l’ultimo termine, al quale si possa arrivare; ma, perchè difettosa, non rassicura, e ci sprona essa medesima alla ricerca d’una corrispondente legge razionale. – Questo io feci, o – sarà meglio detto – questo io procurai di fare. Pensando non essere altro lo svolgimento sociale che una riproduzione degli svolgimenti parziali o individuali, mi colpì il vedere in discordia l’analisi mentale da A. Compte eseguita (sulle basi offertegli da Gall), e la empirica legge sociale da lui scoperta. Osservai dunque, sott’altro punto di vista, l’analisi mentale; d’onde procedetti, come da un capo saldo, alla analisi storica; mercè di cui venni passo passo condotto a una legge razionale, che, senza ledere menomamente la realtà della empirica legge di Compte, la soverchia, la esplica, e la restringe alle proporzioni di un mero caso particolare (26). Secondo me, pertanto, la storia dividerebbesi in quattro età: – l’antichissima, votata al predominio de’ sensi; – l’antica, in balia del sentimento – che preconizza la morale, crea le religioni, e dà in qualche modo origine agli istituti civili (regni, imperi, confederazioni, republiche, ecc.) – la nuova età dell’arte, che tutto abbellisce; – e la nuovissima età della scienza, ove può la ragione distraersi ad ora ad ora dai tre uffici anzidetti, e bearsi nella vita speculativa.
Studiasi in tutte le scienze (non eccettuate quelle dei corpi vivi) la Teorica sociale: – e, nella Teorica sociale, studiasi la causa e il fine di tutte le scienze particolari, – che affluiscono, quasi riviere succedentisi, nel pelago della storia: – questa riuscita è di grande insegnamento.
Voi ne traete il concetto generale d’ogni fenomeno obiettivo e subiettivo, cosmico e sociale. Ne traete pure la ragione della filosofia teologica, e della filosofia metafisica; – mentre queste due, per contrario, non possono darvi una plausibile ragione della filosofia positiva. Esse, agli occhi del filosofo positivista, hanno lor genesi nelle condizioni essenziali dell’umana psicologia, e della evoluzione storica: non rappresentano deviamenti nè capricci, nè errori: la giustificazione loro emerge indubitata e piena, sol che si guardi alle vie percorribili finora (e sono appunto le vie percorse) dalla umanità. Per converso, agli occhi del Teologo e del Metafisico, gli studi positivi, o, se meglio vi garba, le tendenze al positivismo, avversano direttamente e assolutamente il vero, nè da altro derivano se non se da prevaricazioni dello spirito errante e ignaro, o da concessioni imperscrutabili della Provvidenza. Così per appunto: quella dottrina sperimentale, che di dì in dì acquista maggiore importanza, non avrebbe nè un prima nè un poi, si ridurrebbe ad essere un accidentale soluzione di continuità nella storia, – fatto inammissibile oggimai, per chiunque pensa e ragiona.
Ma, sia detto con buona pace dall’empirismo, la scienza inventrice della Teorica sociale, ha diritto a che non le si chiuda la porta in faccia. Se domandate perchè tal genere di speculazioni deva necessariamente influire sul governo della umanità; se non vedete come possa colmarsi l’ampia lacuna da voi supposta fra il pensiero astratto e le istituzioni; se credete che da’ sistemi e dalle filosofie non dipenda la vita civile, e che il volerla modificare da questo lato sia pretta chimera; se infine la scienza delle umane cose, per voi, concentrasi, – a mo’ di privilegio – nei chiamati o succeduti a reggerle; – vogliate ascoltarci un momento. Vi risponderemo, non per tutte le filosofie, ma per la nostra: vi scioglieremo ogni difficoltà sulla apparente lacuna; vi spiegheremo in che realmente consista la azione che modifica gl’istituti, la vita civile, i governi.
L’umana sapienza (chi è che nol veda?) progredì sostituendo ovunque leggi naturali a volontà sopranaturali, – espressione equivalente a quest’altra: l’uomo non ha più, del mondo, la stessa idea che aveva in passato. Ma innovare il concetto che si aveva del mondo non è forse innovare l’ufficio – il magistero, come suol dirsi, – della Religione?
Volgetevi ad una qualunque delle età decorse: troverete l’educazione sommessa inalterabilmente all’idea teologica del mondo: solo in tempi rivoluzionari, come i nostri, qualche parte di educazione si emancipa dalla religiosa tutela, per subordinarsi invece a libere scienze. Il nostro secolo ha bisogno che intelligenze e cuori piglino forma dalla costituzione e dalle supreme leggi di quell’universo, nel quale e pel quale esiste l’umanità, – intrinseca porzione di esso. Queste previsioni ce le detta la storia. Come vietare che le relazioni fra corpo e membra – universo e umanità – sieno ispiratrici d’ogni intellettuale e cordiale insegnamento? Lo furono pegli avi nostri, lo saranno pei nostri figli e nepoti; e quelli e questi e noi, conformemente alle peculiari credenze, che il progresso rifonde. – La morale non è che la civiltà del sentimento: essa pure – di età in età – si estende, svolgesi e migliora. Staranno ferme le basi dell’era pagana e cristiana; ma ogni base domanda statue colonne o muraglie, che si elevino sopra di essa. Il secolo, in prova della sua tendenza all’etico perfezionamento, si adorna di pellegrine virtù, ignote al cristianesimo: e già la coscienza pubblica ammonisce o deplora la coscienza teologica (segnatamente ove trattasi di personale dignità, o di toleranza fraterna). Rivolgimento considerevole, perchè attesta come cedano il passo alla società coloro dai quali fu sempre educata, e dai quali tuttora il sarebbe, se potesse eliminarsi l’antitesi che regna fra concetto naturale, e concetto sopranaturale del mondo. È questo il cardine della evoluzione. Scioltisi da ogni impaccio, i diversi ordini della città, caduti i privilegi, si avanza a nuovi destini la civiltà morale: si apparecchia a stringere le umane genti, senza distinzione di classi, in una sola e vera famiglia.
Giova insistere anche nelle cose evidenti, qualora sieno poco e da pochi osservate: ed io quindi ripeto che il magistero sacro, l’educazione e la morale, soggiaciono a tali e tante modificazioni, quali e quante ne incorre l’idea che abbiamo del mondo.
È vero, del resto, che alle disposizioni etico-intellettuali rispondono – come eco al suono – gli ordinamenti sociali; e che dunque mutandosi le une, si mutano quasi in pari tempo e in pari modo egli altri: – se il negassimo, ci smentirebbe ogni pagina della storia. Ma qui noi ci fermiamo: – spetta ai diversi corpi sociali, quando il precorrere, quando l’accompagnare o il seguire le necessità di innovazione che sorgono di tempo in tempo (27).
In molte riprese venne assalita la Filosofia positiva. Certo gli assalitori – e teologi e metafisici – avranno avuto ben chiaro nella mente il fine a che essi tendevano. Era ogni volta il caso di premunire individui del loro partito, e non già di confutare settarii posti su diverso terreno. Era il caso d’una polemica preventiva, diretta a coprire coll’egida sua gli spiriti fedeli e timorati. Presentando con fervido zelo argomentazioni simpatiche e notorie, essa veniva a confermare animi già persuasi, affinchè non si turbassero, o, turbati, si tranquillassero; e mostrava loro, nell’intreccio biblico-tradizionale del ragionamento, le garanzie del cresimando, non le discussioni del catecumeno.
A questo procedere non abbiamo osservazioni da opporre – lo troviamo naturale, addatto – non certo a rimuovere noi, – ma a commovere genti ben bene disposte, per educazione e per abitudine: È tempo utilmente speso verso coloro, nella ortodossia dei quali entra poco o nessun dubio; – ma sarebbe tempo miseramente sprecato verso di noi. Le vecchie apologie della rivelazione, ed anche della religione così detta naturale, noi le conosciamo da un pezzo: novità non se ne possono aggiungere: è un circolo d’argomentazioni bello e chiuso, – e noi, dopo di averlo girato, passammo oltre. Ci farebbe una gratuita ingiuria, e sbaglierebbe il segno della controversia, chi dubitasse non avere noi scrupolosamente adempito alla sì necessaria condizione di esaminare ciò che dissero e Teologi e Filosofi a sostegno dei loro principii. La credenza che noi professiamo non è di quelle che sorgono da un dì all’altro, e corrono di botto alla affermazione od alla negazione. La Filosofia positiva richiede una preparazione così diuturna e graduale, che nessuna delle cose necessarie ad apprendersi venne intralasciata per noi. Lo diremo, per essere più veritieri che modesti. Noi soli abbracciamo in ordinata sintesi, lo insieme delle nozioni astratte; – il possesso de’ gradi inferiori ci è scala a’ superiori nella gerarchia della scienza; non vogliamo essere filosofi che alla condizione di un tirocinio regolarmente progressivo. Ad altri il comodo uso di filosofare, non preparati che dalla educazione letteraria, non avvalorati che dalla destrezza (o prestidigitazione) di congegnare idee a priori. Noi respingiamo questa abitudine e queste agevolezze. No, l’odierna Filosofia non si lascia prendere d’assalto: occorrono studiati e pertinaci assedi: chi veglia e guarda potrà scorgere il vero, e non chi sogna. – Il doppio genere dei nostri avversarii (non ci è grave l’ammetterlo) conta specie e varietà rispettabili, – persone che a noi sovrastano di lungo tratto, e per infiniti riguardi. Ma, in Filosofia, non merita la nostra attenzione chi non percorse ad uno ad uno quei medesimi studi che noi ci affaticammo a percorrere.
Facciano dunque e Teologi e Metafisici di non abbandonare a noi soli questa prerogativa; e allora, se avranno delle osservazioni da opporci, le terremo in altissimo conto. Le opposizioni loro attuali, noi le esaurimmo: le assoggettammo a lunga serie di prove nel passare da una scienza ad altra: – non valsero ad arrestarci, – potrebbero mai valere esse a ricondurci indietro?
Nè diverso linguaggio terremo noi cogli aderenti nostri. Molti e molti ci prestano fede spontanea (chiaro indizio del tempo), senza prima subire eglino stessi quel noviziato pel quale si afforza la dottrina, e acquista legittima autorità. Avviene riguardo alla scienza nostra quel che è avvenuto riguardo a scienze particolari: ognuno ripete e crede, benchè ognuno dimostrare non sappia, che la Terra s’aggira intorno al Sole, che la gravità agisce nella ragione inversa al quadrato delle distanze; – gli studi abituali di persone che affermarono o confermarono queste due verità, – i calcoli esatti cui desse verità porgono base, testimonio il mondo; – le ecclissi ed altri fenomeni celesti, – più un’abitudine generalmente invalsa di accettare le scientifiche, e di non curare le teologiche spiegazioni; – tali, senza dubio, furono le cause della publica fiducia, ribadita ovunque e sempre, dagli avvenimenti, non ismentita in nessun luogo, nè mai. – Per titoli uguali, vanno salendo a credito uguale i principii nostri. Ma chi tende a spiegarli, a metterli fuori di contesa, a divulgarli più e più, resista al desiderio se e finchè non abbia adempito le condizioni preparatorie, – ne’ termini concessi dallo stato framentario della istruzione presente.
Il signor Luigi Reybaud è membro della Accademia di scienze morali e politiche. Egli rassegnava, già tempo, un memorabile Rapporto sulla condizione dei lavoratori in seta: e dava termine ad esso Rapporto nel modo seguente:
«Il fatto, che ora allego, vi dirà, o Signori, fin dove possa condurre l’imaginazione degli operai. Chiuse, recentemente, gli occhi al sonno di morte, in Parigi, un uomo nudrito nelle scienze esatte, e ostinato a volerle inoculare ne’ soggetti manco idonei, ostinato a voler fondare su basi matematiche una religione tutta sua. Portava il nome di A. Compte: era quel desso, del quale ci espose vita ed opere il confratello nostro signor Frank, in una sapiente analisi, e con una grande sicurezza di giudizio. Professava la religione così detta, per lui; del positivismo, – espressione barbara, come l’idea. Pare a me che una religione siffatta avrebbe dovuto restare nella breve cerchia di proseliti a quell’uomo devoti, oppure e tutt’al più dilatarsi fra certi saputelli, schiavi d’un idea fissa, – che li trascina, colla sua logica, difilatamente all’assurdo. S’imagini quale dovette essere la mia sorpresa, allorchè, procedendo nelle visite, sentii quel nome uscire dalla bocca di un operajo. Gli domandai se, nella fabbrica, avesse preminenza il dogma religioso. Al che egli: Signori, qui siamo tutti positivisti. Confesso ingenuamente, io nol compresi: avrebbe il suo bel da fare chi volesse tener dietro ad ogni disordinato cervello, a qualunque delle forme interminabili che riveste l’umana follia. Ed, insistendo io, – siamo tutti positivisti, l’udii ripetere, noi crediamo nel positivismo. Indi, venuto in soccorso della ignoranza mia, si sforzò di provare che trattavasi del vero e solo culto ragionevole. Risparmierò agli Academici i divagamenti ai quali s’è egli abbandonato, le argomentazioni da lui sciorinate in difesa della teologia positiva. Io per me non discerno altro di positivo, se non se ch’egli ruminava una lezione cacciatagli nella memoria, e non sapeva rendersi conto alcuno delle empietà che veniva spacciando. Così, uomini oppressi dal lavoro, e posti in lotta sovente colla miseria, ebbero tempo e modo a comporre una sociale economia per loro uso, e una politica, e una religione. Quest’ultima, evidentemente, era cosa di lusso: – meglio sarebbe stato, per ciascun di loro, il conservare quella che gli penetrò lo spirito ne’ suoi verd’anni, e che gli fu cortese delle più dolci emozioni» (Giornale degli Economisti, pag. 200, maggio, 1858).
La gravità dell’assunto mi disconsiglia dall’usare quei vantaggi, dal cedere a quelle tentazioni, che offre la trascritta pagina del signor Reybaud: altrimenti gli domanderei perchè sieda giudice d’una teoria, la quale ei dichiara di non conoscere se non per nome; – gli domanderei le note caratteristiche della sapienza, giacchè egli deride, come saputelli, i maestri del positivismo, che abbraccia tutto lo scibile umano.
Io non gli opporò che un’esplicita sua testimonianza: uomini oppressi dal lavoro e posti in lotta sovente colla miseria, accettarono per fiducia un insegnamento, che li toglie a quanto aveano di più caro.
La nostra forza non risiede in noi. Oltre il valore de’ professi, il cui numero è scarso, abbiamo gli ausiliari latenti (mossi più che moventisi) il cui numero è grande. Per noi milita ogni scoperta scientifica e storica, ogni conforto recato alla situazione moderna, ogni avanzamento nella evoluzione sociale e individuale. E questo lavoro di tutti, immenso e perenne, determina a chiare note l’ufficio nostro: segnalare la convergenza d’ogni inclinazione speciale, rivedere congerie de’ materiali, e sì rendere visibile quanto v’ha ancora d’invisibile nella destinazione de’ fatti umani. Purchè da noi s’adempia a tale ufficio, purchè si ricorra allo strumento legatoci dal comune maestro, noi pareggeremo l’altezza del secolo, ed avremo retribuito – con servigi non disdicevoli – quelle assistenze che esso ci dà.
Quanto sieno preziose tali assistenze, lo mostrerà un paragone. Se noi, predicatori di un ordine sociale fondato sopra leggi del mondo e della storia, abitassimo qualche paese dell’India o della Turchia, dove signoreggia tuttora l’extranaturalismo, non avrebbe esito la nostra missione; – giacchè al pensiero di quelle genti nessun veicolo ci accosterebbe, nessun mediatore ci unirebbe. Ma dirigendosi il nostro linguaggio all’Europa, ed alle Colonie d’Europa, tutti coloro, che, per influenza della civiltà, sono disposti a negare o a circoscrivere l’extranaturalismo, ci porgono volonterosi orecchio, sorridono alla nuova dottrina, e discutono vivamente il quesito se essa non adempirebbe alle intime e più sante inclinazioni loro, se non li condurebbe, dalla critica sterile e demolitrice, alle gioje vere d’una rigenerazione cardiaco-cerebrale.
Dunque noi c’incontriamo, fino dai primordi, in una moltitudine di spiriti ben preparati, abbiamo nella piazza – come direbbesi – intelligenze amiche. Altrimenti che cosa avverrebbe di noi, delle fatiche nostre? L’oggetto, al quale tendiamo, non sorprende imaginazioni volgari, non attrae, non soverchia, non rapisce colle maraviglie, collo sbalordimento dei miracoli. Non possiamo nè vogliamo contare su altro che sul progredire delle condizioni mentali, – base di tutto l’ordine moderno, il quale, disavezzando gli animi dalle idee teologiche, li avezza alle idee positive. Ma dissuetudine ed assuefazione richiedono lunghezza di tempo. Quanti, e quanto laboriosi conati, prima che la ragione dell’umanità spanda luce e calore sugli individui! Quante e quanto studiose ricerche dei punti di contatto fra le scienze particolari – supremo orgoglio dell’età nostra, – e la scienza universale – gloria serbata all’avvenire! Quante e quanto ingegnose considerazioni sopra l’addentellato, che offrono gli spiriti, ne’ parziali dissentimenti loro dalle ipotesi teologiche, e ne’ loro non meno parziali assentimenti a dottrine positive, a leggi del mondo e della storia! Tempo, fatica, indagini, considerazioni, che adeguano appena appena il bisogno, – trattandosi non di convertire soltanto, ma di indurre, quando che sia, persuasione e certezza universale.
Perchè la società versa in tali condizioni; – perchè è forte ma graduata l’impressione di un ordine cosmico, ove dì per dì il genere umano s’avanza nel conoscere, nel prevedere e nel potere, – e non sarebbe altrimenti possibile di camminare se non appoggiati alle scienze che scoprono, alla civiltà che invigorisce, ed al mezzo sociale che si conforma, – appunto, io diceva, per queste ragioni, il rinnovamento che si prepara non venne per anco delineato che ne’ suoi tratti più generali. Non è dato alla nostra generazione il fare un passo al di là. Una corrispondenza mutua fra le attuali condizioni, e i primordiali barlumi del nuovo concetto, impedisce che l’avvenire sia di lunga mano precorso. Quegli soddisfa alle più alte (e giuste) pretese del momento, il quale segue ogni moto spontaneo con attenzione e sagacità, per ottenere che i vari incidenti riescano a pro’ del sistema rinnovatore, – fine sottinteso di questo movimento, fine espresso degli sforzi nostri. Si attiva un perpetuo scambio fra la società che apprende a scorgere la sua destinazione – della quale non aveva coscienza, – e la dottrina che apprende le vie per insinuarsi meglio nella società – unico oggetto che le restava a sapere.
Vengo ad una spiegazione. Io sono discepolo di A. Compte: io mi professo tale, con la maggiore possibile sollenità. Da lui conosco tutto l’essere mio, se qualche cosa io sono, – tutto il mio valore, se qualche cosa io valgo. Mi inspira egli gratitudine, riverenza, ammirazione. Ma in questi affetti si ravviva, anzichè indebolirsi, il dovere di mettere in piena luce le restrizioni del mio consenso (28). A. Compte, non solo credeva (questo fin dall’esordire della sua vita scientifica) di avere trovato i principii, segnato i lineamenti, proposto il metodo: egli credeva in oltre (e questo negli ultimi giorni suoi) di avere prevenuto l’opera delle generazioni future, dedotte le conseguenze, e costruito l’edificio religioso e politico dell’avvenire. Questa seconda eredità, non l’accettiamo incondizionatamente; – bensì la prima, dichiarando in pari tempo che è grande il peso di una tale successione, – grande in sè medesimo, non però eccessivo: e qualora noi vi cadessimo sotto, anzichè il maestro sarebbe da imputarne la fiacchezza dei discepoli.
Ognuno che riconosca nella storia, e negli svolgimenti singoli di essa, un ordine soggetto all’impero delle leggi naturali (e già l’uso di credere in altri imperi va cessando oggidì, altrimenti le scienze non sarebbero scienze); ognuno che vede prodursi e riprodursi gli esseri, e le azioni loro in virtù di cause necessarie; ognuno che riferisce ad umane potenze, individue e colletive (modificate per l’atmosfera in cui versano), la genesi de’ civili consorzia e de’ culti religiosi, la formazione della città, de’ governi, delle caste privilegiate, l’invenzione de’ linguaggi, degli oracoli delle profezie, divinazioni, teologie, commerci, arti, industrie e verità scientifiche; – ognuno, che arrivò a tal segno, ha interamente esaurito il cielo di emancipazione della propria intelligenza. Egli potrebbe, volendo, essere nostro collaboratore, se ama studiare, osservare e riflettere. Quando non si lascia posto a volontà sopranaturali – nel mondo che vive e nel mondo inorganico, pei fenomeni cosmici, e pegli istorici, – allora si procede con noi: – i quali non pretendiamo altro se non che la nostra terra ed il nostro cielo vedansi retti, nel tempo e nello spazio, da leggi immanenti. Quanto si crede esistere fuor della terra e del cielo, dello spazio e del tempo, essendo per noi sconosciuto e inacessibile, non serve menomamente agli usi nostri. – La dimostrazione d’una legge nella storia fu l’opera di A. Compte: ei ne formó la Teorica sociale: trasse poi, da questa, la Filosofia generale, – e di più (secondo i punti varii di partenza) un ideale, una religione, una educazione, una morale, una politica. Due scrittori hanno reso giustizia a quest’opera: Miss Martineau d’Inghilterra (29), e il signor Bliguieres di Francia (30) – ambidue con esito che li onora, che giustifica al tutto l’assunto, e che dimostra quali affinità intercedano tra lo spirito odierno e la dottrina filosofico-positiva.
Esponendo l’origine e la maniera delle nostre vedute, ho messo in chiaro non alludere noi parzialmente a questa o a quella contrada, non rivolgersi i nostri consigli ad una piuttosto che ad altra nazione. Ci indirizziamo a quella regione che A. Compte denomina Occidente, e che abbraccia tutta l’Europa cristiana, colle appendici sue d’America. La rinovazione, che sorge, non è punto locale o nazionale, inglese, francese, alemanna, italiana o spagnuola: è il bisogno e l’azione di questi cinque gruppi, che rappresentano ora quanto v’ha di meglio nella umanità. Riscontrasi in pari tempo non essere noi conservatori, nè rivoluzionari: vogliamo un progresso che differisce da quello dei rivoluzionari, un ordine che si allontana da quello dei conservatori. A. Comte espresse in modo chiaro e preciso la nostra posizione colle seguenti parole, che, frutto di lungo meditare, ei pubblicava diciotto anni or sono: «Addestrato il filosofo tra dolorosi urti e riurti, che ineluttabilmente emergono da questa sociale anarchia, ne trarrà copiosa, alta e salutare istruzione per l’umanità.»
Le credenze teologiche, essendo per noi contrariate, se ne sdegnano a lor modo: – conseguenza, dalla quale non intendiamo ritraerci. Ma coloro che si trovano alto locati, e per ciò obbligati a non servire di strumento a speciali dottrine – benchè valide e rispettabili, – forse non vedranno con disfavore attuarsi una Filosofia, che – emanazione della scienza e della storia, – va assoggettando a disciplina preziosi elementi, fino ad oggi non disciplinabili; – è pubblico servigio il condurre sotto una credenza medesima tanti spiriti, che non ne hanno alcuna, – voglio dire che non hanno se non credenze eventuali e subiettive.
Tutte le età, siano calme o siano agitate, portano seco omogenee condizioni. Ora è tempo di calma e di tranquillità (31). Si estinse la foga dei politici dibattimenti, in ogni paese – meno l’Inghilterra (adusata a discussioni libere), e meno qualche staterello secondario (ove la disputa assume un’importanza egualmente secondaria). Tutto favorisce la pace, l’industria, gli affari. Così le intelligenze acquistano modo e voglia di esilararsi fra le alte quistioni di scienza generale, di filosofia, di religione, di storia, d’ordine sociale. Non dispiace, nè disconviene, l’ardimento del pensiero, ad animi non distratti per cure pubbliche, e gelosi di mantenersi iniziatori e indipendenti.
Ho detto che le tendenze dello spirito moderno ci offrono dei punti di contatto e di utile appoggio: – ma questo appoggio é tenue cosa e generica: – del resto non abbiamo soccorsi, – non altro guiderdone che il nostro lavoro, nè altro incoraggiamento che la nostra meta. – Se le fatiche addossateci dal Positivismo non seducono l’intelligenza, però i sagrificii, che esso domanda, hanno dolci attrattive per da devozione.
E Littrè, nella sua divisione, corregge in parte le inesattezze del Maestro. Ho detto in parte; giacchè il sentimento religioso e il sentimento artistico, non dovrebbero, a mio giudizio, riguardarsi come di necessità separati, in ordine al tempo. – Io pure nego al sentimento religioso quel monopolio, che A. F. Rio gli attribuisce, in materia di ispirazioni estetiche; – ma diremo noi straniera, ogni ispirazione estetica, al sentimento religioso? L’arte, chiamata – siccome disse Hegel – a manifestare la verità sotto forme rappresentative, non va riferita esclusivamente ad una o ad altra fase della vita cordiale e cerebrale. Si compone essa di un doppio genere di realtà immanenti; – le une – subiettive – danno l’essere al genio poetico, voglio dire alla irritabilità del sentimento perfettibile, e concitabile fino all’entusiasmo; – le altre – obiettive – porgono eccitamento ed istruzione al poeta, – e derivano dall’ambiente fisico e morale in che egli dimora. Artista è Davide, che si esalta in Dio, – artista Humboldt, che si esalta nella scienza.
Per le quali cose, io dividerei la storia, non in quattro, ma in tre soli periodi: 1. Infanzia della vita, o predominio delle virtù manuali; – 2. gioventù, o predominio delle potenze cordiali; – 3. età adulta (che ora comincia) o predominio della ragione.
A queste riflessioni mi indusse la recente lettura di un Libro del signor I. H. Bridges, che discorrendo vita e dottrina di A. Compte, nega a I. S. Mill, e ad E. Littrè, la qualificazione di positivisti, solo perchè essi non ricalcano tutte le orme dell’insigne Maestro, quasi che A. Compte fosse non giá studioso, ma creatore, ed arbitro del positivismo. A’ buoni maestri si dee riverenza, – a nessun maestro si dee fedeltá.