Émile Littré
Parole di filosofia positiva

APPENDICE PRIMA

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APPENDICE PRIMA

(Alla 3 Nota, pagina 12 [Nota 4 di questo testo elettronico. Nota per l’edizione elettronica Manuzio])

 

La nostra mente aspira a conoscere Dio, chiave di tutte le verità, alfa ed omega, ragione dell’universo. – Accoglieremo, in onta a questo, l’opinione del signor Littrè, che dichiara assolutamente invalida, e infruttuosa, ogni ricerca teologica? Trattasi di giudicare se la natura umana approva o disapprova stessa: dunque esaminiamo.

Due sono i modi seguiti nelle indagini speculative: uno metafisico o sillogistico (a priori); l’altro positivo o scientifico (a posteriori): quello si fonda sopra generali idee chiamate principii, ed ereditate – con o senza beneficio d’inventario – dalle rivelazioni, cioè da vecchie e superficiali osservazioni; questo ha per base unica la diligente ricognizione de’ fatti concreti: il primo s’ingegna di subordinare la realtà all’idea; il secondo applica, alla realtà, induzioni, per fondere e rifondere idee. – Noi, senza disconoscere i lunghi servigi recati (alla erudizione frammentaria, e all’etica embrionale) dal metodo sillogistico, pensiamo che al fatto, ed alle sue leggi, si deva chiedere, non già imporre, la cognizione.

E ci atteniamo quindi esclusivamente al metodo positivo.

1. Quesito. Possiamo noi raggiugnere la intera nozione di un fatto?

Conoscere un fatto onninamente, sarebbe, non che altro, vederne i singoli attributi e i singoli rapporti.

Fra gli attributi costitutivi d’ogni essere, o cosa, o fatto, ve ne ha solitamente una parte, che si palesa facile più o meno, e spontanea, all’occhio dell’osservatore: altra parte giace e rimarrà ascosa, finchè non la ecciti a manifestarsi il crogiuolo del chimico (alludo insieme alla chimica inorganica, alla organico-fisica, ed alla organico-psichica): ed altra parte – qui precisamente è il nodo – si atteggia in guisa proteiforme, al succedersi, al variare, di circostanze innumerabili. Ciò quanto agli attributi.

E, quanto ai rapporti, si consideri bene: che l’universo offre in stesso – a chiare note – l’esempio di un vero e perfetto organismo; che ogni sezione ed ogni elemento costitutivo di un perfetto organismo dee trovarsi in qualche rapportoimmediato o mediato – con ciascun’altra sezione e ciascun’altro elemento; e che – per conseguenza – dall’infimo granello d’arena al maestoso Himalaya, – dal satellite al pianeta e dal pianeta al sole e da questo all’ delle costellazioni, – dalle orgie oscene dell’antropofago alle sante voluttà di Washington – dallo sbadiglio dell’idiota alle severe meditazioni di Galileo, – non esiste un atomo, non succede un momento, il quale non irradii influenze dirette o riflesse ad ogni altro punto dello spazio, del tempo, e del pensiero. Il finito e l’infinito s’intersecano fra di loro, come rispetto alla quantità (o divisibilità delle essenze), così rispetto alle qualità, (attributi e rapporti): – e non si può dunque raggiugnere la intera nozione di un fatto.

Quesito 2. Possiamo avere certezza in riguardo alla verità delle nostre nozioni?

Si procede alle nozioni per via di sensazioni, – ed è bisogno di volta in volta: a) che un fatto agisca sui nostri organi sensorii o sul nostro sentimento; b) che gli organi sensori, o il sentimento, reagiscano, svolgano cioè la sensazione; c) che la sensazione divenga immagine, concetto, o nozione, per opera della mente. È noto – per mille e mille contradizioni, – che il senso inganna, che la coscienza erra, che la mente è fallibile. E come no? Dato che nella sensazione concorrano i due prefati elementi, uno obiettivo (l’azione del fatto), l’altro subiettivo (la reazione del senso interno o esterno), ragion vuole che ogni senzazione pigli natura, non solo dagli attributi e dai rapporti inerenti al fatto, ma ben anco dagli attributi e dai rapporti inerenti all’apparato sensorio, vigoroso o debole, rigido o elastico, ammalato o sano, esperto o in esperto, vicino o distante, preoccupato o libero. E, se quindi nella sensazione figura una dose di elementi subiettivi (stranieri alla realtá del fatto), è poi naturale che entro alla nozione se ne trovi aggiunta un’altra dose, recatavi dalle condizioni – pur esse variabili – della mente, e dalle relazioni fra sentire e comprendere. Non possiamo dunque avere, intorno ad un fatto qualsiasi, nozioni certe.

3. Quesito. Come avviene, che nozioni mal certe e incomplete giovino a’ bisogni ordinarii della nostra vita, e ci innalzino col pensiero infino a Dio?

Avviene pegli ammaestramenti continui e progressivi della sperienza (nostra e d’altrui): la quale, discoprendo sempre nuovi attributi e nuovi rapporti in ogni fatto, ce ne rende la nozione – d’ora in ora – meno incompleta: e, a furia di riprove e di disinganni, ci avezza a distinguere gli elementi subiettivi o eterogenei dagli obiettivi o reali, – per conseguire nozioni sufficentemente ricche, se non affatto complete, – probabili, se non irrepugnabili, – certe in senso umano, se non certe in senso assoluto.

Dalla nozione salendo all’induzione, cioè dal fatto alla legge, si accresce per necessità la quota degli elementi subiettivi, e tanto più quanto più si camina di serie in serie, cioè dalle induzioni dirette alle mediate, per addentrarsi, grado grado, nel centro comune, – legge astrattissima, universale. Ma se qui predomina l’elemento subiettivo, non cessano di campeggiare, alla base, elementi obiettivi (reali): non cessano le direzioni progressive della sperienza nostra e d’altrui, – che ci sospingetraversando i secoli – dal vaneggiamento al dubio, all’ipotesi, alla certezza umana.

Del resto, noi dobbiamo andar lieti, anzi che rattristarci, della nostra fallibitità: essa ci educa a modestia, a circospezione, a libertà dignitosa e rispettosa delle opinioni altrui; – essa crea la solidarietà degli studi, e addita, nei campi del vero, conquiste sempre nuove e sempre maggiori: onde si distenebra, di etá in etá, la sospirata visione di Dio.

secoli della civiltà esordiente, l’umano pensierofantastico e irriflessivocredea scorgere in ogni opera la causa operante, in ogni causa una volontà, e in ogni volontá una potenza autonoma, arbitraria e personale: – e così gli esseri più cari, e gli esseri più temuti (vento, acqua, terra, astri, piante, animali) ebbero culto e preghiere o imprecazioni. Il feticio è un vero Dio, se lo riportiamo alle nozioni che erano possibili in quella etá: si differenzia, scade, al paragone degli Dei posteriori, se non perchè l’imagine dell’uno rappresenta nozioni più elementari, incomple, e subittive, che non quella degli altri.

Ogni essere ha qualità sue proprie, ed esclusive, ma ne ha pure di analoghe più o meno a quelle di ciascun altro essere fisico e morale, presunte, passato e futuro. Le somiglianze maggiori – che prime si affacciarono allo sguardo umano, contemplante esseri a lui vicini, – determinarono la sostituzione del politeismo al feticismo: e vale a dire, la analogia delle azioni tra certi individui pertinenti alla medesima serie, destò per induzione l’idea di causa efficiente relativa all’insieme di esseri analoghi, in surrogazione all’idea di causa efficiente relativa a’ singoli esseri individui. Tradotte in personale fantasma quelle serie, o classi, o analogie, ne sorsero delubri al Dio dell’amore, al Dio della guerra, al Dio della vendetta, ecc.

In seguito il pensiero venne colpito anche da analogie minori e minime, intercedenti fra tutte le classi degli enti conosciuti: si ascese allora dal molteplice all’uno, dalle serie generate alla serie generante e primitiva, da un popolo di Numi volgari all’eccelso, al massimo Dio, – personificazione delle cosmiche leggi armonizzate.

Ora a noi. Che cosa faremo di questo nobile edificio, innalzato, riformato, ampliato, con ardore indomito, indefesso, dai padri nostri? Lo distruggeremo noi forse – nel delirio della impazienza? – O lasceremo che, per lungo oblio, decada e crolli? No, il progresso non abroga, ma deroga e surroga. Certo, non è dato all’uomo di sollevarsi alla perfetta cognizione della suprema forza, o causa delle cause; – ma gli è però dato accostarvisi: – il suo contatto ci travolgerebbe nella disperazione di proseguire, nella impossibilità di vivere; – la fiducia di muovere continuamente alla sua volta, ci inebria di virtù e di gioia. – Portiamo dunque innanzi il lavoro di eliminazione e di ristaurazione: saremo degni di noi stessi, ed avremo così abilitato i posteri a fare di più, e di meglio.

Il Dio-persona, a’ nostri, è figura inammissibile: – del che io darò una triplice dimostrazione.

1. Ogni essere agisce a norma delle proprie leggi, e ogni legge piglia natura dagli attributi e dai rapporti ond’essa emana. Il Dio persona rimarrebbe dunque eternamente inutile: aveva ragione di esistere quando si immaginavano da lui soffiati i venti, scagliati i fulmini, condotti gli astri ecc.; – ma ora, se tornasse vivo (nell’umana fantasia), lo ucciderebbero l’ozio e la noia.

2. Crederemo noi limitate oppure illimitate le facoltà del Dio-persona? se limitate, egli perde l’aureola d’unicità, e ritorniamo ad errori già vinti colla distruzione del politeismo; se illimitate, non può dunque sorgere mai – contro di esso – una forza ostile, che lo ecciti, e lo renda operoso: – azione, movimento è vincere date resistenze con date potenze di questi due termini, ove l’uno manchi, l’altro si addormenta nell’eterno sonno.

3. Lascieremo al nostro Dio qualche imperfezione – come facea Mosè, – o lo vorremo – al pari dei Cristianiperfettissimo? Nella prima ipotesi, lo si sdivinizza: – nella seconda lo si impiega a tutt’altro che a vivere; giacchè la vita consiste nel progredire al bene, o al male, secondo che trattasi di vita sana o morbosa. Chi tutto ha, non può acquistare più nulla.

Oltre la personalitá, bisogna eliminare certe funzioni che i nostri avi attribuirono a Dio, e bisogna anche spostare il trono su cui lo vollero assiso.

I personificatori della divinità, come retro notai, consideravano ogni essere quasi agente per e da (onde la teoria del così detto libero arbitrio): a’ morbi fisici, intellettuali, e morali, si dava il nome di perversitá (uso che non s’è ancora perduto, circa le malattie morali); e lungi dal curare il guasto nella sua radice – negli attibuti, cioè, e ne’ rapporti del paziente, – si affidava quest’ultimo alla giustizia divina, supplemento e correttivo della equivoca giustizia umana: – e, come a punire i demeriti, il Dio-persona serviva anche a premiare in ragione dei meriti, – cioè in ragione della salute fisica, morale, e intellettuale degli individui santi. Di qui veniva l’assurdo che Diomotore di tutte le azioni, – schiudeva il paradiso o l’inferno, agli organi agenti, non per altro, se non perchèinetti a resistere l’aveano obbedito o nel bene o nel male. Siccome poi la giurisdizione di Dio si estendeva a tutti gli esseri dell’universo, fu quindi mestieri di contrapporre Dio all’universo, e di assegnare quindi al primo una residenza distinta da quella del secondo, – in altre parole, si tradusse Dio fuori del tempo e dello spazio, – la quale relegazione oggidì non può non apparire impossibile fino al ridicolo.

Tolta a Dio la personalità, e la estramondialità, facciamo ora di riconoscere possibilmente in che egli consista, e quale regione occupi dell’universo.

Tutto che sappiamo (il dissi già sopra), è dovuto all’esperienza, – la quale non incontrando mai nessun fatto che non derivi da altro, ci chiama, ci sforza irresistibilmente a conchiudere che ogni fatto esiste per una causa esteriore ed anteriore a lui. E siccome nell’universo non vediamo che fatti, così affermiamo che deve esistere una causa dell’universo.

Ma Dio sarà dunque un fatto? No, per le ragioni che seguono:

a) In ogni fatto, come vedemmo, entrano, cogli obiettivi, anche elementi subiettivi: quando si identificasse la Divinitá in un fatto, in un essere, in una cosa qualunque, l’uomo diverrebbe una parte essenziale di Dio. Bisogna cercare Dio fuori dell’ambiente sperimentale, se non vogliamo che entri il nostro essere come parte integrale di Dio.

b) Gli stessi elementi obiettivi che hanno parte nella nozione del fatto, non rappresentano la realtà di un’essenza, ma rappresentano puramente la realtá di azioni da noi ricevute, ossia di forme o di fenomeni, relativi ad un’essenza che rimane sempre intangibile e imperscrutata, – siccome quella che eccede la suscettibilitá dell’apparato sensorio. Perciò, definendo un essere (una cosa, un fatto), lo diciamo: un complesso, o un sistema di attributi e di rapporti. È pura e semplice illusione il credere esistenti gli esseri quali noi li vediamo: anzi, a rigore, dovremmo cancellare la parola essere nel dizionario degli oggetti sperimentali; mentre noi, degli esseri, non vediamo se non certe loro condizioni e relazioni. – E per non ripetere la stessa illusione quando leviamo il nostro pensiero all’essere degli esseri, ci è forza abbandonare i campi della sperienza, o dei fatti.

c) Posto che ogni fatto renda necessaria l’esistenza di altro fatto esteriore ed anteriore a lui, non potremmo annoverare Dio tra i fatti se non togliendogli in pari tempo la nota essenziale che lo fa Dio, – perchè renderemmo necessaria l’esistenza di un fatto esteriore, non solo, ma anche anteriore a lui.

E dunque? Esclusi i fatti (o le nozioni), che altro ci resta? Le leggi (o le induzioni), – risponderà forse altri. – È vero; ma se ogni fatto risolvesi in attributi o rapporti, ogni legge – per quanto si applica ai fattirisolvesi in una conseguenza di essi attributi e di essi rapporti: e lasceremo che una conseguenza usurpi il titolo di causa prima?

No, Dio non risiede in fatti, o in leggi, – oltre i quali e le quali esiste però quell’essenza misteriosa, che niuno vide e niuno oserebbe negare. Chiamatela sostanza, etere, o spirito, se meglio vi piace: io, per me, la chiamo Dio, giacchè è la sola virtù che io posso riguardare come esistente prima di ogni altra, e come operatrice di ogni altra. Chi la volesse equiparare ai fatti, e la dichiarasse per ciò causante insieme e causata, affermerebbe qualche cosa di assurdo: voglio dire applicherebbe un canone sperimentale ad un oggetto, che supera ogni azione dei sensi, ogni dettame della sperienza.

Io vedo riformarsi continuamente gli esseri: vedo che ogni loro serie, a dati intervalli, si dispoglia delle antiche forme, e ne veste altre più degne e più complicate. V’ebbe dunque un momento in che gli esseri (sublunari) aveano tutti un’unica forma, cioè non aveano forma alcuna, mentre identitá e forma sono estremi contrari, e incompatibili. Da che ebbero essi la prima forma (o varietá), origine delle successive? Non da altro io penso, che dall’intima essenza, uguale, inalterabile sempre e dovunque, – diffusa nell’immensitá dello spazio, interminata come la successione del tempo.

Creatrice di tutte le condizioni e di tutte le relazioni, essa impone e migliora, di momento, in momento, le nostre leggi, senza interromperle: onde i trionfi continui della scienza e della morale.

 


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