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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
(inerente alla 1. Nota pag. 16 e alla 2. Nota pag. 34. [Note 8 e 14 di questo testo elettronico. Nota per l’edizione elettronica Manuzio])
Gli spiritualisti – che pur sono di antichissima data – ignorano tuttavia se e quale differenza interceda fra spirito e nulla (di loro io non parlo, nè ad offesa, nè a difesa: quando avranno definito lo spirito come alcun che di positivo – mentre, fino ad oggi, si limitarono a definirlo in via negativa, –– discorreremo allora).
E i materialisti vedono certezza ove non è che ipotesi, – come io tenteró, alla meglio, di provare.
In tre canoni fondamentali si compendia la teorica del materialismo, cioè:
1. L’essenza della materia non è molteplice e varia, ma semplice ed unica.
2. Gli esseri constano di sola materia, o dalla materia esclusivamente procedono.
3. La materia, per necessità degli attributi suoi naturali, dispone e modifica sè stessa, in guisa da produrre tutte le forme, le attività, e le metamorfosi degli esseri che vanno succedendosi nel tempo e nello spazio.
A favore del primo Canone (semplicità e unicità della materia) abbondano gl’indizi, ma non si hanno rigorose prove. È noto che se due o più corpi vengono tra loro a combinarsi o a fondersi, il relativo prodotto assume qualità sempre diverse, e talora perfino opposte, col variare delle proporzioni, e col mutarsi delle esterne influenze – igrometriche, termometriche, fotometriche, ecc; per cui le diversità di forma non importano diversità di materia.
Ne’ tempi andati credevasi che il mondo si componesse di quattro elementi fuoco, aria, terra ed acqua. Ora, la fisica ha dimostrato non essere il fuoco, un elemento, – sibbene essere (come l’elettricità e la luce) una condizione relativa al combinarsi e atteggiarsi delle sostanze. D’altra parte, la Chimica (tanto giovane, eppure tanto benemerita esattrice del vero) decompose l’aria, l’acqua, e moltissime terre, sicchè il numero dei (supposti) elementi crebbe oggimai da quattro a circa settanta, – e, com’è naturale, vennero scemando, in proporzione, le differenze qualitative tra ciascuno e ciascuno dei (supposti) elementi. È probabile, che, a mezzo di nuove decomposizioni, si riesca un dì o l’altro ad eliminare quasi del tutto esse differenze. Ho detto quasi, perchè, a mio subordinato giudizio, ove pure tali materie fossero identiche in realtà, si manterrebbero nullameno sempre diverse in apparenza, refrattarie ad ogni processo e tormento chimico, avendo io già dichiarato (nell’altra Appendice) che sono cose fra loro contraditorie visione di forme e visione di identità. È anche probabile (siccome accennano gli aereoliti) che le materie de’ corpi celesti sieno tutte uguali in sostanza a quelle del nostro pianeta. Ma il conchiudere su tali argomenti è riserbato a’ figli de’ figli nostri, – sotto al raggio meridiano di quella scienza, della quale scorgesi ora il mattutino crepuscolo. Nè si conchiuderà forse mai per dimostrazioni dirette, bensì unicamente per induzioni.
Al secondo Canone (materialità degli esseri o derivazione loro dalla materia) oppongono viva resistenza le leggi dell’affetto e del pensiero, leggi non esplicabili a mezzo di quelle sole veritá che formano l’attuale patrimonio delle scienze fisiche.
So bene che alla maggiore o minore potenza di sentimento, e di intendimento, risponde sempre una maggiore o minore complicazione del materiale organismo, – onde l’uomo si distingue dai bruti, e questi si ripartono, com’altri dice, in famiglie diverse, e, com’io direi piuttosto, in serie molteplici, dalla scimia al zoofita. So che ad ogni alterarsi del cuore e del cervello, si altera in proporzione la volontà e la mente, e che le esterne cose hanno potenza d’influire costantemente nell’interno laboratorio delle aspirazioni e delle idee. Tutto questo è vero, ed apre l’adito a profonde considerazioni; – ma ne conchiuderemo noi, senz’altro, che le esistenze morali e intellettuali dipendano, come filiazioni, dalla materia? Suscitare forze, e comprimerle, non è generale.
Si può credere che le nozioni sieno il riflesso di oggetti specchiantisi in alcuna delle nostre facoltà; e che le sorte imagini, riverberandosi (in qualche altra facoltá nostra) isolatamente o a gruppi, dieno luogo a forme ulteriori, le quali pure vadano soggette a ripercussioni e riformazioni della medesima specie, e così via di seguito, creando per tal modo le idee astratte e le idee fantastiche. – Ma, supposte (ricordiamoci bene, supposte, e non dimostrate) le cause obiettive, e le parvenze fenomenali del pensiero, ci resterebbe a conoscere il più ed il meglio, cioè la causa delle facoltà subiettive che danno origine alle immediate o concrete nozioni, ed alle astrazioni. –
E non ha più solide basi, del primo e del secondo, il terzo Canone (deificazione della materia), che si affida a recenti invenzioni telescopiche e microscopiche.
Alessandro Humboldt ci indusse a credere che ogni cometa rappresenti un astro in via di formazione, oppure un astro in via di sfacimento. Le celebri induzioni di Laplace, e le appostevi e degne considerazioni di Jouvencel, non ci lasciano campo a dubitare: che l’etere, diffuso nell’immensa regione dello spazio, raccogliesi a quando a quando – per insita virtú – in nebulose, attratte a movimenti siderei; che ogni nebulosa, padroneggiata così dalla ricrescente forza gravifica, si condensa e si trasforma in sole; che dal sole, in dati periodi e sotto l’impulso della rotazione, si staccano lembi di materia – voluminosi più o meno – a costituire altrettanti pianeti; che indi, e nella stessa guisa, i pianeti maggiori danno esistenza ad uno o più satelliti; e che, esaurita l’opera edificatrice o di condensazione, traverso a migliaia di secoli, ogni sistema planetario, con lena ugualmente progressiva, incede all’opera demolitrice o di confricazione e triturazione; e alla fine ridiventa etere, per generare astri novelli – ricchi di maraviglie sempre diverse, e più grandi.
Le veritá sublimi e inaspettate abbagliano la mente, prima di educarla a sostenere quella vivida luce, che da esse emana; e allora o tutto si nega o tutto si esagera, contradizione che dunque non potea mancare all’enunciarsi della scoperta di Laplace. Gli uni osarono vituperarla coi nomi di follia, o di bestemmia, gli altri ne dedussero conclusioni imaginarie, abbandonati alla foga irresistibile dell’entusiasmo. Dei primi, ha giá fatto giustizia il tempo: ed ai secondi, per desiderio che tornino alla severa imparzialità della critica, domanderò:
a) Quale sia la causa efficiente, e la natura dell’etere;
b) Ammesso che l’etere non abbia forma, quando e come e perchè la acquisti;
c) Se, nel caso contrario, cioè dato che l’etere abbia forme, lo si possa tuttavia, chiamare la sostanza unica.
Per ora, nessuna via conduce a sciogliere tali quesiti: – un certo assioma filosofico anzi condannerebbe tali quesiti a rimanere sempre indecisi: io rifiuto l’assioma; chè non so vedere colonne d’ercole stabilmente imposte all’intelletto umano: – devo però anche rifiutare la conseguenza eccessiva, che dalle qui riferite premesse deducono i materialisti. –
La cellula, microscopico embrione d’ogni pianta e d’ogni animale, è una sferoide membranosa che sugge materie alimentari, le digerisce, e le assimila, per ottenerne due scopi: vale a dire quello di rifondere – a norma del bisogno – le proprie forze vitali, e quello di generare – sull’interna e sulla esterna parete – altre cellule, aventi esse pure facoltà di nutrirsi e di moltiplicarsi; – e da questo processo, riceve organi, figura, e compimento, l’essere vegetale o animale.
Fra gli elementi costitutivi d’ogni sistema cellulare campeggia l’azoto. Nelle piante (e in alcune tra le infime serie di animali) vedesi azotata la sola interna membrana: però, di solito, negli animali (e sempre in quelli di complicata organizzazione) anche le pareti esterne si trovano composte di sostanza quadernaria (azotata).
Le cellule, a cui venga meno l’azoto, perdono immediatamente ogni facoltá produttiva: ne’ vegetali rimangono là ove nacquero, umilmente impiegate, ora come veicoli per la trasmissione del succhio, ora in qualitá di magazzini pel deposito di materiali amidacei, legnosi, ecc., – negli animali, vengono senz’altro decomposte e reiette per secrezione.
Allorchè il tessuto cellulare, indebolendosi o irrigidendosi, perde queste sue naturali attitudini, l’essere declina e muore (per convertirsi in embrione d’altri esseri). –
Bastano, certo, le cose or ora esposte, a conchiudere che l’organismo vitale sembra una conseguenza di atti meccanici, e di composizioni e decomposizioni chimiche. Ma nè queste, nè altre considerazioni della moderna fisiologia, varrebbero a dimostrare:
a) come e perchè si formi la cellula primigenia;
b) come e perchè le cellule abbiano virtù di eseguire funzioni sì diverse e tante;
c) come e perchè, dalla costituzione e dalle funzioni di cellule, dentro e fuori azotate, emerga l’intelligenza e la coscienza di parecchie serie d’animali, e, più, la ragione dell’uomo.
Io non abborro dal materialismo. Vedo bene che la nostra perfettibilitá – materiale o immateriale nella causa efficiente, – sorta, come giglio, dal fango, o discesa, come angelo, dal paradiso, non muterebbe indole: – come dice un sensato proverbio, il nome non fa la cosa. Del resto, conosciamo noi la materia? Nè punto nè poco. Tutto quello che ne sappiamo riducesi al nome e ad alcune attitudini. – Perchè dunque vorremo dichiararla ignobile? Posta in date condizioni, ella ci sembra fetida, orrida, malefica: posta in altre, la vediamo ingentilirsi e rendersi pregiata e cara, più o manco; e si può dunque presumere che, in condizioni diverse (da quelle per noi conosciute) si nobiliti fino all’ispirazione dell’amore e della scienza, – divenga uomo. –
E, d’altra parte, a che monta l’aristocrazia della nascita? La grandezza vera si acquista e non si eredita: e così gli occhi nostri, per naturale disposizione, mirano al davanti e non al di dietro. Si aspira (dicono gli oppositori) all’immortalità. È vero; ma e la materia non è forse immortale? E non possiamo credere eternamente progressivo il perfezionarsi delle sue forze? Oh, sfacciasi pure l’individuo e perdasi, e confondasi in altri, – io non mi sgomento: sarebbe egoismo – fetida e velenosa arpia del sentimento – il non appagarsi di una immortalitá estesa alle opere oneste, ed alla virtù di idearle e di eseguirle. Io mi sento porzione dell’essere universo, – non mai perituro.
Alcune fra le massime che vedo pubblicate sotto l’insegna del materialismo, ripugnano, sì, a’ miei desiderii e a’ miei doveri; se non che, esse devono imputarsi, non al principio della teorica, sibbene a mal dedotte conseguenze, a peculiari illusioni di questo o quel trattatista. Io non voglio calunniare la materia, che so di non conoscere, e che possiede forse tutte le virtù maggiori attribuite comunemente allo spirito; – ma d’altra parte, io non voglio nemmeno adorare la materia, – divinità ipotetica.