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E cominciamo dall'infanzia, quando i germogli dànno l'indizio della qualità della pianta
Carlo Dickens nacque a Landport, nell'isola di Portsea, il 7 febbraio 1812. John, suo padre, che era impiegato nell'intendenza della marina inglese, era allora in missione nelle vicinanze. Poco dopo la nascita di Carlo, la famiglia si trasferì provvisoriamente a Bloomsbury, poi a Chatham, che fu ritenuta, per il lungo soggiorno fattovi da lui e i suoi, la vera patria dello scrittore. Di Chatham è fatta frequente menzione nei suoi lavori, a Chatham egli ritornò sempre con memore affetto, e a Gadshill, presso Chatham, chiuse dopo cinquantotto anni la sua gloriosa esistenza
John Dickens guadagnava uno stipendio sufficiente ai bisogni d'una famiglia modesta; ma d'indole spendereccia, e non frenato dalla moglie, Elisabetta Barrow, che aveva poca energia e non il minimo spirito di previdenza, spandeva senza contare, come un epulone che attingesse ai più vasti forzieri del mondo. La famiglia era numerosa e le difficoltà finanziarie tosto la impacciarono, con la conseguenza della sua decadenza sociale. La rovina non era peranco cominciata al tempo della nascita di Carlo, che visse i suoi primi anni in un piccolo regno di felice agiatezza
La madre gli apprese a sillabare e a leggere molto presto. «Mi ricordo confusamente — scriveva egli, molti anni dopo, a John Forster, il suo biografo più noto — del tempo che la mamma m'insegnava a leggere; e quando mi capita di rivedere le grosse lettere d'un sillabario, mi sembra di rimaner meravigliato ancora adesso della stranezza della loro forma, e ancora l'S e l'O mi si presentano con la bonaria fisionomia con cui mi si presentavano in quegli anni lontani»
I primi ricordi della sua infanzia ce lo mostrano in piedi su un tavolo o su una sedia nell'atto di recitare delle poesiole comiche, nel centro d'una piccola assemblea familiare che lo applaudiva freneticamente. Egli era certamente un ragazzetto sveglio e vivace che le mamme delle famiglie amiche si contendevano affettuosamente per coprirlo di baci, con piccole grida di ammirazione; e a lui sorse di buon'ora, con la lode e gli applausi, una certa coscienza precoce della propria importanza e il desiderio di primeggiare e la sete di più lodi ed applausi. Nasceva l'ambizione, e un sentimento più pericoloso che lo fece soffrire molto nell'età matura: l'insofferenza d'ogni critica e d'ogni biasimo, la disposizione a trovar malevola e maligna ogni più lieve contradizione di avversari o di poco fervidi ammiratori
Piccino ancora, ma già d'intelligenza sviluppata, venne in possesso, arrampicandosi in una soffitta abbandonata, d'un mucchio di vecchi volumi fra i quali erano i capolavori romanzeschi della letteratura inglese, specialmente le opere dello Smollet e del Fielding. Passò su esse incantevoli ore, spesso dimenticando, nell'occupazione deliziosa, la colazione e il desinare. Era come la prima presa di possesso del dominio della sua fantasia, e c'era come una predestinazione in quel caso che gli metteva in mano quegli speciali volumi del genere letterario che egli doveva poi sgrossare, rifinire, portare alla maggiore lucidità e perfezio ne. Era il fortunato incontro, ai primi passi, coi maestri che egli avrebbe prediletti
Al ragazzo, nel quale già s'affacciavano sogni ben definiti e al quale l'intelligenza precoce schiudeva un vasto orizzonte di speranze, tardava di andare a scuola, di cominciare a vivere e di fare, nella più vasta arena d'un collegio, quello che era riuscito a ottenere nel ristretto cerchio familiare: riscuotere lodi, attrarre gli sguardi di tutti, occupar di sè gli altri; ma nel momento che, fremente d'impazienza, s'apprestava a spiccare il volo dal nido, la fragile costruzione si scosse, s'abbattè ed egli coi suoi precipitò sul lastrico
Il disastro finanziario avvenne a Londra, dove la famiglia s'era da qualche tempo trasferita; e i caratteri dei suoi in quel frangente si precisarono, si mostrarono senza veli, come accade sempre nelle avversità: il padre si lasciò andare alla deriva, senza pure un indizio di resistenza alla corrente che lo trascinava; la madre si ridusse a vivere dei piccoli espedienti delle donne senza energia. Neanche mediocremente sensibile ai bisogni intellettuali del figliuolo, lo cacciò un giorno sulla strada a distribuir manifestini d'una pensione ch'essa aveva in animo di aprire, per dare una base all'azienda domestica che non ne aveva più; ma «nessuno — scrisse il Dickens nelle prime righe d'una autobiografia rimasta alle prime pagine — nessuno vi venne mai, nessuno si propose mai di venirvi, nessun preparativo vi fu fatto mai per ricevere nessuno». In compenso la signora madre riceveva scene continue dal fornaio, dal macellaio e da altri fornitori che, dopo aver fatto risonare di grida minacciose le scale, si ripresentavano il giorno dopo a ripeterle in pura perdita, con gran gioia o fastidio o scandalo dei coinquilini, a seconda della loro particolare disposizione sentimentale verso la famiglia Dickens, che una brutta mattina si trovò priva del suo capo John, il quale fu improvvi samente arrestato e condotto alla Marshalsea, la prigione dei debitori insolvibili, che doveva ispirare in appresso al romanziere molte comiche e tristi pagine nel Pickwick, nel David Copperfield e nella Little Dorrit
In quella triste circostanza un cugino materno offrì a Carlo il mezzo di guadagnare pochi scellini la settimana, facendolo lavorare in una sua fabbrica di grasso lucido. L'offerta fu accettata dalla signora Dickens come una benedizione, e il lunedì seguente il ragazzo si avviò di buon mattino alla fabbrica per cominciare la sua carriera d'operaio
Non si possono leggere senza commozione le pagine lasciateci dal Dickens intorno a quel cupo periodo della sua infanzia, triste di lagrime represse e di angosce soffocate. Lo scrittore più ottimista dell'Inghilterra, secondo il giudizio di parecchie generazioni, e se non il più ottimista, certo lo scrittore che doveva soffermarsi con più compiacenza sugli aspetti rosei dell'umanità, entrava nella vita in un abbandono che a volte, per la squisita sensibilità del suo spirito, la quale lo traeva ad esagerare il danno e il male, ebbe le sembianze della più nera disperazione
La fabbrica era messa in una vecchia casa lesionata sulla sponda del Tamigi. Il piccolo Carlo fu condotto in una specie di sotterraneo, dove erano altri tre o quattro ragazzi a lavorare, in apprensione continua dei grossi topi che infestavano in numerose bande l'edificio. Egli doveva coprire i barattoli del grasso con una carta oliata, poi farvi girare uno spago e incrociarlo sull'imboccatura, poi avvolgerli in un foglio grande, e infine appiccicarvi un'etichetta a stampa con le lodi e le onorificenze della miscela. Il primo giorno, un ragazzo più grande, certo Bob Fagin, del cui nome il Dickens si servì nell'Oliver Twist, fu incaricato di iniziarlo nei segreti del mestiere. «Nulla — scrisse il Dickens — potrebbe esprimere l'agonia segreta della mia anima quando mi vidi piombato in un simile luogo. Paragonando quei nuovi compagni agli amici della mia prima infanzia, sentii morire in me la speranza che avevo vagheggiato di diventare un giorno un uomo istruito e onorato. Ho conservato così profondamente nel cuore il ricordo del mio abbandono e della mia impotenza, la mia natura intera fu così penetrata dalle ingiuste umiliazioni di cui fui vittima in quel tempo, che anche ora quell'infame spettro della mia ignominia mi fa rabbrividire. Dimentico che son celebre, felice, adulato; che ho una cara moglie, dei cari bambini... dimentico... e in un triste sogno risalgo desolato verso i primi giorni della mia vita»
E si mise a lavorare svogliatamente, tristemente, come sotto il peso d'una condanna. Sulla sua natura, squisitamente sensibile e di tempra così delicatamente intellettuale, l'inonorato mestiere, i compagni tutti della classe più bassa, i loro discorsi sciocchi o triviali, dovevano far l'effetto d'un'assoluta umiliazione. L'onta per lui fu così viva, che egli non ne parlò mai a nessuno, neanche in seguito. Soltanto una volta ne fece qualche accenno al suo amico Forster, che gli aveva narrato d'aver incontrato un operaio che si vantava d'averlo avuto, molti anni prima, intimo conoscente e amico. Il Dickens rispose che era vero, e disse della fabbrica e delle sofferenze da lui patite con tal senso d'angoscia, come d'una vergogna rinnovata, che il Forster si guardò bene, ad evitargli ogni triste ricordo, dal toccargli mai più quel tasto doloroso
La madre, i fratelli e le sorelle continuavano ad abitare nella casa donde era stato tratto in prigione il padre; era per Carlo un lungo tragitto, e, non potendovi tornare durante il giorno, si portava la colazione alla fabbrica, o se la comprava nelle botteghe del vicinato. La colazione consisteva in un pane di due soldi e in un pezzo di formaggio; ed egli la inaffiava, quando il borsellino glielo permetteva, con un bicchiere di birra tracannato in fretta in una miserabile taverna. Qualche volta spendeva tutto quanto guadagnava nei dolci che lo tentavano dalle mostre delle pasticcerie; e poi si doveva contentare di pane solo e non mangiare affatto per il resto della settimana. Era così piccolo, così privo d'esperienza, così solo e in balìa di se stesso nella grande metropoli, e con lo stomaco così disposto a cedere ad ogni tentazione, che nessuno avrebbe potuto fargli una colpa di quella sua ghiottoneria. Una volta volle darsi l'aria d'un signore ed entrò con la massima disinvoltura in una birreria elegante. Andò direttamente al banco, donde il padrone lo guardava incuriosito: « — Quanto costa un bicchiere della birra più buona che ci sia? Ne voglio una tazza grande, ma con molta schiuma». Il padrone sorrise e chiamò la moglie per farle ammirare quell'omettino che chiedeva la birra con la schiuma: la donna guardò amabilmente divertita il piccino e chiamò la figlia; tutti gli si misero intorno per vederlo bere la birra; e la moglie del birraio gli diede «un bacio misto d'ammirazione e di pietà, ma così buono e femminile!»
La signora Dickens non trovò chi le facesse più credito, e non potendo più dar da mangiare ai figli, fu costretta ad andare con essi a dividere la prigione del marito. La chiave di casa fu rimandata al padrone che fu felice di rivederla, e il piccolo Carlo fu messo con una vecchietta che per qualche scellino alla settimana gli forniva un misero giaciglio, un catino incrinato e un tavolo con tre gambe. C'erano con lui nello stesso alloggio altri ragazzi più disgraziati di lui, coi quali s'intratteneva la sera, mangiando la misera cena che consisteva, come la colazione, in un pezzo di pane e di formaggio. E la domenica, con la sorella Fanny, che frequentava l'Accademia musicale, andava a passarla nella prigione coi suoi, dove il piacere di stare con persone alle quali voleva bene, gli era amareggiato dal senso di vergogna che gli veniva dal tristissimo luogo. Anche con quelli che più frequentava, i compagni della fabbrica, taceva della condizione della famiglia e della residenza alla quale era condannata, e una volta che si sentì male, e che Bob Fagin s'ostinò a volerlo ricondurre dalla fabbrica a casa, per tema che per via gli occorresse di peggio, egli, che avrebbe sofferto mille morti prima di rivelare che suo padre era in prigione, dopo essersi aggirato per una rete di vicoli e di vicoletti, sperando di stancare la pazienza dell'amico, che si sarebbe risoluto finalmente a lasciarlo solo, non trovò altro partito per liberarsene, che improvvisare una residenza fantastica nel primo palazzo che gli capitò sott'occhio: e vi si diresse precipitosamente e picchiò furiosamente al portone, e, aspettando che s'aprisse, il Dickens ebbe il tempo di ringraziare l'amico, che finalmente si decise ad andarsene, e poi di svignarsela per conto suo
Com'è chiaro, in questo periodo, il sentimento più vivo in Dickens è l'onta della propria condizione. Il contrasto tra l'esistenza che era costretto a menare e le altezze a cui lo traeva inconsciamente il suo spirito dava più amaro sapore alla sofferenza. La pena maggiore da lui patita fu nell'istante che vide la sorella Fanny insignita di un premio dell'Accademia reale di musica: «Io non potevo sopportare il pensiero d'essere al di fuori di quegli onori e di quella emulazione. Gli occhi mi s'inondarono di lagrime, e mi sembrò che il cuore mi s'infrangesse. Quella sera, coricandomi, domandai al Signore di voler mettere un termine all'abbandono, all'abbiezione nella quale vivevo. Non avevo ancora sofferto fino a quel punto; e pure non era per invidia». Certo, non era per invidia: era per l'atroce soffocazione dell'ingegno, che cercava, smaniando, l'aria; era per tutta la gloria che il mondo aveva in serbo per lui, e della quale era barbaramente e, senza rimedio, spogliato. Tutto ciò che si riferisce a quel tempo di miseria e di tristizia, a quei momenti d'aspirazione soffocata, lo accompagnerà per tutta la vita con un senso d'indicibile angoscia: la piaga aperta nella sostanza più viva del cuore gli sanguinerà sempre. Chi lo aiuta? Nessuno! Chi gli dice una parola dolce? Nessuno! Londra è un deserto orrendo, e la solitudine fra l'umanità indifferente intorno è più angosciosa di quella di un mare di sabbie. Nel colmo della gloria, egli rivivrà la pena ineffabile di quei momenti. Un viso, un oggetto, la linea d'una via, la visione di una porta farà risalire dal fondo dell'anima la sofferenza sepolta
«Mi ricorderò sempre d'un caffè dov'io era solito andare. Al di sopra della porta d'ingresso, su una grande lastra di vetro opaco, spiccava questa iscrizione: «Coffee». Ora ancora, se pranzo in un ristorante e veggo dal mio posto, sulla vetrata, queste due parole rovesciate: «mooR-eeffoC», un brivido mi passa per le vene»
Finalmente, quando ogni speranza sembrava perduta, al padre toccò un'eredità inaspettata da un parente lontano. Era una fortuna quasi sufficiente ai bisogni della famiglia, e questa lasciò immediatamente la prigione e appigionò una casetta, per stabilirvisi felice: ma dimenticò il piccolo Carlo, che continuava a incollare tristemente etichette sui vasi di grasso lucido. La liberazione venne al ragazzo da un litigio scoppiato tra il cugino, proprietario della fabbrica, e il padre. Il cugino sfogò sul ragazzo l'ira contenuta contro il padre, e per fargli dispetto glielo rinviò la sera a casa con un biglietto di congedo. Carlo se ne andò piangendo, non sospettando che in quel momento si apriva la gabbia ai suoi desiderî alati. John Dickens, che, nei momenti prosperi non si piegava a patti e condizioni, asciugò le lagrime del figlio e disse delle parole sprezzanti per il cugino. La moglie si mise di mezzo e ristabilì la pace fra i parenti; ma il marito non volle più saperne di mandare alla fabbrica Carlo. «Andrà a scuola», disse. Alla parola «scuola» il ragazzo sentì d'esser tratto a salvamento da un naufragio. Ma gli rimase un rancore: «Nonostante il mio affetto filiale, io non posso dimenticare che mia madre voleva rigettarmi nell'ignominia donde la provvidenza mi aveva tratto»
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