Silvio Spaventa Filippi
Carlo Dickens

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A quel tempo la istruzione di Carlo era poco più che elementare; e il poco lo aveva raccolto da , con la sua intelligenza naturale e con l'esercizio quotidiano dell'osservazione, che fin d'allora era in lui viva e mobilissima. Nella scuola dove entrò, intitolata pomposamente Wellington House Academy, si faceva tutto, fuorchè lezione. Il maestro direttore sapeva rigare mirabilmente i quaderni, con un parallelismo da disgradarne una macchina: il vice-maestro vice-direttore professava, con piena e assoluta ignoranza, ogni ramo dello scibile universo; e gli scolari, tra il perfetto meccanismo del direttore, e la quadrata incoscienza del vice-direttore, si davano a una numerosa varietà di esercizi che non avevano da far nulla coi fini dell'istruzione che i loro genitori ingenuamente s'erano proposti. Ordinariamente, con quella libertà che è una indiscutibile gloria delle scuole inglesi, passavano il tempo ad addomesticare bestiole acchiappate nelle loro passeggiate in campagna, uccelli, tartarughe, ricci e conigli, e a guardare una compagnia di topi bianchi che, ammaestrati pazientemente dal Dickens, compivano meraviglie. I topi saltavano gli ostacoli, salivano per delle scalette, ne discendevano, eseguivano volteggi, soli o a coppie, si schieravano in riga, presentando i fu cili di canna, deliziavano, con esercizi più difficili, quella frotta di scavezzacolli. Il domatore dei topi alternava quello spasso con un'applicazione più utile, con lo scrivere, cioè, delle novellette che dava a leggere ai compagni contro un compenso di matite, di palline di vetro, o d'altro genere pecuniario in loro facoltà e possibilità, o con l'allestire e rappresentare delle commediole buffe su un teatrino di cartone, cominciando così a mettere in moto, nelle prime ingenue prove, le sue facoltà fantastiche, che da quell'ora si misero a fervere senza più posa. I suoi gusti predominanti furono per il romanzo e il teatro; fortunatamente ebbe il sopravvento il primo; ma del secondo vi sono irrefutabili tracce nelle scene comiche o patetiche di tutti i suoi lavori, che hanno quella scioltezza e quella misura che le fan sembrare quadri prospettici della realtà. Nel vicinato c'era un circolo di dilettanti filodrammatici che davano spesso rappresentazioni teatrali, e il Dickens li frequentò assiduamente, e fu iscritto fra i soci, e recitò con essi nei drammi e nelle commedie che si rappresentavano. A volte riportò dei trionfi clamorosi. La sua immaginazione sapeva trasformarlo così, che egli poteva essere scambiato per un attore dei più abili. Più tardi, in parecchie serie di letture, date a più riprese in Inghilterra e in America, diede prova delle sue eccellenti qualità drammatiche facendo stipare letteralmente ogni sala dove si presentava ed eccitando al riso e al pianto, a suo grado, gli uditori. Come ricordò suo figlio, in una solenne adunanza dell'Associazione Dickensiana londinese, soltanto la disgrazia di un grosso raffreddore che lo costrinse per parecchi giorni a letto, gl'impedì di seguire la carriera teatrale. Il Dickens era in uno dei suoi giorni più tristi, e non aveva trovato altra via di salvezza che nel firmare un contratto con l'impresario del Covent Garden per entrarvi come attore; ma, assalito dalla febbre, non potè tenere il patto per quella sera, e il contratto andò a monte. La scena inglese ebbe un brillante attore di meno; la letteratura del mondo un grande scrittore di più

Che cosa dovè il Dickens alla Wellington House Academy? Come istruzione, nulla, o quasi nulla; come formazione dello spirito e sviluppo dei germi artistici, tutto o quasi tutto. All'anima abbattuta e mortificata bastò un po' d'agio per rialzarsi e ricrearsi. Bastò un po' di sole e di giocondità e di adolescenza spensierata a ridarle la sua elasticità naturale e la tempra della sua primitiva spontaneità. Fu per lui tempo di raccoglimento, e d'immagazzinamento d'energia intellettuale. A poca distanza dagli anni della Wellington House Academy, egli doveva dare prove della più inflessibile tenacia, e parer corazzato di metallo. La signora Carlyle, che aveva il giudizio fine e spesso la frase che occorreva, disse del Dickens un giorno, come lo vide attraversare col volto luminoso e ardente, una folla d'invitati: «Ha la persona d'acciaio!». E ciò ch'egli non aveva fatto a scuola, fece da solo, appena la vita lo prese con le sue irreducibili necessità e lo costrinse a un impieguccio di scrivanello presso l'avvocato Blackmore. Il giorno trascriveva documenti, contratti, processi, la sera era al British Museum a leggere e a imparare stenografia, con una volontà così esclusiva che gli impiegati dovevano andare a scuoterlo all'ora di chiusura. Del suo passaggio presso gli studi legali ci rimangono numerose testimonianze in quasi tutti i suoi romanzi, che riboccano di tipi del mondo giudiziario osservati certamente dal vivo. Fu allora senza dubbio che incontrò Loroten, Swiveller, Chuckster e Wobber, Dodson e Fogg e Parker, e tutta l'onesta squadra d'impiegati e di legulei di cui s'allegra il Pickwick: fu allora che gli apparvero le prime linee del Bleak House e di quanti episodi giudiziari tristi e lieti la sua penna infaticabile seppe riprodurre. Il signor Blackmore, che aveva conservato buona memoria del suo antico impiegato, interrogato un giorno da un critico su alcuni personaggi dei romanzi dickensiani, rispose: «Alcuni dei suoi eroi, o io m'inganno molto, ho avuto il piacere di incontrarli personalmente». E aggiunse di averli conosciuti meglio e a pieno nella loro nuova veste letteraria

Tra le qualità preminenti del Dickens fu una memoria prodigiosa che conservava tutto con la maggiore fedeltà: visioni di persone e luoghi coi loro più minuti lineamenti e i più tenui particolari, e non da un lato solo, ma da tutti i lati, in un complesso di sorprendente mobilità. Il suo vagabondaggio per Londra nei primi anni infantili gli accumulò una miniera d'osservazioni precise e preziose, e gli diede una conoscenza così esatta della immensa metropoli che i londinesi, alle prime prove del giovane scrittore, rimasero meravigliati dalla evidenza di descrizioni che non trascuravano un solo punto dello sfondo, per minimo che fosse. E al primo suo contatto consapevole con gli uomini nella caleidoscopica varietà del mondo degli affari colse con tanta acutezza la relazione esteriore e l'intimo nucleo del carattere, che ogni volta che creò un personaggio riuscì a ritrarlo con un'evidenza plastica, con quel di più che mancava alla natura: il segno della bellezza artistica. Tutto ebbe un valore per lui nella rappresentazione dei personaggi: un cenno degli occhi, un sorriso, una scriminatura, un particolar modo di pronunzia, un particolar modo di portare una veste, e non per la smania di dir tutto, come certi descrittori fanno, ma per la suprema necessità di non trascurare un solo tratto individuale che desse rilievo alla figura e la mettesse nella luce più conveniente. E così fu per le cose, che per lui non sono mai natura morta, ma simboli animati della vita meno apparente, tratta a lucide significazioni, rap presentata con atteggiamenti quasi umani, con una libertà, una varietà, una ricchezza che testimoniano d'una fervidissima facoltà poetica. Di lui non si può citare una sola descrizione, in tutta la gran mole della sua opera, che sia una superflua amplificazione del quadro o una oziosa esercitazione rettorica o una semplice mostra di virtuosismo tecnico; non un particolare d'una descrizione che non abbia un suo definito perchè; non un tratto solo d'un particolare che non dia un senso più sottile della cosa osservata. Di modo che l'oggetto più umile, che in apparenza sarebbe parso trascurabile, e sarebbe stato trascurato dai più, c'interessa come un personaggio; e nulla mai che non aggiunga una nota o una gradazione di nota all'armonia della vasta orchestra sospesa al suo cenno

Ma il Dickens per esser lui dovè ancora attendere e cercare. Dallo studio d'un legale, triste e uggioso come tutti gli studi dei legali, saltò in una redazione di giornale, vivo ricettacolo di energie in continuo fervore. Non con l'incarico di dettar la politica ai gabinetti o d'insegnare ai poeti il miglior modo di cantare a beneficio della pubblica sentimentalità, ma col modesto ufficio di assistere ai processi e di farne dei piccoli riassunti quotidiani. Egli vide la scala che conduceva in alto, e misurò le sue forze, e s'allegrò della persuasione che l'avrebbe percorsa tutta. Dopo poco, e a soli diciott'anni, gli toccava una parte delicatissima del giornale: quella del resoconto parlamentare, che di solito si affida ai più provetti giornalisti. Intanto aveva imparato a fondo la stenografia, che allora era più complicata di adesso, e s'era impadronito di tutti i metodi, paragonandoli fra loro, sforzandosi di comprendere i vantaggi di ciascuno, riuscendo il più abile degli stenografi del suo tempo, tanto da rimanere citato ad esempio negli annali di quella scienza. «Per arrivare a una conoscenza intera e perfetta dei mi steri della stenografia — egli scrisse — bisogna lavorar tanto come per imparare sei lingue vive!» Più tardi, quando era già universalmente rispettato e celebre, parlò in un banchetto di giornalisti della sua carriera di reporter stenografo. «Dovetti lavorare — egli narrò — in condizioni delle quali la maggior parte dei miei confratelli in Inghilterra non possono formarsi un'idea esatta. Dovetti spesso trascrivere per lo stampatore, dalle mie note stenografiche, importanti discorsi politici per i quali un errore avrebbe avuto risultati funesti per un giovane principiante. Scrivevo sulla palma della mano alla luce fioca d'una lanterna; scrivevo nell'interno d'una diligenza, trascinata da quattro cavalli galoppanti nel cuore della notte in una campagna selvaggia. Nella mia ultima visita a Exseter, ho, nel cortile del castello, mostrato ad un amico il punto esatto dove «presi» il discorso di lord Russel che lo pronunziò nonostante una viva battaglia di tutti i vagabondi della contea e sotto una pioggia tale che due buoni colleghi — per fortuna non avevan nulla da fare — pensarono di tener spiegato un fazzoletto sulle mie cartelle, alla foggia di un baldacchino in una processione. Mi logorai le ginocchia a furia di scriverci sopra quand'ero seduto nella fila degli ultimi banchi nella vecchia galleria dell'antica Camera dei Comuni. Mi logorai i piedi a furia di star ritto nella Camera dei Pari, ove ci stringevamo ammucchiati come pecore. Ritornando a Londra dalle riunioni politiche di provincia, credetti a volte d'esser stato gettato fuor di tutti i veicoli noti e usati nel nostro paese. Mi trovavo errante per scorciatoie fangose a quaranta e cinquanta miglia da Londra, in vetture che non avevano più ruote, tirate da cavalli stanchi e guidate da postiglioni ubbriachi. Ma arrivavo sempre a tempo perchè il discorso potesse essere pubblicato all'ora stabilita»

Ecco quale fu la sua vita di giornalista, e quale fu d'allora la sua vita di scrittore: d'una vertiginosa attività! Egli non avrà più che l'ansia del lavoro, aizzato da un pungolo tenuto perpetuamente in moto; non cederà più alla tentazione di un'ora di riposo, senza sentirsi preso dal rimorso di quella sua momentanea inerzia e dalla smania di ripigliar la penna e annerire della sua minuta scrittura mucchi e mucchi di cartelle candide. La lettura, con la quale i deboli mascherano la loro improduttività e smorzano ogni brama di creazione, par che non esista più per lui. Egli ha nella mente un mondo, e deve esprimerlo intero, senza lasciarne una scoria, con un assiduo sforzo, incalzato dal precipitar dell'ora. E si consacrerà, con ogni possa del cervello, tutto al suo compito gigantesco: rappresentare, con un simbolismo ispirato, in una complessa armonia di colori e di sentimenti, le molteplici, magnifiche virtù della democrazia

 

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