Silvio Spaventa Filippi
Carlo Dickens

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I primi passi di Carlo Dickens come autore furono timidissimi, quasi furtivi. Benchè avesse dato, come cronista giudiziario e come cronista parlamentare, prove non dubbie di qualità eccezionali, benchè la sua collaborazione fosse richiesta da più parti e compensata con larghezza, egli, che pure a tratti credeva con robusta fede al suo genio, cedeva a eccessi di vero smarrimento intellettuale. Come un ragazzo vergognoso della sua malattia letteraria, un giorno andò a impostare, e si guardò intorno per non farsi scorgere, diretta al Monthly Magazine, una novelletta che gli era riuscito di scombiccherare tra un riposo e l'altro dalle sedute parlamentari. Aspettò con ansia l'uscita della rivista, contò i giorni, ne aperse con batticuore le pagine il della pubblicazione, ed ebbe un tuffo al petto nel veder stampato il suo lavoro. Lo rilesse due o tre volte, come a sincerarsi della realtà dei suoi sensi, e da quel momento gli parve d'esser cresciuto di tanti cubiti su quelli che incontrava per via, e che le strade di Londra, che una volta gli mettevano un senso di rispetto e di soggezione, fossero un po' anguste per una persona della sua importanza già carica di così verdi allori letterari

La pubblicazione della novelletta non rese un centesimo all'autore; ma che montava? La soddisfazione di vedersela stampata fu per il Dickens tale e tanta, che ne diede altre otto alla stessa rivista, senza chiederle compenso di sorta. E non cessò di mandargliene, che quando trovò l'Evening Chronicle, che gli propose di pagargliele sette ghinee l'una, cioè la somma abbastanza rispettabile di centottantadue franchi. Erano firmate Boz, e il pubblico curioso, preso da quello stile agile, pieno di piacevolezze e di penetrazione delicata, si domandava chi fosse mai quel Boz misterioso. L'editore Matrone raccolse quei lavori in due volumi sotto il titolo Sketches by Boz; e confermarono il buon successo col quale erano stati accolti nella loro forma primitiva. Alla distanza di un anno solo, i diritti sui due volumi furono riscattati dallo stesso autore in società con gli editori Chapman ed Hall per cinquantacinquemila franchi

Era il passo decisivo verso la fortuna e la gloria, perchè, sebbene nell'opera apparissero molti indizi d'inesperienza, il pubblico vi aveva visto spuntare uno spirito nuovo con l'impronta d'una grande originalità. Neanche l'autore, e non solo per debito di modestia, le attribuiva molta importanza. Quando la ristampò, la fece precedere da queste parole: «tutti questi schizzi furono da me scritti e pubblicati a uno a uno in età giovanissima. Furono da me raccolti e pubblicati in età ancora giovanissima, e mandati per il mondo con tutte le loro imperfezioni — molte — sui loro capi. Com prendono i miei primi tentativi come autore, per non tener conto di certe tragedie composte nella matura età di otto o dieci anni, e rappresentate tra grandi applausi di bambini e di amici. Io sono perfettamente consapevole della loro estrema precipitazione e sconsideratezza e dei loro evidenti segni di fretta e d'imperizia, specialmente in quella parte che va sotto il titolo generale di Racconti. Ma siccome questa collezione non è stata fatta ora, e fu accolta con molta indulgenza e molto favore la prima volta, non mi sono sentito in diritto di rimodellarla e di rivederla, salvo qua e in poche frasi e parole». Ma l'efficacia d'un libro spesso non dipende dalla forma o dalla forza d'espressione raggiunta, ma dal suo valore potenziale. Il lettore, non di rado, comprende lo sforzo e completa l'intenzione, e corona colui che lo aiuta a estrarre con accenni di motivi e di frasi un'armonia che aveva già in . Fu il caso degli Sketches by Boz, nati da un taccuino di appunti su persone e luoghi — i luoghi talvolta avevano, secondo il Dickens, più senso delle persone — e stesi a studiare la prima volta il popolo con quella simpatia calda e avvolgente, che sa farne risaltare i meriti, esaltarne le virtù, metterne in azione l'umile e schietta poesia. Un gran vigore di rappresentazione non c'era, ma era forte l'intenzione di guardar con amore fra il popolo minuto e la più modesta borghesia, un ambiente di possibilità quasi fantastiche non ancora esplorato, la prima sorgente di energia della nazione britannica

Carlo Dickens allora non aveva ancora ventiquattro anni, e si ammogliò con la signorina Kathe Hogarth, e se la prese quasi a caso fra le quattro o cinque figliuole nubili d'un suo collega in giornalismo. Quasi a caso, perchè il giovane scrittore era innamorato un po' di tutte, e non seppe mai bene perchè avesse sposato la Kathe e non un'altra delle cognate. Nei primi anni di vita matrimoniale, la morte  d'una di esse lo immerse in un dolore profondo, che stentò a trovare consolazione; gli ultimi e quelli precedenti la sua fine furono assistiti da un'altra, Giorgina Hogarth, che ebbe per lui sollecitudini di sorella e di madre, e una tenerezza che trovava nello scrittore la più perfetta corrispondenza

Della Kathe abbiamo forse un ritratto nella Dora del Davide Copperfield, il romanzo quasi autobiografico del Dickens, la bimba-moglie come David usava chiamar Dora, e come il Dickens, nei primi anni di trasporto amoroso, forse usava chiamare la Kathe. Nell'originale inglese la presentazione è deliziosa: «Talvolta la sera, quand'ero in casa e lavoravogiacchè scrivevo molto allora, e cominciavo ad avere una certa nomea di scrittoredeponevo la penna e osservavo la fanciulla che era mia moglie nell'atto che si provava ad esser seria. Prima, pigliava il gigantesco libro dei conti e lo deponeva sul tavolino con un profondo sospiro; poi l'apriva al punto che Jip aveva reso illeggibile la sera innanzi, e chiamava il cagnolino per mostrargli i suoi misfatti. Ne risultava una distrazione in favore di Jip, al quale con l'inchiostro insudiciava talvolta il naso, per penitenza. Poi comandava a Jip di coricarsi sul tavolo, immediatamente, «come un leone». Sdraiarsi come un leone era una delle virtù del cagnolino, benchè io non possa affermare che la rassomiglianza fosse sorprendente; e se esso era d'umore ubbidiente, ubbidiva. Poi ella riprendeva la penna e si metteva a scrivere, ma trovava subito che nella punta s'era inserito un peluzzo. Allora prendeva un'altra penna e si rimetteva a scrivere, ma trovava che essa faceva degli sgorbi. Allora prendeva un'altra penna e si rimetteva a scrivere, ma diceva a voce bassa: «Oh, che scricchiolio! Disturberà Doady». Allora rinunziava a scrivere come a una cosa impossibile, e chiudeva il libro dei conti, dopo aver fatto sembiante di voler schiacciare con esso il leone. Oppure, se ella era in una fase di spirito molto posato e grave, si metteva davanti il taccuino, con un panierino pieno di fatture e d'altri documenti, che avevano, piuttosto, l'aria di cartucce da arricciare i capelli che di liste e di conti, e si sforzava di trarne qualche risultato. Dopo averli rigorosamente comparati gli uni con gli altri, aver scritto alcune righe sul taccuino, averle asciugate con la carta suga, e aver contato e ricontato tutte le dita della mano sinistra da un lato e dall'altro, essa si mostrava così smarrita e scoraggiata, aveva l'aspetto così infelice, che sentivo una pena nel vedere una nube oscurare quel volto luminoso — e per cagion mia! Io m'avvicinavo pianamente e dicevo: «Che hai DoraDora alzava gli occhi disperata e rispondeva: «Non vogliono andare d'accordo. Mi fanno male alla testa. E non vogliono far nulla di ciò che voglio». Allora io dicevo: «Orsù, proviamo insieme. Lascia fare a me, Dora!» E cominciavo una dimostrazione pratica, alla quale Dora accordava la più profonda attenzione per la durata forse di cinque minuti; e allora cominciava a sentirsi terribilmente stanca, e si distraeva dal soggetto arricciandomi i capelli, ripiegandomi il collo della camicia per veder come mi stava. Se, senza far conto di nulla, interrompevo la sua distrazione, continuando nella mia dimostrazione, essa faceva una faccia così selvaggia e desolata, imbrogliandosi e turbandosi sempre più, che il ricordo della sua naturale letizia al tempo che i miei passi si erano smarriti sulla sua via, e il sentimento ch'essa era mia figlia nello stesso tempo che mia moglie, operavano su me come un rimprovero, e allora deponevo la penna per prendere la chitarra»

Se la Kathe corrispondeva alla Dora del romanzo, non poteva essere che un impaccio per il Dickens, che odiava la pigrizia, l'accidia e gl'inutili languori delle anime sfibrate. La bimba-moglie serviva mirabilmente allo scopo d'un la voro d'arte, non alla realtà d'una piccola casa borghese, che aveva bisogno d'una direzione oculata e saggia e dell'attività d'una massaia bene accorta. E pian piano la bimba-moglie discese dal piccolo trono d'idolo, dove il marito l'aveva sollevata, e scoprì la sua natura di bambola comune, poco adatta alla compagnia d'un uomo non comune. Non prima, però, del lasso di parecchi anni e del dono di parecchi figli; non prima d'un lungo periodo di reciproca tolleranza che diminuiva l'amaro della coabitazione. Poi, finalmente i torti reciproci apparvero a entrambi gravi, e si venne a una rottura clamorosa, aggravata da una comunicazione del marito ai giornali. E non c'era stata una violenta tragedia d'anime, e la colpa era stata lontana da entrambi; tanto aveva potuto la differenza dei gusti e degl'intendimenti!

Il fatto che lo scrittore rimase sempre in rapporti cordialissimi con tutti i componenti della famiglia Hogarth prova almeno che gran parte della responsabilità fu delle circostanze, che scandiscono il loro folle ritmo egualmente per tutti, e, quasi a mostrar meglio la loro ironia, s'aggravano più pesantemente sui grandi, senza rispetto della loro dignità

Ma l'alba del matrimonio fu contrassegnata da un avvenimento memorabile nella storia delle lettere, l'apparizione del Pickwick, o per riferire più esattamente di The Posthumous Papers of the Pickwick Club. E questo più del matrimonio del Dickens e delle sue vicende coniugali importa all'umanità. Carlo Dickens aveva cominciato a scrivere la sua opera a ventiquattro anni e l'aveva finita a venticinque. E aveva compiuto un'impresa che sarà lodata fin nell'avvenire più lontano, e aveva raggiunto una vetta alla quale difficilmente arriverà durante i secoli un altro. D'allora ad ora, sebbene sia passato poco più di un secolo, nonostante una numerosa successione di eventi e di gusti, il lavoro è rimasto vivo e fresco, con la stessa smagliante bellezza del momento della creazione, come poche opere letterarie si conservano dopo un certo tempo, e unico della sua specie. Il lettore che apre la prima volta Pickwick adesso prova la stessa gioia di chi lo leggeva a fascicoli nell'anno 1836. Gli allegri personaggi, che lo popolano, ridono con la stessa schietta giocondità d'allora; gli episodi comici, che occhieggiano con grazia birichina da tutte le pagine, vi mettono con lo strepito delle risate gioiose un rumore di cascatelle che vi la sensazione e la visione di acque gorgoglianti e schiumose, di poggetti fioriti e di boschetti ombrosi, di desinari sull'erba, di grida e di richiami di brigate chiassose, a spasso in giornate di sole e di felicità. Pickwick si può leggere non una, ma due, tre, dieci volte, ed è sempre nuovo. È come un inesauribile riso di giovinezza eterna. Per farne comprendere l'irresistibile attrazione, si narra l'aneddoto d'un parroco, certo Faber, che sul letto di morte, saputo che non era ancora l'ora di leggere le preghiere dei moribondi, implorò dagli amici che lo assistevano: «Leggetemi Pickwick». Pickwick è il libro che più s'è stampato e si stampa in Inghilterra, e gli ultimi anni non hanno fatto che accrescerne la diffusione prodigiosa

E pure nacque per un mero caso, senza preparazione alcuna, e fu scritto giorno per giorno, e dato a stampare volta per volta, senza la possibilità d'una revisione o d'un pentimento. Gli editori Chapman e Hall possedevano una serie di vignette divertenti di genere sportivo, e, volendo trovare il modo di usarle e trarne profitto, si presentarono dal Dickens che cominciava a formarsi la fama di scrittore arguto e piacevole, per proporgli di scrivere qualche cosa che s'accordasse con le vignette che avevano tra i fondi di magazzino. L'idea non spiacque al giovane scrittore, il quale, d'altra parte, ebbe ad osservare: «Non sarebbe meglio se scri vessi prima il testo, e poi si disegnassero le vignette in accordo col testo?» I Chapman e Hall, che, dopo tutto, avevano del buon senso, trovarono giusta l'osservazione dello scrittore, e allestirono i torchi, pur non avendo una robusta fede nel buon successo del nuovo lavoro, che doveva essere pubblicato, come s'usava allora, a fascicoli mensili di sedici pagine di stampa, con disegni dell'artista Seymour, un buon caricaturista che al secondo fascicolo fece la sciocchezza di uccidersi, e fu sostituito dal Browns che firmava con lo pseudonimo di Phiz. Il nocciolo della narrazione consisteva nelle avventure di quattro gentiluomini che si mettevano in viaggio per visitare l'Inghilterra, e osservarne gli usi e i costumi. Per ciascuno dei primi cinque fascicoli furono stampate quattrocento copie sole. L'impresa andava piuttosto male; e si pensò perfino di sospendere la pubblicazione. Il Dickens credette un momento che l'interesse sarebbe stato avvivato ed eccitato dalla introduzione d'un nuovo personaggio, Jingle, un allegro tipo di avventuriero, e scriveva alla fidanzata che sarebbe stata presto sua moglie: «Ho in questo momento imbarcato Pickwick e i suoi amici nella diligenza di Rochester insieme con un personaggio molto strano, che, mi lusingo, desterà molto scalpore»

L'autore si lusingava a torto. Lo scalpore lo sollevò nel sesto fascicolo, del quale occorsero e corsero quarantamila copie in una sola settimana, l'incredibile, l'insuperabile, l'immortale Sam Weller, lustrascarpe in titolo all'albergo del Cervo Bianco, il quale diede l'esatta misura del genio di Carlo Dickens

Sam Weller s'incontra la prima volta nel decimo capitolo del Pickwick, nel momento che una bella cameriera gli strilla dall'alto d'una ringhiera: «Sam! Sam!» «Oh!» risponde Sam, alzando la testa, coperta d'una vecchia tuba bianca. «Il numero ventidue vuole gli stivaletti». «Domanda al numero ventidue se li vuole ora, o se vuole aspettare finch'è li abbia». «Non fare lo sciocco, Sam. Il signore li vuole subito». «Sai che saresti una bella voce per una compagnia di musica, tu! — soggiunge il lustrascarpeGuarda qui: undici paia di stivaletti e una scarpa del numero sei, che ha una gamba di legno. Le undici paia di stivaletti debbono essere consegnate alle otto e mezzo e la scarpa alle nove. Chi è il numero ventidue che vuole passare innanzi a tutti? Per turno regolare, come diceva Jack Ketch quando legava i prigionieri. Mi dispiace di farlo aspettare, signore; ma sarò tosto da lei». Così dicendo, Sam si mette a lucidare la punta d'uno stivaletto con raddoppiata alacrità. Ma v'è un'altra chiamata, dal lato opposto della ringhiera. È la padrona dell'albergo che grida: «Sam, Sam! Dov'è quel fannullone, quel buono a nulla di Sam? Oh, Sam! Ah, eccoti! Perchè non rispondi?» «Non sarebbe stata educazione rispondervi prima di farvi finire», le osserva Sam gravemente

Sam non perde mai la sua serenità, in nessuna circostanza mai, per nessuna ragione mai. Non è soltanto un personaggio umoristico, ma umorista egli stesso. Illetterato (aveva scritto soltanto in due occasioni il suo nome, ma non sapeva, come dichiarò al giudice del processo Bardell, se andasse scritto con un V scempio o un W doppio), si esprime nei momenti solenni con una filza di sentenze grottesche che la pronta fantasia nell'attimo gli suggerisce: «Per turno regolare, come diceva Jack Ketch, quando legava i prigionieri... Bel tempo per chi è bene imbacuccato, come diceva l'orso polare nei suoi esercizi di pattinaggio». Cresciuto sul ciottolato di Londra, tra i monelli, ne ha tutta la vivacità, gli ardimenti, gli espedienti. E non solo è una figura letteraria di gran rilievo, per l'acutezza delle sue osservazioni,  per la sua imperturbabilità, per la fresca spontaneità de' suoi frizzi e dei suoi gesti, ma anche per le sue esemplari doti di fedeltà, di abnegazione e di magnanimità. Carlo Dickens, nella creazione dei suoi tipi, che furono molti e prodigiosamente vivi, non superò mai quello di Sam

Una gran vena di comicità è anche nella figura del padre di Sam, di professione cocchiere, gran fumatore e gran bevitore, che ha commesso lo sproposito di coniugarsi una seconda volta. A suo figlio che, dopo un'assenza di due anni, gli chiede notizie della matrigna, risponde con grande solennità e amarezza: «Mah! bisogna distinguere, caro figliuolo. Come vedova, non ci fu mai una donna più simpatica di questa mia seconda fiamma. Oh, Sam, che cara creatura! Adesso, tutto quello che posso dire di lei è che siccome da vedova era una donna così straordinaria, è un vero peccato che abbia cambiato condizione. È inutile, come moglie non va». «Veramentedomanda Sam. Il vecchio scuote il capo, e risponde sospirando: «Ho fatto lo sproposito una volta più del necessario. Prendi esempio da tuo padre, figlio mio, e guardati sempre dalle vedove». E quando la matrigna è morta, e il cocchiere mostra, dopo tutto, d'esserne addolorato, Sam s'arrischia di dire qualche frase di consolazione: «Ma ci dobbiamo arrivare tutti a quel passo, un giorno o l'altro.» «Certo», osserva il padre. «Ci si vede il dito della Provvidenza», aggiunge Sam. «Certo, ripete il padre, approvando con un cenno solenne del capo; se no, come farebbero i becchini a vivere

S'aspettò la pubblicazione d'ogni nuovo fascicolo di Pickwick con un'ansia febbrile; e infine il lavoro fruttò agli editori Chapmann e Hall un primo beneficio di mezzo milione, e all'autore, oltre trecentocinquanta franchi per puntata, come per contratto, un regalo di settantacinquemila franchi dalla casa editrice

Non bisogna considerare il Pickwick quale un romanzo, come del resto non bisogna considerare romanzi gli altri lavori che lo seguirono, sebbene ne abbiano tutta l'aria e siano letti con questa convinzione. L'azione nel Pickwick, come negli altri, ci sta per la presentazione dei personaggi e potrebbe cominciare prima o dopo, senza guastar nulla e potrebbe non finir mai. La trama, nel Pickwick, più che negli altri, non forma un ciclo compiuto, ma una immensa spirale sulla quale è disseminato un numero straordinario di tipi, che forse non somigliano a nulla nella vita, ma che sono pieni di vita. Quelli che s'incontrano nel Pickwick potrebbero stare egualmente bene nel David Copperteld o nell'Old Curiosity Shop o negli altri romanzi, dovunque; come i personaggi degli altri potrebbero emigrare nel Pickwick o altrove e trovarsi perfettamente a posto. È un difetto dovuto a un'esuberanza di virtù creativa. I personaggi uscivano dalle mani del Dickens viventi al primo afflato, e l'autore li disseminava prodigalmente nelle sue pagine senza curarsi se c'entrassero o non c'entrassero, se l'azione per essi procedesse o ritardasse, se le fila della trama gli s'arruffassero e il piano primitivo gli si scomponesse. Anche perchè il modo di pubblicazione adottato, a fascicoli mensili, che non mutò mai, non gli poteva permettere il lusso d'una azione ben meditata. Gli bastava un'idea generale centrale; e poi sbozzava il resto secondo l'ispirazione del momento e la necessità maggiore o minore del tipografo, che gli stava col pungolo alle spalle. Così, salvo qualcuno, i romanzi del Dickens, considerati nel loro complesso, possono apparire come una massa d'un disegno confuso e grossolano. Occorre guardarli a parte a parte e nelle parti delle parti per rilevare la loro profonda bellezza. È nei particolari che il Dickens appare grande, forse come per lo stesso rispetto non fu mai nessuno: nel particolare della frase e nel particolare del tratto descrittivo, nel particolare del movimento psicologico appena afferrabile e ponderabile e nel particolare dell'atteggiamento muscolare pur della durata d'un attimo; nel particolare dell'episodio e di tutti i componenti l'episodio, urti d'idee e cozzi di passione. Allora il genio dello scrittore è come un faro potente che tutto rischiara anche nei minimi rilievi, penetrando fino nei più profondi abissi delle anime

 

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