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Gli amici e gli ammiratori d'ogni parte dell'Inghilterra volevano vederlo, conoscerlo da vicino. Ed egli s'arrese un giorno alle loro frequenti sollecitazioni, iniziando un viaggio in Iscozia che si svolse trionfale. Se lo contesero in tutte le città, e lo assediarono d'inviti, e fu costretto a pronunziare numerosi discorsi, ad assistere ai ricevimenti di numerose società, a partecipare a innumerevoli banchetti. Importante fra gli altri quello di Edimburgo, ove il romanziere trentenne fu festeggiato da trecento notabili della contea, e dove, onore supremo, venne insignito della cittadinanza edimburghese
E poi gli piacque di visitare l'America. L'ammirazione per lui dei cugini d'oltre l'Atlantico non era meno fervida di quella dei fratelli inglesi. Il fine umorista Washington Irving, che gli s'era legato a Londra d'affettuosa amicizia, gli scriveva che tutta l'America lo aspettava a braccia aperte, per stringerselo al seno. L'Irving non esagerava: i suoi connazionali accolsero il Dickens, che arrivò fra loro con la moglie nell'agosto del 1842, dopo aver affidato i suoi quattro bambini alle cure dei coniugi Macready, con l'entusiasmo più caloroso, con un'esplosione di ammirazione, che oltrepassava i confini del credibile. Fu uno scoppio di vero e proprio fanatismo. Nelle lettere al Forster, il Dickens, descriveva, con la sua solita vivacità divertente, le scene che si svolgevano alla sua presenza: «Non posso far mai nulla di ciò che vorrei, non posso mai andar dove vorrei, non posso veder ciò che vorrei. In istrada, la folla mi segue; in casa ho sempre la fiera, tanta gente ci viene. Vado a una festa, son così stretto e assediato dagl'invitati che mi manca il respiro. Vado in chiesa per avere un istante di tranquillità, e si fa ressa intorno al mio banco e il pastore predica «per me». Scendo a una stazione e non posso bere un bicchier d'acqua senza esser circondato da un centinaio di persone che osservano come apro la bocca. Pensa che vita deve esser la mia!»
Ci pensò anche lui, e la cosa cominciò a seccargli, e se ne sentì mortalmente infastidito. Il suo senso umoristico, smorzato alquanto dall'entusiasmo che lo circondava, si ridestò. Il sentirsi ripetere continuamente che il Dickens era un grand'uomo e l'America una grande nazione, cominciò a farlo sorridere, almeno sul conto dell'America. Si crede che gli umoristi sian gente in perpetua vigilanza sui loro sentimenti e su quelli degli altri; e che di rado si lascino ubbriacare da lusinghe e da lodi. Il Dickens in questa circostanza confermò questa antica opinione: quando fu giunto a bordo della nave che doveva riportarlo in patria e gli dissero la centomillesima volta che il Dickens era un grand'uomo, che una compagnia più scelta non l'aveva mai circondato e che l'America era una grande nazione, sentì il disgusto dell'America e degli americani e lo espresse in note (American Notes) che di là dell'Atlantico fecero levare alte strida e scrivere nei giornali sulla larghezza di una pagina, dei titoli di questo genere: «Charles Dickens is a fool and a liar». Anzi fece di più: mandò gli eroi del The life and adventures of Martin Chuzzlewit, che allora aveva sul telaio e non gli rendeva quanto sperava, a sbarcare negli Stati Uniti, e prese occasione dal loro viaggio per fare dei costumi di quella confederazione una satira che vivrà più a lungo della società democratica americana
Ma i larghi guadagni, che ordinariamente gli avevano dati i suoi lavori, andavano alquanto scemando, e allora egli si propose, per risparmiare e non privare la famiglia degli agi ai quali l'aveva abituata, di venirsi a stabilire in Italia. Fece i suoi preparativi con una rapidità vertiginosa e partì con la moglie e i bambini da Calais nell'estate del 1844 per arrivare verso la fine del luglio a Genova e prender dimora nel sobborgo di Albaro. Il soggiorno della Riviera Ligure fu dolce alla famiglia, ma non così allo scrittore, che aveva una gran voglia di lavorare, e non trovava la vena. Aveva messo lo scrittoio contro la finestra, per aver negli occhi tutta la gioia del panorama divino, ma le brezze profumate che vi spiravano non seppero portargli alcuna ispirazione. Lo stesso gli accadde nella città, nel palazzo Peschiera, che abitò per un anno. Gli mancava Londra, il respiro dell'immensa metropoli, la nebbia. Pareva che le sue sensazioni non potessero che dissolversi nel vasto e limpido cielo d'Italia. Ma un giorno un tocco di campana «secco, stonato, sgradevole, discorde, odioso», gli mise il cuore in tumulto. Con un titolo, egli aveva trovato un racconto, The Chimes (Le campane), e lo scrisse con una straordinaria facilità e con un fremito di gioia che pervadeva ogni frase, ogni parola, e gli dava il senso d'un miracolo in corso. Era il suo secondo racconto di Natale (il primo fu Christmas Carol e il terzo The Cricket of the Hearth) ed era pieno di brume, di nebbie, di nevischio, ma caldo d'amore per i diseredati, bollente di generosa indignazione per le ingiustizie perpetrate a loro danno. La gioia d'aver lavorato fu in lui così viva, e la persuasione d'aver infusa nel lavoro tutta l'anima sua fu così completa, che egli partì immediatamente per Londra per andare a leggerlo agli amici, che ne rimasero profondamente commossi. Ritornò in Italia, e prima di lasciarla, visitò tutte le grandi città, raccogliendo delle impressioni che furono stampate nel Daily News, da lui diretto, e poi raccolte in un volume sotto il titolo Pictures from Italy
Non costituirono un gran lavoro, chè il Dickens descrisse l'Italia come avrebbe fatto d'un altro paese: con piacevolezza, con brio, ma senza finezza e particolare penetrazio ne. Si stette pago alle apparenze, e non arrivò alla profondità della nostra anima nazionale, della nostra storia, della nostra tradizione. I monumenti lo lasciarono freddo; e non ne ritrasse che le linee visibili e tangibili. Il meno classico degli scrittori moderni, fattosi da sè, cominciato dove s'interrompeva la corrente della cultura antica, nato, si può dire, per generazione spontanea, senza che la scuola lo tenesse per le propaggini con cui sa avvinghiare i più originali, non poteva col soggiorno di un solo anno ritrarre nella sua interezza la fisionomia d'un paese che viveva soltanto di scuola e di tradizione. Se le sue note avessero descritto la Germania, sarebbero state, mutati i nomi, le medesime; e al posto della Germania si può mettere anche la Spagna e il Portogallo, perchè la terra di cui intratteneva i lettori era veramente Dickensland, chè egli fu sempre il meno obbiettivo degli scrittori, e pennelleggiava tutto coi colori della sua fantasia. Ma non così che non sentisse la particolare condizione del nostro paese e non facesse i più ardenti voti per il suo avvenire. Nel cinquantenario della nostra unità è consolante ricordare come illustri scrittori stranieri si dolessero delle sventure d'Italia, e più se la loro autorità appare maggiore. Il Dickens chiudeva il volume sull'Italia con queste parole: «Lasciamo l'Italia con tutte le sue miserie e i suoi torti, con rimpianto, nella nostra ammirazione delle bellezze naturali e artistiche, delle quali trabocca, e nella nostra tenerezza verso un popolo, d'indole naturalmente buono, paziente e dolce. Lunghi anni di trascuratezza, d'oppressioni, di malgoverno hanno lavorato per cambiarne la natura e deprimerne lo spirito; miserabili gelosie, fomentate da Principi meschini ai quali l'unione significava distruzione e la divisione forza, sono stati il cancro della radice della sua nazionalità e gli hanno imbarbarito la lingua; ma il bene che fu sempre in lui, è ancora in lui: e un nobile popolo si può un giorno sollevare da queste ceneri. Intratteniamo questa speranza!». È opportuno inoltre qui ricordare, anche perchè nessuno lo ricorda, come il Dickens, sette ad otto anni più tardi a Londra offrisse spontaneamente, per mezzo del bibliotecario Panizzi, aiuto e protezione al Poerio e a tutti i rifugiati napolitani, mettendo a loro disposizione il suo giornale Household Words per la propaganda delle loro idee, e dichiarando d'esser pronto a rimunerarli nel modo che il Panizzi avrebbe giudicato generoso ed equo. È d'accennare ancora come difendesse l'Italia e gli italiani anche in privato, in una lettera a Herly Forthergill Chorley, che aveva detto male degl'italiani nel suo romanzo Roccabella. «Io non sono della vostra opinione per quanto riguarda gl'italiani. Pensate, se voi e io fossimo italiani, e fossimo cresciuti dall'infanzia ad ora minacciati continuamente da confessionali, prigioni e sgherri infernali, potremmo voi ed io essere migliori di loro? Saremmo noi così buoni? Io, se ben mi conosco, no. Simili cose farebbero di me un uomo stizzoso e cupo, assetato di sangue, implacabile, che non arretrerebbe innanzi a nulla per vendicarsi; e se io tradissi la verità — facciamo la dannata ipotesi — dove mai l'avrei avuta innanzi a me? Nel vecchio collegio dei gesuiti a Genova, a Chiaia a Napoli, nelle chiese di Roma, all'università di Padova, a piazza San Marco a Venezia; dove? E il governo è in tutti questi luoghi e in tutti i luoghi d'Italia. Io ho veduto alcuni di quegli uomini. Ho conosciuto Mazzini e Gallenga; Manin fu istitutore di mia figlia a Parigi; ho avuto parecchie conversazioni col povero Ary Scheffer, che era loro amico, intorno a molti italiani. Son ritornato in Italia dopo dieci anni, e ho trovato gli uomini migliori, che vi avevo conosciuti, tutti in esilio o in prigione. Io penso che essi abbiano i difetti dei quali li accusate (nazionalmente, non individualmente); ma non saprei in cuor mio, ricordando le loro miserie, additarle senza riportarle alle loro cause»
È difficile trovare in altri stranieri, in una lettera privatissima, una così calorosa difesa della nostra causa. L'aspirazione del Dickens alla giustizia non era soltanto un'espressione letteraria, per la parata innanzi alla folla, da ingannare con la finzione dell'arte, ma una forza viva e sincera del suo intimo convincimento, accesa in continuità
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