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E poi successe il periodo più fervoroso della attività del Dickens, che parve moltiplicarsi e vivere la vita di cinquanta uomini. Non si sapeva dove trovasse il tempo per andare in tutte le parti dove andava e per fare tutto quello che faceva. Mutava continuamente di residenza ed era indifferentemente in Iscozia o in Francia o in Isvizzera, e se non al settentrione dell'isola britannica o all'estero, in campagna o al mare, o poi di nuovo in Francia o in Isvizzera. Si trovava regolarmente e puntualmente alle riunioni delle società di beneficenza delle quali era membro, dettava relazioni, faceva discorsi, presiedeva banchetti, promoveva spettacoli, dei quali spesso era in un sol tratto impresario, attore, bigliettario, suggeritore. Faceva e riceveva visite, organizzava gite con gli amici, curava l'educazione dei figliuoli, che erano già parecchi — furono in totale nove — partecipando ai loro giuochi, improvvisando per essi commediole e pantomime, dipingendo cartelloni umoristici. E intanto scriveva. Scriveva pagine e pagine con la straordinaria facilità di chi attinga acqua dall'oceano senza tema che si esaurisca mai, come chi conosca tutte le sensazioni e tutte le idee, e le abbia già belle e ordinate in un'immensa classificazione e non abbia che da stendere il braccio per raccoglierne a manate. E non scriveva soltanto romanzi, ma anche articoli di giornali, e non soltanto collaborava a giornali, ma li dirigeva. E teneva una numerosa corrispondenza, nella quale si divertiva a dir tutto, con lettere che sono una miniera di osservazioni preziose, e piccole gallerie di quadretti e di scene tipiche e situazioni ingegnose. E nonostante tutte queste occupazioni, era veduto spesso girovagare per Londra a guisa d'un bighellone, che non avesse altro campo di esercitazione che il selciato, di giorno e di notte, indifferentemente, nel cuore dei quartieri popolari, lungo quel Tamigi che forma quasi il fondo mobile di tutta la sua opera, con una nota di trasparenza e di mistero, di splendore e di ombra, come per riassumere la vita in un'immagine. Era per cercare ispirazione, aggiungere elementi di realtà agli spontanei motivi della fantasia? Certo, il suo lavoro letterario, si faceva a quel tempo, nell'atto che scriveva Dombey and Son, più curante della linea del vero, più curato nella verosimiglianza dei particolari e, sopra tutto, più rispettoso delle proporzioni. Gli avevano detto che la realtà non era quella dipinta da lui, che egli deformava uomini e caratteri, che non sapeva contenere la narrazione nei giusti limiti d'un disegno armonioso e d'un piano proporzionato, ed egli cercava, senza riuscirvi, di far meglio di quanto aveva già fatto, solo arrivando, dopo lo sforzo, a tarpare le ali della sua bizzarra ma squisita originalità, che si dilettava di dare al mondo reale un mondo irreale che non somigliava per nulla al vero, ma come il vero aveva leggi ineluttabili, avvenimenti fatali e abitatori incorreggibili e incomprensibili. Fortuna che non si possa essere ciò che non si è; e, che dopo ogni sforzo in contrario, il Dickens finisse col rimanere semplicemente il Dickens di prima; e che i personaggi del Dombey and Son si presentassero, nonostante l'intenzione dell'autore di crearsi un realismo inutile e dannoso, vestiti della stessa stoffa di quelli che li avevano preceduti!
L'illusione del Dickens continuò anche col David Copperfield, cominciando il quale egli credette di proporsi a soggetto il vero assoluto, riflesso come dalla limpidità d'uno specchio, che scambia soltanto i due lati dell'immagine senza alterarne la rispondenza e la reciproca dipendenza. Era la sua stessa precisa storia che avrebbe narrata, e l'avrebbero tenuto a freno i fatti immutabili, non inventati da lui, ma tessutigli e tagliatigli dalla sorte. Ed ebbe torto, perchè il David Copperfield prova come la storia sia un materiale amorfo e il genio tutto, che la ravviva secondo il suo calore e la colora secondo la sua luce. In quel romanzo che, in un certo grado, rappresenta la massima espressione della letteratura vittoriana, meno l'ultima parte, melodrammatica, e perciò ostica al palato di lettori non volgari, si ritrae con finezza precisa l'impercettibile della sensazione, si pondera l'imponderabile del pensiero in uno sdoppiamento istantaneo, si misura l'immensurabile della coscienza umana nell'inestricabile viluppo dell'errore. E non perchè il soggetto sia Carlo Dickens, con addosso, per comodità della finzione, le spoglie di David Copperfield, ma perchè l'autore è quel medesimo scrittore che trascura la verità contingente e fissa i mille volti dell'eterna, ritraendone la linea essenziale, indistruttibile e immutabile. Egli era falso contro la testimonianza oculare, secondo i dati del piccolo documento quotidiano, ma irrefutabile nel quadro d'insieme dipinto con un sentimento che investiga con sicurezza ogni profondità e trae a sommo, come in una goccia d'essenza ultima, la qualità custodita dall'anima e non ancora espressa
E non soltanto cercò, senza riuscirvi, di metter più verità minuta nei suoi lavori, ma pure, e vi riuscì, con più pensiero, maggior forza aggressiva. La materia quasi diafana del la trama dei precedenti romanzi si fa più consistente, si coagula intorno a un'idea centrale, che ha la potenza di propulsione datale da una più lunga meditazione. Quando si pubblica Bleak House è come l'impeto d'una furia demolitrice che s'abbatte sulle istituzioni giudiziarie inglesi. Par che il Dickens non sorrida più col sorriso paziente e tollerante che gli veniva dal suo istinto di carità cristiana, ma con quello corrosivo del canonico Swift, che non ne aveva, con quello smisurato e violento del curato di Meudon, che era pagano con gioia. Le parrucche della Corte di Cancelleria, che avevano resa ridicola la giustizia inglese e che videro di punto in bianco scoperte le loro soperchierie innanzi al mondo che rideva con dileggio, ebbero un bel da fare per salvarsi da quell'assalto, e si salvarono a patto di rinnegarsi e di ritornar sul campo della logica, abbandonato per insensibili e continue deviazioni e aberrazioni. E una maggior sostanza di pensiero mise in Hard Times, composto contro chi giudicava il mondo dalle cifre, e tutto voleva sottoporre alle leggi delle medie. Squadre e compassi, caduti nelle mani degli economisti, venivano temerariamente applicati alle astrazioni della fantasia, dell'immaginazione, del sentimento, come a superficie e a solidi! Egli vide il pericolo di quella falsa scienza sociale, che predicava la religione del dio numero, e le si oppose con tutta la forza, mostrandone i nocivi effetti morali. John Ruskin, che insegnava il culto della bellezza e che trovava in Hard Times le sue stesse idee su quella scienza che trattava il mondo come uno scacchiere, scrisse, contro l'opinione da lui stesso sostenuta, cioè che non bisogna giudicare buoni i libri semplicemente perchè collimano con i nostri pensieri, che quello era il capolavoro di Carlo Dickens
E poi il romanziere, già all'apice della sua carriera, scrisse Little Dorrit. Alla miglior parte dei dickensiani questo romanzo è indigeribile. Non si capisce come l'autore del Pickwick abbia potuto scendere così facilmente al grado dello scrittore d'appendice. Forse ve lo avevano tratto l'esempio, la compagnia e la collaborazione per qualche libro, di Wilkie Collins. Ma Little Dorrit è salvato e portato in alto, come un lavoro che soltanto il genio poteva concepire, dall'idea del Ministero delle Circonlocuzioni, vasta satira della burocrazia d'ogni paese, frapposta, come un Imalaia d'inerzia, fra l'iniziativa e il bene, la malizia severa dei più animosi e la conquista, l'impeto bellicoso dei novatori e la vittoria. Il Ministero delle Circonlocuzioni è la vasta palude che specchia in immagini rugginose e tristi ciò che le sta di sopra e d'intorno; e ogni speranza che la sfiori al margine vi annega per l'eternità, e appena un brivido a fior dell'acqua, tra la vegetazione marcita, segna il punto della caduta. Gli ultimi umoristi francesi, che hanno studiato con acume malizioso e felice freschezza di rilievo, le miserie e le piccinerie dell'anima burocratica, non si son mai levati a una concezione così larga e completa, che, senza trascurare l'atto del singolo segnato dal crisma del decreto ufficiale, sa mettere in moto tutto il mastodontico, mostruoso organismo ministeriale, e seguirlo nelle più remote vibrazioni, nel lento ritmo della sua immane irresponsabilità. È una creazione gigantesca, come una di quelle opere che raccolsero lo sforzo di più generazioni, e si rappresero in mirabili armonie di marmo
In concorrenza con lo scrittore, che non riposava mai e si prodigava in cento lavori, con una fecondità che sembrava inesauribile, era spuntato il conferenziere o, per meglio dire, il lettore. L'idea gli era sorta nel tempo, oramai già lontano, che egli era corso da Genova a Londra a leggere agli amici, caldo ancora della creazione, il racconto di Natale The Chimes. Aveva visto i loro volti velarsi d'una commozione non simulata, dai loro occhi scorrere vere lagrime. E poi, come accade delle idee, insensibilmente era cresciuta, e un bel giorno egli la colse. Non si trattava che di andar leggendo qua e là i migliori e più adatti brani dei suoi romanzi, e far denari a staia. E infatti fu così. Egli aveva la voce calda, flessuosa, bene intonata, capace di scendere e salire rapidamente con naturalezza per tutta la gamma; i muscoli del viso d'una mobilità estrema pronti a variazioni immediate, in un giuoco che diceva ogni gradazione del sentimento; il gesto dell'attore perfetto. Il pubblico che andava in visibilio a sentirlo, che piangeva e rideva come un bambino solo, a piacere del lettore, faceva coda alle porte delle sale e dei teatri, ove la lettura era annunziata. I biglietti erano venduti una settimana prima, e in molte città gli speculatori s'accampavano, dalla vigilia, innanzi alla sala di lettura, portandosi materassi, viveri e fuoco. Un testimone oculare e auricolare delle letture raccontava: «La vendita dei biglietti doveva aprirsi alle nove della mattina del venerdì: una lunga fila di speculatori cominciò a far coda sin dalla mezzanotte di giovedì. Alle due cominciarono ad arrivare alcuni compratori onesti; alle cinque speculatori e compratori onesti erano mille e seicento in due lunghe file; alle otto erano circa cinquemila; alle nove ciascuna fila era lunga più di tre quarti di miglio. I vari membri d'una famiglia si davano il cambio nella coda; i camerieri delle trattorie vicine accorrevano per servire le compagnie che facevano colazione all'aria aperta, nella fredda giornata di dicembre, mentre i più esaltati offrivano una somma di cinque o dieci volte maggiore del prezzo del biglietto per ottenere di cambiar di posto con quelli che erano più avanti!». In Inghilterra non si ricordavano altri avvenimenti simili che avessero portato un così grave scompiglio nelle tranquille abitudini dei capoluoghi delle contee. Come non mostrarsi desiderosi di sentir dalla viva voce del romanziere le sue pagine più belle? Non sa il Dickens arrivare fino alla sensibilità più squisita, con quella sua arte inimitabile fatta di pianto e di riso? C'è un poscritto d'una sua lettera a Wilkie Collins, che rivela intera l'intima struttura del suo stile, compenetrato così indissolubilmente di comico e di pietoso: «Il ciabattino è ammalato da mesi e non può lavorare: ha avuto un ascesso alla schiena e gliel'hanno tagliato tre volte in questa settimana. Il cagnolino sta sulla porta, così triste e così desideroso d'essere in qualche modo d'aiuto al padrone che m'aspetto che un giorno o l'altro si metta a fare un paio di zoccoli»
I critici, a proposito delle sue conferenze, ricordarono al romanziere il decoro e la dignità, ma a lui parve di non aver peccato in nessun modo contro quelle doti così necessarie all'uomo di lettere, e non se ne diede per inteso. Anzi, siccome la cosa andava di bene in meglio e dava sempre guadagni più grassi, egli accettò la proposta che gli veniva da un impresario americano, il quale aveva già depositato alla Banca d'Inghilterra diecimila sterline in garanzia dei patti che gli faceva, di pagarlo per una serie di conferenze negli Stati Uniti. Non accettò il suggerimento dell'amico Forster, che lo sconsigliava dal viaggio e dalla fatica, e s'imbarcò per New York il 6 novembre 1867. Gli americani, dimentichi dei suoi severi giudizi a loro riguardo — la memoria dei popoli è labilissima — gli fecero un'accoglienza trionfale che si rinnovò in tutte le città. Nelle lettere di quel periodo ai suoi familiari trapela in ogni frase la soddisfazione dello scrittore, di sollevare sui suoi passi un coro così possente d'approvazioni. Il Dickens aveva avuto a cuore di cercar di far dimenticare le sue note poco lusinghiere di venti anni prima. In un gran banchetto dato in onor suo dai giornalisti di New York, egli colse il destro per parlare dei grandi progressi fatti dall'America nell'intervallo tra le sue due visite: «Io non ho l'arroganza — egli disse — di supporre che tutto questo tempo non abbia prodotto in me alcun mutamento e che io non abbia di poi avuto nulla da imparare, nè alcuna osservazione affrettata da correggere». Conchiuse dicendo che nelle edizioni future di American Notes e di Martin Chuzzlewit, avrebbe ricordato che da per tutto ove era stato, nel più piccolo villaggio, come nelle più grandi città, era stato ricevuto con una cortesia perfetta, con grazia squisita, con delicatezza estrema
La prima lettura era stata tenuta a Boston il 2 dicembre. Sull'esito, il Dickens scrisse a sua figlia: «Uno ha dato due biglietti per la seconda, la terza e la quarta lettura, cinquanta dollari e una bibita al selz, in cambio d'un biglietto per la prima»
George Dolby, che fu l'impresario del Dickens, scrisse un libro pieno d'aneddoti sullo svolgimento delle letture in Inghilterra e in America, asserendo che la fatica del romanziere fu molto superiore alle sue forze. La sola lettura implicava uno sforzo fisico enorme in un uomo che incarnava ciò che leggeva, e che vibrava non soltanto della commozione dei personaggi del romanzo, ma anche di quella degli uditori. Poi v'era lo strapazzo dei viaggi in ferrovia, che eran molto meno comodi di quelli d'adesso. Pure, nonostante la fatica, nonostante le debolezza della salute, già scossa, e già segnata per il crollo finale, la vivacità naturale, la giocondità dell'oratore avevano sempre il sopravvento. Talvolta, egli si mostrava allegro come un giovanetto, e si metteva a ballare nel treno, per divertire i compagni, e alleviava loro la noia delle ore lente, raccontando aneddoti buffi, e facendo mille pazzie per delle ore
Gli sforzi a lungo sostenuti lo rimandarono in Europa fisicamente fiaccato. Soffriva d'un malessere generale, che nessun rimedio valeva a debellare. La pace di Gadshill, una antica casa di campagna da lui comprata, restaurata, ingrandita e abbellita con la cura amorosa e meticolosa che i nuovi proprietari portano nei loro acquisti, non gli ridiede l'antico vigore. Anche perchè egli accettò di fare nuove letture, e di andare ancora in giro per l'Inghilterra, per l'ultima volta, e poi finalmente riposarsi. Ma non mantenne il proposito, chè dovè ripresentarsi al pubblico in un nuovo giro d'addio, e quindi, come sogliono i comici, in un giro ultimo e definitivo, che lo rese più debole e meno disposto a resistere alla nemica che era in agguato nell'ombra
Intanto aveva pubblicato Great Expectations e attendeva con gran lena alla composizione d'un nuovo romanzo: The Mystery of Edwin Drood (Il mistero di Edwin Drood). Con quest'ultimo aveva fatto ciò che non aveva tentato mai: chiudere l'azione in una trama convergente tutta in un punto. Oltre l'osservazione dei personaggi, che cercava di tenere ora nei limiti d'una realtà più comprensibile, oltre la forma, che elevava man mano a una dignità sempre più composta, s'era messo a inseguire da presso la tecnica del romanzo, della quale non era stato mai padrone e che sperava, con folle ardore, di assoggettare. Con l'illusione di tutti gli artisti, che non son mai paghi delle loro qualità e invidiano quelle degli altri, cercava negli ultimi tempi d'essere piuttosto George Eliot o il Thackeray che sè stesso: essere reale come erano essi, secco e ardente, com'essi, d'un'osservazione quasi dolorosa nello sforzo d'introspezione. Ma il mistero di Edwin Drood doveva rimaner mistero; nè ce l'ha rivelato la vasta letteratura nata da quel romanzo rimasto incompiuto, e così pubblicato, sebbene i critici l'abbian studiato da tutti i lati con la vaga speranza di ricostruire quello che l'autore, per la sua fine improvvisa, dovè lasciare sigillato per l'eternità
L'8 giugno 1870, mentre desinava, Carlo Dickens a un tratto impallidì, si rovesciò su un fianco e s'abbattè dalla sedia sul pavimento, mormorando inintelligibili parole. Furono le ultime, e poco di poi le labbra si chiusero per sempre, e il prodigioso suscitatore di innumerevoli vite ideali giacque immoto nel sonno della morte, e successe un gran schianto nel cuore della nazione anglosassone, e ogni anima bennata, in tutti i paesi ov'era giunto un raggio del suo chiarore, dolorosamente lo ripercosse. Era come la caduta improvvisa d'un trono. Più triste, perchè egli aveva dominato senza armi, e senza leggi, con la sola forza della simpatia, e il regno da lui inaugurato finiva con lui. I potenti lo avevano avuto loro giudice equanime; inflessibili soltanto i vili; gli umili, consolatori; i reietti, rivendicatore generoso della loro dignità; tutti, largo dispensiero di serena gioia; e la gloria gli riversò sulla fronte tutti i suoi lauri immortali
Il compianto fu sentito più intensamente dai poveri, dei quali era stato ardente patrocinatore, dei quali aveva sofferto le sofferenze, scoperto la morale bellezza anche nelle loro più squallide tane. Con l'attrarre le simpatie dei suoi lettori su di essi, o col mostrare il meglio della loro anima, aveva fatto sentire ciò che egli stesso sentiva. Tre piccoli aneddoti narrati da un figliuolo del Dickens dànno un'idea del sentimento di tutte le classi per il gran romanziere nell'ora della morte: «Un mio amico, appena morto mio padre, si trovava in una bottega di tabaccaio, quando entrò un operaio che ordinò la sua provvista di tabacco e disse, gettando il denaro sul banco: «Abbiamo perduto il nostro migliore amico». Il figliuolo del Dickens prosegue: «Presi una carrozza nei giorni dei funerali di mio padre e quand'ebbi pagato la corsa al cocchiere, questi mi disse: «Oh, signor Dickens, vostro padre fece molto per tutta la povera gente: noi cocchieri sapevamo che avrebbe finalmente fatto qualche cosa anche a nostro vantaggio!». Non ho avuto mai la più remota idea di che cosa il cocchiere pensasse che mio padre avrebbe fatto per la sua classe; ma il fatto dimostra la fede che si aveva in lui. Un mese prima della sua morte, egli ricevette la seguente lettera da uno sconosciuto «Io cominciai la mia vita, come operaio, in una segheria, fui fatto sorvegliante, poi ispettore, poi fui assunto dal padrone in società. Il mio socio è morto, e io ora resto solo proprietario d'una grande azienda. Sono convinto che il buon successo della mia vita sia dovuto all'influenza esercitata su di me dai vostri libri, e io non posso venire in possesso di questa grande fortuna, senza tentar di esprimervi in qualche modo ciò che sento»
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