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Dopo quarant'anni dalla morte, il gran romanziere non ha sofferto diminuzioni. Tra le grandi ombre che passarono in Inghilterra dal 1840 al 1870, periodo d'una vasta fioritura di ingegni, è l'ombra che non si dissolve. C'è anche quella del Thackeray, ma gradatamente s'allontana e si dirada, e soltanto i più acuti lo scoprono
È perfettamente inutile tentare il parallelo del Thackeray col Dickens. Quel che si può dire di certo è che il Dickens tiene sotto l'impero della sua fantasia l'alto e il basso della scala dei lettori, raggiungendo lo scopo che pochi raggiungono nel trattare materia d'arte: accendere d'una stessa ammirazione incolti e colti, rozzi e raffinati. È il capo d'accusa che si porta contro di lui, questo suo essere accetto a ogni classe di lettori. Si dice: per piacere al gran pubblico dev'essersi servito di mezzi grossolani. Invece il pubblico grosso è da lui affascinato non con la volgarità degli elementi adoperati, ma con la loro semplicità. Come il riuscire inintelligibile ai più non è segno di eccellenza, non è necessariamente volgare ciò che è compreso e gustato anche dai più. Fu dato a lui di conciliare ciò che appare inconciliabile: esser fine ed esser popolare
E non fu il solo suo merito. Un altro, maggiore, fu la varietà dei suoi toni, la ricchezza delle sue espressioni. In generale, ogni scrittore ha una corda, e su quella picchia e ripicchia fino alla sazietà. Il Dickens ebbe tutte quelle che possono essere a disposizione d'uno scrittore, e le avvicendò sotto le dita con una prodigiosa mobilità. Sicchè alla pagina melanconica succede con trapasso naturale la pagina ilare o lieta; alla patetica e grave, la vivace e la nervosa; alla profondamente commossa, la sbrigliatamente comica, quando la commozione e la comicità non fanno una mescolanza sorprendente e bizzarra, nella quale il sorriso brilla in una lagrima. Ed è una processione di scene perfettamente inquadrate, sebbene ci sia tra esse qualche soluzione di commessura non sempre perfettamente dissimulata. Alcune, a volte sono poco necessarie all'azione, considerata nel suo insieme, ma d'una assoluta perfezione, singolarmente giudicate, e d'un genio così personale e pur d'un carattere così universale che sono entrate senza sforzo nel patrimonio comune degl'inglesi colti. Il segno maggiore della nobiltà d'uno scrittore è colorare della propria sostanza quella massa incandescente e ondeggiante, in perpetua variazione, che è la lingua, lo strumento d'espressione d'una nazione. Sono innumerevoli le frasi che tutti gl'inglesi spendono come moneta corrente e ufficiale, e che furono invece coniate nella privatissima zecca del Dickens
Questo, naturalmente, non sarebbe potuto avvenire, senza un terzo ed esclusivo merito, quello che sopravanza gli altri ed eleva lo scrittore di tanti cubiti, sui rivali, concorrenti o contemporanei: la sua incredibile facilità di ideatore e modellatore di personaggi. La vita fisica e morale si esprime nelle sue ultime elaborazioni, in tipi d'organismi e tendenze individuali; la vita ideale, per distinguersi dall'amorfismo cerebrale, ha estrema necessità di persone e caratteri distinti; se no, non esiste. Nessuno si salva degli scrittori che non organano la forma in stampi propri, fortemente caratteristici, e nessuno con maggiore energia del Dickens espresse una legione così numerosa di tipi originali con così ricca vitalità. Il lettore dei suoi romanzi — veramente un genere alquanto raro in Italia — non ha che da raccogliersi un poco per vedersi sfilare innanzi una singolare interminabile legione di figure che affermano con tutti i mezzi la loro volontà di rimanere per lungo tempo nel campo delle creazioni felici. I critici sottili — attenzione ai critici troppo sottili, disposti a rinnegare l'esistenza di sè medesimi! — dicono che sono persone impossibili senza riscontro nella realtà quotidiana. Verissimo; ma è la realtà quotidiana che muta e dilegua, e viene sostituita con un'altra realtà parimenti fuggevole, non la realtà artistica, che vive di elementi diversi, e risponde a una nostra idea generale, che permane immutabile per secoli. L'Achille omerico appunto perchè non può esser avvicinato all'antropometro dei distretti militari giganteggia tra gli eroi; come Orlando, che sfugge all'esame degli psichiatri, e don Chisciotte, che è rimasto fuori del manicomio, giganteggiano in altro campo. Gli eroi del Dickens probabilmente non entrano nelle categorie auguste che la critica con la squadra e col compasso ha dichiarato insormontabili: ma non cessano dall'essere artistici per la ragione della loro grandezza, che incarna una nostra idea, non fantastica, del bene e del male, della virtù e del vizio. Le possibilità umane sono infinite, e infinite le possibilità artistiche: le une e le altre per essere esistenti debbono essere coerenti, e la coerenza è dal Dickens scrupolosamente osservata. Forse troppo. È la loro stessa estrema coerenza che, a volte, fa sembrare impossibili certi personaggi, e la loro immutabilità dal principio alla fine. Ma sono pure i segni della loro giovinezza quasi mitologica e della loro indistruttibilità. Visti una volta — e bastano in moltissimi casi poche parole per fissarli indelebilmente — conosciuti una volta, non si dimenticano più. Il lettore più indifferente comincia a interessarsi ai loro casi con un'ansietà che nessuna sensazione estranea diminuisce, e quando li ritrova li saluta come buone antiche conoscenze; e quando da parecchio tempo li ha lasciati dormire negli scaffali e per un istante li risveglia, s'alza come il vocio d'una folla gaia, nella quale egli distingue visi e occhi, e chiama vecchi amici a nome, e cento mani gli son spôrte, ed è per lui come il ritorno, dopo una lunga assenza, in un paese amato dove non si sa se sia maggiore il piacere di rivivere tra persone care o più dolce la malinconia dei ricordi che si levano, come stuoli alati, da ogni parte. E questo avviene a tutti i lettori in buona fede, siano dell'aristocrazia intellettuale o della democrazia intelligente. In una conferenza del Thackeray c'è un tratto che dimostra la bontà del suo animo, non ombroso del rivale, e insieme il trasporto d'ogni classe di lettori per il Dickens, che era arrivato ad attrarre con la sua arte perfino i fanciulli. I figliuoli del Thackeray un giorno irruppero nella sua stanza per domandargli: «Perchè, babbo, non scrivi dei libri come; quelli del Dickens?»
Il Dickens aveva in comune col Thackeray l'acutissima penetrazione dei difetti, delle piccinerie, delle miserie dell'umana natura, e sapeva, come lui, rilevarli e colpirli; ma aveva in più, a tacer della sua tendenza a scoprire il nucleo del bene nel cuore di tutti e della sua simpatia più calda per le sofferenze degl'infelici, un senso particolarissimo della bizzarria del mondo. Pur studiando e ritraendo continuamente l'umanità, egli n'era rimasto, sotto un certo aspetto, al di fuori, come un abitante d'un altro pianeta spedito quaggiù a coglier sensazioni e impressioni terrestri. Questa sua disposizione di spirito, che gli faceva vedere dello strano e del grottesco in tutto, e considerar con occhi perpetuamente meravigliati ogni fenomeno del mondo fisico e morale, lo portava spesso a isolare il fatto e l'oggetto più comune, e, penetrandolo nei suoi elementi essenziali, ad attribuirgli un'importanza a volte esagerata. Non a danno dell'arte che è appunto rivelatrice e vivificatrice d'ogni senso riposto delle cose; ma a più intensa glorificazione della vita, diversa, varia, multiforme, sempre la stessa e nuovissima a ciascuno, fuggente e presente in innumerevoli aspetti, e degna, anche se aspra ai più e dolorosa ai più sensibili, d'esser vissuta e rappresentata.
Le opere, di Carlo Dickens sono state pubblicate dalla Casa Chapmann and Hall di Londra, e poi da molti altri editori. Le principali edizioni popolari sono: The half-crown edition, 21 voll., 1892; The cabinet edition, 32 voll., 1888-89; The pocket edition, 30 voll., 1879; The shilling edition, 21 voll. Si può raccomandare la The Oxford India paper Dickens, 17 voll.; The fireside Dickens, 22 voll. 1903
Forster J., Life of Ch. Dickens, 3 voll. 1872-74
Gissing G., Charles Dickens; a critical study, 1878
Harrison F., Dickens's Place in literature. 1894
Pierce G. A., The Dickens Dictionary. 1872
Taine H., Litterature anglaise, vol. V. Paris
Kitton F. G., Charles Dickens, 1906
Chesterton G. K., Charles Dickens, 1907
Gausseron, Pages choisies des Grands Écrivains - Dickens, 1903
Fitzgerald P., The life of Charles Dickens as revealed in his writing, 1905
Pontavice de Heussey R., L'inimitable Boz, Paris
Cazamian L., Le roman social en Angleterre, 1904
Hervier P. L., Charles Dickens, 1911
Errera E., Carlo Dickens, Bologna 1903
Il lavoro di F. T. Marzials contiene una bibliografia completa fino all'anno 1887, compilata da J. P. Anderson
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