Silvio Spaventa Filippi
Jerome

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Sono pochi, ma ci sono; son rarissimi, ma tutti qualcuno l’abbiamo pure, di tanto in tanto, incontrato... qualcuno di quegli spiriti faceti, che hanno il potere di spianare tutte le fronti, di portare un sorriso in ogni angolo, una spera di sole a ogni malinconia. Per una loro disposizione naturale a non cogliere che i fiori e a non inciampare nei rovi, a lasciar da parte il grigio, l’incolore e l’informe; per la loro attitudine istintiva a correre dove c’è lume di gaiezza e a ignorare i cantucci oscuri dove s’accumula l’uggiosa polvere del mondo. Gli amici se li disputano, i crocchi pendono dalle loro labbra, le famiglie dei conoscenti, ove càpitano, non vogliono lasciarli andare e insistono perchè rimangano a cena, sebbene di preparato non ci sia nulla; e a un tratto la casa della visita improvvisata assume un’aria di festa: il broncio coniugale del giorno è svanito; i bambini hanno interrotto le loro bizze e son tutti orecchi; perfino la vecchia nonna, sorda e semispenta, seduta da anni nella sua poltrona d’invalida, si sente di nuovo interessata alla vita e si fa ripetere l’ultimo motto, che ha fatto esplodere l’ultima risata; perfino la domestica, con uno straccio e una stoviglia in mano, è ritta sulla soglia della cucina a cogliere i frizzi giocondi e le gaie trovate: la mensa modesta, quella sera, ha il fulgore d’un banchetto in un palazzo incantato.

A uno di quegli uomini così felicemente dotati da sapersi aggirare continuamente in un cerchio di magica giocondità, io rassomiglierei Jerome, lo scrittore e romanziere inglese, oggetto di questo rapido profilo.

Il suo nome per esteso è precisamente Jerome Klapka Jerome; ma quel Klapka lo oscura, più che segnalarlo. Lo chiameremo più correntemente Jerome Jerome, senza l’accento circonflesso, come, qua e , quasi che fosse francese, l’ho visto erroneamente citare. Egli è nato nel 1859, è stato attore, maestro di scuola, giornalista, ed ha preso parte in qualità di motorista, in Francia, all’ultima guerra contro la Germania. Questi dati della sua biografia ‒ e non ne ha di più vistosi ‒ ci lasciano, quanto all’uomo, nell’oscurità più completa. Come uomo egli può esser come noi e peggio di noi, più sensibile di noi alle punture di spillo di cui è larga ministra la vita quotidiana, più di noi disposto a tener maggior conto del male che del bene, più di noi tratto a rilevar più particolarmente i difetti che le virtù di quelli che lo circondano, più pronto a spremere da ciò che lo riguarda direttamente la goccia di tossico che avvelena e non la stilla di miele che addolcisce; in breve, più amareggiato e più amaro, più aduggiato e più uggioso, più triste e più funebre di quanta gente abbia vagato mai per le penose e scabrose vie del mondo. Ma come scrittore egli regge a qualunque prova per virtù ridanciane; neppure Rabelais ‒ si badi che non faccio paragoni di grandezza ‒ rise mai con più franca e cordiale risata.

Se questa qualità fosse dell’uomo e avesse effetto nel suo traffico quotidiano, nel cerchio vivo della conversazione, vedremmo Jerome Jerome seguito da una turba entusiasta, come nella celebre fiaba il pifferaio di Hamelin. Ma essa ha effetto nella letteratura, e la letteratura è una cosa seria: seria non soltanto per le difficoltà che impone ai suoi cultori ma per l’atteggiamento, con cui è considerata dalla maggioranza dei lettori. Sulla carta scritta e stampata vogliamo passare per gravi, sennati, pieni di profondità; e nella carta scritta e stampata adoriamo la compassatezza, la solennità, la mutria. Forse per contrasto, per un compenso alla leggerezza, all’incoerenza, alla nessuna compattezza del tessuto della vita quotidiana, forse per supplire idealmente all’inconsistenza su cui i nostri principi vacillano, le nostre credenze mal si reggono, il nostro cemento vitale non fa presa. Da questo reciproco atteggiamento di autori e di lettori, dalla smania degli autori di salir sui trampoli della solennità, e dalla ingenuità dei lettori che non distinguono i trampoli e credono che quell’altezza sia vera altezza, è discesa la strana conseguenza che incontri più larga accoglienza un libro grave (qualche volta si potrebbe dire un libro mattone) che un libro gaio; che sian sempre in tutte le letterature più onorati i piagnoni che gli umoristi. Il sorriso ha poca fortuna in letteratura.

 

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