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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Il Jerome ci narra dei suoi viaggi; ma non sono i viaggi che gl’importano ‒ questa cura la lascia alle guide ‒ sibbene tutto quello che li accompagna, li segue, li precede, uomini o cose, idee o fatti, o meglio, concatenazione bizzarra, e pur rigorosamente veridica, d’idee e di fatti. Vogliamo andare in Germania, nella Foresta Nera, a Oberammergau. Sì; ma la Germania può rimanere dov’è, come anche la Foresta Nera e il resto, ed egli s’indugia a discutere deliziosamente, con gli amici e i compagni, del bagaglio e delle mogli e di come trovare il pretesto di lasciarle sole, e a raccontar come le mogli ‒ quel che si pensa... è reso! ‒ cerchino, dal canto loro, il mezzo di ottener, senza lasciar parere, da quei sornioni di mariti, quel che da lungo tempo esse desiderano: per liberarsi un poco dalla loro continua soggezione familiare. La Germania attende sempre, e lo scrittore vaglia, con gli amici, l’idea d’un viaggio di mare, idea ch’è poi abbandonata, perchè una volta egli noleggiò un battello e s’imbattè in un capitano cui piaceva più l’aria mefitica del caffè «Catena e Ancora» di Harwich, che quella salina e salubre del libero oceano. Sempre col pretesto del vento, che, benedetto vento! non soffiava mai nella direzione giusta. Mette conto di far la conoscenza di questo capitano, con le parole del Jerome: «Quando siete pronto, capitano, ‒ io dissi ‒ partiremo.
Il capitano si tolse il sigaro di bocca.
‒ Con vostro permesso, signore, ‒ rispose, ‒ oggi non partiremo.
‒ Perchè, che c’è oggi? ‒ osservai.
So che i marinari sono superstiziosi, e pensai che il lunedì fosse giorno infausto.
‒ Non si tratta del giorno, ‒ rispose il capitano, ‒ si tratta del vento, invece. Par che non voglia cambiare.
‒ Ma è necessario che cambi? ‒ domandai. ‒ A me sembra appunto quello che ci vuole, perchè soffia a corpo morto dietro di noi.
‒ Già, già, ‒ disse il capitano, ‒ morto è la parola giusta, perchè moriremmo tutti, Dio ce ne scampi e liberi, se partissimo ora. Vedete, signore, ‒ egli spiegò in risposta al mio sguardo di sorpresa, ‒ questo è ciò che noi chiamiamo un vento di terra, cioè, che soffia come si potrebbe dire direttamente da terra.
Riflettendoci mi parve che avesse ragione; il vento soffiava da terra. Il capitano riprese il sigaro, e io me ne ritornai a spiegare a Etelberta la ragione dell’indugio. Etelberta, che sembrava meno entusiasta di quando eravamo saliti a bordo, volle sapere perchè non si potesse partire quando il vento soffiava da terra.
‒ Se non soffiasse da terra, ‒ ella disse, ‒ soffierebbe dal mare, e ci ricaccerebbe di nuovo alla sponda. A me sembra che questo sia proprio il vento che ci occorre.
Io dissi ‒ È la tua inesperienza, amor mio. Un vento di terra è sempre molto più pericoloso.
La sua tendenza a discutere mi dispiacque alquanto; forse mi sentivo un po’ irritato; il monotono movimento di ondulazione d’un piccolo yacht all’àncora deprime uno spirito fervoroso.
‒ Non saprei dirtelo, ‒ risposi, il che era vero, ‒ ma spiegar le vele con questo vento sarebbe il colmo della temerità, ed io ti voglio troppo bene, cara, per esporti a inutili rischi.
La mattina appresso m’ero levato presto, il vento soffiava verso nord, e lo feci osservare al capitano.
‒ Già, già, signore, ‒ egli notò; ‒ è una disdetta; ma che farci?
‒ Non credete che sia possibile partire oggi? ‒ arrischiai.
Non mi si mostrò adirato, soltanto si mise a ridere.
‒ Ecco, signore ‒ mi disse, ‒ se dovessimo recarci a Ipswich, l’occasione non potrebbe essere migliore; ma dovendo partire, come sapete, per la costa olandese….. mi spiego?
La mattina appresso il vento soffiava verso sud, e questo tenne in ansia il capitano, perchè muoverci o restare dove eravamo, gli sembrava egualmente pericoloso.
‒ Capitano, ‒ dissi, ‒ che cosa è mai l’oggetto ch’ho preso a nolo, un battello o un villino? se è un batello e si può muovere…..
‒ Muovere! ‒ interruppe il capitano, ‒ Datemi il vento che occorre dietro il battello....
Dissi: ‒ Qual vento vi occorre?
Il capitano parve impacciato.
‒ Nel corso di questa settimana, continuai, ‒ abbiamo avuto il vento del nord, del sud, dell’est, dell’ovest….. con variazioni. Se credete che possa soffiare da qualche altro punto della bussola, ditemelo e aspetterò. Se no, e se l’àncora non ha messo le radici in fondo al mare, è bene oggi levarla e andare in nome di Dio.
‒ Vedete, signore,‒ egli disse, ‒ questa è una costa d’una natura particolare. Si andrebbe benissimo, se fossimo al largo; ma partirne in un guscio di noce come questo... bene, per esser franco, signore, non è facile.
Lasciai il capitano con l’assicurazione che avrebbe vegliato sul tempo come una mamma sul suo bambino addormentato. Usò lui questa similitudine, esprimendosi con una certa commozione. Lo rividi di nuovo alle dodici: egli lo vegliava dai vetri del caffè «Catena e Àncora».
Questo tipo bizzarro ne richiama altri, e incidenti capitati ad amici, e stranezze e idiosincrasie di amici, e piccole scene ricordate con un tratto che parlano con un linguaggio potente. Come questa per esempio, del fanale brevettato da bicicletta dell’amico Harris, orgoglioso di possederlo, e che esplose mandandolo in aria:
«La scossa mi mandò nel fosso, e non mi esce più di mente la faccia di tua moglie quando le dissi che non era nulla, e che non si doveva impressionare se due persone ti portavano di sopra. Il dottore sarebbe arrivato subito con un’infermiera».
Si stabilisce intanto di fare il viaggio in bicicletta. A proposito... C’era un suo vecchio conoscente che si credeva pratico di biciclette. Una domenica dovevano fare una gita insieme. Prima di partire il conoscente dà un’occhiata alla macchina del compagno. C’è qualcosa che non sta fermo. Obbedendo alla sua smania, il meccanico dilettante vuol riparare il difetto seduta stante, s’impadronisce della bicicletta, prima ne stacca la ruota, perchè, dice, traballa, e deve avere i pallini rotti, e poi...
«Prima che potessi impedirglielo egli aveva svitato qualche cosa in qualche parte, e vidi rotolare sul viale una dozzina di minuscole sfere d’acciaio. ‒ Acchiappateli, gridava, acchiappateli! ‒ Girammo carponi per mezz’ora e ne ritrovammo sedici. Egli disse che s’augurava che fossero tutti, perchè, se no, sarebbe stato un bel guaio per la macchina. Non v’era nulla per cui occorresse tanta attenzione nella scomposizione quanta per la cura dei pallini. Spiegò che bisognava contarli nell’atto di estrarli e badar che fossero rimessi a posto tutti. Promisi, se mai avessi scomposto la bicicletta, di far tesoro dell’avvertenza. E poi disse, che, giacchè ci si trovava, avrebbe esaminato la catena, e subito cominciò a svitare il copricatene. Provai a distogliernelo. Ma in meno di cinque minuti egli strisciava sulle mani e sui piedi cercando le viti. Disse ch’era sempre un mistero il modo come sparivano le viti».
E così di seguito, da un aneddoto all’altro, per arrivar quindi ai libri di conversazione nelle varie lingue per i viaggiatori stranieri.
«Alcuni idioti educati, che fraintendono sette lingue, par vadano scrivendo questi libri per dare a bere delle corbellerie e traviare l’Europa moderna.
‒ Non puoi negare, ‒ disse Giorgio, ‒ che questi libri hanno un gran smercio. So che si vendono a migliaia. In ogni città d’Europa vi dev’esser gente che gira parlando a questo modo.‒
‒ Può darsi, ‒ risposi, ‒ ma fortunatamente nessuno li capisce. Anch’io ho visto delle persone sulle piattaforme dei tram e alle cantonate occupate a leggere ad alta voce simili libri. Nessuno sa che lingua parlino, nessuno ha la minima idea di ciò che dicono. Forse è un bene. Se fossero compresi, chi sa i pericoli ai quali sarebbero esposti».
E allora si organizza una prova: presentarsi da un cappellaio e da un calzolaio, usando le frasi del libro di conversazione per i tedeschi in Inghilterra. E la prova ha delle conseguenze che sarebbe molto lungo riferire.
E poi assistiamo, come in un intermezzo, alla corsa che fa regolarmente tutti i giorni lo zio Podger fino alla stazione per acchiappare il treno.
«Non che mio zio si alzasse tardi, ma perchè sorgevano un monte d’ostacoli all’ultimo momento. La prima cosa che egli faceva dopo colazione era di assicurarsi il giornale. S’indovinava sempre quando zio Podger aveva perduto qualche cosa, dall’espressione di atterrita indignazione con cui in simili casi egli guardava il mondo in generale. Non gli veniva mai in mente di dirsi: «Sono un vecchio trascurato. Io perdo tutto. Non so mai dove metto un oggetto. Sono incapace di ritrovarlo da me. Per questo riguardo debbo essere un vero malanno per quanti mi stanno d’attorno. Debbo mettermi di proposito a correggermi». Al contrario, per qualche suo strano metodo di ragionamento, si convinceva che quando perdeva un oggetto, la colpa non era sua, ma degli altri.
‒ Un minuto fa l’avevo in mano! ‒ esclamava. Dal tono si sarebbe immaginato ch’egli fosse circondato da prestidigitatori che gli facevan sparire gli oggetti semplicemente per irritarlo.
‒ L’avessi lasciato nel giardino? ‒ diceva mia zia.
‒ Perchè avrei dovuto lasciarlo nel giardino? Non mi occorre il giornale in giardino, mi occorre in treno.
‒ Che Dio ti benedica! Credi che starei qui, alle nove meno cinque, se lo avessi in tasca? Mi credi uno sciocco?
A questo punto qualcuno esclamava: ‒ E questo che è? ‒ e tirava da qualche parte un giornale accuratamente piegato.
‒ Vorrei che la mia roba non la toccasse nessuno, ‒ ringhiava mio zio, afferrando il giornale con furia selvaggia. Faceva per metterlo nella valigetta, ma poi, dandogli un’occhiata, si arrestava senza parola, con un vivo sentimento di oltraggio dipinto in viso.
‒ Che c’è? ‒ chiedeva mia zia.
‒ È dell’altro ieri, ‒ egli rispondeva, scagliandolo lontano.
Se qualche volta fosse stato del giorno prima ci sarebbe stata una variazione. Ma era sempre di due giorni prima; meno il martedì che era del sabato».
E quando finalmente ci affacciamo in Germania, abbiamo parlato di scuole, di collegi, del metodo Ahn per imparare il francese e dei professori francesi che insegnano la loro lingua in Inghilterra, e i quali, sembra «vengano scelti non tanto per istruire quanto per divertire gli scolari». E in Germania invece di descriverci Berlino o le altre città, ci fa assistere a piccoli episodi di vita divertente, come quello, per esempio, dell’innaffiatura stradale ad Hannover troppo lungo per essere citato tutto quanto, ma del quale è bene non perdere la conclusione:
«Ciò che avrebbe dovuto fare, ciò che chiunque avesse conservato un po’ di buon senso avrebbe fatto nell’istante d’essersi impadronito della pompa, sarebbe stato di chiudere il getto. Allora avrebbe potuto cominciare una partita a calci con lo spazzino o a qualunque altro giuoco gli fosse piaciuto; e le venti o trenta persone che s’erano precipitate ad assistere allo spettacolo non avrebbero che applaudito. La sua idea, era di togliere allo spazzino la pompa e di voltarla, per punizione, contro di lui. Pare che l’idea dello spazzino fosse la stessa, cioè di tenersi la pompa come un’arma con cui inaffiare Enrico. E, naturalmente, la conseguenza fu che, fra loro due, inaffiarono ogni cosa morta e viva, tranne sè stessi, nel raggio di cinquanta metri. Un passante infuriato, che grondava acqua, saltò nell’arena e diede anche lui una mano. Fra tutti e tre, con la pompa, si misero a spazzare tutto lo spazio intorno. La diressero al cielo, e l’acqua discese sulle persone in forma di una tempesta equinoziale. La puntarono verso terra e l’acqua scorse in rapidi rivi che fecer saltar tutti cogliendoli alla cintura o anche più su.
Nessuno dei tre voleva lasciar la pompa; nessuno dei tre pensò a chiudere il getto. Si sarebbe potuto concludere che lottassero con qualche forza primeva della natura. In quarantacinque secondi, così disse Giorgio che aveva il cronometro alla mano, avevano sgombrato l’arena d’ogni anima vivente, ad eccezione d’un cane, il quale gocciolando come una ninfa acquatica, era travolto dall’impeto della corrente ora da un lato ora dall’altro, mentre continuava valorosamente a tentar di levarsi ritto per abbaiare tutta la sua resistenza contro ciò che evidentemente riteneva le potenze dell’inferno scatenate.
Tutti i ciclisti gettarono le loro macchine a terra e presero a fuggire per il bosco. Di dietro ogni albero di qualche importanza facevano capolino facce grondanti e irose…..»
Oppure Jerome descriverà il letto tedesco, della cui originalità ci dà un quadro divertentissimo.
«Il viaggiatore stufo di tutto, che va tutte le sere a riposare nello stesso letto del vecchio tipo, si sottopone, tentando di dormire la prima volta in un letto tedesco, a una prova piacevolmente piccante. A prima vista non riconosce il letto. Crede che qualcuno sia andato in giro per la stanza raccogliendo tutti i sacchi, i guanciali, i poggiacapo delle poltrone, tutti gli oggetti che gli sono capitati sotto le mani, e li abbia ammucchiati in una specie di madia per poi, portarseli via. Allora il viaggiatore chiama la cameriera e le spiega ch’essa lo ha condotto in un’altra stanza e non in una camera da letto.
Ella dice: ‒ La camera da letto è questa.
Egli dice: ‒ E dov’è il letto?
‒ Ecco, ‒ ella dice, indicando quella specie di cassa dove sono ammucchiati quei sacchi e quei guanciali.
Il viaggiatore rimane molto sorpreso. Quello gli sembra il letto che si farebbe chi rincasasse da una orgia.
‒ Benissimo, ‒ dice, ‒ portatemi un guanciale, e proverò a dormirci.
La cameriera spiega che vi sono già due guanciali sul letto, indicando due cuscini piatti d’un metro di lato messi l’uno sull’altro all’estremità di tutta la miscela.
‒ Io ho bisogno di qualche cosa su cui poggiare il capo, non d’una roba che m’abbracci la schiena. Non pretenderete ch’io mi metta a dormire su quel coso lì.
Ma la ragazza ha altro da fare che star tutta la notte in piedi a chiacchierar del letto con lui.
‒ Bene, allora, mostratemi come debbo fare.
Ella gli spiega il segreto, e se ne va; e lui si spoglia ed entra.
I guanciali gli dànno un gran da fare. Non sa dove sedersi o poggiarvi semplicemente il capo. Per sincerarsene, picchia col cranio contro la spalletta superiore. A questo esclama: ‒ Ahi! e va a finire in fondo al letto. Qui tutte le dieci dita dei piedi vengono simultaneamente in aspro contatto col fondo della lettiera.
Nulla irrita più una persona che un colpo alle dita dei piedi, specialmente se sa che non ha fatto nulla per meritarselo. Il viaggiatore grida: maledizione! questa volta, e contrae spasmodicamente le gambe, dando così con le ginocchia un colpo violento contro l’asse laterale. Si tenga presente che la lettiera tedesca ha la figura d’una scatola aperta, e che così la vittima è completamente circondata da solidi pezzi di legno a spigoli aguzzi. Non so che qualità di legno vi s’impieghi: certo è terribilmente duro e risponde con una curiosa nota musicale al vivo urto d’un osso.
Dopo ciò, egli se ne rimane perfettamente quieto, domandandosi dove picchierà la prossima volta. Ma vedendo che non accade nulla, comincia a sentirsi fiducioso, e s’avventura a tastar pian piano con la gamba sinistra, per darsi ragione della positura in cui si trova.
In quanto a coltri non ha che una coperta sottilissima e un lenzuolo, e sotto di essi sente decisamente freddo. Il letto è abbastanza caldo fin dove arriva, ma non ce n’è abbastanza. Se lo tira intorno al mento, e i piedi cominciano a intirizzirgli; lo spinge oltre i piedi, e tutta la parte superiore della persona agghiada.
Tenta di appallottarsi, perchè tutta la persona rimanga coperta, ma non ci riesce: qualche cosa rimane sempre fuori, al fresco. Rimpiange di non essere stato allevato contorsionista, perchè se potesse avvinghiarsi le gambe al collo e ficcar la testa sotto l’ascella, starebbe bene.
Forse è una sciocchezza fra tante afflizioni reali turbarsi per una semplice considerazione estetica; ma mentre se ne sta lì supino a guardarsi, lo spettacolo di sè stesso gli fa veramente uggia. Quel letto rigonfio, che gli grava sull’addome, gli dà l’aspetto d’un ammalato con un mostruoso tumore, o piuttosto d’una rana enormemente gonfia, caduta per disgrazia sul dorso, e che non riesce più a raddrizzarsi.
Un’altra molestia con la quale ha da lottare è la seguente: che ogni volta che muove una gamba o un braccio, o che respira un po’ forte, il letto, ch’è di piume, precipita là sul pavimento. Per la forma a scatola del letto tedesco, egli non può allungarsi per raccoglier ciò che cade in terra: bisogna quindi che lo rincorra e scenda e salga sul letto scorticandosi tutte le volte gli stinchi contro gli spigoli.
Compiute delle imprese simili per una diecina di volte, si conclude che è una vera pazzia creder di poter dominare in così poco tempo una macchina complicata di quella specie. Ci vuol un uomo di grande esperienza, che metta in atto tutta la sua saggezza per dormirci dentro. Non c’è da far altro che uscirne, e accamparsi sul pavimento.»
O ci dirà dell’ordine meticoloso dei tedeschi in tutte le loro cose, con tutte le limitazioni dei regolamenti di polizia, come per esempio il divieto di camminar sull’erba.
«In Germania la maggior parte delle colpe e delle follie umane significano relativamente nulla di fronte all’enormità di camminare sull’erba. L’erba in Germania è una specie di feticcio. Posare un piede sull’erba tedesca sarebbe un sacrilegio più grande che mettersi a vangare su un tappeto musulmano destinato alla preghiera. Persino i cani rispettano l’erba tedesca: nessuno dei cani tedeschi si sognerebbe d’allungarvi mai neppure una zampa. Se vedete un cane scorrazzare sull’erba in Germania, potete sicuramente conchiudere che è il cane di qualche straniero sconsacrato. In Inghilterra, quando vogliamo allontanare i cani, mettiamo una rete di fil di ferro, alta sei piedi, sorretta da pilastri, e difesa superiormente da una fila di lance aguzze. In Germania s’inchioda un cartello nel bel mezzo della località: «Hunden verboten», e un cane che ha sangue tedesco nelle vene guarda li cartello e s’allontana. In un parco tedesco vidi un giardiniere andare delicatamente calzato di scarpe di feltro su un praticello, e rimuovere uno scarabeo per metterlo gravemente se non fermamente sulla ghiaia: e dopo rimase lì curvo a vigilare austeramente lo scarabeo perchè non provasse a ritornare sull’erba; e lo scarabeo, pieno di confusione, s’avviò in fretta giù per il rigagnolo e infilò il viale col cartello Ausgang (uscita).»
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