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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
E così di volta in volta, da un soggetto all’altro, con una libertà di movimenti, con una leggerezza di tocco, una curiosità penetrante che sa insinuarsi in tutto e farne scintillare tutta la gaiezza nascosta.
Una delle qualità più cospicue dello stile del Jerome è una concisione quasi spartana. Quel flusso di parole, quelle gocce d’acqua che si gonfiano a bolle iridiscenti, e che formano il fondo di tanti libri, egli non le ha. Si potrebbe dire che il suo periodo sia una foglia scarnita, di cui rimane soltanto la nervatura, con così rigoroso proposito evita quelli che si chiamano abbellimenti letterari.
È noto quell’uso, che fa sorridere noi latini, dei direttori di giornali e di riviste inglesi, d’imporre ai loro collaboratori un certo numero di parole per ogni argomento: cinquecento parole, mille. Sembra che il Jerome s’imponga volontariamente un numero di parole che non oltrepassa mai. Quello che forma l’orgoglio di molti scrittori, l’accendere agli occhi dei lettori abbagliati una gran macchina protecnica, in cui tutti i colori vengono sfoggiati e con una successione e una molteplicità prodigiose, lo lascia indifferente e scettico. Glien’è venuto quindi un orrore dello sforzo verbale, con gran vantaggio della semplicità e della diretta rappresentazione dell’idea. Egli scrive col minimo di colore e di sfumature, mirando soltanto alla semplice ossatura del periodo. È l’autore che scrive con meno epiteti, e a noi, un po’ amici del paludamento e delle vivaci colorazioni, il suo stile ci appare troppo secco e adusto: una semplice punta aguzza, senza neppure il manico istoriato, la quale si limita a incidere il nudo contorno delle cose. Sembra che lo scrittore si contenti di buttar giù alcune note da servirgli per un’elaborazione futura. O sembra che si sia detto: ‒ I miei colleghi in letteratura annebbiano il mondo di chiacchere; io voglio provar se mi riesce di dir qualcosa che abbia valore soltanto per sè, senza quei lustrini, quella porporina, quelle vernici alle quali ricorre la maggior parte.
Riporto una scena familiare, di cui lo zio Podger è l’attore principale: La linea è appena calcata per il rilievo, ed è fedele al vero in tutti i suoi tratti.
«In vita nostra, ‒ scrive il Jerome, ‒ non vedeste mai un trambusto simile a quello che avveniva in casa di mio zio Podger, quand’egli si accingeva a fare qualche cosa. Un quadro, per esempio, era tornato dal fabbricante di cornici, e stava poggiato contro una parete della sala da pranzo, in attesa d’esservi inchiodato. La zia chiedeva che cosa si dovesse farne, e lo zio rispondeva:
‒ Lascia fare a me. Tu non t’impicciare, Nessuno di voi s’impicci dei fatti miei. Ci penso io.
E allora si cavava la giacca e cominciava. Mandava fuori la fantesca a comprare una lira di chiodi, e poi uno dei ragazzi che la raggiungesse per dirle di che dimensioni dovevano essere, e, dopo di ciò, cominciava gradatamente a mettere in ballo tutta la casa.
‒ Ora va a pigliarmi il martello, Guglielmo, ‒ gridava, ‒ e tu, Maso, portami la squadra, e mi occorre la scala a piuoli, e poi anche una sedia di cucina, e tu, Giacomino, corri dal signor Goggles e digli: «tanti saluti da parte di papà, che spera vi sentiate meglio con le gambe e vi chiede in prestito il livello a spirito». E tu, Maria, non andartene. Qui mi ci vuole qualcuno che mi tenga la candela; e quando ritorna la donna, bisogna che esca ancora a comprare un pezzo di cordone; e... Maso! dove s’è cacciato Maso?... Maso vieni qui, dà qui quel quadro!
E allora, pigliando nelle mani il quadro, lo lasciava cadere e uscire dalla cornice, e, per cercar di salvare il vetro, si tagliava; e allora si metteva a saltar per la stanza cercando il fazzoletto, il quale era nella giacca che s’era tolta; e non trovava la giacca, e tutta la casa doveva abbandonare la ricerca degli strumenti per mettersi alla caccia della giacca, mentre lui continuava a ballare e impediva che gli altri si movessero.
‒ In tutta la casa non c’è nessuno che sappia dov’è la mia giacca! Parola, che non ho visti mai dei poltroni simili... mai. Siete in sei, e non siete capaci di trovare una giacca che avevo addosso cinque minuti fa.
Allora s’alzava, e vedendo che s’era seduto sulla giacca, gridava:
‒ Lasciate stare: l’ho trovata da me.
E, dopo aver messo mezz’ora a legarsi il dito e a incastrare un vetro nuovo, e gli strumenti, la scala, la sedia, la candela, tutto era pronto, cominciava la seconda scena, e tutta la famiglia, compresa la persona di servizio e la fantesca a giornata, si piantava lì in semicerchio a dargli una mano. Due persone dovevano tenergli la sedia, una terza aiutarlo a montare e continuare a sorreggerlo, e una quarta dargli un chiodo e una quinta passargli il martello; e lui pigliava il chiodo e lo lasciava cadere.
‒ Ecco, ‒ diceva in tono d’offesa, ‒ è caduto il chiodo.
Tutti dovevano inginocchiarsi a cercarlo, mentr’egli se ne stava ritto sulla sedia, brontolando e domandando se doveva star lì tutta la sera.
Il chiodo era finalmente trovato, ma in quel momento egli aveva perduto il martello.
‒ Dov’è il martello? Che n’ho fatto del martello? Santo Dio! Siete in sette, e non sapete dov’ho messo il martello!».
Sul comune e sul trito si passa come su categorie note e arcinote, e invece rivelano ai più acuti linee insospettate di bellezza.
Sceverarne quel che a tutti potrebbe esser chiaro, e pure non è ben noto, presentarci illuminate le nostre sensazioni, da noi confusamente avvertite e distinte, prospettarcele su uno schermo bianco, in modo che ce ne appaia chiaro il congegno e le molle nascoste che lo fanno scattare, è arte di gran valore a cui arriva soltanto la finezza d’un intelletto delicato.
Naturalmente, nei miei esempi, giacchè tutte le traduzioni sono tradimenti, molta parte dell’efficacia originale va perduta: manca la parola precisa dell’autore, l’aderenza perfetta della frase all’idea. Ma nulla è più gustoso che assaporare questi quadretti nella loro lingua originale: l’impeto della loro forza comica è irresistibile.
Vediamo come si rompe una scatola di frutta conservate, quando non si ha a disposizione il coltello adatto.
«Noi siamo appassionati per gli ananassi tutti e tre. Guardammo l’immagine dell’ananasso dipinta sulla scatola e con l’acquolina in bocca ci sorridemmo a vicenda. Enrico si preparò col cucchiaio.
Cercammo il coltello per aprire la scatola. Frugammo da per tutto nel paniere. Mettemmo sossopra le valige. Sollevammo le tavole del fondo della barca. Rovesciammo ogni oggetto sulla sponda scrollandolo. Il coltello per incidere il coperchio della scatola non si trovò.
Allora Enrico provò ad aprirla con un temperino; ma ne ruppe la lama e si ferì; Giorgio tentò con un paio di forbici, ma le forbici gli sfuggirono, e mancò poco non gli cavassero un occhio. Mentre essi si medicavano le ferite, provai a fare un buco nel barattolo con la punta della gaffa, ma la gaffa mi scivolò di mano, sbalzandomi fra la barca e la sponda in due piedi d’acqua melmosa, e facendo rotolare la scatola che andò a fracassare una tazza.
C’infuriammo tutti. Portammo la scatola sulla sponda, ed Enrico corse in un campo a pigliare un sasso aguzzo, e io tornai nella barca a estrarne l’albero: Giorgio teneva la scatola, Enrico teneva la punta del sasso sul coperchio, e io sollevai l’albero, lo librai in aria, e con tutta la forza di cui ero capace, assestai il colpo.
Fu il cappello di paglia che quel giorno salvò la vita a Giorgio. Quel cappello egli lo conserva ancora (quanto ne rimase) e le sere d’inverno quando gli amici raccolti a fumare e a bere raccontano delle panzane intorno ai loro cimenti, Giorgio lo va a pigliare e gli fa fare il giro di tutte le mani, narrando un’altra volta l’avventura, sempre con nuove esagerazioni.
Enrico se la cavò con una semplice ammaccatura.
Dopo di ciò, presi io la scatola e picchiai con l’albero finchè non fui stanco a morte, e poi fu il turno d’Enrico.
La picchiammo da farla diventar piatta; la picchiammo da farla diventar quadra, la picchiammo da ridurla in tutte le forme note in geometria, senza riuscire a bucarla. Poi ci si provò Giorgio, e la ridusse in una forma così strana, così spettrale, così assurda nella sua selvaggia laidezza, che se ne spaventò e gettò via l’albero. Ci sedemmo tutti e tre sull’erba a contemplarla.
V’era una grande intaccatura sul coperchio che aveva l’aspetto d’un sorriso beffardo, e fu quello che c’inferocì. Enrico si precipitò sul barattolo e lo scaraventò nel fiume».
Come nei romanzi di Dickens, in cui le figurazioni dei personaggi, tanto più solidi della tela su cui son tracciate, possono esser trasferite quasi senza alcun danno dall’uno all’altro, le avventure narrate dal Jerome, che poi son semplicemente le avventure del suo spirito, potrebbero essere trasferite indifferentemente nell’uno o nell’altro suo lavoro. Esse hanno valore in sè e per sè e non per l’argomento al quale si riferiscono. Perciò la costruzione bizzarra dei suoi libri, ai quali si potrebbero aggiungere o togliere nuove ali senza nuocer a tutto il disegno prospettico, senza snervarne le parti singole che contano più sulla loro grazia particolare che sulla dipendenza, la rispondenza e la coordinazione dell’insieme. La fantastica costruzione del Tristram Shandy di Lorenzo Sterne è un modello di architettura ordinatissima in confronto di quella seguita da questo sovvertitore d’ogni norma e d’ogni stile. Il lettore comune può indignarsene; ma egli non sospetta neppure lo sdegno, e se lo sospetta, ha l’aria di riderne immensamente divertito. Credete ch’io attribuisca qualche valore a questa roba, par che dica, credete ch’io voglia cacciar di nido i vostri autori prediletti o che abbia la presunzione di riformare la letteratura inglese? Non vedete che non scrivo una frase che abbia la pretesa dare a spasso per le antologie?
Così non c’è che da pigliarlo com’è e senza chiedergli quel che non vuole o non sa darci, goder che tutta la sua vivezza, tutta la sua arguzia, tutta la sua faceta penetrazione.
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