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Ma pur nella sua spensieratezza, in quel suo deciso atteggiamento di giullare che fa tintinnare continuamente i campanellini della follia, vive, vigila e trema un senso acuto del patos mondiale. Non sarebbe un umorista. Una corrente occulta di pensiero affannoso circola, come linfa sotterranea, per tutte le vene della sua costruzione letteraria, e affiora qua e là, lasciando una traccia come di lagrime. È proposito dell’autore di rimanere sempre impassibile. Ma chi ben noti, può a volte osservargli un tremito nei muscoli delle labbra, che è tanto più penoso quanto è più contenuto, e ora e poi un improvviso luccichio negli occhi. Ridiamo, ridiamo; ma qualche volta non è possibile ridere, ma qualche volta il mondo si avvolge d’una nera nuvolaglia che ci oscura l’anima. Allora lo scrittore ha la sensazione d’essere un fanciullo smarrito fra tanti altri fanciulli smarriti e unisce il suo pianto a quello di tutti gli altri. Ha perso la persuasione della superiorità del suo riso, ch’è una povera arma impotente come tutte le altre a distruggere il dolore del mondo e a incidervi una parola di salvazione e di gioia.
Più che nei frammenti di pensosa saggezza che adornano qua e là le prode fantasiose delle sue grottesche follie, questo atteggiamento del Jerome è evidente nel suo ultimo romanzo: «Tutte le vie menano al Calvario» che si attacca direttamente alla tradizione dell’umorismo in senso largo e all’ispirazione essenzialmente cristiana dei romanzi del Dickens. Siamo lontano dall’allegro pellegrino che vagava per le città d’Europa in cerca di aneddoti da divertir le brigate: dello scrittore d’una volta non è rimasto che il semplice apparato esterno: uno stile secco semplice, lineare; la parola sobria, la concisione lapidaria: quell’ampia vena burlesca che mormorava e strepitava in cascatelle sonore e spruzzava intorno zampilli di fresche risate s’è inabissata chi sa dove, travolta da un cataclisma che ha sommerso più che rivi e rivoletti dello stesso genere e più che semplici manifestazioni letterarie.
Il mondo era per il Jerome una specie di lanterna magica di figurine comiche e per comprenderlo e ritrarlo bastava avvicendarle in modo da cavarne degli effetti divertenti; ma a un tratto egli si trova innanzi a esseri mossi da molle più profonde, da passioni più forti, da apparati muscolari più complicati di quelli ai quali risponde la nota argentina d’una risata. Partito da una concezione quasi idillica della vita, egli, innanzi alla furia devastatrice di tutti i più pazzi istinti scatenati, alla quale ha assistito tremante e dolorante, deve in qualche modo rifarsi da capo per ritrovare il filo che lo riconduca all’intelligenza del mondo.
Ed ecco la sua nuova incarnazione, ed ecco «Tutte le vie menano al Calvario» che vuol additare la parola della salvezza. Con Giovanna Allways, che ne è la protagonista, noi esploriamo ogni sentiero, picchiamo a tutte le porte, stiamo in ascolto di tutte le teorie. Ma la politica non ci salverà. Da ogni parte riformatori che non sanno riformarsi, credenti nella universale fratellanza che odiano mezzo mondo, denunciatori della tirannia che domandano la forca per i loro avversari, assetati di sangue che predicano la pace, moralisti che giustificano ogni torto con la ragione del fine, molti, sordi a ogni appello di pietà, che predicano giustizia. Lo spirito brancola cieco in un bailamme di voci tumultuose. La salvezza è soltanto in noi. Ci dobbiamo aggrappare ‒ dice il Jerome ‒ unicamente alla vita che possiamo ordinare da noi: quella entro di noi. La verità, la giustizia, la pietà. Queste sono le cose solide, le cose eterne, le cose alle quali dobbiamo sacrificarci e che dobbiamo servir col corpo e con l’anima.
E non teniamo in gran conto il cervello. Il cervello non è tutto.
«Alcuni dei peggiori malfattori che il mondo abbia mai maledetti, uomini e donne, avevano abbastanza cervello. Noi facciamo troppo chiasso intorno al cervello, appunto come un tempo si esaltava la forza bruta, pensando che fosse tutto quello che ci voleva per formare il grand’uomo. Il cervello è soltanto muscolo tradotto in civiltà».
E civiltà non significa umanità. Umanità significa ascoltare la voce di Dio.
Instancabile a traverso i secoli, la voce di Dio ha risonato intorno all’uomo, cercando di penetrarlo. Per la lunga tenebra degl’inizi, quando l’uomo non sapeva altra legge che la propria, la voce ha parlato; finchè qualcuno, qua e là, emergendo dalla bestia, l’ha udita... ha ascoltata la voce dell’amore e della pietà, e in quell’ora, senza saperlo, ha eretto a Dio un tempio nel deserto.
Ancora innominati, sparsi, sconosciuti gli uni agli altri, ancora impotenti contro la legge dell’odio, i lavoratori che lavorano con Dio debbono crescere e moltiplicarsi, finchè un giorno parleranno con la sua stessa voce e saranno uditi. E un nuovo mondo sarà creato.
Dio: l’instancabile spirito dell’eterna creazione, lo spirito dell’amore. Che altro mai ha formato dall’informe le sfere, ha foggiato le orbite dei soli? Noi la chiamiamo la legge della gravità. È un altro nome dell’amore, il desiderio del simile per il simile, la voce con cui si rispondono le stelle. Soltanto l’amore ha fatto i mondi, raccolte insieme le acque, rappresa la terra asciutta. Noi lo spieghiamo come la coesione degli elementi: la fusione del simile col simile, la fratellanza degli atomi.
Rimane il maggior compito: l’universo dello spirito, dell’anima. Dall’uomo si deve creare: dai fratelli lavoratori, che debbono lavorare insieme, che insieme debbono fabbricarlo. Fuor della discordia e della lotta insensata, al di sopra del caos e del tumulto, si deve udire il nuovo precetto: lasciate che regni l’amore.
Sì, Jerome, il più gaio degli ultimi umoristi, ci si presenta inaspettatamente sotto la veste del riformatore religioso. E nulla di più sincero del suo atteggiamento, e nulla di più umano del suo principio ispiratore, ch’è di odio per la politica e di amore esclusivo per i grandi principi morali.
«La politica non riformerà mai il mondo. Essa si rivolge solo alle passioni e agli odi degli uomini. Essa ci divide. È l’arte che deve incivilire l’umanità a allargare le sue simpatie. L’arte le parla il linguaggio comune dei suoi amori, dei suoi sogni e le rivela la parentela universale».
Ho detto ci si presenta inaspettatamente sotto la veste del riformatore religioso; ma forse con qualche precipitazione. A ben cercare nei suoi lavori precedenti, certo misticismo, certo senso profondo del divino, che non è soltanto il raccoglimento casuale dell’umorista, è facilmente da rintracciare. Basterebbe a convincerne, una volta per tutte, l’inno ch’egli eleva al silenzio nella cattedrale di Colonia, che suona come una magnifica sinfonia ed è un sublime volo nelle regioni superiori dello spirito.
Certo al nuovo Jerome, noi preferiamo il vecchio. I lettori sono come gl’innamorati cui turba un mutamento improvviso nelle forme da lungo tempo vagheggiate. La donna che cambia spesso la sua acconciatura ‒ è un tratto di psicologia di cui il mondo femminile non tien sempre conto ‒ non riesce, il più delle volte, che a intepidire l’ardore del suo cavaliere. La novità improvvisa sconvolge il sogno, che dura fatica ad adattarsi alla nuova immagine.
Lo stesso è il caso d’un autore, al quale sono consentiti, sì, mutamenti, ma lievissimi, tali che non turbino la linea con la quale riuscì a conquistare l’ammirazione dei lettori. Il giorno ch’egli esce dal cerchio segnato dai suoi primi sforzi, anche per nobili prove, corre il rischio di perdere tutti i suoi vecchi devoti, senza la sicurezza di farsene dei nuovi.
Noi amiamo il vecchio Jerome, che non si affannava a ricostruire il mondo, ma l’accettava come lo trovava, estraendone tutta la gioia che ne poteva estrarre. Egli aveva lasciato ad altri, poeti, pensatori, filosofi, la cura della costruzione della città ideale, e ci sembrava più saggio. Senza rinunziare all’esaltazione degli sforzi sulla via d’una umanità rinnovellata, sentivamo, in certe ore di stanchezza, dopo la fatica e la tensione dei nervi, una specie di fidata compagnia in questo scettico bonario che nell’aspra selva del mondo riusciva sempre a trovar per noi un cantuccio radioso di sole e sonoro di allegre risate.
Non ci dispiace la sua filosofia; ci dispiace la sua veste di filosofo, che gli fa perdere le qualità per cui lo abbiamo amato. La sua filosofia ci piace d’incontrarla spezzettata nelle sue osservazioni argute, di vederla brillare qua e là nell’impasto della sua materia artistica, e accendersi con un balenio di faville nella sua fucina d’artefice.
Sappiamo ch’egli è filosofo come quel gatto di cui ci ha tratteggiato lo schizzo:
«Lo spirito filosofico ‒ osserva lo scrittore in qualche parte ‒ non dipende affatto dalle circostanze. Voi potete cacciare il filosofo dovunque, e ci si trova bene, perchè porta con sè il fardelletto della sua filosofia. Potete improvvisamente nominarlo imperatore o condannarlo alla galera a vita. Egli continua a esser filosofo, come se nulla fosse. Noi abbiamo in casa un vecchio gatto. I bambini lo sottopongono a terribili prove. Sembra ch’esso non se ne avveda. Lo chiudono nel pianoforte, con l’idea che strepiterà e spaventerà qualcuno. Esso non si muove e si mette a dormire. Quando un’ora dopo qualcuno apre il pianoforte, il poverino è steso a mo’ di sfinge sulla tastiera a ronfare. Lo vestono con gli abiti della bambola e lo portano a spasso nella carrozzina: esso se ne sta perfettamente soddisfatto guardando il paesaggio in giro e beandosi d’una boccata d’aria fresca. Lo tirano per la coda. Si crederebbe, a vederlo abbassare su e giù pian piano la testa, che sia grato ai bambini che gli danno quella sensazione nuova. Par che giudichi tutto ciò che gli avviene di sopportare come una prova utile. Nello scorso inverno lasciò una gamba in una trappola: ora va in giro tranquillamente su tre. Anzi sembra contento di averne perduta una: si risparmia la seccatura di leccarsela e pettinarsela. Ebbene quel gatto è il vero filosofo: non bada a ciò che gli accade, ed è parimenti soddisfatto se nulla gli accade».
È questo il Jerome che ci ha attratti. Soddisfatto di tutto, scontento di nulla: sereno sempre, spesso burlone, deliberato a non vedere indizi di doglia e a non vivere che l’ora rosea della gioia. E se egli un giorno pensa di mutar stile e si presenta nei panni dell’eroe del dramma serio, noi continueremo, nonostante la bellezza della sua nuova manifestazione, a cercare l’irresistibile brillante che faceva sbellicare la platea e il loggione, continueremo ad applaudire l’autore dei «Tre uomini in una barca» e dei «Tre uomini a zonzo».