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I.
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- Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.
Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dell'esercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dell'impero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto l'impero del sultano fino all'Adriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dell'Austria, tutti gli uomini sono soldati. L'amministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode l'usufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quell'epoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.
Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dell'uomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. C'era una profonda armonia d'anima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.
Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.
Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner - un tedesco.
Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di vent'anni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, d'ubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese d'essere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il brav'uomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia, - siamo protestanti - , poi andammo a coricarci.
Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.
All'alba eravamo tutti in piedi. Mio padre s'apparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi l'istruzione dei ragazzi non è negletta.
- Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.
Ella non aveva d'uopo d'indicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.
- Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.
Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quell'ordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore all'uomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È un'utilità. È l'amore, ma non il giudizio e l'autorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dell'ordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.
L'indomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio ch'eravamo partiti nella notte. Venne la sera.
Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! S'era fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che all'ordinario, perchè il vino usurpa sull'amore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè l'odor di pipa non lo precedette, non l'annunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni pel pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già coll'imaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui, - conte di fabbrica imperiale - e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci ch'egli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.
Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.
Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.
La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata all'estremità del villaggio. Non c'erano vicini. Delle colline sovrapposte una all'altra, sfrangiavano l'orizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.
Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dell'uscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e ch'egli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dell'Austria.
- Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio l'onore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.
Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non c'era grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò d'audacia.
- Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.
- Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.
- Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.
- Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi,
- Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.
Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dell'oltraggiato. E' credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva l'uomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.
- Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.
Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò all'uomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.
- Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu l'ultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.
La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola, e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro un'eccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, e' si rivolse a mia madre, e le disse:
- Perla mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca d'acqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!
Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. L'ultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.
Ahimè! non dovevamo più rivederla.
Ecco ciò che avvenne.
Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento ch'egli non rendesse l'ultimo sospiro. Poggiò il lume sopra l'ultimo gradino della scala, andò verso quell'uomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:
Stese le due mani nell'istesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre n'ebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti l'azzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve all'apertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.
Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.
La scomparsa del colonnello aveva dato l'allarme. La nostra partenza, l'arrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono l'opera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, l'orto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.
Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.
Mio padre era anch'esso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.
La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.
Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla puszta - ovverossia alla pianura dell'Ungheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.
Rosza Sandor era un po' ciò che gl'Italiani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nella puszta da anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi Rosza Sandor comandò uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dall'Austria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio della puszta nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.
Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.
II.
Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre m'abbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare l'assassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma s'astenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci un'ispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, d'un circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato l'assassino.
Questo fu tutto.
La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in que' paesi dei Confini militari.
Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era jobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di sessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.
Io toccava i diciannove anni.
Una storditezza ci precipitò nell'abisso.
Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni d'argento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato d'astrakan e di bei fermagli d'argento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure d'astrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, l'omicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, l'obbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, coll'istruirmi.
Quando tutta l'Ungheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfy, io balzai come gli altri, mentre il viso dell'Austria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!
Io poteva arrivare a tutto.
Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.
Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un po' di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita d'una amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e m'inzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.
I villaggi d'Ungheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto s'impantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non l'aveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, un'oasi di quercie, di pini, d'olmi, in mezzo a quella interminabile pianura dell'Ungheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dell'Atlantico.
La cavalcata passò come una freccia.
Tutti, sapendomi un po' civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento all'altro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guarda-caccia. Fui scoperto.
- Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.
Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:
- Sto in agguato di un capriuolo. Vo' cacciando.
Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.
Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: le capacità e gli honoratiores lo possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.
Tradotto l'indomani alle ott'ore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato - condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.
Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia s'increspavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo d'apoplessia.
I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente ch'egli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.
- Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.
Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.
- Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?
- Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.
- Ebbene, continuò mio padre, l'uomo che cercate sono io.
- Voi?
- Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago l'ammenda per mio figlio.
Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, d'agonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:
- L'esecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto all'assassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.
Ecco tutto.
Un fremito corse in tutta l'assemblea.
Io subii la pena delle verghe.
Lottai quarant'otto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò nella pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.
Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dell'Ungheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la puzsta con l'ansia di chi abbandona l'amato focolare e si immerge nell'infinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di un'aureola d'oro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, s'allargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto l'invasione delle tenebre che si avanzavano dall'Oriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dall'aria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere l'acqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte d'Occidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca - quella lanuggine omicida dei paludi, che s'apposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nell'immensità. Cosa sogna egli, il solitario della puzsta?
Ogni Ungherese è l'embrione di un poeta, di un gentiluomo, d'un soldato, d'un patriotta e di un pazzo - Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.
Questa pianura dell'Ungheria è grandemente triste, è la solitudine animata, l'incerto dell'Oriente che trasalisce sotto gli amplessi dell'Occidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso l'ovest, era un passo nell'esilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.
Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. L'accettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento d'ussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.
La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.
III.
Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. L'ultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.
Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro l'altra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo all'esasperazione di questi, ed all'odio di queglino.
Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto un'attitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dell'insurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfy era l'anima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei dodici articoli - i nostri Diritti dell'uomo - e di un canto di Petőfy.
- Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dell'exequatur del censore.
- Dovete farlo, rispose Vasvati.
- Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.
- Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.
- Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.
Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto d'ora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfy montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, l'abolizione dei privilegi, l'autonomia dell'Ungheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati all'estero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfy lesse allora la sua poesia.
Petőfy aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, l'aspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso - il riflesso del sole delle regioni boreali nell'inverno.
Della patria al santo appello,
È in poter di voi: scegliete.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!
Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.
Fummo schiavi. In servo avello
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
- Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.
Petőfy continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dell'Austria.
Più dei ceppi brilla il brando,
E assai meglio il braccio adorna;
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
- Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.
Le due città, Buda e Pesth, si riscossero all'eco di quel giuramento. Petőfy, commosso vivamente, declamò l'altra strofa:
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
- Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, l'immensa voce delle due città.
E dal ciel n'esulteremo.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo
- Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò l'intiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva l'Ungheria! viva la libertà!
Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfy, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio d'una bomba. All'indomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfy.
Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il Comitato di salute pubblica decretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dell'Ungheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dell'autonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trent'anni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso l'arciduca Francesco Carlo, padre dell'imperatore attuale, e pregato di attendere perchè l'arciduca pranzava, sclamò: "Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!" Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò l'Ungheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.
Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero l'iniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dell'Austria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:
- Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.
- Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, l'assemblea levandosi in piedi.
- Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.
- Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.
- Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.
- Sieno! gridò l'assemblea, coprendo d'applausi le parole dell'oratore.
- Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dell'eguaglianza, della fraternità, quest'altra santa Trinità politica!
E sedette, mentre l'assemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non c'erano più in Transilvania che degli uomini liberi.
Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.
La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. L'Austria, che aveva già schiacciato l'Italia, se ne impadronì. I Croati diedero l'esempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dell'arciduchessa Sofia - la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt, - diede il segnale. "Il mio cuore è con voi" gli aveva detto quell'arciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.
La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.
I Serbi batterono l'esercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre: Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.
La Corte tenne a bada la deputazione.
La deputazione finì coll'accorgersene.
- A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.
- A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.
E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.
- Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.
Il Palatino fuggì. L'Ungheria si sollevò.
Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dell'Impero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dell'Impero, o dell'imperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno d'Ungheria e del re. Il colonnello era austriaco nell'anima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.
Attendemmo per cinque giorni l'ordine della partenza. L'ordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.
Il capitano del 4.° squadrone diede il segnale.
Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad un'ora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sull'immensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa ch'e' si presentò davanti il 4.° squadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.
- Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.
- Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.
- A Pesth, colonnello.
- Chi vi ha dato l'ordine della partenza?
- Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.
- Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.
- Colonnello, v'è un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.
- Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.
- A Pesth sì. Qui no.
Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.° squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.
- Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.° squadrone, e fate disarmare l'intero squadrone.
- Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro quest'ordine parto: anch'io. Partiamo col 4.°
La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.
Ci aspettavamo che l'Austriaco all'indomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.° ed il 4.°
Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.
- Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.
- Vi è pericolo per voi, signora?
Questo "vegliate su me" era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io l'amava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore l'aveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di un'aureola luminosa!
Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi fe' restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua ch'egli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono all'altra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:
- Seguimi.
- Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.
M'interposi.
- La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.
- Sì, lo voglio.
Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. M'impadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti all'altra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel po' di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta d'arrivare.
Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.
Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.
La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.
L'assemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva all'indomani tutte le mura di Buda e di Pesth.
L'agitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.
Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui s'era impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.
Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:
- Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.
- Giammai.
- Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non l'ho mai perdonato.
Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! D'un tratto la contessa si alzò, si slanciò a me d'incontro, le braccia aperte, e sclamò:
Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.
Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno d'aria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, all'estremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dall'andare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e d'indeterminato, ma non aveva già quell'accento di collera che s'indovina nel brontolìo del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. All'indietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali s'arrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora all'estremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega d'un carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.
Fu visto e riconosciuto.
Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, l'uccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di un'aria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dell'assemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:
- In nome della legge, vi ordino di uscire.
Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.
All'indomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli l'infamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e l'obbligava a posare le armi.
IV.
L'uomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro l'autonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nell'insurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva l'esercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dell'Impero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro l'Ungheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e l'esercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva l'Ungheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il Comitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò all'altezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta l'ombra che aveva lasciata la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve di honved - difensori della patria - , e si ebbero più uomini che non s'avessero armi. Si creò una cavalleria, un'artiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto. Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso l'esercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo. Kossuth, consegnando il comando in capo dell'esercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto all'Assemblea: "Ho tirato un buon numero dall'urna del destino!" Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo l'ordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto l'inimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore. Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii all'Accademia militare di Tuhn nell'Austria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori. Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nell'intenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nell'abisso della pupilla l'abisso dell'anima. Egli li velava con occhiali d'oro, che offuscavano ciò che v'era di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e l'avida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava d'incresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey s'accorse che io l'osservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, m'avrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nell'ironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove l'orgoglio traboccava, era d'accordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva coll'arroganza dell'animo e dell'uomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale. Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, d'un bel coraggio personale, ch'egli s'imponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo un'assenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava d'un combattimento con una marcia, e d'una marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere l'ingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che l'offuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo. I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore. Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il civile come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che l'avea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia d'acido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava d'iniziativa, egli non possedeva la bussola dell'indefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come l'eccesso dell'amore uccide l'amore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se l'esplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. L'Ungheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese un'opera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo d'un precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi un'opera divina, la risurrezione d'un popolo! Görgey aveva l'anima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè l'indipendenza, nè l'autonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza d'una civiltà. Egli si batteva contro l'Austria, non per odio contro un'istituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare l'Austria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nell'opera e nell'impero una parte corrispondente all'altezza del servigio reso. L'Austria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti? Nel secondo abboccamento ch'ebbi con Görgey, lo compresi tutto. Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai. Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi. Ma avrò a riparlarvi di lui. Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato. Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo l'abdicazione del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000 uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a 6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli mi chiamò alla sera, e m'ingiunse di partire sul momento per portare a Pesth il suo dispaccio. - Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi il favore di restare? Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose: - Non ci batteremo punto. Partite. Partii. All'indomani, Görgey aveva cangiato d'avviso. La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli l'aveva adottata, dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata brillante, ma disastrosa. L'inverno si mostrava severo. L'immenso piano dell'Ungheria era divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici, come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di Leopoldo Zichy. L'atmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non c'era più di azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostri honved. Faceva un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia di strade, e quelle vicine ai corsi d'acqua, erano sfondate ed impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie interminabili, sempre sul chi va là, non prendendo fiato che per respingere l'inimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a Pahrendorf, e di Guyon, l'abile e valente irlandese, a Nagy-Szombath, che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò. Görgey fu respinto a Babolna, e Perczel subì una disfatta a Moor, che si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo aiuto. Egli non volle. Il 1.° gennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad un'immensa pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati. L'8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia1 ungherese sgombrava anche Buda-Pesth. Alcune ore dopo, l'esercito austriaco entrò nella città, e la bandiera giallo-nera prese il posto dei tre colori nazionali, bianco, rosso e verde come quelli dell'Italia. Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al generale Bem, che operava in Transilvania. - Perchè ciò? - Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e tradirà domani. Kossuth assunse un'aria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse: - Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo. - Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarlo a sei mesi. Se a quest'epoca la mia profezia.... - Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra, e tenetevi pronto per partire nella notte. Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente. Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo del generale Bem. Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi. Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro l'autorità della Dieta.
Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro all'ignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, coll'amore nell'anima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto l'impeto d'un vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. L'Austria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da un'altra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. L'aria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. L'ebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.
Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. L'Austria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome di santa patria fa risuonare tutti gli echi. L'Ungherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano negli honved, attende le notizie dell'esercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.
Il mio viaggio in mezzo alla puszta, malgrado la solitudine dell'inverno, malgrado l'oscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dall'insuccesso. In ogni soffio d'aria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfy. Ovunque, delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.
Incontrai le prime colonne dell'esercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama l'uomo di ferro, l'energico comandante delle formidabili berrette rosse, il 9.° honved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:
"Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e v'inseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure".
Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.
Seguii il Danubio dall'aspetto terroso e triste, che non era gelato, malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad un filo di rame un po' ossidato sopra uno scudo d'acciaio riflettente la luna. Alla fine arrivai2 alla frontiera della Transilvania, provincia che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta all'Ungheria soltanto per tre porte: tre gole.
Bem mi aveva preceduto di sei giorni.
Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto. Bem, entrando al servizio dell'Ungheria, aveva posto per condizione di non dipendere direttamente che da Kossuth, dal capo del Governo.
- Dall'amico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.
Kossuth gli scriveva queste semplici righe:
"Amico mio, t'invio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove irradiansi i due più bei occhi di myosotis dell'Ungheria. Fa ciò che puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo, e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua testa calva".
Bem fissò su di me i suoi grigi occhi d'aquila. Ci scrutammo scambievolmente. E da quel momento fummo amici.
- Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.
L'esercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto a 10,950 uomini d'infanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di truppe regolari, e a diverse migliaia di leve in massa, Valacchi e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I corpi ungheresi comandati da Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano incontrato l'inimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo sciacallo dell'esercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20, Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza colonna austro-valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di Jablonowski, l'attaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine della campagna, come diceva Petőfy, che era aiutante di campo di Bem. Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre, proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa. Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città che essi abbandonarono.
- Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.
Egli proclamò un'amnistia generale; ma, mentre lo si cercava per acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in bianco, Bem esclama:
- Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.
Un'ora dopo, gli Austro-Valacchi erano in rotta.
Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati a pezzi nella loro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati, presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili; e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo gelati, nella Bukovina.
- Che insaponata! sclamò Bem alla sera.
Infatti, il nord della Transilvania era netto d'Austriaci.
- Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.
Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:
Chiamavamo il generale: papà Bem.
Puchner si avanzava in cerca dell'esercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.
- Ingoiatemi un po' quei furfanti! gridò Bem.
Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).
- Addosso a quei cani, urlò Bem.
E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per un'idea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.
- -Generale, devo comandare l'assalto? gli domandai.
- Per bacco!
- Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?
- Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.
Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora. Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.
- Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.
Una grandine di mitraglia ci rovesciò.
- Avanti tutti, allora.
Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. L'ala sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue. Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una batteria, ch'egli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni. Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.
- Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a crepapancia, ragazzi miei.
Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto, respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e rientra alla sera in Nagy-Szeben.
Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi, che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.
- Cosa si fa, generale? gli chiesi.
- Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.
Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido d'indignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezz'ora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.
- Codesto diavolo d'uomo non mi lascia neppure il tempo d'empir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.
E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.
Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem l'accettò.
- Facciamo una burla ai nostri fratelli, diss'egli. Quando arriveranno, troveranno l'affar fatto. Tarde venientibus ossa. Avanti.
Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.
- Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.
Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.
Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.
Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. L'inimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad un'imboscata. Il nemico prese l'offensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.
- Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!
Gli Austriaci anch'essi non avevano più munizioni.
La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.
Bem, col suo infallibile colpo d'occhio, vide allora la posizione della campagna.
Puchner non aveva più base alle sue operazioni.
La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni d'ogni fatta.
Bem ordinò all'istante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta c'inghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che s'ingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia l'artiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfy, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfy chiamava "uno stendardo bianco!"
Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.
VI.
La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi, avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati, i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni dell'avvenire le lugubri memorie del passato.
Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.
Eravamo attesi.
Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse all'imperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria. Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco; e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano "un aristocratico", da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23 febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina. Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e cui il general Lüders, occupante la Moldo-Valacchia, gli aveva inviati sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e diede l'ordine di porsi immediatamente in marcia.
- Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro cómpito, mi disse il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due compagnie di honved.
Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.
Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di un'amazzone, in mezzo agli ufficiali dello stato-maggiore, pronta a mettersi in marcia con noi.
- Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante l'assedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville rispose: - Regina, ci avevo pensato. - Voi che fareste in una simile circostanza?...
- Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.
- Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy-Szeben. Noi vi andiamo. Io vengo con voi.
Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.
Arrivammo l'11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anch'essi aveano invocato l'ajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentarono sei altre, e noi li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen, ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi, cantando un nuovo ritornello di Petőfy, ed ivi ci precipitammo contro la porta di Nagy-Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte. Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nell'Iliade, e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a Nagy-Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli ussari ungheresi. Sebő. Il colonnello Tichter comandava la quarta sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci riconoscemmo.
Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.
- Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.
Egli non rispose, ma scaricò d'una mano un colpo di pistola a bruciapelo sulla mia testa, mentre con l'altra mi lasciò andare un fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò, indietreggiando: io l'incalzavo sempre. Trovai finalmente la mia pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.
I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem m'abbracciò, e mi nominò maggiore.
Bem proclamò l'amnistia, e m'inviò alla Dieta a portar l'annunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.
Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfy erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.
Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.
Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato l'anima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.
Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, d'oscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dell'aria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dall'immenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.
Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare l'amnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dell'Oceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli d'un fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.
Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola l'accarezzava colla mano, come il mento d'una bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dell'autorità e della volontà, che s'impongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava all'istante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo d'occhio: l'insieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.
Estremamente sobrio, vestito d'una tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai l'ammirazione del pubblico. Non s'atteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare d'un Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e l'Austria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà - fede virile - l'avessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dall'adulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.
Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.
La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola d'elogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non lesinò; l'esempio che dava, non domandando agli altri cosa ch'egli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dell'esecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dell'Ungheria. L'Europa non se ne fece un feticcio, - ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfy lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.
La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta; - ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, l'epopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo all'Ungheria.
Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re - cioè dall'imperatore d'Austria - aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dall'inimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich all'ala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre che Görgey danzava a Lőcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava l'ala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. L'esercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dell'Ungheria.
Questa illusione non durò molto.
Noi riprendemmo presto l'offensiva. L'esercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando l'arrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento all'incirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dall'altra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, l'unico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dell'Ungheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dell'esercito!...
Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth m'inviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva l'onore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.
Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto l'esercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. L'inimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò l'attacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo d'armata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. L'ala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattr'ore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.
Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dall'altra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.
Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo3, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.
Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.
L'Austria infliggeva a sè stessa il disonore d'invocare l'assistenza della Russia - ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava l'infamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.
Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.
VII.
Era il 14 aprile 1849. Questa data segna un'epoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già l'aria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse l'infinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve s'era sciolta, ma l'immensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dell'aurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della onda agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.
Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle d'agnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata d'astrakan e di ricami in lana di vari colori4, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe di non portar più alcun ornamento d'oro o d'argento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio d'orecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nell'altra, armati. L'Ungherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante l'incoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza - tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. L'Ungheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dall'aria felice, ben nutriti, ben alloggiati - i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od un'industria - , si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose - loro strumento di lavoro - , o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera - il Collegio riformato di Debreczin - e l'invadeva.
La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato d'astrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne d'aquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante all'assemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. L'Assemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Perenyi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nell'aria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.
Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu l'anima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, L'occhio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha l'accento, l'audacia, la poesia, l'elettricità della parola di Mirabeau e di Burke, l'elevatezza d'idee di Chatham e di Fox. La serenità del suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dell'uomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dell'uomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, l'organo felice dell'osservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni d'impero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dall'alto della sua fede. L'Ungheria, questo Oriente dell'Occidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito d'esame dei popoli dell'Occidente svegliato e pronto.
Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè l'atto d'accusa della dinastia degli Absburgo, e mal coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dell'oratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sull'uditorio. "Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa d'Austria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese".
- No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.
- È dunque venuta l'ora, riprese Kossuth, in cui è dovere dell'Ungheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in faccia all'Europa ed al popolo, in faccia di Dio e dell'Universo, che vogliono esser liberi ed indipendenti.
L'entusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di tre secoli fra l'Ungheria e la Casa d'Austria, espose la situazione, raccontò le peripezie dell'ultima guerra, e concluse colle due seguenti proposizioni:
1.° Che l'Ungheria fosse dichiarata Stato indipendente, e, relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;
2.° Che la Casa di Absburgo-Lorena fosse dichiarata decaduta per sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti civili dell'Ungheria.
Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:
- Così sia! Amen!
Le proposizioni furono votate ad unanimità.
Kossuth fu eletto presidente-governatore dell'Ungheria.
Gli Eljen Kossuth furono interminabili. Kossuth, profondamente commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce tremante, soggiunse:
- Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dell'Ungheria liberata.
Egli è adesso nell'esilio - come Vittor Hugo, Ledru-Rollin, Quinet.... - esempio della rigidità della coscienza umana.
Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e l'indipendenza dell'Ungheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe Nyraczi - il padre d'Amelia.
Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando all'Europa attonita il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda, ritornò sui suoi passi, e diresse all'esercito questo proclama:
"È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e l'inimico ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete trionfato, trionfato sette volte, una dopo l'altra. Oggimai voi trionferete mai sempre.
"Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
"Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più decisive ancora saranno quelle che combatteremo d'ora in avanti. Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare all'Ungheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più santa fra le missioni.
"Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
"Molti fra voi credono che l'avvenire desiderato è fin d'ora conquistato. Non v'ingannate. Questa lotta pei diritti naturali dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto sostenuta dall'Ungheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le vittorie.
"Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
"E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio-Bicske, di Isaszeg, di Vacz, di Nagy-Sarlo5 e di Komarom; per ciò, in mezzo anche allo spaventevole rumore delle battaglie, io d'ora in avanti non avrò per voi che un sol grido:
"Avanti, camerati, avanti.
"Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!"
Avanti! gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco-Giuseppe, era Kossuth.
VIII.
- Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.
La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.
Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.
- Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa d'Absburgo! diceva Görgey.
Egli ordinò un assalto generale, benchè l'artiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. L'attacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non m'ero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto l'ordine d'impadronirsi della breccia. Il combattimento durò tre ore, - combattimento feroce, la baionetta contro il cannone! - Gli honved si slanciarono all'assalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la6 scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dell'acqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò l'opera della breccia.
Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. All'alba l'attacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di: Eljen a Magyar! La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, che l'aveva mancata due volte. Noi ritornammo all'assalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io m'era arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise l'italiano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.
Ripresi i sensi all'ospitale del Tabor.
Görgey non prese parte all'azione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svàbhegy.
Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai all'improvviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nell'appartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.
Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dell'Ungheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame d'argento d'un enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente: i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli s'incaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dall'Inghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e l'aveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose all'emancipazione dei contadini, all'abolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva l'Austria, perchè l'Austria è tedesca, e l'imperatore perchè non è magiaro; ma non perchè l'una è la tirannia straniera, l'altro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dell'istessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.
Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni ch'io aveva con sua figlia dapoichè l'avevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano l'istessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora c'era. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.
Egli la fece chiamare, e l'attese nel salone a fine di togliere all'abboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, ch'ei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella d'oro, aggiungeva un'aria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. L'età avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come l'esperienza non aveva fatto piegare l'inflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni d'argento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dall'interna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva l'abitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più d'una volta questi due nugoli carichi di fulmine s'erano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.
- So, disse Amelia con voce ferma, perchè m'avete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?
- Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.
- Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa d'Austria per servigi resi ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io l'amo, ecco la mia ragione.
- Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.
- Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.
- Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?
- Io aveva sedici anni allora.
- E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?
- Uccidermi.
Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:
- Hai ragione, Amelia, io fui un vile.
- Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.
- Noi! di già?
- Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....
- Giammai!
- Giammai. Che importa d'altronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.
- Ed allora?
- Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. L'altro sarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.
Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:
- A rivederci, disse la contessa.
- Ah!
- Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.
Ella non attese la risposta, ed uscì.
Ella venne a trovarmi in un grande stato d'esaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato d'intraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.
Aveva io il tempo di essere ammalato?
IX.
L'esercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo. Noi riprendemmo l'offensiva, nella speranza di battere gli Austriaci prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey contro Haynau, quell'Haynau che il macello di Brescia aveva posto in evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene dell'esercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio, che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi omicide.
Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più un'ironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21 giugno. Kossuth m'aveva addetto allo stato-maggiore.
Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il 21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato. Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava continuamente dall'esercito, cumulando il grado di generalissimo con quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo un'altra disfatta a Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth d'abbandonare Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole: "Quanto a me, abbandonatemi al mio destino". Grido d'allarme calcolato. Significava: rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.
In questo momento, l'esercito russo arrivato dal nord, sotto gli ordini di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar l'aveva passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il 19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.° luglio c'erano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa massa formidabile l'Ungheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra un'estensione immensa: per mancanza d'armi, non per mancanza d'uomini. Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base d'operazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la Maros. Görgey, che era, l'ho già detto, incapace di formare egli stesso un piano, promise d'eseguire quello del suo inimico, piano, del resto, discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva la via di Buda-Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn, lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci vennero ad offrirci battaglia. L'accettammo senza esitare.
Il combattimento ebbe principio all'alba. Ad un'ora gli Austriaci, posti in rotta all'ala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimonio d'un attentato che mi addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey, per di dietro, un colpo di sciabola alla testa - per liberare il paese ch'egli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto all'altro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese, mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.
Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora, a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quell'infame. L'esercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello Bayer, capo dello stato-maggior generale, si mostrò scontento della destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati, Klapka e Nagy-Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey, piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai Nagy-Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato presso Görgey, l'avrei ucciso.
Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio insistette sulla pronta partenza dell'esercito dell'alto Danubio per andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza. L'accecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di demenza il Governo e l'esercito! Più Görgey s'inoltrava nella via del tradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti vittorie dell'esercito del Danubio non erano state riportate da lui. Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan; Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy-Sarlo7, nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in quella vertigine che spinge all'abisso.
Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn. L'esercito si battè tutta la giornata dell'11 luglio, senza riescirvi. Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.
Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli Austriaci Buda-Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove l'orribile gareggiava col grottesco. D'altra parte, Guyon aveva battuto Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la sua sede, era minacciata.
Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè l'acciecamento ed il tradimento s'eran messi della partita. Io era terribilmente triste. Incontravo sui margini delle strade dei gruppi di giovani, che ritornavano dall'esercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da bere che l'acqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. La puszta non era più quell'antico lago di 500 chilometri di diametro cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado, ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto l'aspirazione esausta del sole, - la nebbia avvelenata delle paludi, ove il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascinavano essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano delle onde melmose d'un verde livido. Tutto aveva l'itterizia e l'ardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare l'ignoto, che pesava sovr'essi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio d'aria, non una goccia di rugiada: sempre l'alito snervante e malaticcio, che corre sulle acque tenebrose delle paludi, come quello d'un demone. Io sentiva la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione. Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.
Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi ordini 20,000 uomini effettivi, e con questo pugno di coscritti doveva far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro d'entrare in Transilvania. Quest'impresa prendeva le proporzioni d'un miracolo; la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.
Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi l'attaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered-falva, fummo nuovamente battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado i prodigi che seppe fare con poche centinaia d'uomini, circondati dai Cosacchi, come il mare circonda un'isola. Nondimeno corremmo nel paese siculo a dar battaglia a Clam-Gallas. Vincemmo due giorni di seguito, il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare una diversione ai Russi. I Moldo-Valacchi non risposero alla nostra chiamata, quantunque l'avessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.
Nell'andare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosi inkers attaccati all'ungherese, con delle bardature chiamate csalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfy.
Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolico tarkas della Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio ch'esso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove l'erba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfy provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.
Petőfy volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nell'abisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile del fango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfy si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! L'uomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa ch'egli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto l'aureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dell'abisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare all'aspetto formidabilmente tranquillo dell'imboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.
Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese d'assalto Nagy-Szeben. Lüders accorse all'indomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:
- Siamo civili con questo Calmucco.
I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dell'acqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora all'idea di confidare la dittatura a Görgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.
Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dall'inseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra l'esercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato all'improvviso a Debreczin da 80,000 Russi.
- Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.
Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa l'idea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:
- Se c'è qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.
Finalmente Görgey aveva ricondotto l'esercito ad Arad. Ma il Governo aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa 35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato. Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato l'ordine di abbandonarla e di stabilirsi un po' più lungi, a Szöreg.
Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto. Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szöreg. La battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di vedere l'inimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.
Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar, la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente. Il Governo seguiva il corpo d'armata di Dembinski. La Dieta si era aggiornata sine die. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano coll'esercito, cacciati dall'ultima loro dimora di Szeged e spinti dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.
C'era un'altra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.
- Sotto ai miei ordini, rispose il principe.
Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.
Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise l'artiglieria in posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynau rotto, sconvolto, fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.
Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo d'un bosco, ove i nostri distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati, non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro, ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante, l'avanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline, si trovò di faccia all'inimico, - il corpo di Lichtenstein, che Bem aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la testa dell'avanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori, il suo cavallo s'impennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati. Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un giallo d'uovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto alla loro testa, si trovava Amelia.
La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolman violetto agramentato d'oro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava d'un corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta l'angelo scaduto dell'Ungheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, l'assorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nell'istesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.
Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dall'altra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.
Egli non aveva più ottant'anni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto l'onore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo d'Amelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni. Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve un'eternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde all'indietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo d'onde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.
- Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.
La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.
- No! urlò egli; non voglio l'aiuto d'un servo che ho fatto frustare come un ladro.
E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.
X.
Il resto non m'importava più. L'Ungheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.
Görgey trattava già coi Russi.
Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si oppose. La nazione, che ritta dietro lui, l'aveva sostenuto per due anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi8 e sotto l'influenza del suo proprio esercito abbattuto. L'11 agosto, Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. "Ami egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col disinteresse che l'ho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di misericordia9 sia con essa".
Paskewich rispose: "L'unico scopo dell'esercito russo è di combattere. Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si rivolga al comandante in capo dell'esercito austriaco".
- Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.
Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola espressa "di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli Austriaci".
Görgey non tanto detestava l'Austria, quanto era geloso di Kossuth. Ma egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci. Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich, e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che l'esercito ungherese si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. L'esercito credeva di andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque ormai certo della sua disfatta finale.
Bem m'inviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non insistetti. Circolai un po' nelle file dell'esercito.
Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e l'abbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non c'era più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, l'entrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride serate del bivacco d'inverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfy, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate d'estate sotto l'effluvio delle stelle, le serate d'inverno all'angolo dell'amato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi d'indignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. C'erano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino - la disperazione contro la potenza.
Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse l'insonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e l'esitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando l'alba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò l'ora dell'esecuzione, e' fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia d'uomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti d'ora.
La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. L'agitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa d'ignoto al quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su quest'opera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per l'uomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare d'astuzia: sono volpi. Ma l'uomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!
Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea10, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dell'esercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito prima del 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.
Avevano confidato nella grandezza d'animo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!
Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. L'Austria lo internò a Klagenfurt.
Io raggiunsi Bem. La mia vita era un'agonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dell'esilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede l'esempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.
Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!
Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno d'uomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime all'ecatombe già finita? C'impegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo l'ultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.
Klapka tirò da Comorn l'ultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo-nero. Poi capitolò anch'egli.
E l'opera del carnefice incominciò.
Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.
- Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.
Fu condannato a morire di corda, pei suoi atti politici. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.
Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, per grazia particolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.
- Hodie mihi, cras tibi! sclamò il formidabile Nagy-Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.
E fu impiccato.
- Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come s'era vòlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.
E fu appiccato.
Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:
- Io che era sempre il primo dinanzi l'inimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!
E fu appiccato.
Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.
Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.
Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita d'amazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.
L'Austria tirò una linea nera sull'Ungheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.
Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dell'Austria e della Russia. Quando gli si propose d'abiurare il cristianesimo, in vista d'una possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:
- Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare l'incomodo costume dell'Occidente contro quello più ampio degli Orientali.
Kossuth fu internato a Kutahia.
Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per l'America11.
XI (ed ultimo)
Ed ora una parola di conclusione a questa storia.
L'Ungheria si è riconciliata coll'Austria.
Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:
"Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od all'esilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa d'Austria".
Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dell'Ungheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dell'Austria coll'Ungheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.
Ne dubitiamo, perchè ci sembra che l'Austria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; ch'ella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo, e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre un'altra Sadowa per posare l'Austria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese - io non dico con la Francia - fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nell'ombra; e alla divisa del passato, Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dell'avvenire: Felix Austria succumbe!
L'Austria non ha più posto nell'Occidente. Ecco il punto di partenza di quell'avvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione coll'Ungheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato d'esser tedesca, come ha cessato d'essere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. L'Austria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dell'Impero. Questa forma fu l'acarus che l'imperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad un'altr'epoca di rigenerazione per il disastro, l'Austria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale d'Allemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno pro' ai giorni nostri. L'acarus dell'Impero ha divorato l'Austria. Il signor di Bismarck ha estratto, ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. L'Impero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo è un imbarazzo, la Boemia una minaccia, l'arciducato d'Austria un pericolo.
S'ha a conchiudere da tutto ciò che l'Austria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.
Noi crediamo che l'integrità dell'Austria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dell'Impero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, l'autorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e l'arciducato non sono finalmente che un'appendice, la Gallizia un deposito. La casa d'Ausburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso - il giuoco della casa di Savoia.
La base della nuova Austria è l'Ungheria. L'Ungheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani all'Adriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dell'Austria e la sua feconda grandezza. Se l'Arciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dell'insieme, quando la necessità lo imporrà, come fece l'Inghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle frontiere. Si persiste ancora, s'insorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. L'Inghilterra ha dato l'esempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.
Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare l'uso costoso dell'autorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende un'Italia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende un'Inghilterra, una Russia, un'America, un'Ungheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qual'è la missione civilizzatrice, l'utilità umana dell'Impero d'Austria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto l'azione della stessa forza che l'avea formato: il cannone.
Se la decomposizione non fosse stata normale, l'Europa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dell'Italia o dell'Allemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dell'Austria coll'Ungheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamento sotto l'impulso dell'inevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. L'avvenire della dinastia d'Absburgo sta nell'abdicazione de' suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è l'Ungheria. Il Re d'Ungheria è alla testa della politica della nuova Europa: l'Europa ch'è uscita dalla ruina dell'edifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.
Che cosa è dunque il Re d'Ungheria?...
In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.
Il Re d'Ungheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle all'Europa. Se il suo socio12, l'Arciduca d'Austria, ha ancora delle inquietudini che l'attirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso l'Italia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re d'Ungheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla l'uno contro l'altro. Nondimeno, il pericolo dell'Europa sarebbe nell'accordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare l'alleanza della Francia coll'Italia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante l'alleanza sana, definitiva, politica, dell'Alemagna protestante e dell'Italia scettica. Ciò è ancora nel potere dell'imperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dell'infausta sua consorte ultramontana e dall'influenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta l'Italia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dell'Italia.
Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dell'Ungheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine all'invasione della Turchia nell'Occidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.
Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dell'anno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dell'Europa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere l'impossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove c'è vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza l'Oceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e l'avrà, presto o tardi, dalla ragione, dall'astuzia13, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dell'Europa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essa cesserà di pesare sull'Europa per sorvegliar l'Asia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nell'opera sua sulla razza siamica. La Turchia è per l'Asia occidentale ciò che è l'Ungheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.
L'Ungheria e la Polonia redente, la Germania costituita, l'Italia consolidata e compiuta, l'alleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dell'Inghilterra, della Francia e dell'Italia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del colosso moscovita a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche delle supremazie dei laghi, dell'influenza, della protezione, dell'alta signoria (suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.
Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie all'imperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dell'Austria con l'Ungheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa d'Austria dall'arciducato, che è tedesco, e deve far parte dell'Alemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dell'Italia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto all'Ungheria il paese che la Turchia possede, o di cui ha l'alta signoria al di qua del mar Nero - eccetto l'Epiro e qualche cantone dell'Albania - , e la soluzione è prossima.
L'Europa reale termina all'Oder. L'Europa al di là è piuttosto l'Oriente. L'Ungheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che dev'essere una forza, e cui si tratta di costituire. L'Europa deve dunque incoraggiare la formazione dell'Ungheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dell'Austria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.