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I.
..... Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito vicino a Kosciusko14, che non pronunziò mai il famoso finis Poloniae! Mio nonno, anch'egli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla battaglia di Grochow, ove l'armata polacca lottò tre giorni contro la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente l'olimpico regno dell'imperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito, ch'era io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.
La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.
Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva del genio per definirlo.
Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpo consolida le tirannie, è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.
- La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in Siberia. Non c'è esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie terribili che la precedono.
L'educazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo programma.
Non parlo dell'istruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi eravamo maestri consumati nel maneggio d'ogni sorta d'armi; che potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dell'Oremburgo e della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati alla nostra parte. Ma questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.
Il conte Andrea Zamoyski era stato l'amico di mio padre. Il marchese Alessandro Vielopolski-Myszkowski era parente di mia madre. Questi due personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero del nostro doppio destino. Io restai Polacco per opera della Polonia stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polacco per opera della Russia, come il marchese Wielopolski.
- La nobiltà polacca, diceva il marchese, preferirà certo meglio di camminare coi Russi alla testa della civiltà slava, giovane, vigorosa e piena d'avvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata, ingiuriata, in coda alla civiltà decrepita, brogliona e prosuntuosa delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi, che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cioè, alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, ch'essa possiede.
- Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poichè Dio non ci ha confusi coi Russi, poichè tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata, vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto la Russia, la Polonia attesta la sua vitalità indestruttibile. Questa nazione è un'anima anzi tutto. Operiamo come un'anima, e per l'anima; siamo il diritto e la giustizia che, alla lunga, trionfano sempre della forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci è mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale. Sursum corda!
Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure ci parve che un abisso s'interponesse fra noi, e la tenerezza severa di nostra madre fu impotente a colmarlo.
Una circostanza allargò lo spazio che ci separava.
Casimiro s'innamorò della moglie di un generale russo, una Polacca. Entrò nell'esercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era aiutante di campo del granduca Costantino. A quell'epoca, egli aveva ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.
II.
Arrivavo dalla Germania, quando l'imperatore Alessandro II venne a Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar, mantenevano nell'Europa occidentale la meravigliosa speranza della rigenerazione della Russia. Ognuno si rallegrava della parte che andava a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. "Il meno che si potrà fare per noi, ci si diceva, gli è di ritornare alla politica di Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna". Si aspettava lo Czar con ansietà, con impazienza; i più scettici, essi stessi, sembravano scossi.
Lo Czar venne. Egli parlò. "Intendo che l'ordine stabilito da mio padre sia mantenuto, diss'egli. Così, signori, ed anzi tutto, non più ubbie! non più ubbie! La felicità della Polonia, dipende dalla sua intera fusione coi popoli del mio Impero. Ciò che mio padre fece è ben fatto, ed io lo manterrò... Il mio regno sarà la continuazione del suo!..." E siccome uno dei marescialli della nobiltà sembrava voler parlare, così Alessandro II si volse, e riprese: "M'avete compreso? Io amo meglio ricompensare che punire... e punirò severamente..."
Ciò che Niccolò aveva fatto della Polonia, il mondo lo sa. Per Alessandro II era ben fatto, ed egli voleva continuare l'opera paterna.
Io non ricorderò che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto, di sua propria mano, Niccolò scrisse la sentenza, cui nulla aveva provocato, della deportazione al Caucaso di quarantacinquemila famiglie polacche, di cui il Governo diffidava!
Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.
Ma ciò non era tutto ancora.
L'eco dell'unità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi col re di Prussia e l'imperatore d'Austria, affin d'intendersi ed avvisare insieme sulla situazione dell'Europa. Egli portava una nuova sfida: una sfida alla Polonia, l'incarnazione sanguinosa delle nazioni vittime; una sfida all'Europa occidentale, che si diceva favorevole alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione di Wilna, ove nessuna dama accettò l'invito al ballo che il generale Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che l'accompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia. Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.
- Gli è l'imperatore d'Austria, dissero i cortigiani russi, che è la causa di questo agghiacciato ricevimento.
- Gli è lo Czar che vale all'imperatore Francesco Giuseppe questo freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.
Lo Czar partì da Varsavia, con l'anima ulcerata ed umiliata.
Varsavia trasalì sotto l'ingiuria di codesto sinistro ritrovo.
Le dimostrazioni principiarono.
I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di quell'equivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede, che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare la dominazione degli Czar, e stancare la forza. Le dimostrazioni principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre risuonò, per la prima volta nella cattedrale, il Boze cos Polske, quel canto che è stato la strana Marseillaise della nostra ultima insurrezione.
"Signore Iddio - si cantava - tu che durante tanti secoli circondasti la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!
"Signore Iddio, tu che più tardi, commosso dalla nostra rovina, hai protetto i campioni della più santa delle cause, tu che hai dato loro il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro gloria nel seno stesso della loro calamità, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!
"Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libertà!
"Dio santissimo, di cui una sola parola può risuscitarci in un istante, dègnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dègnati benedire gli ardori della nostra gioventù; rendici, o Signore, la patria, rendici la libertà!
"Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo, dègnati aprire la luce eterna ai nostri fratelli periti per il loro popolo oppresso, dègnati accettare l'offerta delle nostre lagrime e dei nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libertà!
"Dio santissimo, non è scorso un secolo ancora che la libertà è scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue è sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.
"Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore, rendici la patria, rendici la libertà!"
La Società agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliberò allora sul diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti polacchi arrivarono dalle Università di Kiew, Mosca, Dorpat, e si agitarono in Varsavia onde ottenere un'Università nazionale. L'idea d'un indirizzo all'Imperatore per reclamare una Costituzione e la ricostruzione della Polonia, albeggiò. Giunse il 25 febbrajo 1861.
Era l'anniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade n'erano bianche. Nessuna parola d'ordine era stata data, perocchè non v'era presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato. L'anima della Polonia è omogenea: i Polacchi sentono all'unisono. Per un impulso spontaneo, ognuno pensò che bisognava in quel dì pregare per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si trovarono quindi nelle vie, animati dall'istessa idea, fiancheggiandosi e seguendosi. Una processione si formò naturalmente. Si comperarono dei ceri per via. Una bandiera coll'aquila bianca, sboccando non si sa donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola voce, nell'istesso momento, intuonò l'inno Swiety Boze:
"Dio santo, Dio possente, abbiate pietà di noi, degnatevi di renderci la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per noi!"
Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile. Neppur l'ombra di un'arma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguito da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e sciabolano alla cieca.
Un centinajo di persone caddero morte o ferite.
Io era là. Mia madre toccò una ferita al braccio. Io aveva un revolver in tasca, e restai calmo.
All'indomani, la città intera vestì a corruccio.
Il governatore, principe Gortschakoff, sembrò atterrito. Il generale Liprandi ne fu costernato.
Due giorni dopo, il 27, correva l'anniversario della morte del conte Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre. Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei dintorni. Il massacro dell'antivigilia non aveva impaurito alcuno, nè le donne, nè i fanciulli. Si assistè alla messa, poi, uscendo, ci disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale, quantunque ferita, non volle mancare.
Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi. Noi non avevamo armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuonò. Gli sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che, colle mani alzate al cielo, cantava:
"Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!"
Un centinaio di persone restarono sul lastrico.
Il principe Gortschakoff si precipitò in mezzo alla folla per arrestare la carneficina.
- Ma, alla fin fine, cosa volete? gridò egli quasi fuori di sè.
- Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.
L'arcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico, contro l'ordine di quella esecuzione.
- Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclamò il principe Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di non consegnarvi la cittadella, neppure sopra un'ingiunzione firmata di mia mano.
Il principe era sincero. La sera, la polizia della città fu confidata agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un indirizzo all'Imperatore, sottoscritto dall'arcivescovo, dal gran rabbino, dai marescialli della nobiltà, circolò. Si chiedeva "una chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni storiche".
La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi all'Europa, i cui rimorsi per averla abbandonata sembravano addormentati. Si sparse allora un avvertimento: "In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso, s'indosserà il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine, ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore, sacrifizio, liberazione, e perdono!"
La calma si ristabilì. Ciò aumentò lo stupore e lo spavento dei Russi. Cosa nascondeva quel silenzio?
- Tutta la città vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte Zamoyski. Ciò non può durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo punto.
- Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.
- No, no, gridò il principe di Gortschakoff15: ci batteremo.
- Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci assassinerete, se lo volete.
- Se avete bisogno d'armi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.
- Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.
I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.
- Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.
- Gli è precisamente ciò che v'ha di grave! rispose l'Imperatore.
L'indefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi significavano.
Il signor Muchanoff, ministro dell'interno a Varsavia - quello stesso che, opponendosi ad ogni sviluppo dell'istruzione pubblica, aveva detto: "Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!" - il signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato in Gallizia. Il principe di Gortschakoff16 lo destituì, e l'obbligò a partire da Varsavia.
Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure la realizzazione del famoso Statuto di Niccolò. Queste concessioni ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su Varsavia.
Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La piazza era occupata dai soldati. E' si ritirarono. La sera seguente, una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la bandiera coll'aquila bianca, per non porgere pretesti. L'attitudine era pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese sulla piazza, e ripetè la17 sua domanda.
- Insomma, che cosa volete?
- Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.
In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno l'aria di Dombrowski: "No, la Polonia non perirà!" Tosto un grido entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti cadono in ginocchio.
- Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla piazza.
- Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.
L'ingiunzione non fu ripetuta.
La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominciò le sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono. Làsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi, inginocchiati all'estremità della piazza, intorno ad una statua della Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La truppa, spaventata, lasciò quel sito.
Non si è mai conosciuto il numero delle vittime.
Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile, s'impadronì di noi.
Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo morì all'improvviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: "Oh! le donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!"
Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu richiamato; e lasciando Varsavia, e' non seppe domare il turbamento della sua coscienza.
- Potrete accusarmi d'essere un uomo poco abile, sclamò egli, ma non potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.
Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.
Wilna rinnovò le scene di Varsavia.
La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione legale dei diritti usurpati.
Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove s'era compiuta l'unione della Lituania e della Polonia. Ciò poteva dare origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasciò celebrare una messa fuori della città, sopra un altare improvvisato. Lasciò sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie dell'antica Polonia, intorno all'immenso vessillo, che portava le armi unite della Lituania e della Polonia.
Lasciò arringare la folla da un prete basiliano del rito greco-unito, il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclamò: "Uccello senza macchia, aquila bianca, che un dì distribuisti corone e non ne hai più per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cònvoca i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti alzerai più alto, più alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue ali come per benedire la nazione, libera alfine!"
L'ultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14, lo stato d'assedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva ripugnanza. Certo è che gli uomini del vecchio partito russo, che lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato d'assedio però non poteva spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo voluttuoso.
Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le donne a bruno, gli uomini, come sempre, disarmati. La truppa, dalla mezzanotte, occupava militarmente la città.
Essa non s'oppose all'entrata dei cittadini nelle chiese, però, cangiando avviso, bentosto li circondò, e li accolse. La Cattedrale ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi invasero la città, correndo dovunque, percotendo gli uomini, insultando le donne, saccheggiando le case. Si intimò al popolo di uscire dalle chiese.
- No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che l'esercito ci assedia.
Si restò così tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i Russi accampati alle porte. L'ansietà divenne estrema. Si prevedevano delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete. Ad otto ore di sera, si presentò un generale, e c'intimò di nuovo di renderci alla grazia ed alla mercè del luogotenente del regno.
- No, rispondemmo tutti. Non vi è luogo a grazia, ove non vi è delitto. Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello loro caserme.
Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto arcivescovo, e s'intuonò il Swiety Boze: "Dio santo, Dio potente, abbiate pietà di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi".
Alle due del mattino, un nuovo parlamentario recò l'istessa intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa, minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette ore, tenendoci rinchiusi, minacciandoci con sguardi pieni di odio, ricevettero l'ordine di fare sgombrare le chiese. L'ordine fu eseguito. Più di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.
Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale Gerstenzweig, capo dello stato d'assedio. Scambiarono parole di collera: Gerstenzweig si bruciò le cervella; il conte Lambert lasciò bruscamente Varsavia.
Il partito della violenza prevalse.
Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottant'anni, fu condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto alle città, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra un'ora e le otto del mattino, ebbe luogo. La Russia proclamò in faccia all'Europa questa razzìa di giovani, presi durante il sonno, come "il trionfo dell'ordine sulla rivoluzione".
La coppa traboccava.
Il 22 gennajo, l'insurrezione scoppiò.
III.
Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert. Il marchese aveva presentato l'applicazione del reclutamento esclusivo nelle città come una operazione di depurazione d'alta polizia, per estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocchè la coscrizione, appo noi, è un castigo: una Siberia mitigata!
Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato "dalla più grande delle disgrazie", che dal 1835 al 1855, undicimila giovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua, religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.
Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni, dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si coprì di bande composte della gioventù che fuggiva in massa; ed i primi scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.
Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a Varsavia.
Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun apparecchio d'armi. Quindi demmo l'ordine di evitare il combattimento, per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?
I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi, impadronendosi dei fucili e dei cannoni dell'inimico.
La guerra e l'insurrezione armata d'altra volta ripugnavano alla maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state del 1862. Con un po' più di tatto e di moderazione per parte della Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza, la crudeltà, l'acciecamento, l'odio del partito militare, che dominava intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli che esitavano, si videro trascinati; e' si fecero un punto d'onore di non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a cui s'intimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: "Qui le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro padri".
Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nell'Ukrania.
I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski, di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui uno solo disgraziato, e tre dubbii.
Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi - di addormentarmi nell'agonia, per risvegliarmi in Siberia.
Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato all'incontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove s'era accampato, sul punto di dar battaglia.
Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.
Era un'ora dopo mezzogiorno, il 1.° giugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dell'acqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. L'urto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragone di Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. L'azione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.
Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un po' di paglia, nell'angolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dell'orologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nell'esercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, l'eroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.
Io poteva arrossire a mio comodo di questa parentela, ma il maggiore non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio franto, la dura-madre tagliata, la sostanza grigia del cervello18 tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo dal mal passo, la pazzia o l'idiotismo, l'intervento provvidenziale del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.
- Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu non morrai delle tue ferite!
Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò confuso e quasi costernato.
Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow, aveva ricevuto l'ordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette lasciarmi.
Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio favore, senza mostrarsi.
IV.
Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi. Nella Kibitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due gendarmi coi fucili carichi stavanmi dirimpetto. L'ufficiale era un tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre, beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con molta deferenza. Forse il colonnello Semenow l'aveva messo in guardia. Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità. Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.
Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere d'acqua putrida degli stagni divenivano scintillanti, il verde nero delle foreste si smaltava di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo di Francia ed il denso cobalto del cielo d'Italia. Viaggiavamo notte e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano fresche, soprattutto verso l'alba, e quasi19 sempre umide. La nebbia, che c'investiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato, di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non mi aveva dato ancora la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei miei occhi si è addensato sotto l'ardente riverbero dei ghiacci del paese degli Tsciuktscias; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra, è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è abbronzata sotto l'alito dei venti del mare del polo; la vita snella e fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a quell'epoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia degl'insorti e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.
Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver un'idea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare dal20 mio spirito l'orrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, l'aria libera, l'infinito cielo, il movimento e l'imponente linguaggio della natura, la vista dell'uomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.
Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato d'assedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, l'aria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quell'ora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.
La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. E' fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere l'abitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn s'intrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.
Il colonnello m'interrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, m'astenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde l'avevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con un'immensa porta munita di un abbaino.
È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dell'imperatore Francesco I d'Austria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che l'esagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fui gettato sopra un'umida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che s'impadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.
All'indomani fui risvegliato d'improvviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. "Tanto meglio, dissi io, l'affare sarà presto finito". Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.
Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato d'assedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.
Si sfiorò l'interrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato - secondo l'umore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e l'ora del giudizio. L'istruzione s'aggirò sopra altro terreno.
Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, co' miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva l'ostilità che regnava fra mio fratello e me. Non s'ignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?
- Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.
- Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.
Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e ripetè:
- Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.
- Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete simili accuse!
- Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un sorriso trionfante.
Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow, e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dall'ovest al sud, di traverso, a zig-zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:
Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.
Ecco di che si trattava.
La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra gl'insorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui c'era carta e calamaio, una bambina di quattro anni s'era divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: "Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!" La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e l'aveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. "È uno scritto in cifra!" aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dell'istruzione del mio processo. E come tale, ei l'aveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra all'esser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità d'immaginazione d'un giudice d'istruzione che ha già un partito preso?
La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.
- Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.
- Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi d'un bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?
- E chi è il bimbo che l'ha fatti?
Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quell'abisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.
L'onnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado l'anima nazionale, stordiva l'imperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.
IV.
Ciò che v'ha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare l'opinione prestabilita dalla Commissione dello stato d'assedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.
- Vi accordo ventiquattr'ore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.
- Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso accettare il linguaggio che m'imponete.
Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella porta, pel quale filtrava un'aria mefitica e la luce d'una lanterna, accesa notte e giorno all'altra estremità del corridojo. Restai in piedi dietro quel finestrino, onde respirare quant'aria potessi, perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi accorsi che non ero solo.
- Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.
- Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.
Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi. Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la manifestazione del 15 ottobre, e torturato, perchè anch'egli sospetto di appartenere al Comitato. Aveva già presi due bagni di sangue, essendo passato due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente. Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane, della carne salata, ed una sola brocca d'acqua per Zoliwski.
- L'ho dimenticata; ve la porto...
- Non toccate la carne, prima che v'abbiano portato l'acqua, disse Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.
Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.
La notte era già avanzata, quando l'ispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.
- Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.
Mio fratello seguiva a due passi l'ispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.
L'indomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato d'assedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione umoristica che io aveva dato sul documento principale dell'istruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della gherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua co' miei denti, e l'avrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia via crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quell'estasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. L'ispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.
Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse l'ultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti, - i lamenti sono di rado eroici - , per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, all'effusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.
Mia madre era donna d'altra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire l'intera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se l'avesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta l'atrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.
Io non le domandava un'ora di eroismo, ma un'ora di tenerezza materna.
- Ho veduto tuo fratello, mi diss'ella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.
- Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.
- Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.
- Se l'avessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio compagno, Carlo Zoliwski, l'esempio terribile del loro potere, di ciò ch'essi fanno prima di uccidere.
- Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre; tu godi ancora del privilegio della nobiltà, l'esenzione dalle pene corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e colpire l'anima.
- Lo so.
- Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.
- Ma egli resistette.
- Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.
- Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci all'infamia.
- Gorski restò quarantott'ore sospeso pei piedi, colla testa in giù, sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.
- Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò; ora non si commettono più di tali atrocità.
- Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo vedrai domani.
- Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son preparato.
- Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.
- Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quand'anche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.
- Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevole turbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.
- Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nell'anima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che v'ispiri codesti dubbii?
- Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo l'altro figlio nel partito dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...
- Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.
- Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per un'agonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anch'io il mio.
- Dell'acido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. L'Europa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.
- Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quell'angolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.
- Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse l'ultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.
Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski21 si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.
- Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.
La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.
- Sarebbe un omicidio! esclamai io.
- No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! l'infamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani l'onore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.
- Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.
Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se l'era cacciato in bocca.
- L'altro per mio figlio, diss'ella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.
Non posso descrivervi il terrore, che s'impadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era un'esecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. L'eloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria. - Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì l'omicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.
Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto l'abaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. L'ispettore delle prigioni entrò. L'ora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore. - La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia l'uno dell'altra, bocca a bocca, cuore su cuore. L'ispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.
Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, "la terra dalla quale non si ritorna più!"
La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.
Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me coll'istruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome l'applicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora de' due privilegi della nobiltà russa: l'esenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia per convoglio.
Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiew fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dell'ufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.
Quando io ebbi udita la mia sentenza e l'ebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che m'avevano chiuso i polsi durante un mese.
Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.
Mentre si procedeva a questa operazione, l'ispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. L'ispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella un'arma di salvezza. L'indomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.
Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. M'ingannavo. Rannicchiata dietro l'angolo di una casa, mi vide passare, e svenne.
La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.
Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più una volontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.
Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri all'ora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.
La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla d'affabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se l'occasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dell'alba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva l'aspetto di una decorazione d'opera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra un'altura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazione il Baltico col Caspio, l'aorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche d'ogni sorta s'incrociavano, venendo dal nord o dall'est, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dell'Europa e dell'Asia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.
Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.
Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari d'altronde pel tipo, i costumi e le abitudini de' suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dall'Asia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.
Da quest'Asia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove c'è museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire di confortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo l'aspetto d'un tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ond'è che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me d'intorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un po' le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi m'informarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: "Suo fratello è l'aiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?" Non occorreva di più.
Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dell'arte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che all'alba ed al tramonto, quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.
Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: l'indefinito e l'infinito.
Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.
Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttosto stabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche l'oro, il platino, l'argento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le case e gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han l'aria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno un'anima sola - un'anima che sfida l'audacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!
Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bell'edifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, l'arsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj d'oro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più un'anima.
I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dell'anno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.
Poi di nuovo la pianura. Passiamo l'Isset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dell'albergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi riassisi. Essi osservavano22 i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.
- Uno sventurato, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.
Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: l'invito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. S'intuonò l'aria di Dombrowski: No, la Polonia non perirà!
Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dell'avvenire.
- Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli d'arme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.
Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paese ove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.
Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando i condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.
A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo l'Ichim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.
La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.
La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Un'ora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e ch'ero chiamato alla presenza del governatore.
La sala d'aspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.
La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. E' lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.
Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, l'età, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quell'aria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine e' dimandò:
- Tu sei dunque malato?
Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dall'età di quindici anni, non mi aveva più dato del tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè de' miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:
- Voi v'ingannate: io sto benissimo.
Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. E' non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.
La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nell'uffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!
Scorse un'ora, un'ora di tortura.
Il consigliere riapparve.
- Signore, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.
Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dell'inferno del forzato in Siberia.
La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed all'Oceano Pacifico - due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano un'altra kibitka ed un'altra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.
Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte - in media 14 chilometri l'ora.
Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nell'estasi del sogno della liberazione!
Il paese, per cui passiamo, ha l'aspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che s'entra nelle paludi della Baraba.
Il postiglione di questa stazione mi domandò se io avessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dell'Oceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.
Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga - una specie d'imbuto in fra gli altipiani più elevati dell'Obi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi s'incontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano un'erba fresca e succulenta.
Gli era infatti un mare d'erba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue d'ogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.
A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.
Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.
La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nell'acqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, l'acqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami d'abete, denudati dell'intonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che all'alba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!
A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Una taranta ci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo all'erba, seguito da un nugolo nero d'insetti, poi le erbe cessarono di ondulare, gl'insetti piombarono sur un punto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.
A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo un'anima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo l'Obi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui l'Europa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.
La Russia è abilissima nel dar le traveggole.
Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, all'est, giace sul Tom, che taglia a mezzo la città.
Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj d'oro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandò al gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del marito, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:
- Vien di laggiù.... era di mia madre!
Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me l'offerse sur un desco, soggiungendo:
Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.
E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dall'occidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nell'Ienisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! V'è alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?
La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo l'Ienisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo l'altro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pini ed erbe verdeggianti, la catena degli Altai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Yrkutsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dell'Angara - a un mese da Pekin.
In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa affari; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sull'Angara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!
Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un po' di riposo.
Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (incartamento), due gendarmi, dall'uniforme azzurro e dall'elmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante l'acido solforico, le lettere fatali vor, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.
- Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.
- Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.
- Povero uomo, sclamò l'altro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?
- Ebbene, che dunque? chiese il forzato.
- -Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò l'aguzzino.
- Li subirò, disse il vor di un'aria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che s'insulta, dicendo che io sono un vor corretto.
- Sopporterà desso i cinquanta colpi di knout dimandai al mio gendarme.
- Prima del ventesimo, e' sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.
- Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quell'uomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!
- Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.
Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dell'Angara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. L'Angara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a mo' di falaise, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dell'acqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. L'Angara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i due pilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa d'acqua limpida e mugghiante.
A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dell'anno; in ottobre comincia a gelare.
Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce abrupte, che l'inquadrano, hanno un'altezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dall'aspetto fantastico e basaltico. L'acqua è dolce ed azzurra; l'ondata ha l'incesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. L'eco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.
Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare un telega per continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggio fu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Yablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.
Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque s'immettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.
Prima di giunger a Kiahkta, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz-Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: l'inverno cominciava. L'aquila ed il nibbio, essi stessi, emigravano verso l'alto Gobi, abbandonando i deserti chiaro-azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...
Infine, eccoci a Nertscinsk.
Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dall'annunzio della mia sentenza, dell'avvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.
VI.
Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e l'amministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dell'Argun, lungo l'Amur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.
Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. E' mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non m'indirizzò affatto la parola.
All'indomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dall'occhio vivo, di origine tedesca, dall'aspetto gradevole ed aperto.
- Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.
- Sì, signore.
- Avete l'aria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.
- Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.
Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:
- Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?
- Sì, se l'osassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.
- Osate.
- Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.
- E poi ancora?
- Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verde-rame....
- Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.
- Mi rassegno.
- Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.
E' chiamò, e dette degli ordini. Un'ora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.
Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano l'addolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!
Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze - e compresi l'utilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.
Il direttore, o piuttosto l'ispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò d'iscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di yurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai d'allora di essere un individuo, e non fui più che il numero 367.
All'indomani mi condussero alla miniera.
I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Yablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. L'inverno, quella cascata si cangiava in una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, l'inverno, assumevano l'aria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto l'anno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bell'ornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, l'inverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido e freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o l'uragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.
Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dell'Inghilterra, del Belgio, dell'Allemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili - e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non m'offrirono alcuno di quei progressi che facilitano l'esplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per l'estrazione dell'acqua e la trazione del minerale, non ferrovie nell'interno delle gallerie, non men-engine, come si chiama in Inghilterra, o fahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non l'assisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.
Il pozzo dell'Ukbul aveva 430 metri di profondità, ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo, - operazione che prendeva un'ora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.
Dugento cinquanta minatori lavoravano all'opere diverse dell'interno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione d'un intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. L'infiltramento dell'acqua, durante l'inverno, diminuiva moltissimo, e l'acqua gelava appena messa in contatto dell'aria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.
Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.
Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dall'alto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglino che avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.
Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo l'un dietro l'altro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto l'addentar dell'acciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dell'estrazione. Il luogo era schiarato appena. L'aria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, l'aria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana - degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero l'esplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, l'intendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che l'intraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che due pound di farina di segala - 33 chilogrammi - e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.
Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii all'aspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, l'alito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando l'anima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....
Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo l'un dopo l'altro come apparizioni dell'inferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il vuoto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni della yurta era anch'egli condannato politico - un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana. L'altro coabitatore della yurta era un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sue yurte.
A capo di una settimana, la disperazione s'impossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.
Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. All'indomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.
Quando ripresi i sensi, quarant'otto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte l'una all'altra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. L'oscurità vi era quasi completa; l'aria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzati convalescenti rinculavano dinanzi l'officio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, all'aria libera, deciso di morire sotto la mia yurta come un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. E' mi raccolse, e mi portò nella yurta....
Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.
- Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?
- Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; l'uovo che s'incaparbia a schiacciare il martello!
- Capitano, sapete voi che cosa è la patria?
- Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata l'infanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.
- Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse l'imperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.
Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.
L'inverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre all'aria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per un'altra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad un'altra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.
L'evasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dell'Amour, ove comincia la frontiera cinese - la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma l'intensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, un'occasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.
Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.
E' veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nertscinsk23. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dall'anticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nertscinsk24, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nertscinsk25. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.
- Signore - mi disse egli, guardandomi con attenzione, - percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho l'abitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. L'uomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nell'avvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.
Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?
- Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.
- Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.
- Ma....
- Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò mica male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo esplorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque l'occupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?
- Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, l'inglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per sè e per gli altri - ed ei m'insegnò la storia naturale, la botanica, la26 geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, l'economia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.
- Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. E' mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro a redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....
- Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.
- Lo ritoccherò io. D'altronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e l'industria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto l'occasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato di humus fertilissimo sopra un letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.
- Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.
- In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna l'attività umana dalla produzione utile, durevole, - l'agricoltura, - per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra un'ora. Siate pronto.
Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse un'altra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....
Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk27 mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, s'intende, dell'imperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre l'album della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze, come Astatchef l'aveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, per slitta, nell'inverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.
Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E l'ottenni.
VII.
Un incidente complicò il mio destino.
Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano un'industria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quell'equivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere ch'egli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli non era stato compreso nell'amnistia. Mi recai immediatamente da lui.
E' dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.
Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, e' si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.
- Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanowicz28, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.
- Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.
E' si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:
- L'onnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.
Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dall'altro. Ci levammo con un simultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.
- Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.
All'indomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad un'epoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?
La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, l'affezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dell'istituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nell'agiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.
Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di un'aneurisma al cuore.
Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.
Questo generale, aspettando l'asciolvere, si mise un mattino a sfogliare l'album che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....
La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano all'altra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: "E le mie polke! chi dunque suonerà i miei Lanciers?" Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena d'interrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente! - E' non si trattava più di un uomo.
Essi mi avevano non pertanto fulminato.
Dopo la morte del colonnello, l'amor mio per Cesara aveva acquistato l'intensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dell'agonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.
- Voi la sposerete! fu l'ultima parola del vegliardo.
- La sposerò! fu l'ultima parola che egli potè udire sulla terra.
Che promessa avevo io fatta!
Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, e' bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nell'altro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: e' sono esclusi dall'amnistia, e non cessano di esser servi.
L'ukase dell'emancipazione ha migliorato un po' le condizioni di questi miserabili.
Potevo io dunque tenere la mia promessa?
D'accordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.
Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.
Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, noi andavamo a tentare Dio.
L'ordine della partenza per Yakutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.
Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessai il mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. L'avevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.
Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.
Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.
Percorremmo dapprima un'assai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dell'Angara. A Katsciugsk, c'imbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.
Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: l'Orlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelle toundras di questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede all'Accademia di Pietroburgo.
Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.
La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dall'aspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra s'innalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.
Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.
La Lena carreggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.
Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come l'inverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni d'inglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.
- Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto gran-duca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi l'onore d'insegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.
Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:
- Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?
- A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.
Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, di venti anni, alta, violenta, col naso all'insù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! L'altra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.
Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere d'inverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.
Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, all'estremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bell'e meglio, per staccarne una stanzuccia, un'alcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.
Ma era provvisorio.
La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dell'amore.
Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.
Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dell'anno. La neve si accumulava fino all'altezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Gl'indigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi di salmo nelma, di salmo lavaretus, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.
La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono un'imboscata ad ogni passo; perocchè non si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: l'airella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, l'uva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dell'anno.
Io m'ebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dell'epoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere l'istrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.
Feci, durante l'inverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattava con affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un po' di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. La siberienne, al suono del gouzli, specie di salterio, ci mise sovente in vena di cancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto ch'essa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè l'uno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.
Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, l'inverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quell'epoca dell'anno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli ostrogs - posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi - senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.
In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dell'Aldan, rimontar questo fiume fino alla foce dell'Utsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Yakutski, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Anadyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Jakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Jakutsk29 ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi all'opera.
Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma e' sobillava ciò dall'orecchio all'orecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed i lanciers e perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva dei calembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.
Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere d'inverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli d'orso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a mo' dei Jakuti, un chest-protector di pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei chiravar di pelle di orso, compievano l'abbigliamento.
Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti l'uno all'altro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dell'ontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle d'orso camosciata, col pelo dentro anch'essa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle d'orso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era l'essenziale. Se trovavamo per via delle yurte d'indigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le yurte mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto la pologue - piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. L'estate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.
Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di pemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un po' di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.
La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro l'alcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e di promichleniks, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a due hoes e mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.
Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, all'occorrenza, l'aiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: l'avevo calcata sur un'altra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria. A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dell'una nè dell'altra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se l'uomo si agita, Dio lo mena.
L'inverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena - quando questo fiume non ne fa dei paludi - e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi l'occasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. L'autunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per l'inverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e l'amicizia del generale, e l'una delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore - se pur mai pregasse - che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.
Il 1.° novembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, l'uragano, le trombe di neve scorrevano l'aere sbrigliate. L'ora suonò.
Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato. Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, e' mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, e' mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e ch'ei m'accompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dell'orso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bell'arma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.
Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dall'alcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.
La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nell'aria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò: Malbrouk s'en va-t-en guerre! La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.
VIII.
- Padrone, toyone, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?
- Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?
Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:
- La più sicura, ma altresì la più corta possibile.
- In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese Metek, per Verkho-Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk, Srednè-Kolimsk.
- No no. Io amo visitare l'interno della contrada, poco esplorato, poco noto.
- Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome le notti sono fresche, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo il dorso, quando si può, alla yurta dell'indigeno, che ci offre l'ospitalità.
- Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche, che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.
- Avete ragione, toyone. Possiamo dunque partire.
- Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.
- Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.
- Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...
- Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!
Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.
I primi giorni passarono a meraviglia. C'intromettemmo per una cinquantina di verste nell'interno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, sbarrati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dell'Anadyr - cinquemila chilometri! Incontrammo qualche ulus, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.
Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso l'est, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nell'Aldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse d'inseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.
Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dell'alce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona all'uomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterrare sotto la neve e pascere un po' di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.
Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un po' di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto d'ora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non c'incomodava ancora.
A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.
La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che l'abitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un po' di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò,e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: l'aria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.
All'indomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dell'Aldane.
Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, d'alberella, che corrono lungo le sponde dell'Aldane, si urtavano sotto i buffi dell'uragano. Metek cacciava o fumava il suo ganzi, una specie di pipa cortissima.
Lasciando l'Aldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando all'insù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Tal'altra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati all'altra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.
Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dell'Indighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dell'intensissimo freddo.
Appena avevamo spiegato il nostro pologue ed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna. La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuoio raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:
/# "Dimmi, piccola colomba, - Dimmi colomba dalla piuma nera: - Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare? - Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti, - Sulle bianche torose30 dell'Oceano. - Gli è là ch'essi hanno scoverto una bell'isola! - Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino, - Per dire al mio amante - Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare". #/
Facemmo alto un dì all'imboccatura della valle, ove l'Arga raccoglie una parte delle sue acque. Fummo assaliti da un caccia-neve, che faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo nella pianura.
Dal 22 novembre era cominciata una notte, che durò trentotto giorni! La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve - non avevamo ancora avuto aurore boreali - temperavano l'oscurità. Ma quando l'uragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di distanza.
Ci sembrò esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e, sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero. Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola, e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno era divenuto duro come ferro, e l'accetta sarebbe andata in pezzi come vetro, se non l'avessimo adoperata con grande precauzione.
I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il suolo, e faceva scambietti per darsi un po' di caldo. Seppellita sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio. Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate l'una all'altra, accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca di una bocconata di crittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo, qualche pezzo di cacciagione restatoci, un po' di pemmican sciolto nell'acqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci rifocillarono e richiamarono a vita.
Non ostante, e' non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne inquieto, perchè udivamo l'urlo dei lupi risvegliar tutti gli echi delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando, udendo un po' di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già servito, e che, per una ragione o per un'altra, avevano disertato l'antico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo. Infatti, quando partimmo all'indomani, noi li aggiogammo tutti al nostro veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto dell'Arga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.
Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione, rarissima ancora, non poteva bastare a nudrir quella gente. Le giovanette portavano una specie di astuccio di pelle d'orso in lembi. La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava a bestia feroce, anzi che a donna. L'uomo soccombeva sotto il peso della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri affamati. Io diedi loro un po' di pesce secco. Metek sospettò di quegli sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. E' fumò tutta la notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì seguente, cominciammo a discendere l'Arga.
Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un po' calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette ad otto chilometri l'ora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare. Noi facevamo due pasti caldi al dì: l'asciolvere, prima di metterci in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero; le altre due renne non vi erano più.
- Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.
Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere. Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando, facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.
- Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la nostra parte delle vittime.
Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante, cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare l'allarme alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. L'orso e l'aquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore, che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio, sboccammo nella Yndighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.
L'immersione, o piuttosto la discesa da una corrente d'acqua in un'altra, fu penosa. All'imboccatura dell'affluente eravi una barra di rocce, che formava una cascata di otto o dieci metri di altezza. L'acqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne; poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a perdita d'occhio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito, era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.
Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato per là: - forse - mi dissi - una delle nostre renne perdute. Presi a seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo. Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo slancio. Penetrammo sempre più nella macchia, Metek avanti, io dietro a lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo. L'alce cadde.
Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo a modo di trascinarlo all'accampamento. Ma come caricare le nostre povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a camminare, sia per il freddo, sia per l'insufficienza del nutrimento. Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.
Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci della carne squisita dell'alce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.
Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra, una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto il soffio del vento, che l'aveva agitata quando cadeva. Procedevamo quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve, ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni momento le store della slitta, perocchè avevo notato una specie di inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo lungo scudiscio armato di spuntone.
- Cosa c'è dunque? dimandai io, alla fine.
Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che lasciava il nostro veicolo.
- Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello Czar?
- Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro. Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dell'argine, e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo si è congiunto alla compagnia. E... guardate, toyone, essi sono già quattro! E' si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici, nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.
Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in modo sinistro. Le renne, non so per quale presentimento, acceleravano la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si rassegnavano ad aspettare una catastrofe.
La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano, saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri, barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui l'eco ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi sull'insieme.
Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste all'ora.
Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non potevano andar più oltre.
E' fu come se un generale avesse gittato il grido: All'assalto!
Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno alla slitta.
I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece presto una barricata; un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate, affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.
Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare. Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore. Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano all'aria.... A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.
- Ah perchè non siete arrivati prima - gridò Metek con una voce di rimprovero, arringando gli orsi - briganti.... vigliacchi...
E non continuò la sua frase...
IX.
I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la battaglia, fecero voltafaccia all'istante. Gli orsi retrocessero di qualche passo, e si addossarono ad un macigno, onde avere le spalle sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a quell'immenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i lupi invitando gli orsi a prender l'iniziativa, provocandoli coi ringhi quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio? Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare, coll'orrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi, neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore e la nostra salvezza.
Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare si schiacciava un cranio di lupo.
- Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.
Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato, cagionò un momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma l'attacco essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia. I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento, udendo d'accosto a loro quell'esplosione di cui non comprendevano l'intenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro piedi, essi si persuasero dell'importanza del nostro intervento, e divennero meno cauti.
Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati, sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.
- Se ne andranno? domandai io.
- Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.
Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente, si sarebbe detto, per l'onore della bandiera. Sicome io non voleva sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata, mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco dell'orso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, d'altronde, non avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondo assalto con la medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva limite.
La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla nostra agonìa.
Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senz'altro a divorare i loro nemici morti.
L'orso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo fortificato, ch'e' si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico, inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa. Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo aver mangiato le due renne - tanto poca cosa allo spaventevole loro appetito - , ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi - e noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. L'orso bruno si rimpinzava di carne con voracità. L'orso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era immenso. Quando l'orso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle, e s'inselvò nelle macchie. L'orso grigio, invece, si sedè sulle sue lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che, alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.
Voi sapete che l'orso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce, anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia occidentale, al principio dell'inverno, li menano a Berezoff in branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la pelle è destinata al commercio delle pellicce. L'orso grigio è dolce, intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno s'incarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alle yurte degli indigeni, ed erasi familiarizzato all'aspetto dell'uomo.
- Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso all'orecchio: ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.
E' si mise allora a cantare il lied siberiano seguente:
/# "Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera: - Una lagrima bruciante basterà! - Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero. - Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città. - Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra". #/
Metek, si tacque e guardò l'orso. Questo continuava a dondolarsi, spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.
- Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non gli ho cantato uno dei nostri andiltehinè guerrieri, ma il più soave dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto, fategli udire la voce più infantile del vostro giovane fratello.
È noto che l'orso ha l'udito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.
Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con un crescendo di tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolce denka polacca:
/# "Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.
" - Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?
" - Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?
" - Torna alla tua dimora, figliuola mia; là un'altra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà l'acqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore". #/
L'effetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani31 attestano l'efficacia infallibile sull'orso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinò passo a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.
Ciò si fece come in un lampo.
Metek passò al collo dell'orso un collare delle nostre renne, l'annodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse l'orso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dell'ammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.
L'orso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. L'orso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare - non gravissimo per lui - si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, e' non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato - lo punse colla punta del suo coltello - l'orso si rimise in cammino.
Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due montagne. L'ascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di piperno ci ostruivano talvolta la via. L'orso, fremente di collera concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si precipitava negli anditi che gli s'aprivano dinanzi. Eravamo scossi terribilmente.
- L'andrà, l'andrà, disse Metek, e si mise a cantare.
La stanchezza, piuttosto che il canto, moderò l'ardore del nostro salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla discesa nella valle che separa il corso delle acque dell'Indighirka da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove l'orso voleva slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo. Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dell'orso. Ciò fu veramente magico.
- No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello è una piccola sorella.
Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.
- Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.
Infrattanto, la corsa dell'orso si regolava. Solamente, esso fermavasi di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne salata, gelata.
Viaggiammo così due giorni.
Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi torrenziali d'estate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano qualche yurta affamata. La terribile notte di trentotto giorni cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo all'orizzonte una luce, come l'alba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole rendevano il freddo più vivo, senza bandire i moroki, o nebbioni densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne, dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di caldo.
Facemmo alto a pie d'un poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo l'orso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava il pologhe e Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dell'orso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. L'orso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.
- Ma! e' si lascerebbe baciare, senza far troppo lo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?
Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta al pologhe. L'orso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dell'anca dell'alce, messa sulle brace, che restavaci ancora. L'orso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi l'enorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi fe' scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; e' si contentò fiutarlo con curiosità. L'aspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi d'un insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. E' si allogò all'ingresso della tenda, e la sbarrò.
Metek assicurò che l'orso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.
Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome di Czar, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri all'ora.
Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. L'intensità del freddo cresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon d'aria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dell'aria. Gli occhi s'injettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nell'aria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dell'accetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.
Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono all'ovest la vallata della Kolima.
Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed e' trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione - ciò che la gente del paese chiama la zastruga - , ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì. Stavamo per intraprendere l'ascensione di un'erta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando le tundras, allo stretto di Behring. E' fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle pale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dall'imo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.
Corremmo immediatamente a rialzare l'orso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi coll'altra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.
Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. L'uragano durò ventiquattr'ore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e c'impediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir l'orso! La carne dell'alce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e32 la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar l'orso, che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e l'acquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco l'orso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era l'essenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!
Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dell'agiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.
All'indomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask, che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.
Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad un'aurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Un'iride appena colorata spuntò dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono all'orizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu-nero profondissimo della notte.
Due giorni dopo, ci fermammo all'imboccatura della Stolbovayask nella Kolima.
Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.
Adagiammo il pologhe al ricovero in un'imboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri33, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dell'Aniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.
Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare l'intera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè e' cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai di botto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.
- La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.
Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!
Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro l'orso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira l'orso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.
Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.
Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, e la richiamai alla vita. Dio l'aveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?
Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò all'istante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!
X.
Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere l'annichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto all'alternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:
- Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?
- Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.
- Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.
- Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?
- Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè-Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.
- Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.
- Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?
- Ah! sclamai io, che fare?
- Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora l'epizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?
- Ne dubito.
- Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.
- Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte una narta con una muta di cani?
- Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.
- Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò che possediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, l'accetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.
- E voi pensate che troveremo cani o cavalli?
- Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. L'uomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.
Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia-neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.
- Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci l'esempio.
Noi ci lasciammo cadere l'uno accosto all'altro, col viso contro l'immensa stesa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un po' di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sotto un metro di neve, per farci de' segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, all'aria aperta, c'irrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un po' di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.
Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene ch'essa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quell'arcata, a mo' dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.
Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:
- Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.
Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:
- Ebbene, figliuola, moriamo insieme.
Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, l'inerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali l'anima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:
- Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve n'è ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dell'ispravnik - il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk - ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero l'esaule, l'uomo di confidenza della tappa di Verknè. Io m'indirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?
In nome di chi? Ecco dunque l'uomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:
- Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.
- Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.
- Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.
Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamo più spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo all'indomani a rinchiuderla in una specie di casa - una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dell'acqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai l'approccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.
Metek calzò le sue lija - pattini da neve - e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un po' di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.
Nell'intervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello - gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualche salmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisita struganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di sanguis-orba e di rubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato l'orso. Che scena!
Ella si sentì presa alle spalle, all'improvviso, e rovesciata sulla neve, mentre che l'alito bruciante e fetido del bruto l'asfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma l'orso l'atterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie di ruru lamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dell'orso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. L'orso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara. -
Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, s'infiammò di un tratto, e lanciò intorno, nell'interminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.
Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra isba - se mi è permesso piaggiare così la nostra tana. - Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice - la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nell'acqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.
E dire che il Governo russo esige da questi affamati il yosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!
Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che un'agonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno al sciuuvale fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.
Hurrà! era Metek, che arrivava con due narte, di cui una tirata da ventiquattro cani, l'altra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!
Ecco di che trattavasi.
Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dell'esaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un po' gascon che Metek fece forse delle nostre avventure - i Russi sono essenzialmente esageratori - parvero sospetti all'esaule. E' non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò una narta per condurci a Verknè, e mandò due dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire l'ordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.
Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi l'estate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.
Partimmo all'indomani, una delle narte tirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.
Tre dì più tardi arrivammo a Verknè-Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. L'ostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che l'occupavano per dare mano forte all'offiziale del bailo nella esazione del yusak nel distretto.
L'esaule era un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un po' addimestichito.
Presi immediatamente con lui un'aria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. L'esaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.
- Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dell'Ammiragliato di Pietroburgo.
- Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.
- Ciò è vero, replicò l'esaule.
- Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.
- Vi chieggo scusa, mormorò l'esaule, leggendo la lettera dell'Ammiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.
- Ciò non mi stupisce: io sono dell'Ukrania.
- D'altronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?
- Gli è semplicissimo, rispos'io. Io sono incaricato dal generale Ozeroff34 di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy-Grebete, ove prendono la sorgente l'Indighirka, la Kolima e l'Omolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più d'appresso possibile.
- Avete voi questa commissione in iscritto?
- No: nè ciò era necessario.
- Eppure! disse l'esaule. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?
- Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.
- Per un'altra strana coincidenza, continuò l'esaule, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta, i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.
- Che posso farci?
- Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.
Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:
- Voi compirete il vostro dovere come l'intendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò l'onore di fare il vostro ritratto.
L'esaule, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:
- Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio - di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.
La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dell'impudenza ch'essi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce all'orecchio dell'esaule.
Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionari cattolici, converte ogni anno, all'epidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. L'esaule parlò qualche minuto all'orecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:
- Io comincio ad occuparmi da domani, disse l'esaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozeroff35 e le vostre lettere per l'Ammiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.
Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:
- Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi un'altra dimora, fosse anche nell'ostrog, come conviensi ad un forzato36 fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che v'impone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.
Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dell'esaule e del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?
- L'ostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose l'esaule. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.
Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.
Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico37 all'esaule, sollecitandolo a far partire il corriere. E' si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei - imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò l'esaule. E' poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè-Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione coll'esaule, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.
- Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?
- Che posso farci adesso? rispose l'esaule, con accento significativo?
- Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....
Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.
- Sia, riprese l'esaule. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.
Infatti, partii all'indomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.
Viaggiammo con celerità incredibile.
I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si fe' uso dei pattini di ghiaccio - vale a dire, si versava dell'acqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dell'Omolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.
Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare all'Omolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpi, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e degl'indigeni. I lupi ci dettero ancora una caccia vigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare all'Anadyr.
Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar l'incontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.
- Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.
- Che selvaggiume?
- Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, i vors scappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.
Malgrado l'allarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che avevan passato per la contrada.
Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguito da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:
- Sono morto!
La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.
XI.
La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, l'accetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?
- Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de l'Anadyr.
- L'Anadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi-Ostrog, non voglio approssimarmivi.
- Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.
- Vado a regalarli, disse Metek.
Io vidi allora, con forte fremito, ch'egli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli l'accatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un po' addomesticati si davano ad una vera orgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un po' di farina di segale. Nient'altro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.
Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.
La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste all'ora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste - il massimo della loro velocità. Un'ora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezz'ora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo all'Anadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.
Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dall'inseguimento degli assassini.
Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.
Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.
- Egli è impossibile raggiungere il golfo d'Anadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.
- Che fare allora?
- Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.
- Per esempio?
- Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano verso il mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al38 calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un po' di caldo. Le steppe dei tundras, della sponda sinistra dell'Anadyr, ne formicolano. L'immensa contrada che principia all'Omolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dell'Anadyr ed il mare Glaciale, è abitata dei Tsciuktscias a renne. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e l'abitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia d'Onemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare all'est per...
Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dell'esaule di Verknè-Kolimsk? Io penso che sì...
Le ripe dell'Anadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stanovoi, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dall'altro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dell'Anadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista di qualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguito un funebre corteggio.
Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.
Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne - due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi - così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nell'Anadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.
Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in que' paraggi. All'indomani, l'istessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dall'est all'ovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.
In fatti, verso il mezzodì, la vista nell'aria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo.
Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, il vojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.
- Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però l'uomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.
Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io m'incaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quell'essere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè l'aria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramíto lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro un'altra macchia si mostrò un Jukaghir, che aveva abbattuto il selvaggiume. Ei s'incontrò faccia a faccia con Metek.
Il Jukaghir rassomiglia un po' al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o la balalayka, o mandolino.
Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e c'informò che a 50 verste più lontano, all'est, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.
Partimmo all'indomani alla ricerca della yurta. Ell'era, del resto, sulla nostra via.
Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere - Metek aveva presi dei ragguagli precisi - , ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguito una valle profonda, nella quale l'Anadyr scorre, nell'estate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.
Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dall'alto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava una superficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un po' di pemmican. Un po' più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove l'Anadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.
Sollecitavamo l'arrivo dell'alba per metterci alla ricerca del casolare indicato.
Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito d'itterizia si avventurò all'orizzonte.
Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio - non vi erano più alberi - , ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.
Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che l'abitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. L'uomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta stavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.
Volendo ad ogni costo parlare all'abitante di quel luogo, cacciammo, aspettando l'ora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì l'umidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.
Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che l'indigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciuktscia39, fortissimo, o dell'acquavite di cui noi mancavamo affatto. E' non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnoye, vale a dire ad 800 verste all'ovest. L'indomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.
Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciuktscia40 mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. L'indigeno cacciava colla picca, colle frecce, e venne armato del suo batase - una lama di ferro in cima di una lunga asta.
Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse all'orecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.
- Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.
Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, e' si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, colla batase alla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai l'accetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dell'orso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dell'arma, io quello della ginnastica e della scherma. Per buona ventura, e' non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:
Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il batase nel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.
Voi comprendete il resto.
Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dell'indigeno.
Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Un'aurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dell'Anadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.
Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo all'imboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dell'Anadyr, a 300 verste dal mare.
Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?
Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al sito, ove l'Anadyr cessa di essere fiume e diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia-Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi,i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord-ovest del mar Glaciale.
Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?
Per le seguenti principalmente:
Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante l'inverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano l'Asia dall'America, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante l'estate, approdare all'isola delle Spezie, e recarmi di là nell'America russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dell'orso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in que' paraggi alla rottura dei ghiacci.
Questa parte della costa nord-est dell'Asia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.
Avrei potuto avventurarmi nell'America russa e nelle regioni dei Samoiedi, quando l'avessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio d'installarmi a bordo di una baleniera e di toccare così un porto dell'Arcipelago del re Giorgio, dell'Arcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, all'isola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.
Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nell'interno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e l'arrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.
Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, quest'ultimo dei vegetali che copre l'ultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. L'ho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.
Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguito da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione. Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato dello Czar bianco; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.
Ora, e' non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.
Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare l'attentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.
Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per uno sciaman, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io gl'indicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco, figlio del sole, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva avere le immagini dei Kamakay suoi amici, e ch'essi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno d'essi un Kamley in panno rosso.
Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.
I balenieri visitavano que' paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.
Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dell'Anadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un po' di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nell'incognito dell'America russa se non all'ultimo estremo.
Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano Paulowski - a circa quattordici mila chilometri da Varsavia!
La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una delle41 pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sull'altro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nell'estate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule del protococcus cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un po' lo sterlet, la nelma, il mauksune e lo tscir - tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un po' di frutti del vaciet di montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della makarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.
Io non era lontano dalla costa, ove s'incontrava qualche casipola di rifugio per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmi ai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dell'isatis bianco o turchino, dell'orso bianco, dell'argali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori ed acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciava un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.
Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar l'inverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma chi sa? D'altronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.
Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara all'accampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dell'orso bianco e della foca. L'aria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamato morok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano d'istinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.
Figuratevi la Svizzera vista dall'alto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazia l'aquila, ed avrete appena un'idea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie d'ogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dell'aria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dell'orso, dell'elefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo - i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, gl'ichtyosauri - tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di torose di formazione recente - è questo il nome dei blocchi di ghiaccio - avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancata polinas - crepaccio - che li inghiotte l'uno dopo l'altro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno all'incontro l'una dell'altra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, s'inabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, un seguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo42 e, quel giorno lì non volli andare più lontano.
Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad un'ora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, un'oukha succulenta di tscir alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.
Percorrendo il tundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato una sayba - o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre - contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....
Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.
La miseria degl'indigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma l'imprevidenza, l'inesperienza, lo spirito di fatalismo, l'incapacità dell'uomo, vi contribuiscono largamente. "Non si evita ciò che deve essere"! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, l'agilità, la volontà, l'energia, l'ingegnosità europea, ei faceva miracoli.
Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dell'argali, della renna, dell'orso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achillee millefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il grazioso cornillet dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice del boursault rampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino - crambe maritima - che ci dette un stchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo l'ignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.
Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda degl'indigeni, aveva accomodate d'ogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, l'immobilità, l'uniformità maestosa e religiosa che s'incontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dall'altra banda, era l'Oceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era l'ebbrietà vertiginosa della vita.
A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito - i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano l'aria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade d'archi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. L'eco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano l'assalto al cielo. Di fronte era l'Oceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, s'incontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo e' risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. L'immensa stesa immobile entrava, a sua volta, anch'essa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un po' sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dall'asfissia. L'orso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dell'onda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano l'una sull'altra.
Il sole restava adesso in permanenza all'orizzonte - per cinquanta giorni - ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso l'ora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sull'orizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.
Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.
Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei dimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così all'incanto della luce pura, dell'aria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.
Gl'indigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.
Infrattanto la stagione avanzava. L'ora della speranza, e l'agonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoi ice-bergs o torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma l'azzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, l'acqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.
Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!
Ecco il mese di agosto: e non un baleniere! -
Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk, vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.
I progetti del nostro salvamento s'incrociavano: approdare all'America Russa ed andare incontro all'incognito dei Samoiedi; risalire l'Anadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere l'anno prossimo; o recarci nell'America russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in una baydara indigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un po' di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata un'acuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta d'ombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava l'anima. Io cominciavo a dubitare dell'intervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami.
- Bontà di Dio! Misericordia eterna! L'è una nuvola? L'è una vela? L'è un punto nero! No: l'è una delle tre isole dello Stretto! No: l'è un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....
Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. L'era una nave....
Io distinguevo la bandiera.
- No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!
Sì, era un brick di guerra degli Stati-Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguito la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dell'America russa agli Stati-Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.
Un'ora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dell'Ocean-Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dell'equipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!
Un'ora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!
Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar l'inverno fra gl'indigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano questa fiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.
Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...
Sposai Cesara a New-York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!