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IL MARCHESE DI TREGLE | «» |
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I.
Eppure è vero!
..... Sono oramai undici anni, disse Tiberio, marchese di Tregle, ponendo il suo bicchiere sulla tavola ed asciugandosi i baffi che incominciavano ad incanutire. Era il 1848. Sua Maestà siciliana aveva fatto mettere alla porta il suo Parlamento dai suoi Svizzeri, mitragliare il suo popolo dal suo esercito e coricare sotto lo stato d'assedio il suo reame. Io era insorto. Era la moda di quell'anno, del resto. Io mi trovava in Calabria.
In mia vita non ho mai esercitato un mestiere più dolce e più gradevole di quello d'insorto. Non ho mai tanto dormito. Non ho mai tanto goduto della beatitudine della postura orizzontale, quanto durante il tempo in cui sono stato rivoluzionario fra le bande calabresi. Avrei potuto dettare dei versi, se le mosche me l'avessero permesso.
Questo insetto arrogante scompigliava le mie rime.
Noi eravamo duemila bellimbusti, e occupavamo la gola formidabile che separa la provincia di Basilicata da quella di Cosenza, alla testa del ponte di Campotenese. Questi due mila messeri non avevano preso affatto la cosa sul serio, non comprendendola guari. Essi non erano insorti per alcuno interesse speciale. Passavano dunque le loro giornate a giuocare alle carte, a dar la caccia ai pidocchi di cui formicolavano e ad arrostire dei montoni - montoni naturalmente realisti. Essi erano poco o niente pagati e pieni di abnegazione.
I soldati di Sua Maestà, dall'altra parte del ponte, occupavano i loro ozi presso a poco nella stessa guisa. Solamente, come diversione, essi scorrevano di quando in quando pei villaggi, si facevano servire dai contadini, e pagavano a colpi di calcio di fucile.
Il generale Busacca, che comandava questa colonna mobile, stanziava a Castrovillari. Questo generale sarebbe pur stato il più feroce e brutale ubbriacone del suo secolo, se Gregorio XVI non lo avesse preceduto. Egli si coricava fra due bottiglie, quando non cadeva, messo fuori di combattimento, sopra un campo di battaglia seminato di orciuoli e di fiaschetti di ogni forma. Busacca non avrebbe giammai punito un soldato che si fosse divertito a bastonare un contadino. Se incontrava un soldato ubbriaco fracido, egli dimandava a sè stesso se non bisognasse proporlo per la decorazione dell'ordine di Francesco I. In ogni caso, lo citava nei suoi ordini del giorno.
"Ei si ubbriaca, diceva Busacca, dunque egli è bravo! Sua Maestà, che è un guerriero, va matto per i buoni soldati".
Non vedendosi attaccato da noi, Busacca non si curava punto di mettere un termine a questa vita di cuccagna. I gesuiti gli avevano insegnato il famoso: cunctando restituit rem.
Noi godevamo dunque della più perfetta tranquillità. D'altronde, io non so proprio perchè noi eravamo insorti, facendo quello che si faceva. I nostri uomini davano la caccia al gregge dei realisti. Costoro fucilavano, impiccavano, incarceravano tutti quelli dei nostri che loro cadevan tra le mani.
Il capo nominale della spedizione era un tale Pietro Mileto, un vegliardo che aveva una magnifica testa da patriarca e bestemmiava e mentiva, come l'aveva fatto, in un giorno memorabile, l'apostolo suo patrono. Spendeva le sue giornate in dispute con il suo domestico, quando non cantarellava un'aria favorita, ch'egli aveva appresa al bagno. Poichè questo eccellente patriota aveva roso la sua catena venticinque anni al bagno di Nisida, per delitto politico.
Diciamolo qui: Mileto perì miserabilmente. Dopo la nostra disfatta, una banda di zingari lo scoprì travestito da mendicante, e gli mozzò il capo onde guadagnare il prezzo di cinque mila ducati, - 22,250 franchi, - cui re Ferdinando l'aveva valutato. Questa testa fu inviata a Sua Maestà nella sua reale residenza di Gaeta. Lo scaltro monarca, che aveva delle ragioni per sospettare la fedeltà del suo ministro Bozzelli, tre volte rinnegato, armò il suo occhio di occhialino, si circondò della sua numerosa nidiata di bimbi rachitici, e restò durante qualche minuto a contemplare, a girare e rigirare quella povera testa, per bene assicurarsi della sua autenticità, prima di sborsarne il valsente.
Nella mia qualità di dilettante, mi avevano attaccato allo stato maggiore. Io portava una sciabola formidabile, due pistole, un pugnale, che mi serviva a trinciare le mie costolette, una casacca di velluto nero, un cappello all'Ernani con galloni d'oro, e brache di fantasia. Che cosa non avrei io dato per avere una sciarpa rossa intorno alla mia vita sottile! Avrei avuto l'aria più da trovatore. Io aveva al mio servizio, in qualità di ordinanza, un Siciliano che si vantava di essere stato pasticciere, ma che era, in realtà, un perfetto predatore, uno snidatore di ogni specie di selvaggina. Avevo inoltre, come domestici, due Albanesi, alti cinque piedi e dieci pollici, di cui comprendevo appena qualche parola. Erano stati briganti nella banda di Talarico, è vero, ma sapevano cuocere in punto una braciuola, imbiancare e stirare la biancheria sì da invogliare una duchessa a confidar loro i suoi merletti. Sono i soli famigliari fedeli ch'io mi abbia mai avuto in mia vita.
Io aveva vissuto quindici giorni in questa gradevole posizione, non udendo altri colpi di fucile, che quelli tirati contro le lepri, e non vedendo altri nemici che le vipere. Noi eravamo, noi altri capi, tutti fraternamente riuniti in un fortino costruito dai briganti, in cima ad un rialzo, - un ridotto druidico, - circondato di pietre ciclopiche.
Su questo recinto si era intessuto un pergolato di rami e di foglie per ripararci dal sole di luglio. Le nostre coperte, i nostri mantelli, stesi sul suolo, ci servivano di tappeto, di tovaglia, di tovagliolo, di materasso. Coricato supino durante tutto il tempo che non restavo seduto per pranzare, io contemplava, a traverso i buchi del soffitto, il cielo eternamente e monotonamente azzurro.
Il nostro pranzo ordinario si componeva di un montone o di un piccolo vitello infilzato allo spiedo, cioè a dire ad un ramo d'albero acuminato. Gli ex-briganti, divenuti cittadini, difensori della legalità e della Carta, erano i nostri cucinieri, i nostri guerrieri, le nostre cameriere, i nostri domestici. Gli altri contadini sembravano stupidi. Non ebbi affatto l'occasione di sperimentare se erano buoni ad altra cosa.
Un giorno, verso le cinque della sera, le nostre bande manipolavano la loro cena, quando, tutto ad un tratto, si spande il rumore che il generale Du Carne ci prendeva ai fianchi.
Il nostro comandante in capo aveva tutto previsto per custodire la porta; non si era punto curato delle finestre. Ora, i realisti, avendo convenevolmente divorato il paese fedele, sguizzavano adesso per i fianchi e venivano a ficcare il naso nelle nostre pentole. Vedendo che il nemico penetrava per Normanno e per Torraca, alla nostra destra e alla nostra sinistra, noi trovammo che il nostro mestiere diveniva una sinecura, e lasciammo degnamente il posto.
Forse lo lasciammo un po' al passo accelerato. Ma ciò è un affare di ginnastica. Forse avremmo dovuto difenderci. Non ci si pensò guari: non si può pensare a tutto; e d'altronde, perchè incomodarci? Il fatto è che noi partimmo. Io fui, per pigrizia, uno degli ultimi a sloggiare, con i preti e i cappuccini, che facevano parte della colonna rivoluzionaria. Ve ne erano sessantacinque; essi ed i briganti si sarebbero certamente ben battuti.
Sellato il mio cavallo, l'ordinanza e i miei Albanesi pronti:
- Ove andiamo, capitano? mi dimandò il mio Siciliano.
- Al diavolo: tu lo vedi! gli risposi.
- Sì, al diavolo, mio capitano, ma per quale strada?
- Per la più corta.
- Per bacco! ove vanno gli altri.
- Ma, capitano, mi sembra che gli altri fuggono.
- Ah! e tu vuoi dunque rimanere, insubordinato?
- Giammai, mio capitano.
- Avanti allora, e abbasso chi cade, e viva chi è in auge!
II.
La pianura era animata da piccoli gruppi di gente, ciascuno dirigendosi verso il suo paese; e non so se non gridassero già: Viva il re! Ognuno aveva attaccato al suo fucile una pelle di montone e le sue scarpe. Le scarpe, per i contadini dell'Italia meridionale, sono un oggetto di lusso, un arnese di parata. I più arditi erano rimasti un po' indietro.... per raccogliere delle casserole, delle pignatte, della roba infine. Lo spettacolo diventava lugubre e ridicolo. Eccolo già deserto questo accampamento, ove i fuochi ardevano ancora, ove un momento prima una gente spensierata cucinava la sua pappa. Le capanne di felci e di rami, vôte; gli utensili rotti, sparsi per terra; tutto devastato, nudo, bruciato. E nella pianura, uomini di grande statura, dalla bruna carnagione, dai lineamenti pronunziati, fatti da Dio per compiere delle grandi cose, che se ne vanno al passo ginnastico, col nastro tricolore sui loro cappelli puntuti, non rimpiangendo altro che la minestra mancata. Dal canto loro, i realisti si affrettavano ad arrivare: l'odore dell'arrosto infondeva loro del coraggio.
Io presi lo stradale, alla grazia di Dio, non conoscendo il paese, nè sapendo ove dirigermi. A Spezzano Albanese, incontrai il Consiglio municipale di Cosenza ed il vescovo, i quali, due giorni prima, avevano gridato: Viva la Costituzione, abbasso i Borboni! Essi si recavano ora a presentare i loro omaggi ai generali Du Carne e Busacca. Monsignore mi diede per cortesia la sua benedizione, sbirciando il mio cavallo che, quindici giorni prima, egli aveva offerto per la salute della patria. Io non aveva agio di raccogliere delle benedizioni. Avevo fretta. Non potendo continuare sulla strada di Cosenza, presi il cammino delle montagne dei miei Albanesi. La mia ordinanza, vedendo che non vi era più nulla a spigolare con me, rimase un po' indietro, poi si smarrì col mio sacco da notte, in cui vi era un po' di danaro e alcune camicie. E non ne ebbi più nuove. Gli Albanesi mi seguirono bravamente e fedelmente. Essi avrebbero potuto assassinarmi e essere nominati cavalieri dell'ordine del Merito civile.
La notte era caduta. Noi c'ingolfammo in mezzo alle montagne, incontrando di qua di là dei fuggiaschi, i quali, avendo nascosto i loro fucili, se ne ritornavano ai loro villaggi, come se venissero dalla mietitura. Io passai per boschi di castagno, per oliveti magnifici. Il rumore dei ruscelli animava il silenzio della notte. Un leggiero venticello dava alle foglie una voce lamentevole. La luna non era ancora sorta, ma un numero immenso di stelle spandeva la debole e pallida luce di certi giorni nella Svezia. I viottoli erano orribili. Le lucciole venivano ad urtarsi storditamente al nostro viso.
Traversammo alcuni poveri villaggi e qualche casolare senza fermarci. Gli abitanti dormivano per terra, davanti le loro porte aperte, per sottrarsi agl'insetti che, di dentro, li avrebbero divorati. Niente di più cupo, di più desolato: un tale uomo, su di una simile terra, sotto un simile cielo! I cani abbaiavano un poco senza incomodarsi, e poi si riaddormentavano. Di tratto in tratto una donna, quasi nuda, sollevava il capo dalla soglia della sua porta che le serviva di guanciale, e ci chiedeva l'elemosina. I fanciulli ed i maiali dormivano nelle braccia gli uni degli altri - quando il maiale non mangiava il fanciullo. L'asino vigilante, presiedeva la tribù, il clan.
A misura che noi salivamo queste alture della catena degli Appennini, la brezza diveniva più fresca, il cielo più sereno, il silenzio più completo. Entravamo nella regione dei pini, degli abeti, degli olmi, dei frassini secolari. Il sentiero si perdeva. Noi camminavamo guidandoci sulle stelle.
A mezzanotte, sorse la luna. Lo spettacolo incominciava a divenire seducente. Gli abeti, rivestiti di bianche corteccie, prendevano l'aspetto di scheletri, di statue di marmo, di fantasmi avvolti in bianchi lenzuoli, secondo la loro posizione e il riflesso della luna che li rischiarava. I vecchi tronchi bruciati somigliavano sentinelle poste in imboscata. La luce, stacciata dalle foglie, pareva coprire il suolo d'un bianco merletto steso sopra un panno verde. Dei raggi di neve scintillavano sulle alte cime, e niellavano d'argento il granito rossiccio degli erti picchi. Gli alberi immensi, qui scarni, là fronzuti, varii, oltraggiati dalla mano dell'uomo e del tempo, colti dal fulmine e squarciati dagli uragani, davano al luogo qualche cosa di fantastico.
L'aere era imbalsamato d'un profumo indefinibile. La campanella attaccata al collo delle vacche e delle pecore - che nella state pascolano all'aria libera su questi monti - tintinnava da lontano, dall'altra parte della montagna, e riempiva l'animo di tristezza. Questo suono patriarcale risvegliava in me il ricordo del mio focolare, di mia madre, della mia innamorata. Lepri, volpi, conigli, cerbiatti, capriuoli, gatti selvatici, scappavano davanti i nostri passi. Il cuculo si lamentava stupidamente.
Più noi salivamo, più il bosco diveniva fitto e spesso, e meno la luna vi penetrava, sì che io camminava a piedi, non potendo più restare a cavallo, a causa dei rami intrecciati che intercettavano il cammino. Tutto ad un tratto, nel girare un picco, che non avevamo asceso, fui sorpreso da un magnifico spettacolo.
Dapprima una voce, uscendo non so da qual luogo, gridò: chi è là? chi vive?
I due Albanesi si volsero verso di me, non sapendo che rispondere.
Io sapeva che i soldati di Sua Maestà Siciliana non annidavano sì alto il loro coraggio e la loro devozione, e che questi imboscati non potevano essere che bande d'insorti, o briganti dispersi, cioè degli amici. Il brigante parteggia sempre: ieri, per la repubblica, oggi per il re, sempre per colui o per ciò che non è più.
L'uomo era invisibile.
Sopra una specie di piattaforma, dei frassini secolari s'innalzavano ad una altezza prodigiosa, il tronco bianco e pulito, somigliante a delle colonne; i rami e le foglie coprivano il luogo d'un baldacchino magnifico. Si sarebbe detto la moschea di Cordova tappezzata di lampasso verde. Una dozzina di fuochi immensi, là disseminati, crepitavano gioiosamente, e facevano come una corona al fuoco di mezzo più considerevole degli altri. Attorno a questi roghi vi erano degli uomini che, al grido di chi vive! si erano tutti alzati. Essi mi parvero dei giganti. Il riverbero spiccato delle fiamme, addolcito dal lume della luna, dava a questi uomini una statura colossale, cui la foggia del vestito e l'atteggiamento rilevavano potentemente. Tutti avevano preso le armi che scintillavano a questo barlume. Questi cacciatori del Signore, vestiti di grosso velluto nero, portavano delle uose di panno sino a mezza coscia. Un panciotto di velluto a bottoni di argento si apriva in sul petto: una larga fascia di tela di cotone, a righe bianche e rosse, raddoppiata a parecchi giri, stringeva loro la vita. Sul loro capo civettava un piccolo cappello a punta, adorno di molti nastri e di penne di pavone, inclinato su l'orecchio destro, e ritenuto sotto il mento da un cordone. Il collo nudo, il colletto della camicia leggermente rovesciato. Questi uomini avevano un aspetto di straordinaria virilità. Degli occhi, che avrebbero fuso le monete d'oro d'un avaro. Senza baffi; delle basette enormi, nere come le notti di dicembre. Il tipo greco, indorato al colore indiano. Le loro labbra respiravano ogni specie d'ebbrezza, ogni specie di appetiti: dei denti bianchi come il marmo di Carrara. Alla cintura, dei coltelli; in bandoliera, una scatola di cuoio per mettervi le cartuccie, un bicchiere di latta, una piccola otre di pelle per il vino.
Io mi sentii sotto una potenza magnetica inesprimibile quando tutti questi occhi si appuntarono su di me. Nessuno più pensava alla cena che arrostiva, sotto forma di agnelli, davanti a questi focolari improvvisati. La fiamma rischiarava di giù in su queste singolari figure, mentre la luce cenerea della luna li bagnava d'alto in basso, producendo in questo contrasto un effetto sorprendente, un vigore di tinte, una potenza di riflessi, di angoli, di rimbalzi, di ombre, che nessuna tavolozza, niun ingegno saprebbero riprodurre. Io restai abbarbagliato. I miei due Albanesi, abituati a questi quadri, dettero allora la parola d'ordine, nella loro lingua. Gli amici, riconoscendoli, gridarono di una sola voce:
- Siate i benvenuti, fratelli!
E sedettero di nuovo sul suolo, allestendosi a sparecchiare la cena.
Dal fuoco di mezzo si staccarono allora due uomini: uno che tennesi a due passi indietro, la mano sulle pistole della sua cintura; l'altro che procedè incontro a me. E' mi sbirciò un momento, poi sciolse il suo mantello e mi stese le due mani. Io riconobbi il mio amico, il colonnello Costabile Carducci.
Questo bravo, nobile, disinteressato patriotta - oggi obliato dai martiri scialosi rimpinziti - aveva spigolato una sessantina di Albanesi, e con questo manipolo di gente determinata, recavasi nel Cilento per ravvivarvi l'insurrezione. Io provai condurlo meco in Basilicata. Ricusò - ed e' fu il suo cattivo od il mio buon genio che se ne mischiò.
Carducci mancò il suo intento.
Una sera, egli andò a dimandare ospitalità al suo vecchio amico, il prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo l'accolse a braccia aperte; poi, la notte, quando Carducci dormiva, e' s'introdusse nella camera di lui, l'uccise e gli tagliò il capo.
Peluso adagiò quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta, la contornò di bambagia e di una pezzuola di seta bianca, e corse a Napoli per presentarla a re Ferdinando. Era la seconda - e non fu l'ultima - cui S. M., aveva la delizia di contemplare e di mostrare alla regina ed alla sua progenitura. Il prete Peluso restò nella reggia per sollazzare i piccoli principi, abbeverar di benedizioni l'austriaca regina e manipolare, a parte col re, negozi di danari lucrosissimi.
Il compagno di Carducci era il barone Porcari, il quale, avendo passato tutta la sua vita negli ergastoli per delitti politici, s'annoia a Napoli oggidì. E' trova che vi è troppo sole, troppa aria, troppo spazio, troppi visi, troppa folla. La libertà lo inceppa, un letto lo tedia, una figura ridente lo fa trasecolare. Egli sospira il suo sotterraneo come la talpa; ha la nostalgia della galera e della secreta.
Io lasciai questi due amici dopo la cena. Io era ammalato. Andai a sdraiarmi sur un letto di felci odoranti e di mantelli che i miei aiducchi mi avevano apparecchiato.
Quando apersi gli occhi all'indomani,..... gli uccelli cantavano, il fiore espirava i suoi profumi voluttuosi, gl'insetti dai vivi colori volteggiavano nell'aria, un leggiero velo di vapore copriva di una garza46 arancio il mondo circostante, le foglie immobili scintillavano di una luce castamente soffice.
Carducci e gli Albanesi se l'avevano spulezzata alle due del mattino.
Guardai a me d'intorno. Sugli spaldi della montagna, gli alberi magnifici della foresta come un esercito di giganti, e lontano, lontano, a traverso il colonnato delle betulle47, scorsi come una coppa d'oro, tuffata nell'azzurro e corruscante come la clamide del monte Bianco - il mare. Restai una mezz'ora ad inebriarmi di questa armonia della natura. Poi Spiridione, il più attempato dei miei Albanesi, che sapeva tutto codesto a menadito, mi riscosse, presentandomi il mio cavallo allestito di tutto punto.
III.
Non avendo più nulla a fare in Calabria, pensai ritornare in casa di mia madre, in una provincia più centrale ove sono le nostre terre. Imboccammo dunque la via, la più corta e la più sicura, quella del mare. Io aveva delle conoscenze in questa provincia, che potevano, credevo, facilitare la mia fuga e sottrarmi ai realisti. La disfatta, o per dir meglio, la rotta, aveva in ventiquattro ore cangiati in realisti gli uomini i più ardenti della vigilia, e costoro raddoppiavano adesso di zelo onde farsi perdonare dal re il loro amoruccolo di un dì per la libertà. La guardia civica ed i gendarmi inondavano la contrada, tendendo contro noi delle trappole, mentre i patrioti di ieri si trasformavano in segugi. Ogni passo divenne un pericolo. Ma, per ventura, i miei ex-briganti conoscevano tutti i sentieri, che non son mica i sentieri di chiunque, e pur nondimanco sono i più belli. Ond'è ch'egli è incredibile quanti precipizi di queste montagne varcammo, quanti abissi costeggiammo sdrucciolando sur una terra sminuzzolata, quanti picchi scalammo, quante coste a scesa rapida e quasi perpendicolari scendemmo, quanti folti squarciammo a traverso felceti alti come selve cedue, quanti torrenti spumosi come vino di Champagne valicammo, quante corremmo di praterie belle come un paesaggio di Croop, di vigneti splendidi, i di cui frutti avrebbero fatto credere ai tropi della Cantica dei Cantici, di olivi grossi come vecchie querce dalle foglie verdi, sbiadite, verniciate da un lato, da un altro vellutate come il labbro superiore di una fanciulla, infine, quanti questa cavalcata di quindici ore ebbe di accidenti imprevisti, di varietà, di sorprese, di quadri incantevoli, di estasi, di pericoli..... Io mi sentiva trasportato. L'uomo politico era di già restato al Parlamento, dopo il guazzabuglio del 15 maggio; l'insorto era restato nel fortino di Campotenese; qui, io mi trovava poeta.
Il mio cavallo calabrese aveva della capra: esso scivolava come un pattinatore, si arrampicava come un gatto; si faceva piccolo, si raggroppava, si allungava, passava dovunque. I suoi garretti di acciaio si tenevan fermi sopra un viottolo stretto come un filo di refe, sul labbro di un burrone, a cinquecento piedi di altezza. Era davvero un cavallo fazioso, avvegnacchè uscisse dalla scuderia di un vescovo.
Ma per bella che fosse la natura, per palpitante che fosse la situazione, ad una certa ora l'appetito si risvegliò.
- Ehi! Spiridione, sai tu, mio bravo ragazzo, che io ho fame?
- Ed io dunque, capitano?
- Diavolo, amico mio, perchè non l'hai tu detto più presto?
- Non si confessa di aver fame, quando il padrone non ne ha punto.
- Ma, figliuolo mio, il padrone divorerebbe in questo momento il cuoio del tuo zaino, e più volentieri ancora una costa di montone.
- Scherzi a parte, se vi piace, capitano! Il mio zaino ha avuto l'onore di figurare sulle spalle di Talarico, ed io non lo darei per il pastorale del vescovo di Cosenza.
- Io non ne voglio davvero del tuo zaino, amico mio. Ma qualche cosa che rassomigliasse ad un pollo arrosto o ad una braciuola, eh! Se uccidessimo Demetrio, che da due giorni non schiude labbro? Che ne dici tu, Spiridione?
Demetrio mi guardò con due occhi che mi tolsero la voglia della celia per due giorni. E non rispose punto. Ma io lo vidi ritirare il fucile dal suo dorso, esaminarne lo scudellino - il suo fucile era ancora a pietra - poi accoccarlo. Io non garentisco che, nel mentre costui eseguiva lentamente queste operazioni, io fossi completamente tranquillo. Non dissi nulla pertanto e continuai a camminare. Ad un tratto, Demetrio si fermò, accostò il suo fucile alla guancia, mirò e tirò.
- E val meglio uccidere codesto, disse egli, che la gente battezzata, e mangiare di codesto che è più tenero.
Ed egli andò a raccogliere un colombo, cui aveva ucciso di una palla asciutta, ad una distanza prodigiosa. Il colpo levò uno stuolo di piccioni selvatici. Spiridione, che aveva il fucile carico a capriole, sparò a sua volta e ne stramazzò cinque o sei. In meno di dieci minuti il fuoco era acceso, e la cacciagione spiumata, rosolava sulle braci. Per me, Spiridione appese un piccione dai piedi, con una corda attaccata ad un ramo di albero, e lo lasciò arrostire girellando innanzi al fuoco. Mentre i volatili cuocevano, Demetrio varcò una siepe ed andò a cogliere alcune spighe di gran turco, che cacciò sotto le ceneri. Era il nostro pane. Il cavallo ebbe le foglie del granone, e non son mica sicuro se il suo intimo amico Spiridione non gli diede altresì a gustare un'ala o due di colombo.
Questi due esseri se la intendevano come una buona coppia parigina, in cui la moglie è il compare del marito ed il marito completa la moglie. Lungo la strada, Spiridione gli contava delle storie, gli zufolava delle canzoni. Imperciocchè, per fermo, ciò non poteva indirizzarsi a me, che non comprendevo verbo di albanese, e meno ancora a Demetrio il quale traversava un'estasi eterna.
La vita di questo bel giovane, silenzioso e tristo, era una memoria - l'amore per Aspasia che aveva lasciata a Lungro.
Finito il pasto - e che pasto! io non ne feci mai di migliori, nè alle tavole diplomatiche, nè a quelle dei cardinali, neppure a quella di Sua Eminenza Tosti, neppure alla tavola tua, mio caro Dumas, che eri il Shakespeare della cucina. - Il pranzo terminato, ci rimettemmo in via. Il sole era implacabile. Non un sospiro di brezza, non una nuvola in un cielo che sembrava un soffitto dipinto d'inesorabile oltremare. La terra di queste vigne dai grappoli di oro, di questi campi di gran turco, frastagliati di siepi alle quali delle belle more selvagge formavano un monile nuziale, questa terra biancastra era screpolata. Su tutta la vegetazione stendevasi un oeil de poudre. Si respirava un soffio che rassomigliava ad una fiamma. E noi andavamo sempre, evitando i borghi, le case, l'uomo. Verso la sera però il viaggio divenne delizioso. Il caldo era diminuito. Il sole si coricava nel mare, a perdita di occhio spaziato dinanzi a noi. Ci avvicinavamo a Belvedere, ove io dirigevo i miei passi.
Ad un certo luogo ci fermammo. Bisognava anzi tutto aspettare che la luna si levasse; perocchè, se egli era mestieri di non esser visti, lo era per lo meno altrettanto di vedere. Bisognava lasciar rientrare nel borgo le pattuglie realiste, che nel giorno davano per la campagna la caccia ai liberali, e lasciar coricar la gente. Ma, alle undici della sera, non vi era più un'anima in piedi a Belvedere.
IV.
Io andavo in casa di un amico - un liberale, un repubblicano di ieri l'altro.
Don Francesco era uno dei caporioni del paese ed abitava una specie di palazzotto, all'estremità della cittadina, sulla via scoscesa che conduce al mare. Arrivati dinnanzi la sua dimora, le mie due guardie fecero un vivo strepito col martello di bronzo della porta e con i calci dei fucili. Quella bella palazzina, tutta bianca, dalle persiane verdi e dai balconi di ferro bellamente intrecciati, tremò sotto i picchi. Un allocco, messo in croce sulla porta, scossa la testa e le estremità delle ali, come per dirci: "Andate a farvi impiccare altrove!" Una dozzina di cani risposero all'appello. Nel tempo stesso, un lume passò per un seguito di appartamenti interni e si fermò dietro una finestra che sovrastava al nostro capo. La persiana si aprì dolcemente ed una voce stridente, scappando fuori d'un viluppo di pezzuole, dimandò.
- Chi è là?
- Amici, rispose Spiridione, poggiando il fucile sul lastrico.
- Amici, amici! riprese la medesima voce, accompagnata da una piccola tosse secca. Gli amici, a quest'ora, e per i tempi che corrono, hanno un nome.
- Sì, risposi io, di' a don Francesco che il suo amico Tiberio, marchese di Tregle, è qui.
- Zitto! sclamò di un tratto un'altra voce, uscendo di dietro la persiana ove tossiva la voce femminina. Vado a fare aprire.
Era don Francesco in persona che aveva parlato. Un minuto dopo, eravamo dentro e si davano i chiavistelli alla porta.
Questo nobilastro campagnuolo oltrepassava i suoi trenta anni. Era piccolo, tozzo, bruno, giallo, sempre raso come un prelato. Aveva capelli folti, occhi biliosi, le braccia più lunghe delle gambe, le gambe più corte che il tronco, il tronco prolungato di un collo, che non terminava mai, il tutto coronato di una testa a mitra.
Malgrado ciò, don Ciccio Lettieri aveva delle pretenzioni. Si reputava economista, romanziere, poeta; aveva pubblicato non so che sulla storia della Rivoluzione di Thiers - infetto intingolo - e sui fratelli Bandiera, i quali avrebbero potuto morire con più dignità! Don Ciccio aveva inventato una gomma per fissare una lente in un pince-nez, senza laccio, ed una zuppa economica per i poveri - economicissima, perchè la si confezionava di semplice acqua pura. Suonava il corno da caccia, e parlava sempre di un toast portato al ministro Bozzelli in un banchetto solenne.
Quando questo modello di galantuomo politico - che accampa oggi il suo martirio nel ventre del bilancio - mi vide, e' restò come fulminato. Era in maniche di camicia ed in pianelle, facendo rincontro a madama, la quale, in semplice gonna, prodigava dei tesori cui i miei occhi, carichi di sonno, non sapevano apprezzare.
La signora Lettieri aveva un mezzo pollice di barba. come una vecchia carpiona, capelli rari sulla fronte e sulle tempia, e quarant'anni.
Mi assisi senza complimenti, da uomo stanco e desideroso di riposo, e dissi:
- Buona sera, signora. Come stai don Francesco? Vengo a dimandarti asilo fino al momento in cui mi avrai trovato ciò che occorre, per andarmene via senza pericolo.
- Impossibile, amico mio. La mia casa è sorvegliata.
- Ah! mio caro signore, cominciò a crocidare madama don Ciccio, di gran cuore, con tutta l'anima, noi vorremmo tenervi con noi; ma......
- Ah! ma?
- Ma, gli è impossibile. Il sindaco, il capitano della guardia civica, i gendarmi..... mio marito è sospetto. Io te lo diceva bene, Francesco, tu lo vedi, che saresti ridotto a cattivo partito con la tua cospirazione, la tua nazione, la tua dannazione.... Eccoti a bel porto adesso. Tu non sarai sindaco, neppure decurione.... Impossibile, caro signore: bisogna partire.
- Certo, signora.
- Lauretta, gridò madama, di' ai guardiani del signore di non togliere la sella al cavallo.
- Nulla di tutto ciò, ordinai io alla mia volta alla serva di ottant'anni che spiava alla porta. Io partirò domani. Adesso ho sonno, e sfido il diavolo e la sua mogliera a scacciarmi di qui. Signora, non avreste per caso un letto da farmi preparare?
Il marito e la moglie scambiarono un'occhiata, che io non volli comprendere. L'una diceva:
- Eh! ecco lì uno dei tuoi scapestrati di amici, dei tuoi vagabondi sfrontati, dei tuoi mendicanti che s'impongono come i gabellieri.
Ed il marito rispondeva:
- Pazienza, amor mio, una notte è presto passata. Non è colpa mia. Che posso farci?
Io mi stesi sul canapè e soggiunsi:
- Ebbene, don Ciccio, amico mio, animo, su, mio caro, fammi dare un letto.
- Non vuoi cenare?
- Non mi oppongo a ciò, per non mancar di cortesia verso la signora. Una fetta di mortadella, una frittata, un bricciolo di cacio, un elefante, due beccacce, un fagiano ai tartuffi.... che so io! Spiega al vento tutte le tue virtù, e presto, non importa che, cui dividerò con i miei Albanesi, e che ci addormissimo. Abbiamo fatto non so quante miglia in quindici ore di marcia.
Preso fra due fuochi, don Ciccio restò neutro. Infine, la signora, vedendo la mia determinazione ben ferma di non andarmene, si sacrificò, sprigionando dal petto un sospiro simile al gogolare del tacchino.
- Sta bene, signore. Li volete altresì alla vostra tavola, i vostri Albanesi?
- Senza alcun dubbio, signora. Io onoro codesti due uomini, come voi onorereste il vescovo di Cosenza, se venisse a dimandarvi ospitalità.
Lauretta scomparve. Io respirai. Credevo che la cena arrivasse. Lauretta venne con un paio di pianelle, s'inginocchiò ai miei piedi e si pose a cavarmi gli stivali. In quei paesi non si comprende che si possa cenare con gli stivali ai piedi. Lasciai fare. Ella usci di nuovo e ritornò, portandomi questa volta il mio cappello, che io aveva gettato nell'anticamera.
La signora volle che io conservassi il mio cappello, perchè non prendessi un raffreddore. Ed io che detesto il cappello e la cravatta, quasi altrettanto che S. M. Siciliana, obbedii: avrei messo una delle sue gonne, se me lo avesse dimandato, par accelerare l'ora di andar a cacciarmi nelle lenzuola. Infine, la cena comparve. Componevasi di rimasugli di due o tre pasti.... Ingollai un boccon di qui, un di là, bevvi un gotto e dissi... (in verità, io pagava di buona moneta questo bestione e la sua orribile femmina).
- Adesso, don Francesco, un buon letto. Vi auguro buona notte, madama.
Non avevamo schiuso labbro nei tre minuti che durò l'operazione della masticazione. Ritirandomi, soggiunsi:
- A proposito, caro, pensa che voglio andarmene a casa, tu sai, per mare fino a Scalea. Io prendo meco Demetrio, che non può camminare. Spiridione verrà a raggiungermi a cavallo. Dunque, una barca sicura e.... avanti la guardia! Buona notte madama.
Seguii Lauretta, zufolando la marseillaise. Non guardai nè la camera, nè il letto, sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di bersaglieri, nè altro. Strappai dal mio dosso le spoglie d'insorto e buona sera. Lauretta mi consigliava ancora di recitare un buon Pater ed un Ave, secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il papa, che io russava di un sonno profondo.
La mia minaccia di restar lì, fino a che non mi avessero trovato un mezzo di partenza, dette dello zelo alla signora. Ella promise una buona ricompensa - a mie spese - ai doganieri di S. M. e questa brava gente, con la loro barca di servizio, sotto la bandiera di Sua Maestà, mi condussero fedelmente - la mia sciabola, Demetrio ed il suo fucile compresi - fino a Scalea. La bandiera copriva la mercanzia.
Arrivammo a mezzodì, quasi al tempo stesso in cui Spiridione giungeva col cavallo e che la mia valigia capitava da Cosenza, mandatami dall'albergatore.
A Scalea pure avevo degli amici - un bravo giovanotto chiamato Alberto, che erasi trovato nelle fila degl'insorti. Appena che il vecchio padre, la giovane sorella ed egli mi videro arrivare, la fu una festa. Il fascio luminoso dei tre sorrisi mi rischiarò e mi riscaldò il cuore. Il vecchio mi abbracciò come se fossi stato il suo figliuolo, il giovanotto mi strinse la mano, la giovinetta mi inviluppò in uno di quegli sguardi che sono un poema più vasto e profondo della Divina Commedia. Tutto rideva in questa casa. Anche il cane di Alberto si levò sulle sue zampe e fregò il suo bel muso sul mio petto. Cinque minuti dopo, l'asciolvere era servito. E la conversazione camminava a vapore, così alla buona, come se fossimo stati in un palco del teatro di San Carlo. Ad un tratto, udimmo un rumore lontano come il gorgoglio delle acque di un fiume in mezzo della notte. Tesi l'orecchio per ascoltare. Serafina andò alla finestra.
- L'è la messa cantata che termina, disse ella: il popolo esce dalla chiesa.
La conversazione e l'asciolvere continuarono, ma il rumore aumentava e si avvicinava.
Alberto andò alla finestra alla sua volta, vi restò un momento, poi si precipitò nel cortile per assicurarsi se la porta fosse ben chiusa, e risalì estremamente pallido.
I miei haiduchi, armati da capo a piedi, lo seguivano.
- Che cosa è dunque! domandò babbo Cataldo, anch'egli commosso.
- Gli è, gli è..... mormorò alfine Alberto esitando, gli è che la guardia civica, il giudice di pace, il sindaco, il capitano sono alla porta e chieggono di entrare, e che tutta la bordaglia del Comune li segue.
Alcuni individui mi avevano visto sbarcare alla marina, in un'assisa di uffiziale di stato maggiore. Il governo provvisorio di Cosenza mi avrebbe nominato papa, se lo avessi dimandato, onde sbarazzarsi della mia persona. Io non dimandai che un grado, senza soldo nè funzione, per aver l'occasione di osservar le cose da vicino, con mio comodo. I pescatori di Scalea mi avevan preso nientemeno che per il comandante in capo della insurrezione, per un generale, un maresciallo forse. Essendosi poscia recati nel piazzale della chiesa, di dove la domenica, nelle belle giornate, il popolo dell'Italia meridionale vede celebrare la messa, questi pescatori avevano comunicata la notizia al popolaccio del borgo. La novella della nostra disfatta vi era già capitata da due giorni. La medesima gente, la settimana precedente, aveva coraggiosamente fucilato il busto in gesso di re Ferdinando sulla piazza pubblica - quel busto augusto che presiedeva alle udienze del giudice di pace ed ispirava le sentenze di questo magistrato.
Nel medesimo tempo si era visto passare la mia valigia.
- La è zeppa di oro! si avvisò di dire un uomo di spirito, il barbiere del villaggio.
- Davvero? gridarono tutti, cogli occhi lucenti.
- Zeppa, zeppa. Il generale va ad attizzare la rivoluzione in Basilicata. Io mi so questo...... da una persona che lo sapeva.
Occorreva altro? Il giudice, il sindaco, il capitano della guardia civica, appresero dalla medesima voce che il generale siciliano era entrato appunto allora nel paese.
- Santu diavolone! susurrò il giudice di pace all'orecchio del capitano, ecco un'occasione che Dio ci manda, per riscattare l'affare del busto, e salvar vostro figlio, che era egli pure tra i rivoltosi. Questo paga quello.
- Verissimo! gridò il capitano, colpito da quella luminosa idea.
E senza metter tempo in mezzo, popolo e capi, ciascuno col suo intento, gli uni per rubarmi, gli altri per transigere col governo, eccoli lì tutti dirigersi in tumulto verso casa Cupido, ove io dimorava. Il sindaco si fe' avanti e bussò. Alberto, che era alla finestra co' miei due bravi Albanesi, coi moschetti in ordine, mise fuori il capo, si cavò pulitamente il berretto e domandò:
- Che cosa volete, signor sindaco?
- In nome del re, rispose il degno magistrato, io richiedo il rivoluzionario, il nemico di S. M. il re nostro signore e della nazione, che si cela in casa vostra.
- Eh eh! fece Alberto voltando la cosa in celia. Incognito! una bestia di questa sorta qui dentro. Andate in casa del capitano piuttosto.
- Io constato che voi resistete al nome del re e userò la forza. Popolo, diss'egli poscia, vengono qui per spingerti all'insurrezione contro il re, nostro augusto padrone; abbasso i traditori, a morte i giacobini!
Il popolo fedele, che fiutava l'oro della mia valigia - ahimè! non vi era che qualche vestito e delle cartacce - bruciando di amore per il trono, per l'altare, per la proprietà e per la famiglia, gridò, ruggì come un'eco terribile:
- Abbasso i giacobini! morte alla nazione!
L'era edificante. Io restava, colle braccia incrociate, dietro Alberto, e contemplava Serafina.
- Come l'è bella! mi dicevo, sentendo il sangue rifluire verso il cuore.
Il rossore, il pallore, si alternavano, come i fiotti del mare alle spiagge, sul sembiante della fanciulla. I suoi grandi occhi riflettevano il cielo ed avrebbero rischiarato la prigione di Ugolino.
- Andiamo a cercar l'accetta e atterriamo la porta, urlava la plebaglia rigenerata.
- Insomma, dissi io ad Alberto, dimanda a codesti bravi cittadini, che diavolo vogliono e per chi mi piglian dessi!
Alberto ripetè la domanda. Il giudice, scegliendo l'accento più ufficiale, dichiarò che io era il generale Ribotti, e che era suo dovere impedire la conflagrazione del regno.
- Non si tratta che di ciò? gridai io, tirando da parte Alberto e suo padre e mettendomi alla finestra a mia volta.
Poi, indirizzandomi a quell'onesto pubblico ed al suo organo officiale:
- Tu la pigli grossa, sclamai, cioè, voi v'ingannate, signor funzionario. Il general Ribotti, a quest'ora, digerisce, fuma, beve e se la batte in ritirata con i nostri valorosi fratelli di Sicilia. Io sono il marchese di Tregle, deputato al Parlamento e mi reco alla Camera.
- Voi andate dunque alla Camera per le vie scorciatoie? osservò l'arciprete della Comune.
- Vegliardo, risposi io con prosopopea, imparate che tutte le strade sono buone, quando conducono l'uomo a compiere il suo dovere. Io mi reco alla Camera... erborizzando per le vostre montagne.
- Ah! voi fate della botanica in assisa d'insorto!
- Oh che? andreste per avventura a cercarmi taccole adesso sul taglio e la moda del mio abito? Augusto vecchio, apprendete che questo qui è proprio l'uniforme dei membri del Parlamento della regina Vittoria.
- Ohibò! ohibò! egli è il generale Ribotti; lo si conosce, lo si è visto. In prigione, alla ghigliottina! Consegnatecelo, o metteremo fuoco alla porta della casa.
E qui, via! mi misi ad improvvisare uno speech serio. Era proprio serio? Nol so, per dio. Ma insomma, parlai. M'interruppero. Io dimandai il silenzio e l'ordine. Mi fischiarono. Ripresi la parola. Mi gettarono dei limoni. Io li presi al volo e continuai. Coprirono la mia voce di urli, d'ingiurie, di bestemmie, di ogni specie di grida di bestia. Io mi coprii infine con dignità, protestai e mi ritrai dalla finestra.
Intanto le accette cominciavano a dar rovello alla porta. Non vi era tempo da perdere. I due Albanesi, Alberto, suo padre, Serafina ella stessa, volevano tirar moschettate sull'udienza in disordine. Io mi opposi. Abbottonai la mia casacca di velluto, calcai sul capo il cappello, misi i guanti.... sì, i guanti gialli che dovevano servirmi per prestare il giuramento alla Costituzione di Ferdinando II... ed ordinai di aprire la porta.
Ed eccomi in mezzo alla moltitudine. Vi erano lì duemila persone. Tutti si precipitarono sopra di me ad una volta. Un furfante mise la mano alla mia cravatta - una bella cravatta tricolore.
- Villano! gridai io sdegnato, non disfare il mio nodo.
E gli applicai una ceffata. Una mano carica dei destini di una nazione, dev'essere pesante: la si rispetta. E' rinculò. Il capitano, il giudice, il sindaco mi circondarono. Ma era impossibile di avanzare.
- Fate largo! gridava la guardia civica.
- In prigione! alla ghigliottina! braitava la canaglia - i fanciulli e le donne più alto degli altri.
Povere creature! esse hanno così di raro uno spettacolo nella rude loro vita dei campi! Un'impiccaggione, l'è una rugiada: fa epoca. Facemmo qualche passo. Ad un tratto, un uomo si precipita sopra di me, con un trincetto di calzolaio alla mano.
- Lasciatemi bere il sangue di codesto nemico del mio re! grugniva il manigoldo, scoccandomi un colpo della sua terribile arma.
Io aveva riconosciuto nella folla un giovane chiamato Galvani, un dì mio compagno di studi a Napoli. Questo ragazzo gridava, a rompersi le costole, che io non era mica il Ribotti, che io era il marchese di Tregle, quando il ciabattino si slanciò su di me. Galvani arrivò a tempo per ritenere il braccio dell'assassino; di guisa che non vi ebbe altra disgrazia, che una bella fessura alla mia bella assisa.
Allora la guardia civica, che si era infine aperta una via, mi circondò:
- Gli è meglio che andiate in prigione, mi susurrò all'orecchio Galvani. Quivi, sarete salvo.
Io parlai, protestai, presi a testimonio uomini e bestie, sulla violenza che si adoperava contro un rappresentante della nazione che recavasi al Parlamento, e rotolai, o piuttosto mi rotolarono verso la prigione.
Ed eccomi là.
Non era proprio la prigione ove mi avevano condotto - quelle prigioni di Calabria ove una palla di cannone prenderebbe una flussione di petto e la febbre putrida! M'installarono nel corpo di guardia; al primo piano. Io avevo una guardia che faceva sentinella alla mia porta.
Appena in gattabuia, io rifaceva il nodo della mia cravatta innanzi ad un vetro, quando il capitano della guardia civica si presentò. Si chiamava don Prospero. Era un informe cubo di carne: non braccia, non gambe, non collo. Una zucca popona, mitragliata dal vaiuolo, tenevagli luogo di testa. Dei mustacchi più formidabili di quelli di Vittorio Emanuele. Gli occhiali verdi nascondevano gli occhi. Le falde dell'uniforme a coda di rondine, aprendosi, mostravano i rattoppi ed i rabberci delle sue brache. Un naso lungo, molto lungo, lunghissimo, quasi altrettanto lungo che quello dell'ex Imperatrice dei francesi. Quando parlava, la sua bocca era una cascata a getto continuo.
- Ebbene, signor marchese, eh! l'abbiamo scappata bella. Voi direte alla Camera che io ho fatto ammirabilmente il mio dovere, eh! Cosa posso fare adesso per servirvi, eh!
- Andate a farvi..... No, prendete carta ed inchiostro, e scrivete.
Il capitano andò giù a cercare quello che occorreva e ritornò. Io gli dettai una protesta in regola. E' scrisse.
- Ora, gli dissi io quando egli ebbe finito, portate codesto in mio nome al giudice di pace.
- All'istante, signor marchese. Il mio figlio vi conosce. Voi direte alla Camera che io sono un buon patriotta, eh! Come vi ho protetto! Vi bisogna altro?
- Mandatemi tutto ciò che è necessario qui: un letto prima d'ogni cosa.
- Vostro umilissimo servitore, signor marchese. Vi manderò da pranzo da casa mia....
- Non andare ad intossicarmi, per lo meno, vecchio galuppo! Va, va.
Lo spinsi.... e caddi affranto sur uno sgabello.
VI.
Io aveva rappresentato la mia parte, il meglio che avevo potuto; ma non nasconderò che il mio cuore andava al galoppo e che tutto mi sembrava orribilmente nero. Mi sentii alleviato, trovandomi solo. Però io non mi faceva la minima illusione sul finale del dramma. La mia prigione era la cappella del condannato. Io abbracciai di un colpo d'occhio, come i raggi solari al centro di una lente, tutta la mia vita passata, tutto ciò che mi era caro nel mondo, mia madre, mia sorella, il mio vecchio padre, la mia innamorata, poi mi vidi nel fondo d'un cortile, innanzi a quattro uomini ed un caporale, sul punto di essere fucilato come un cane arrabbiato, senza spettatori, e gettato alle gemonie. Io vidi dei quadri fantastici messi come un riverbero, in faccia della mia vita della vigilia, ricca, felice, amata, libera, scettica. Io vidi tutto ciò al di fuori di me, sentendomi sospeso al di sopra del mio essere, come si dipinge l'angelo custode aleggiando sul suo protetto. Non potei gustar nulla. Mi coricai e mi addormentai.
Il sole anch'esso coricavasi in un mare magnifico, cui tingeva di porpora.
Aprendo gli occhi all'indomani, all'aurora, esaminai la camera ove mi trovavo. Un luogo infame davvero, annerito, deturpato da caricature orribili disegnate al carbone, senza carta alle pareti, senza soffitto, quasi senza vetri alle finestre, ed un buco orrendo in un angolo.
Il domestico del corpo di guardia scopava, in onor mio, la camera di fuori. Lo chiamai. Venne e mi portò dell'acqua. Poco dopo, si presentò il capitano.
- Ebbene, signor marchese, state allegro. Avete ben dormito, eh!... Oh! ieri sera abbiamo segnalato a Napoli per telegrafo il vostro arresto. Il ministro vi farà mettere in libertà immediatamente, e voi direte, eh! che siete stato trattato con ogni riguardo.
Questa notizia era per me un colpo di fulmine. Essa sollecitava la lugubre soluzione che io aveva intravisto il dì innanzi. Era inevitabile. Il ministro Bozzelli m'invierebbe al generale Busacca, e questo amabile ubbriacone mi avrebbe fatto fucilare in men di tempo che non ne metteva a cioncare un gotto di Madera. Malgrado ciò mi contenni e risposi:
- Avete fatto benissimo. La risposta è arrivata?
- Il telegrafo non parla mica la notte, signor marchese (nel 1848 il telegrafo elettrico non esisteva negli Stati di Ferdinando II). La risposta però può arrivare da un istante all'altro.
- Sta bene, andatevene adesso.
- Volete che vi faccia portare del caffè?
E' partì dondolandosi, le mani dietro il dorso, e lo vidi traversare la piazza. Un'idea solcò il mio spirito come un lampo. Ero perduto: bisognava tutto osare. Terminai la mia toilette, misi i guanti, raccolsi un mozzicone di sigaro gettato via dal capitano, calcai il mio cappello sul capo, ed uscii. Il domestico terminava di scopare l'anticamera; le porte erano aperte. La guardia civica occupava il pian terreno, donde io doveva passare. Scesi la scala e mi rivolsi al sergente:
- Sergente, datemi del fuoco per accendere il mio sigaro.
Il sergente mi guardò senza rispondere ed obbedì. Io accesi il mozzicone e presi la via della porta.
- Ma, ove andate, signore? mi dimandò il sergente.
- Come, dove vado? Me ne vado, per bacco!
- Ve ne andate, ve ne andate..... ma voi non potete andarvene.
- Ah! grazie. Eccone un'altra che è proprio bella. Fo i miei complimenti al vostro paese.
- Bella brutta, e' bisogna restar lì, signore, e risalire.
- Davvero?
- Ma....
- Il capitano non vi ha dunque detto, signor sergente, ch'egli è venuto ad annunziarmi che il ministro aveva segnalato da Napoli, che io potevo continuare il mio cammino?
- Neppure una parola di tutto ciò, signor marchese.
- Ebbene, caro voi, andateglielo a dimandare allora a codesto idiota, e vi auguro il buon giorno....
Il sergente restò perplesso, mentre io mi diressi di nuovo verso l'uscio.
E' disse infine, alzando le spalle:
- Poichè voi mi assicurate che il capitano vi ha detto codesto, non sarò io che vorrò trattenervi. Servitore umilissimo, signor marchese, e buon viaggio.
- Per la vostra gente, dissi io, dandogli una moneta d'oro.
E partii, a passo lento, esaminando, da uomo che non ha fretta, la piazza, la caserma, la casa comunale, i contadini che se ne andavano ai campi ed i loro ciuchi. La guardia dinanzi la porta mi seguiva degli occhi: io sentivo il suo sguardo bruciarmi il dorso. Appena però mi fui sottratto ai loro occhi, io non feci che un salto fino alla casa del mio amico Alberto. E vi metteva il piede, quando alla porta, per una di quelle venture, che non sono inverosimili che nei romanzi, io mi sentii avvinghiato dalle braccia di un vecchio prete da un lato, e dall'altro da quelle di un giovincello. Io resistetti. Essi mi baciavano sulle guance, ciascuno dal suo lato, il prete sclamando: "Io sono tuo zio, Tiberio!" ed il giovane echeggiando:
"Tiberio, io sono tuo cugino!"
Io non avevo davvero il tempo di andarmi ad informare donde mi piovessero quello zio e quel cugino provvidenziali. Li credetti sulla parola, e rendendo loro ingenuamente l'amplesso, dissi:
- Benissimo, poichè siete mio zio e mio cugino, all'opera. Me la sono svignata dalla prigione: salvatemi, adesso.
- Presto, Gabriele, gridò lo zio, prendi Tiberio con te, gettatevi nelle vigne, nascondilo in qualche sito e ritorna per compiere il resto.
- Un istante, risposi io, sfuggendogli dal pugno.
Salii la scala, saltando i scaglioni quattro a quattro, e via nella camera di Serafina.
In questo frattempo, ecco ciò che avveniva al corpo di guardia.
Il sergente, dopo avermi veduto partire, dopo aver diviso tra i suoi uomini la moneta che io gli aveva lasciata per mancia - facendosi la parte di.... sergente, non senza una lunga discussione - fu preso da un accesso in ritardo, di sentimento del dovere. E' se ne andò dunque dal capitano per domandargli se io gli aveva detto la verità!
Il capitano era stato proprio allora chiamato dal giudice di pace, a proposito di un dispaccio telegrafico arrivato da Napoli. Il sergente respirò. Continuò dunque lentamente la sua via verso la casa del giudice. Alla porta di questo onorevole magistrato, il sergente incontrò il capitano che usciva, affannoso, frettoloso, con un dispaccio alle mani.
- Ah! arrivi a proposito, sergente, sclamò il capitano. Va a metterti un paio di scarpe nuove; devi partire fra un'ora.
- Partir per dove, capitano? dimandò il sergente, un poco sciancato quantunque sergente, e per ciò appunto detestando di marciare.
- Per dove, per dove? gridò il capitano d'un'aria burbera: per affar di servizio, per Dio! Bisogna che te ne dica il bello ed il meglio, eh! che ti dimandi il permesso e ti faccia le scuse di scomodarti? eh?
- Mille perdoni, capitano, replicò il sergente con voce contrita, ma, per andare, bisogna pur sapere, mi sembra, ove si va.
- Al diavolo, eh! a Cosenza se non ti dispiace. Diciotto miglia con i gendarmi alle calcagna, e gli uni e gli altri ad accompagnare quell'infernale rivoluzionario che abbiamo acchiappato ieri. Ah! se lo avessero messo in brani, eh! Sua Maestà avrebbe fatto cavaliere tutto il paese, compreso il campanone, e te pure, e ci avrebbe esentati dalle imposte per venti anni, eh!
- Come, capitano, borbottò il sergente, diventando orribilmente livido, il marchese.... dunque....
- Ebbene, sì, sissignore. Il ministro Bozzelli si è levato di buon umore e di buon'ora stamane, e ci fa segnalare di spedire il prigioniero al generale Busacca, a Cosenza. Comprendi, adesso? Otto uomini ed un sergente.... in mezzo di una piazza... portate, arma! caricate, arma! arma, fuoco! Al diavolo i rivoluzionari. Viva il re, nostro adorato padrone!
Io non saprei descrivervi il grido di disperazione gettato dal capitano, quando apprese che io me l'era dato a gambe. Una montagna si abbatteva sul suo capo e lo schiacciava. Immediatamente, gendarmi e guardie civiche sono sotto le armi, la chiamata batte, la campana a martello dà rintocchi, il popolo.... per fortuna, il popolo era ai campi. Immediatamente la casa ove io era è circondata. Io doveva esserci ancora, perchè un'ora non era per anco passata che io aveva lasciato il corpo di guardia.
La prima persona che il capitano incontrò all'uscio della casa, fu mio zio.
Il vecchio prete era l'uomo il più litighino della provincia. Egli sapeva i suoi codici a menadito, e lo si temeva come il colera. Egli si era minato a far processi; ma ciò malgrado, quando non ne aveva dei suoi, egli prendeva a patrocinare quelli di altrui - le cause obliate, abbandonate come impossibili.
Trovandosi d'incontro a quest'uomo, il capitano esitò.
- Ah! mio vecchio amico, sclamò mio zio con una voce tutto mele: come Dio vi manda a proposito! Come va la salute? ed i vostri piccoli? ed i bachi da seta? Fatemi dunque aprir questa porta. Io spasimo di abbracciar mio nipote.
- Che nipote?
- Ma, il marchese di Tregle, dunque! Voi nol sapevate?..
- Egli è dunque ancora colà?
- Lo credo bene! Non faceva che entrare, ero lì per raggiungerlo, quando, bum! mi si chiudono le porte sul muso.
Il capitano respirò. E' cominciò allora a48 bussare ed a gridare:
- In nome del re! aprite, in nome del re....
Infrattanto la forza pubblica si accalcava e circondava casa e giardino. Impossibile di fuggire. Più il capitano bussava però, più l'uscio restava chiuso e la gente di dentro silenziosa. Il padre di Serafina si trovava innanzi al portone come gli altri. Si era rimarcato che il mio cavallo era ancora alla scuderia. Dunque, io era in trappola. Il capitano fece un'ultima intimazione, dichiarando, che egli stava per rovesciar tutto, anche i muri, e si chiamò un chiavaio.
Quest'artefice arrivò. Il capitano gli ordinò di aprire.
- Piano, piano, prese a dire allora il mio eccellente zio; la legge è la legge, mio vecchio amico, ed essa è legge per tutti. Voi dovete entrar lì dentro per affar di servizio. A meraviglia. Io lo desidero più che voi, per abbracciare il marchese mio nipote. Un deputato che va al Parlamento, cappita gli è interessante di essere zio di codesto, capite! Ma facciamo le cose in regola, senza che, io mi costituisco parte lesa, e vi chiamo responsabile di tutte le irregolarità. L'articolo 23 della Costituzione dice: "il domicilio è inviolabile". Per l'articolo 38 poi, i deputati sono sottratti alla giurisdizione del potere giudiziario, civile e militare, senza il consentimento previo della Camera. Ora, chi sa, mio vecchio amico? Vi sarà ancora un Parlamento a Napoli: avete visto nella Gazzetta officiale del Regno, che è stato convocato....
Il capitano impallidì. Si trovava preso tra un telegramma del ministro e due articoli dello Statuto. E' fece chiamare il sindaco.
Questo funzionario era lungo e sottile come un filo di telegrafo elettrico, strangolato nella sua cravatta, muto come una buca da lettere, notaio di professione, suonando l'organo alla chiesa per un salario di ventiquattro carlini l'anno. Egli giunse alla fine, tirandosi a rimorchio il giudice di pace ed il di lui piede sinistro addolenzito dalla podagra. I tre funzionari scarabocchiarono un processo verbale, lo fecero firmare dai testimoni, tra i quali mio zio, che dopo di averne sorvegliato la redazione, ebbe altresì la soddisfazione di firmarlo come teste. Quindi, il portone fu scardinato. Quella gente si precipitò nella corte, non senza una tale quale trepidazione. Una parte scese in cantina, un'altra salì la scala. Ma, paf! sul ballatoio, l'uscio del primo piano si chiude loro sul naso. Si batte di nuovo, si vocia un'altra intimazione, si redige un nuovo processo verbale, poi il magnano fa saltare la stanghetta della toppa ed introduce il magistrato nell'anticamera. La porta della sala da pranzo si chiuse come e' mettevano il piede nell'anticamera. Bisognò rinovellare l'intimazione in nome del re, il processo verbale ed il resto. Breve, dopo avere violate così legalmente cinque o sei porte, si arrivò a quella della camera di Serafina.
Si bussò anche alla porta di Serafina.
- Chi è là? dimandò la giovinetta.
- Non lo conosco.
- Ma, non posso.
- E perchè non potete?
- Sono col mio innamorato.
Il chiavaiuolo aprì, ed i magistrati della piccola città di Scalea trovarono la giovinetta decentemente vestita, assisa sur una seggiola vicina alla finestra, che sporgeva sul giardino a mezza vita di altezza, il visino inquadrato fra due vasi di garofani, infilzando le maglie di un paio di calze, pacifica e sola.
- Ebbene, signorina, gridò il capitano schiumando di rabbia, perchè avete voi resistito al nome del re? perchè avete voi serrate tante porte? perchè non avete aperto alla nostra intimazione? perchè vi siete voi rinchiusa qui, eh! eh! eh!
- Magari, ch'eccone lì dei perchè! replicò Serafina senza commuoversi. Ebbene eccovene un altro adesso: perchè io era in casa mia.
- In casa vostra, in casa vostra! il re entra dovunque signorina....
- Come i cani dunque...?
- ...... Ed anche in casa vostra.
- Se mi aggrada, e quando il mio innamorato non vi è.
- Che innamorato! ove è codesto vostro innamorato, alla fine?
- Cercatelo.
Le guardie rovistavano e rimuginavano di già da per tutto, dietro il piccolo letto, nell'armadio, nello stanzino di toilette, negli stipi e nelle scatole. Serafina li guardava fare ed una leggera smorfia sarcastica sorvolava per momenti sulle sue labbra. Infine ella fece un segno ed indicò che il suo amoroso se' l'era sfumata dalla finestra.
Il capitano lasciò andare un malannaggia. Mio zio gli battè sulla spalla e gli disse:
- Voi siete un eccellente capitano; vi farò nominare maggiore alle prossime elezioni.
VII.
Quando entrai nella camera di Serafina, ella si alzava allora allora. Era ancora in negligé di mattino, in ginocchio d'innanzi ad una madonna grossolanamente miniata, e pregava.
Se voi non aveste mai in vostra vita, amici miei, uno di questi colpi-di-sole d'amore fulminante, che s'infiamma in uno sguardo, che nasce radioso come l'aurora, tutto armato, subito, infinito, quest'apoplessia del cuore in una parola, vi compiango: voi non conoscete l'amore. Serafina mi aveva irradiato di questo amore abbarbagliante. Vedendola per la prima volta, credetti averla di già vista, di già amata, e l'amai. Io era, in oltre, in una fase della vita in cui i minuti contano per anni.
Entrai dunque nella camera di lei e le dissi semplicemente così:
- Serafina, io fuggo. Verranno a cercarmi qui. Non so se ci rivedremo più mai. Ma prima di lasciarti, permettimi dirti, che oggimai non vi saranno più nel mio cuore che tre immagini di donna: quella di mia madre, quella di mia sorella e la tua.
E dicendo ciò con voce soffocata, la baciai, e saltai dalla finestra. Mio cugino mi seguì.
La storia di quella disgraziata Serafina è dolentissima storia. Non la rividi più... Ella è morta......
Traversammo il giardino che si prolungava fuori del borgo, poi un piccolo rigagnolo, ove delle donne lavavano dei pannilini. Brancolammo come serpenti di sotto le siepi e ci aprimmo il passo in mezzo ai vigneti, i di cui sarmenti, ricchi di pampani, serpeggiavano al suolo. Una volta quivi, procedemmo carponi, sguizzando ventre a terra sotto le foglie ed ascendemmo la collina, sempre in vista di Scalea.
Ci trascinammo così per un pezzo fino ad un certo sito, dal lato opposto all'altura. Lì, una siepe spessa, terribilmente irta di ronchi, mi concesse un ricovero. Mio cugino mi cacciò lì sotto come una lucertola. Aggiustò i virgulti della siepe, di guisa che alcuno non avrebbe mai sospettato che la nascondesse un demagogo. Mi disse di uscir da quel ricetto alle due pomeridiane e discender in un boschetto ceduo, vicino la strada consolare, ove egli sarebbe giunto verso le due e mezzo, menando seco il mio cavallo, per continuare la via. E' mi diede altre istruzioni, poi, carponi sempre, discese di nuovo fino giù al sentiero, si raddrizzò, scosse la polvere, accese il sigaro, incrociò le mani dietro il dorso, e se ne ritornò a Scalea con l'indifferenza di un uomo che ha fatto una passeggiata per digerire. Io lo seguii dello sguardo per quanto potei... ed il mio cuore si chiuse.
Era desso mio cugino? La storia genealogica ch'egli mi aveva abbozzata era poi vera? La risaliva ad ogni modo alla terza moglie del mio bisavolo. Egli e suo zio avevano il dì innanzi udito parlare del mio arresto, nel loro paesello vicino Scalea, ed al mattino erano venuti nobilmente in mio soccorso.
Serafina aveva capito in un lampo, che occorreva darmi il tempo di allontanarmi, prima che i gendarmi e le guardie civiche mi venissero alle calcagna. Suo fratello Alberto era partito la notte, onde andare, con i miei due Albanesi, a portare a mia madre il tristo annunzio del mio arresto. Il vecchio padre, don Cataldo, era uscito di buon'ora per annasare nel borgo ciò che dicevasi e cosa decidessero sul conto mio. Serafina era subito corsa a chiudere il portone di strada ed aveva tirati li chiavistelli, dopo una parola che mio zio le aveva gettato nell'orecchio, ed ella aveva poscia sbarrato l'uno dopo l'altro gli usci di tutte le camere, fino alla sua, dove la si rinchiuse e pregò.
Un'ora dopo questa scena, io udii i gendarmi e le guardie civiche passar davanti al mio cespuglio, andando al mio inseguimento. E' si erano sparpagliati in ogni verso, non sapendo qual sentiero avessi io preso. Le lavandaie avevano negato di avermi veduto - io aveva, passando, gettato una moneta di argento a quelle povere tupine, che la vigilia avevan voluto sbranarmi. D'altronde, in Italia, la donna è ancora la sola creatura che si abbia un'anima, una coscienza, del patriottismo senza interesse, ed un po' di senso morale. Stanchi, esausti, abbattuti da trentotto gradi di caldo, i gendarmi fecero sosta proprio innanzi la siepe sotto la quale io era appiattato. Io udii una conversazione sul conto mio - che mi dà la pelle d'oca anche in questo momento, innanzi ad un bol de punch.
E ciò dicendo, Tiberio bevve ridendo un altro bicchiere del liquido delizioso; e poi continuò:
- I gendarmi restarono quivi una mezz'ora - ed io imparai, che un uomo può restare una mezz'ora senza respirare. - Poscia e' si rimisero in cammino.
L'orecchio attaccato al suolo, udii da prima il suono della loro voce, poi il rumore dei loro passi estinguersi in lontananza. Io aveva sentito il ventre freddo dalle lucertole strisciar sul mio sembiante, e non mi ero mosso per non denunziarmi. Le mosche, le zanzare, le vespe, mi avevano divorato, ed io non aveva battuto palpebra. Una catalessia morale aveva irrigidito il mio corpo. Tutta la vita si era allora concentrata nella vista e nell'udito. Udivo battere il cuore degli uccelli poggiati sul mio roveto. Vedevo dei millepiedi rossi correre su i pampani, ad un tiro di fucile. Rimarcavo mille tinte nella gradazione della luce del sole, a misura ch'esso s'innalzava sull'orizzonte - osservazione curiosa e singolare, che mi ha fatto di poi pigliare il broncio cento volte contro i pittori di paesaggio, che non capiscono nulla, proprio nulla, del cielo. E come il tempo mi parve lungo! e quanto il pigolìo degli uccelli mi assassinava!
Ogni rumore era per me un nemico, una trappola forse. Io aveva sete come se avessi tutta la notte mangiato aringhe o bevuto liquori spiritosi. Lo stomaco è un organo implacabile ed immorale. Una grossa serpe nera - serpe innocente - si cacciò all'ombra sotto la siepe. Gli occhi maravigliosamente belli del rettile ed i miei s'incontrarono, si fissarono,
La serpe si fermò, sollevò un po' la sua testa civettuola, piena di curiosità e di stupore, e prudentemente si ritirò. Più tardi, gli è un grosso lucertolone verde, pesante, brutale, - un pievano, - che si avvicina al mio viso. Io sputai su di lui. Infine, osai fare un movimento. Presi il mio orologio. Segnava mezzodì. E poi, restai gli occhi inchiodati sul quadrante.
Mio Dio! come un'ora è lunga a scorrere! Un'ora? Ma la non termina mai, non passa mai. Non pertanto, la cadde anch'essa nel baratro del tempo. Quando io vidi le due sfere accavallarsi l'una sull'altra sul numero II, respirai. Era l'ora convenuta con mio cugino. Dovevo mettermi in cammino. Io fermai per cinque minuti ancora la mia respirazione, onde meglio ascoltare, poscia lasciai libero giuoco ai miei polmoni ed uscii.
Avrei desiderato che una notte eterna avviluppasse l'universo: ed e' brillava un sole di Oriente, fulgidissimo, implacabile. Mi guardai intorno. Non un'anima. Guardai lontano. Nessuno. "Andiamo, mi dissi, cangiando d'un tratto di umore, non so perchè; andiamo dunque! E cominciai a cantare: Malbrough s'en va-t-en guerre.... en guerre.... en guerre.... ripetendo l'en guerre in tuono sempre più basso. Quindi mi arrestai corto e ridivenni timido.
Io marciavo trascinandomi quasi sul ventre, fra i vigneti e le boscaglie. Alle due e mezzo, mi fermai al sito indicatomi da mio cugino. Lo esaminai bene. L'era proprio quello. Vidi la vecchia quercia decapitata, circondata da olivi, sul piazzale della vecchia casa, a cima del monticello. Impossibile di sbagliare. Verificai che non m'ingannavo, mi assisi ed incrociai le braccia.
Scorse un'ora. L'orecchio teso lontan lontano, io osservava macchinalmente una fila di formiche rosse. Mi coricai supino e fissai gli occhi al cielo. Come il cielo è bello! Quindi chiusi gli occhi provando di addormentarmi, e mi addormii.
Ero restato una mezza ora in quello stato di torpore, quando principiai a sentire un forte malessere, una specie di oppressione, quasi fossi stato allogato sotto la potenza di un succhiamento che mi aspirava. Non era dolore: era la sensazione strana di un'estrazione del me fuori di me. Apersi gli occhi diretti allo zenit di un cielo di cobalto. Guardai senza vedere da prima, poi ben presto la mia attenzione si concentrò sur un globo nero, librato perpendicolarmente sul mio capo. Questo punto mi sembrò dapprima immobile, poscia compresi ch'e' si moveva, vedendolo ingrossare ed approssimarsi. Poco dopo, distinsi un'aquila immensa che, cangiando allora la sua discesa verticale, cominciò a descrivere sul mio corpo dei circoli spirali, larghissimi da prima, più ristretti in seguito, a guisa d'imbuto.
Il mio malessere aumentava, si pronunciava, diveniva poco a poco doloroso. Si sarebbe detto che mi vuotassero. L'aquila discendeva sempre. Essa poteva essere in quel momento a due o trecento metri, perocchè io misurava di già cogli occhi la formidabile tesa delle sue ali, la testa proiettata in avanti, gli artigli terribili contratti sotto il ventre, ma aperti, i suoi occhi spalancati e fissi. Volli rialzarmi: provai uno stento forte a scuotere il peso invisibile che m'inchiodava al suolo.
Io aveva tolto la mia veste, a causa dell'afa opprimente, aveva tolto la cravatta, aperta la camicia sul petto, di guisa che il busto restava quasi nudo.
Un formicolamento, davvero penoso, arrovellava adesso tutto il mio corpo. E l'aquila si avvicinava. I nostri occhi, egualmente devaricati ed immobili, s'incrociavano, si penetravano. Io compresi alla fine che mi trovavo sotto una potenza magnetica feroce, che aumentava di secondo in secondo. L'aquila era a meno di cento metri lontana da me, silenziosa, ma col rostro terribile mezzo aperto, quasi avesse avuto bisogno di respirare più vivamente. I suoi circoli concentrici erano adesso talmente ristretti che sembravami la si lasciasse calare in linea retta, senza batter ala, del suo solo peso, e la si precipitasse sopra di me.
L'imminenza di quest'attacco imprevisto ed inaudito, mi fece ribalzare. Feci uno sforzo come se avessi avuto a sollevare un soffitto cadutomi sopra, e saltai in piedi, prendendo il revolver alla mia cintura. L'aquila si arrestò per un secondo, poi avanzò ancora. Io tirai su di lei, ed agitai il mio pastranello, violentemente. L'aquila si fermò di nuovo per un minuto circa, lasciandomi dibattere per forte paura, poi la fece come un salto indietro, e la vidi rialzarsi lentamente di nuovo verso il cielo, descrivendo le medesime curve che aveva descritte scendendo.
Essa si levò, si levò sempre. Io cominciai a non più distinguere il fulvo colore delle sue piume, poi i suoi membri, poi le sue ali, non ha guari come due vele latine. Essa si rimpiccioliva, si rimpiccioliva ancora. Io non scorgeva più il suo movimento, ma la vedevo perdersi nelle alte regioni, confondersi con i raggi luminosi, infine sparire affatto, fondendosi con l'azzurro del firmamento. Respirai, mi vestii e guardai al mio orologio. Segnava le quattro.
Le quattro, e nessun cugino! Avrebbe egli dimenticato l'ora? Alle quattro e mezzo: non uno strepito nell'aria. Avrebbe egli dimenticato il convegno? Sono le cinque: gli uccelli si svegliano, il moto degl'insetti ricomincia; ma il mio cavallo non giunge. L'avessero arrestato? Alle cinque e mezzo, non c'era essere vivente intorno a me. Ciò che io almanaccava, ciò che io sentiva in quel momento, non saprei esprimerlo: era un ditirambo di bassezza, di dolore, di paure, di sospetti, di scoraggiamento, di dilaniamento che non mi farebbe stimare l'uomo, se egli fosse un essere stimabile. L'uomo in faccia di sè stesso, solo, senza l'elettricità morale che gli comunica il contatto della società, la quale mette in giuoco l'amor proprio di lui, è obbrobioso. No: e non è la fattura di un Dio!
Ed il mio cugino? Non sarebbe egli passato prima che io giungessi, o durante il mio combattimento con l'aquila! Quel giovanetto era egli davvero mio cugino? No: e mi vendeva in quel momento. I gendarmi l'avevano arrestato.... Il vecchio prete era una spia.... E poi che cosa fare? Io non conoscevo i sentieri per andarmene a piedi a casa mia, a traverso le montagne...... E sempre l'orrida fisima, l'indegno delirio: mi hanno tradito! sono solo in mezzo all'incognito, cacciato come un lupo!
Alle sei, nessuno ancora.
Nessuno ancora, alle sei e mezzo.
Quell'agonia avrebbe invecchiato Catone - il Catone di Plutarco.
Mi levai. Il sangue correva nelle mie vene come un gruppo di bruchi. Feci parecchie fiate il giro del vecchio tronco d'albero sotto il quale ero assiso. Ed ascoltavo sempre! ascoltavo! Ma nulla, ma assolutamente nulla! Non un soffio. Il canto degli uccelli, il fruscio delle ali degl'insetti, il leggiero strepito delle foglie sotto la respirazione della brezza, tutto si andava tacendo, poco a poco, l'un dietro l'altro. La notte spiegava le sue vele. Ed il mio cuore batteva a spezzare le costole. Infine mi slanciai di un balzo sulla strada, come una tigre che si precipita sur una preda, senza saper perchè, nè che mi facessi. Erano le sette. Vidi allora un uomo, un pescatore. Per un movimento istintivo, rinculai di un passo. La vista dell'uomo mi richiamava al pudore della dignità. Quell'uomo mi vide anch'egli e venne a me.
- Brav'uomo, gli dissi, non potendolo evitare, mi sono smarrito nel mettermi sulla via di Lauria. Vuoi accompagnarmi? Ti pagherò la tua giornata.
Il contadino sorrise. Si guardò con precauzione intorno, poi mise l'indice sulle labbra.
- Zitto! io vi conosco. Io era a Campotenese con voi. Non abbiate paura. Che volete?
- Ebbene, amico mio, sì. E poichè tu mi conosci, salvami. Conducimi in casa mia, e ti si darà di che vivere per due anni.
- Non posso, signore. Ho in casa mia moglie che l'è ridotta al pan di frumento (all'agonia). Il curioso (il confessore) è al suo capezzale. Che si direbbe se la lasciassi? Non potrei più rimaritarmi: alcuna donna non vorria più di me.
- Ma almeno..... ma questo.... ma quello....
Tutto che gli dissi, fu inutile. Nulla lo toccò, nulla lo tentò, nulla riscosse quell'uomo. E' si limitò a condurmi alla riva del mare, in un vecchio casolare abbandonato dalla dogana, e mi lasciò quivi per andare in casa sua a cercarmi del pane e vedere se sua moglie era morta. Quel vecchio aveva la testa di San Pietro: una testa ostinata, tenace, violenta, bronzata.
Una mezz'ora dopo, e' tornò, portandomi del pane ed un pesce fritto. Mi dimandò scusa di avermi fatto aspettar tanto. - E soggiunse: che non era colpa sua, che sua moglie veniva giusto allora di spirare, che egli aveva chiusa la porta, coperto il fuoco, allumato una lucerna innanzi la morta, che aveva qualche ora libera da spendere e che poteva accompagnarmi fino a.....
Io udii uno strepito lontano. La notte era venuta completamente. Udii qualche cosa di appena percettibile, che marciava sulla strada consolare. Il rumore si avvicinava, diveniva più distinto. Era una cavalcatura che camminava, un cavallo che galoppava. Il cuore si chiuse, si allargò, si ristrinse di nuovo: "Sono le genti che vengono a catturarmi; il vecchio S. Pietro è andato a denunziarmi.... Che? un nitrito? un nitrito!...."
Mi precipitai fuori, uscii sulla grande strada....
Il mio cavallo mi aveva fiutato. E' mi chiamava....
Mio cugino era stato sorvegliato tutto il dì e non aveva potuto partire senza farsi scoprire.
Io saltai come un tigre sul mio cavallo. Senza toccare nè crine nè staffe, mi sentii in sella. E mio cugino inforcava le groppe. Ero salvo! ero salvo!
Io obliai perfino di dir grazie al mio S. Pietro e di dargli la mia borsa. La gioia è brutale ed ingrata. Quell'uomo è desso restato onesto dopo codesto? Questo pensiero mi ha perseguitato non poche notti. Io credo che sì.
In tutta l'odissea di astuzie che mi ebbi a correre in seguito per sottrarmi alla caccia della polizia, prima di toccar il suolo francese, dovunque, gli è il contadino che io ho trovato il più devoto, il più disinteressato, ed a cui mi sono confidato con più abbandono.
Ma la borghesia!
Ahimè!.....
IX.
Quando giunsi in Basilicata, la reazione vi fioriva. Non vi era altro a fare che nascondermi, uscire dal regno, o farmi impiccare. Quest'ultimo partito mi sorrideva meno di ogni altro, e lo misi da banda senza più.
Mi nascosi dunque e cercai il modo di espatriarmi.
Era mestieri, per questo, d'imbarcarmi. Due mari mi offrivano una via di scampo: l'Adriatico ed il Tirreno, l'uno per condurmi a Roma, ove la mano amica della Francia non aveva ancora strangolata la repubblica; l'altro per lasciarmi arrivare in Francia ove la repubblica agonizzava ancora.
Nel frattempo in cui mi allestivano un imbarco, io dimorava in un castello ove la gendarmeria mi fece l'onore di parecchie visite, avvegnachè io non le contraccambiassi l'onore di riceverla personalmente.... No, la ricevei una volta.
Un giorno, sibariticamente coricato nella spessezza di un muro, leggendo i Pamphlets politiques di Cormenin - un repubblicano morto non ha guari senatore! - io udii quella buona gendarmeria lamentarsi forte della mia poca creanza di non permetterle di guadagnare il premio di 25,000 lire, prezzo a cui l'eccellente prefetto Caracciolo aveva messa la mia testa. Quando quella brava gente ebbe dunque terminato la sua ventesima visita, e la si fu ritirata, la signora della casa invitò il capitano a desinare. Egli accettò.
Il gendarme ed il prete mangiano sempre.
Si chiusero le porte. Dodici domestici della casa, guardiani di campagna, armati fino ai denti, si tenevano nel cortile e nel tinello. Il rispettabile funzionario li aveva sbirciati. Si chiamò a tavola. Seduto a destra della baronessa, ella mi presentò il capitano seduto alla sua manca.
Io non ho mai conosciuto, negli Stati di S. M. siciliana, un più grande galantuomo che quel birro! Cosa strana! in quel paese, le più gangrenite sono le persone da bene!...
Partii infine per recarmi a Barletta.
A qualche chilometro da Bitonto, svolgendo ad un angolo di strada, eccoci faccia a faccia con la gendarmeria. Si aveva avuto sentore che io andava ad imbarcarmi e mi volevano risparmiare il mal di mare. Io portavo, d'ordinario, tutta la barba. Era quindi bastato tagliare i baffi, radere il cranio alle parti volute, prendere una tonaca, procurarmi una lettera di obbedienza, per trasformarmi in capuccino; il più zucco, zuccone, zucconato dei zoccolanti. Un amico si era travestito in mulattiere.
- Zzi mò, mi disse interpellandomi il luogotenente di gendarmeria, siamo bene qui sulla via di Bitonto?
- Mai no, signor capitano, risposi io balbuziando un cotal poco. Vi siete forviati ove è la croce di pietra. Invece di prendere all'est, avreste dovuto imboccare la via al sud. Voi andate a Modugno, per colà.
- Io lo diceva bene, rispose il luogotenente, dando l'ordine di retrocedere.
Io offersi loro dei sigari e del tabacco a fiutare, e mandai la forza pubblica di S. M. precisamente a Modugno.
Noi andammo dritto a Bitonto, ove eravamo attesi.
A mezzanotte, la gendarmeria faceva il diavolo a quattro alla nostra porta. Noi l'aspettavamo cenando. Il padrone di casa fece girare una parte del solaio, ed una piccola scala si offerse ai nostri sguardi. Discendemmo, e ci trovammo in una bella camera di sotto-suolo, preparata per riceverci, il mio compagno e me. La gendarmeria entrò, perquisì, bevve, si confuse in scuse, mangiò parte della nostra cena, e se ne tornò cospettando.
Bisognò rinunziare ad imbarcarmi nell'Adriatico. Mi decisi pel Tirreno.
Traversai tre Provincie e mi recai nel Cilento, in casa di parenti. Fui ricevuto come uno zio povero! Io era adesso travestito da prete, ma che prete!.... Era proprio un gusto a contemplarmi. Ero sporco come una gerla da cenciaiuolo, e con un tantin di zafferano e di succo di liquirizia mi ero dato una squisita itterizia. Io andavo, alla fiera, del resto, per comperar maiali.
Lasciai la notte stessa la casa dei miei cari cugini, che tremavano a scardina denti.
Ritornai a casa questa volta. Quarant'otto ore dopo la gendarmeria capitò di notte a sorprendermi. Essa ebbe perfino il diletto di sfogliare il volume di Victor Hugo, cui io leggeva il dì innanzi, e rimuginò perfino sotto il letto di mia cognata, che agonizzava, e che infatti morì il dì seguente.
Io ero accoccolato sul tetto, in una grondaia, ove ero giunto per una via altra che quella dei gatti, cui avrebbero dovuto prendere anche i gendarmi se avessero avuto la fantasia di venirmi a trappolare. E' se ne andarono borbottando contro i loro spioni - i miei cari compatriotti.
Mi risolsi infine di andarmi ad imbarcare a Napoli, sotto le finestre proprio di S. M. Siciliana, cui Dio abbia nella sua gloria! Traversai quattro provincie, vestito da calderaio adesso, perfettamente imbrattato di carbone, ma perfettissimamente incapace di stagnare una casseruola, quantunque mi avessero dato tre lezioni sulla bisogna. Io però facevo andare i mantici a meraviglia, e seducevo le fanti, affinchè dessero vasellame in copia ad aggiustare. Poi le baciava per mancia.
Entrai a Napoli la sera del 7 settembre 1849, la vigilia della famosa festa di Piedigrotta.
Un'immensa moltitudine arrivava quella sera dai contadi vicino Napoli per avere il sollazzo di ammirare, all'indomani, il suo adorato padrone che si recava in grande gala, in mezzo ad una doppia siepe di Svizzeri, ad un santuario di non so quale Vergine. Io mi indirizzai in casa di uno zio, in via di diventar vescovo, per dimandargli l'ospitalità per una notte. E' mi ricevette come un Turco che ha il gavocciolo, e mi mise fuori dell'uscio alla prima parola. Io turbava la sua pinzocchera o scomodavo la sua serva-padrona. L'amico, che aveva tutto preparato per la mia fuga, mi accolse più decentemente; e la sera seguente, sera di orgia pel popolaccio napolitano, vestito questa volta da dandy, dando il braccio ad una bella signorina, mi andai ad imbarcare a Santa Lucia.
Avevo ora a trattare con contrabbandieri, fior di pesca di galantuomini.
Il capitano del battello a vapore. La ville de Bastie, che doveva condurmi a Marsiglia, non aveva consentito a ricevermi a bordo che in pieno mare, nello stretto di Procida. Le navi francesi erano guardate a vista dalla polizia di S. M. I contrabbandieri mi presero quindi nella loro barca la notte, mediante sessanta ducati. Passai la notte coricato in quella barca, sulla spiaggia, e dormii come un canonico. All'alba, sciogliemmo al largo, e mi andarono a nascondere in una delle grotte sotto il promontorio di Posilipo, ove dovevo restare fino alle quattro pomeridiane.
Io non ho mai visto nulla di così splendido che quelle rifrazioni delle onde del mare scomposte dal sole e riverberate nell'ombra. Una tribù di granchi in bell'umore, diventando un po' troppo famigliari, m'inquietò mica male e m'impedì di dormire.
Alle quattro, i contrabbandieri ritornarono. Ci dirigemmo allora verso il sito convenuto, remando lontano da Nisida, donde i doganieri sorvegliavano, d'accordo, i contrabbandieri.
Il vapore partiva da Napoli alle sei.
I nostri sguardi erano fissi all'orizzonte. "Un pennacchio di fumo per il mondo", avrei sclamato io, se io mi fossi stato Filippo II o Carlomagno. Ma quel pennacchio non compariva. Il sole, ripercosso dal mare, mi aveva bruciato il viso. Avevo la febbre e mi sentivo svenire. L'ora passò. Il vapore non compariva. Che sventura era dunque sopraggiunta?
La pazza della casa trottava, galoppava, volava con la celerità della luce. Mille dubbi, mille sospetti, come a Scalea. I contrabbandieri bestemmiavano come dei teologi ravveduti. Giammai io non aveva udito trattare il paradiso con tanta poca civiltà.
I contrabbandieri, vedendo che la Ville de Bastie non giungeva, che le barche della dogana si staccavano e vogavano verso di noi, volevano senz'altro gittarmi al mare e continuare la pesca delle sardine. Io li addolciva. Affè di Dio! io non mi sapevo che fossi così eloquente e persuasivo! Infine, eccolo codesto fumo tanto sospirato! Il vapore avanza, va presto, presto, prestissimo; e' vola.... E' ci sorpassa.
Il capitano Cambiaggio aveva avuto non so che riotta con la polizia, aveva a bordo un carico di vescovi e di gesuiti, che tornavano al loro nido dopo la caduta della repubblica romana, ed era forte in collera.... Insomma, il capitano mi aveva obliato. Figuratevi, quindi, l'ansia, il terrore che si accasciò su di me vedendo il naviglio allontanarsi a tutto vapore. Avevo creduto aggrapparmi ad un ramo ed avevo stretto un boa! Cominciammo a gridare, ad agitare pezzuole bianche. Infine, un medico francese, il dottore Adolfo Richard, scorse i nostri segni e li fece rimarcare al capitano. Questi si risovvenne allora, pestò e stoppò. Ci avvicinammo.... mi lanciai sul ponte....
Io non avrei mai creduto ad una simile potenza d'avvelenamento dello sguardo umano, se non avessi sostenuto gli sguardi di quei monaci e di quei vescovi, che gremivano le banchette, vedendomi così piovere in mezzo di loro. E' compresero chi io mi fossi, e si sentivano impotenti a bordo. Tre giorni dopo io mettevo il piede sul suolo francese; otto giorni più tardi io mi sentivo sicuro come un re sotto la bandiera della fiera Inghilterra.
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