Giulio Bizzozero
Contro la tubercolosi

CAPITOLO II. Quanti ne uccida la tubercolosi.

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CAPITOLO II.

Quanti ne uccida la tubercolosi.

Difficoltà di conoscere la mortalità prodotta dalla tubercolosi. - Le cifre ufficiali sono assai inferiori al vero. - Ragioni di ciò. - La mortalità è maggiore nella popolazione delle città, e nel periodo più produttivo della vita umana. - La tubercolosi produce gravissimi danni economici e morali. - In Italia è meno frequente che in altri paesi, ma non è, come in questi, in via di diminuzione.

Non è possibile determinare con qualche precisione quante siano annualmente le vittime della tubercolosi.

In molti paesi civili i medici hanno dalla legge l'obbligo, quando denunziano un caso di morte, di aggiungere alle generalità della persona anche la causa della morte. In Italia tale obbligo vige dal 1887 per tutti i comuni del Regno, e ogni anno la Direzione generale della statistica pubblica in un volume il riassunto di tali denuncie, le quali, aggruppate in modo logico, e disposte in tabelle sintetiche, rispecchiano mirabilmente la mortalità delle varie provincie del regno secondo le varie malattie, l'età, il sesso, le condizioni di vita, ecc. della popolazione.

Sono volumi preziosi, perchè col dare una specie di fotografia delle condizioni sanitarie del paese, riescono la guida più sicura per coloro che si adoperano a migliorarle, e se qualcosa a riguardo di essi devesi deplorare, si è che per una non lodevole economia i volumi di questi ultimi anni siano più smilzi e meno ricchi di notizie che non fossero i precedenti.

In questi volumi, in cui le cause di morte sono classificate in un elenco nosologico di 154 numeri comprendenti le malattie generali dell'organismo, le malattie contagiose, le diverse alterazioni di tutti gli organi del corpo e le varie specie di morti accidentali e di suicidii, i numeri dal 28 al 35 riguardano le principali forme di tubercolosi, cioè la tubercolosi generalizzata e le sue manifestazioni locali, la tubercolosi polmonare, la meningea, la tabe mesenterica, la scrofola, il lupus, l'artrite e la sinovite fungosa, la tubercolosi delle ossa.

Inoltre, in quei numeri dell'elenco che corrispondono alle malattie dei singoli organi, è fatta avvertenza ai medici di non inscrivervi le alterazioni tubercolari, sottintendendosi che queste debbano essere raggruppate negli anzidetti numeri 28-35. Parrebbe, adunque, che il conoscere l'entità dei danni dalla tubercolosi dovesse essere la cosa più facile del mondo.

Se per esempio si apre il volume del 1896, a pagine 19 e 20 si trova, che il numero dei morti per qualunque causa fu in tale anno di 758129, e il numero dei morti per tubercolosi fu di 58977, di cui 33302 devonsi ascrivere alla sola tubercolosi polmonare. Con altre parole, di 1000 morti per qualunque causa 77 erano tubercolosi; ovvero, in cifra tonda, i morti per tubercolosi furono un tredicesimo della totalità dei morti.

Se non che la cifra di 59 mila vittime, come contributo che l'Italia paga annualmente alla tubercolosi, è senza dubbio, e di molto, inferiore al vero, ed è ben lontana dall'indicare l'entità dei danni prodotti da questa malattia.

A questa conclusione non è lecito sottrarsi quando si facciano le considerazioni seguenti:

1.° Talora i medici, non tanto per errore di diagnosi, quanto per non spaventare il malato, o per compiacere i parenti, i quali, specie in alcune regioni, considerano come macchia l'avere in famiglia un tubercoloso, designano in vita, e denunciano dopo morte la malattia, non col suo vero nome, ma come bronchite o pneumonite cronica.

Quest'ultima, per verità, non può aumentare di molto la cifra delle tubercolosi, perchè, quantunque si possa ritenere che quasi tutte le pneumoniti croniche che si denunciano siano delle vere tubercolosi, il numero delle morti prodotte da esse nel 1896 supera di poco le 1500.

Ben diverso è il caso della bronchite. Al numero 67 dell'elenco nosologico sovra citato corrisponde l'espressione: bronchite acuta e cronica.

Ora, ammettendo pure che una parte delle morti, così classificate, siano state delle vere bronchiti od anche polmoniti acute, che nulla hanno a che fare colla tubercolosi, è certo che un'altra parte non piccola di esse (credo di non esagerare supponendo la metà) siano state invece delle vere tubercolosi, battezzate, per la ragione anzidetta, col nome di bronchiti croniche o lente.

Siccome nel 1896 il numero dei morti per bronchite fu di 72646, ecco adunque che avremmo più di 30 mila morti da aggiungere ai 59 mila riconosciuti ufficialmente come tubercolosi.

2.° Il riconoscere la natura tubercolare di molte malattie del cervello, del midollo spinale e delle loro membrane, degli organi dei sensi, delle membrane sierose, dell'intestino, dei reni, ecc., è spesso assai difficile o addirittura impossibile anche per chi esamina con diligenza grandissima il malato, e può e sa adoperare i mezzi più fini e gli strumenti più delicati per arrivare alla diagnosi della malattia.

Ora, pur troppo, nella grande maggioranza dei casi, il medico non si trova in queste favorevoli circostanze. Ve lo figurate voi un povero medico condotto, che deve lavorare di gambe tutto il giorno per visitare almeno i malati più gravi, o un medico d'ospedale che ogni mattina dispensa ricette a centinaia di malati, il quale abbia tempo e lena di consacrare delle ore a determinare se una data malattia dei reni o del cervello sia di natura tubercolare, oppur no? Come si potrebbe esigere tanta finezza d'esame, che, del resto, non suole avere grande influenza sulla cura?

Il medico, costretto a tagliar corto, ascrive alla categoria comune anche dei morti che, invece, avrebbero dovuto essere elencati nella tubercolosi.

Non è neanche lontanamente possibile di congetturare a quanto possa salire la cifra di quelli, che a questo modo vengono sottratti alla tubercolosi; certo si tratta di diecine di migliaia.

3.° Ai 59 mila morti dati dall'elenco nosologico dovrebbero pure essere aggiunti tutti quegli altri, in cui la tubercolosi non produsse direttamente la morte, ma determinò lo sviluppo della malattia che fu causa della morte, ovvero aggravò fino all'esito letale una malattia di diversa natura, che senza la coesistente tubercolosi sarebbe passata a guarigione. Qui, ancor meno che nei casi precedenti, è possibile calcolare di quanto queste morti accrescerebbero la cifra delle vittime della tubercolosi.

4.° Per ultimo, a carico di questa malattia devono anche essere messi tutti quei casi, di numero affatto ignoto, in cui una malattia tubercolare, dopo disturbi più o meno gravi e lunghi, finì col passare alla guarigione, oppure cessò di progredire. Non produsse la morte, ma diede luogo a non lieve danno individuale e sociale, sottraendo l'individuo per un tempo di solito assai lungo al lavoro, e talora lasciandolo debole e meno produttivo per tutta la vita.

Queste considerazioni ci spiegano, perchè sia tanto difficile precisare i danni prodotti dalla tubercolosi.

A qualcuno, però, potrebbe sembrare possibile di raggiungere lo scopo per singole città, determinando dapprima nell'ospedale della città stessa la proporzione fra il numero dei morti di tubercolosi e quello dei morti per qualsiasi malattia, e poscia applicando il rapporto ottenuto al numero totale annuo dei morti della città. Sapendosi, per esempio, che nell'ospedale il rapporto è da 1 a 5, se il numero annuo dei morti per qualsiasi malattia nella città è di mille, il numero fra essi dei tubercolosi sarà di un quinto, cioè di duecento.

Ma, anche operando così si ottengono risultati inesatti, perchè, essendo la tubercolosi una malattia cronica e frequente, gli ospedali, a seconda delle loro tavole di fondazione, ora favoriscono, ora, e ciò accade più spesso, ostacolano l'accettazione dei tubercolosi, sicchè il numero di questi, di fronte ai malati di altra natura, non è nell'ospedale nella stessa proporzione che si riscontra nella città. Se ne vuole un esempio?

Il prof. Foà su 4200 morti esaminati a Torino nel suo Istituto, ne trovò 890 tubercolosi; si avrebbe quindi una proporzione del 21,4 per cento, cioè più di un tubercoloso ogni 5 morti di qualsiasi malattia.

Quantunque questa proporzione sia superiore quasi del triplo a quella fornita dalla statistica per la totalità del Regno, giacchè questa , come s'è veduto, soltanto il rapporto da 1 a 13, tuttavia il Foà stesso fa notare, che la cifra da lui data dei tubercolosi, se si volesse applicare alla popolazione di Torino, sarebbe ancora di molto inferiore al vero, poichè nel suo Istituto non vengono sezionati i morti dell'ospedale di San Luigi, il quale ricetta prevalentemente i tubercolosi.

Che la sua supposizione sia giusta, che la frequenza della tubercolosi sia molto maggiore di quella finora ammessa sul fondamento delle denuncie mediche, vien dimostrato da altre statistiche anatomo-patologiche.

Il dottor Müller a Monaco trovò che tanto fra gli adulti, quanto fra i bambini, il 30% delle morti è dovuto alla tubercolosi; e questa cifra, pure già così alta, è ritenuta troppo bassa da Goldschmidt e Luxenburger, i quali fanno osservare che nell'ospedale di Monaco si accettano di preferenza le malattie acute. Essi, invece, giovandosi del materiale del Policlinico della stessa città, trovarono, che, su 100 morti d'età superiore ai 15 anni, soltanto 20 non avevano traccia alcuna di tubercolosi; quanto agli altri 80, in 44 la tubercolosi era stata direttamente causa della morte, in 12 essa era ancora in progresso e i malati erano morti per altre cause, in 24, infine, era arrestata o guarita.

Cifre poco diverse ottenne Schlenker nell'ospedale cantonale di San Gallo in Isvizzera. Sopra 100 morti d'ogni malattia e d'ogni età, 66 erano tubercolosi; di questi 66, poi, 35 erano effettivamente morti di tubercolosi, 4 erano morti di malattie d'altra natura, ma fortemente influenzate dalla coesistente tubercolosi, 27 presentavano tubercolosi arrestata o latente.

Questa statistica è un po' meno grave della precedente, ma convien notare che la popolazione di San Gallo vive in condizioni assai migliori di quella di Monaco, e che lo stesso Schlenker fa osservare, che nell'ospedale di San Gallo si cerca di non accogliere i malati cronici incurabili.

Tanto maggiore quindi è l'importanza del fatto che più di un terzo delle morti vi è dovuto alla tubercolosi, e solo un terzo dei morti vi è immune da tubercoli.

Ma non basta! Chi vuol rendersi conto più esatto della terribile influenza che la tubercolosi esercita sulle popolazioni, deve mettere a calcolo anche i due fatti seguenti:

1.° La maggior violenza della malattia si spiega nelle grandi città; vale a dire nei focolai più attivi e preziosi dell'attività umana. Ad esempio, ecco la mortalità per tubercolosi in rapporto a 10 mila abitanti verificatasi nell'anno 1896 in alcune grandi città italiane, paragonata con quella dei Comuni minori del Regno.

 

Padova

44,5

Napoli

29.2

Venezia

34,6

Firenze

27,4

Bologna

33,6

Torino

23.9

Genova

33,2

Palermo

22,2

Roma

30,4

Comuni minori

17,1

Milano

29,3

 

 

Una lugubre statistica, e recentissima, che illustra dolorosamente le condizioni sanitarie della popolazione lavoratrice delle grandi città, è quella degli operai delle piccole industrie di Vienna.

Due terzi di essi, in media, muojono di tubercolosi, con questa differenza fra le diverse categorie, che nei fabbricatori di pettini e ventagli la mortalità sale fino al 75 per cento, nei sarti al 72, nei tappezzieri al 71,4, nei calzolai al 71,2, ecc., mentre nei fornai si riduce al 43,9, e nei pasticcieri al 33,3 per cento. E se muojono in grandissimo numero, muojono anche in fresca età, giacchè l'età media dei morti varia fra un minimo di 25 anni pei pasticcieri e un massimo di 41,1 pei fornai.

2.° Se si prescinde dalla prima, infanzia, il maggior numero delle vittime è mietuto nel periodo di vita che va dai 15 o 20 ai 60 anni, cioè nell'età in cui l'uomo è più proficuamente operoso.

Ecco, infatti, suddivisi per gruppo d'età, i morti in Italia per tubercolosi generale e locale nei quattro anni 1890-91-95-96. Nella prima linea abbiamo il numero assoluto dei morti; nella seconda, invece, il numero proporzionale ad un milione di viventi della stessa età; per esempio, leggendo la prima colonna si vede che nei quattro anni suddetti sono morti 54 479 bambini d'età inferiore a cinque anni, vale a dire che sopra un milione di bambini di quell'età, ne sono morti 3511 di tubercolosi.

 

 

0-5 anni

5-10 an.

10-20 an.

20-40

Numero assoluto

54 479

12 611

32 523

86 887

   » proporzionale

3 511

969

1 410

2 381

 

40-60

60-80

oltre 80

Totale

Numero assoluto

36 363

12 464

652

235 979

   » proporzionale

1 471

1 190

858

1 902

Questa tabella mentre ci dimostra la frequenza della malattia nel miglior periodo della vita umana, attesta pure due fatti, che in genere sono poco noti: il primo, che la tubercolosi presenta il suo massimo di mortalità nei bambini; il secondo, che anche l'età avanzata ne è bersagliata discretamente.

Del resto, a questo riguardo esistono differenze fra i diversi paesi; in Baviera, per esempio, il massimo di mortalità non è, come da noi, fra i 20 e 40 anni, ma fra i 50 e i 70; e prendendo in considerazione tutta la Germania, addirittura più di un terzo delle persone che vi muojono fra i 15 e 60 anni cade vittima della tubercolosi.

Anche presentemente di mille operai tedeschi dai 20 ai 30 anni invalidi al lavoro, 534 devono l'invalidità alla tubercolosi.

Da queste cifre si può dedurre il danno economico portato dalla tubercolosi in un paese. Esso è incomparabilmente più grave di quello della più parte delle malattie contagiose, non solo perchè colpisce un maggior numero di vittime, e le sceglie nell'età più produttiva (mentre per es. il morbillo, la scarlattina, la tosse ferina, la difterite, il vajuolo infieriscono a preferenza nell'infanzia), ma anche perchè la tubercolosi è fra le malattie che hanno decorso più lungo, e suole produrre una incapacità al lavoro che dura degli anni.

Secondo studi fatti dal dott. Linke su di un materiale statistico così esatto qual'è quello che viene fornito dalle casse pei malati, nella sola Lipsia e suoi dintorni la perdita annua complessiva in salari d'operai (uomini e donne) dovuta alla tubercolosi, supera i tre milioni di marchi.

Si metta in proporzione questa cifra, data da una sola città, col complesso delle città d'un paese, poi si aggiungano le spese di mantenimento e di cura dei malati, e si vedrà se non siano delle centinaia di milioni che ogni anno vanno perduti a cagione della tubercolosi.

va trascurato un danno indiretto tutt'altro che leggiero. Siccome la malattia uccide a preferenza nel fior degli anni, spesso il povero tisico lascia dei figli ancor piccini, ai quali viene così a mancare la guida morale, e sovente anche l'unico sostegno economico. Dal che risulta non di rado un abbassamento nel livello sociale dei figli, e talora la rovina completa della famiglia.

In Italia la piaga della tubercolosi è alquanto meno grave che in Germania e negli altri paesi nordici.

Ecco, secondo le statistiche ufficiali, quale sarebbe stato nelle diverse nazioni e per milione di abitanti la mortalità per le varie forme di tubercolosi nei sei anni 1887-92:

 

Italia

1964

 

Scozia

2524

Svizzera

2107

 

Prussia

2897

Inghilterra

2290

 

Austria

3720

Ma a queste cifre convien dare un'importanza molto relativa, perchè le statistiche dei diversi paesi, compilate su elenchi nosologici differenti, non sono, per quanto riguarda il nostro argomento, paragonabili fra loro, e perchè le statistiche ufficiali, e specialmente le nostre, per le ragioni che abbiamo vedute, devono essere molto inferiori al vero.

Questa posizione relativamente fortunata dell'Italia rispetto alle stragi della tubercolosi trova di certo tra le sue cause principali la mitezza del clima, che consente per tutto o quasi tutto l'anno di vivere all'aria aperta, e il predominare della popolazione agricola.

Sono influenze benefiche indipendenti da noi e alle quali abbiamo saputo aggiungere ben poco. Sì, convien confessarlo, mentre parecchie altre nazioni europee in questi ultimi decennii hanno saputo diminuire non lievemente la loro mortalità per tubercolosi, noi siamo rimasti quasi stazionari.

Ecco quale fu, per milione d'abitarti, la mortalità nostra, sia pel complesso di tutte le forme di tubercolosi, sia per la sola tubercolosi polmonare:

 

 

1887

1888

1889

1890

1891

Tubercolosi d'ogni specie

2110

2135

2133

2021

2000

Tuberc. polmonare

1078

1084

1064

1071

1010

 

1892

1893

1894

1895

1896

Tubercolosi d'ogni specie

1971

1911

1902

1920

1917

Tuberc. polmonare

1022

977

1022

1024

1068

La piccola diminuzione ottenuta venne data quasi per intero dalla tubercolosi intestinale e mesenterica, che è discesa gradatamente da 462 casi nel 1887, a 232 nel 1896; la forma più devastatrice, la tubercolosi polmonare, è rimasta stazionaria.

Questo forma uno spiccato contrasto colle altre malattie contagiose, come la scarlattina, il vajuolo, la difterite, la febbre tifoidea, le quali, dall'applicazione della legge sanitaria del 1888 in poi, andarono progressivamente diminuendo.

Il che dimostra che ben altri provvedimenti, ben altra energia, ben altra tenacia, si esige per combattere la tubercolosi. Ma troveremo noi forse in ciò una ragione per starcene colle mani in mano, e non, invece, un incentivo a raddoppiare gli sforzi?

È egli concepibile, che una popolazione intelligente e svegliata quale abbiamo in Italia, s'acconci a questo triste stato di cose, e continui ad assistere inerte alle stragi di questo insaziabile flagello?

Il quale, in Italia, e fuori d'Italia, uccide assai più di tutte le altre malattie contagiose messe insieme, e in un sol anno di andamento normale, fa più vittime che non la guerra più sanguinosa.

Chi non ricorda le stragi del colera? Ebbene in quarant'anni (dal 1831 al 1870) in Prussia il colera non uccise che 343 mila persone, mentre nello stesso tempo la tubercolosi ne spense più di 3 milioni e mezzo. La gran guerra del 1870 costò alla Germania 43 mila vite, mentre, a dir poco, ogni anno la tubercolosi ne sacrifica un numero 4 volte più grande.


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