Giulio Bizzozero
Contro la tubercolosi

CAPITOLO III. Natura e vie di diffusione della tubercolosi.

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CAPITOLO III.

Natura e vie di diffusione della tubercolosi.

L'opinione che la tubercolosi sia contagiosa è antichissima. - Provvedimenti legislativi del secolo scorso contro il contagio. - La contagiosità venne negata, e i provvedimenti aboliti nel presente secolo. - Villemin e la dimostrazione sperimentale della contagiosità. - Koch e la scoperta del bacillo tubercolare. - Vie per le quali i bacilli entrano nel sano a comunicargli la malattia.

La tubercolosi perseguita l'umanità dai tempi più remoti, e fino dai tempi più remoti datano gli sforzi dell'uomo per combatterla. La natura di questi sforzi doveva mutare, di necessità, a seconda del concetto che i medici dell'epoca o del paese si erano fatto della malattia, e specialmente dell'opinione che professavano riguardo alla sua contagiosità.

Intorno alla quale le controversie furono vivacissime, senza che potessero trovare una soluzione definitiva nei risultati dell'osservazione e dell'esperienza; poichè i metodi di indagine, di cui allora poteva disporre la scienza, non erano tali da poter condurre a conclusioni sicure.

Se anche ci limitiamo a considerare i tempi più vicini a noi, troviamo che nella seconda metà del secolo scorso in Italia era generale la credenza che la tubercolosi, massime nella sua forma più comune di tisi polmonare, fosse di natura contagiosa; e, in ossequio a questa credenza, noi troviamo nel Granducato di Toscana, nella Repubblica veneta, negli Stati della Chiesa, nel Regno di Napoli, ecc., pubblicati degli editti in cui venivano prescritte norme rigorosissime per evitare il contagio; norme che, per buona parte, salvo naturalmente i miglioramenti introdotti poi dalla scienza, consuonano con quelle patrocinate dagli igienisti d'oggidì.

Vi troviamo, infatti, l'obbligo pel medico di denunciare ogni malato di tubercolosi; ordinate le precauzioni da usarsi nell'assistere il malato, allo scopo di procurargli aria pura e di renderne innocui gli sputi, in cui principalmente si riponeva il principio contagioso della malattia; prescritte le pratiche di disinfezione da usarsi in caso di morte, sia riguardo alla camera, sia riguardo agli oggetti letterecci, alla biancheria, agli abiti dei defunti.

Il tutto – è bene aggiungerlo – sotto la sanzione di pene severissime. Nell'editto di Ferdinando IV di Napoli, promulgato il 3 settembre 1782, si comminava a coloro che si fossero opposti alle disinfezioni, se ignobili, tre anni di o di presidio, se nobili, tre anni di castello e 300 ducati di multa; la stessa pena pecuniaria ai medici che non facessero le denuncie, e 10 anni di relegazione in caso di recidiva; ai compratori di robe infette tre anni di galera, e ai venditori lo sborso del valore triplo degli oggetti venduti, ecc.

Anche la Repubblica Veneta coll'editto 24 dicembre 1772 era larga di tratti di corda, di prigione, di galera ai trasgressori2.

Non saprei dire quanto vantaggio abbiano recato queste prescrizioni, le quali, del resto, non erano che la ripetizione d'altre prescrizioni più antiche, e neppure saprei dire se fossero diligentemente applicate.

Non durarono però a lungo (in Toscana, il Granduca Pietro Leopoldo le revocava nel 1783), non tanto perchè, essendo troppo vessatorie, non potevano non suscitare lamentele e reazione, quanto perchè le idee della maggioranza dei medici intorno alla natura della tubercolosi subirono una radicale trasformazione alla fine del secolo passato e al principio del nostro. Mentre dapprima predominavano le teorie contagioniste, a poco a poco presero il sopravvento le teorie contrarie.

Interpretando meno che rettamente i risultati ottenuti nell'esame dei cadaveri, si volle vedere nel tubercolo null'altro che la conseguenza di una infiammazione, null'altro che il prodotto di un'irritazione, che ha esercitato la sua azione su di una parte predisposta, a cagione di debolezza congenita o acquisita, a sentirla in un modo speciale.

Ammessi questi principii, si comprende come la prevenzione della tubercolosi si dovesse ricercare in provvedimenti ben diversi dall'isolamento dei tubercolosi e dalla disinfezione delle loro robe; chè, anzi ogni prescrizione in questo senso era ritenuta superflua e sconsigliata.

Tutto si riduceva a rinforzare la costituzione dell'organismo, e ad evitare le irritazioni di qualunque natura, specie quelle delle parti che sono sede prediletta dei tubercoli, come le vie aeree e i polmoni.

Questi erano i concetti cui s'informavano le discipline sanitarie della prima metà di questo secolo, e che dominavano ancora in tutta Europa poco più di trent'anni fa. A quei tempi, così poco discosti dagli attuali, i tisici si tenevano senza precauzione in mezzo agli altri malati ed ai sani, lasciando così campo libero al diffondersi del contagio; una lotta efficace contro la tubercolosi era considerata come una utopia.

Ma un esperimento semplicissimo, fatto sugli animali, da un professore quasi ignoto di Strasburgo, venne a sconvolgere tutto ciò, e a dimostrare in modo certo, indiscutibile, la natura infettiva della tubercolosi. Il professore Villemin nel 1865, inoculando sotto la pelle di conigli sani e robusti un po' di materia tubercolare tolta dall'uomo, vide che gli animali ammalavano e morivano di tubercolosi.

La notizia di questo esperimento ebbe una eco immensa nel mondo scientifico; un'eco tanto più potente, in quanto che il suo risultato colpiva a morte la dottrina allora dominante.

L'esperimento venne ripetuto in ogni parte del mondo, e dopo un periodo di risultati contradittorii, dovuti alla facilità con cui degli elementi perturbatori entrano nel ciclo dei fenomeni presentati dall'organismo inoculato, si venne ad una conclusione concorde: 1.° l'innesto di materie tubercolari in animali suscettibili di ammalare di tubercolosi, produce in questi la malattia; 2.° l'innesto di materie di natura non tubercolare non produce mai tubercolosi: 3.° l'innesto di alcuni materiali eliminati dal malato di tubercolosi, per esempio dello sputo nella tisi polmonare, produce tubercolosi3.

Ecco, adunque, che una controversia agitata calorosamente fra i medici, non dirò per secoli, ma per millenni, una controversia d'importanza capitale per l'umanità, perchè riguarda la difesa in una guerra continua, implacabile, che le costa ogni anno milioni di vittime, veniva risolta in modo indiscutibile da un facile esperimento fatto sugli animali.

È il miglior argomento di meditazione che si possa raccomandare ai membri della Società contro la vivisezione, i quali, per amore degli animali, non vorrebbero che l'uomo si giovasse di questo mezzo indispensabile per conoscere stesso e difendere la propria vita.

Gli esperimenti del Villemin hanno fornito la base su cui posa la teoria della tubercolosi, dimostrandola malattia infettiva, trasmissibile per contagio. Essi però non sono valsi a determinare in che propriamente consista quel materiale contenuto nella sostanza tubercolare, quel virus, come si dice dai medici, che ha la facoltà, quando venga introdotto in un animale sano, di trasmettergli la malattia. È forse una sostanza chimica? È un microbio?

Questo punto essenziale della questione venne risolto dalle famose ricerche di Koch, di cui venne data notizia al mondo scientifico nel 1882. Koch trovò che il virus tubercolare è rappresentato da un bacillo sottilissimo, piuttosto lungo, non dotato di mobilità, il quale può venir coltivato fuori dell'organismo animale, pur conservando la facoltà, quando venga inoculato in un animale sano, di riprodurvi tutti i fenomeni della malattia.

La scoperta di Koch ha così integrato quella di Villemin, dando forma e significato di essere vivente a quel quid misterioso che si nascondeva sotto il nome di virus.

BACILLI TUBERCOLARI

Nella metà inferiore i bacilli sono ingranditi 400 volte, e stanno fra i globuli purulenti dello sputo; nella metà superiore sono disegnati ad un ingrandimento assai più forte.

 

Coll'esperimento d'inoculazione e con la ricerca e la coltivazione dei bacilli, non solo si era accertata la natura infettiva e la contagiosità della tubercolosi, ma si erano dati in mano ai medici i mezzi di determinare per quali vie la tubercolosi si trasmetta. Non solo si era risolto il problema scientifico, ma si era aperta una buona via per arrivare alla prevenzione della tubercolosi, perchè è evidente che, conosciuti i veicoli pei quali il bacillo entra in noi, si sarebbe forse riusciti a tagliargli la strada.

Si può immaginare con quanto zelo, con quale entusiasmo gli studiosi si sieno messi al lavoro, e fortunatamente per l'umanità l'esito coronò i loro sforzi.

Anzitutto venne assodato che il bacillo tubercolare non è di quei microbi che, come quello del carbonchio, possono facilmente trovare condizioni favorevoli alla loro moltiplicazione indefinita anche fuori dell'organismo animale, nel mondo che ci circonda.

Fuori del corpo esso trova ostacolo: 1.° nella temperatura, giacchè non si moltiplica che fra i 30° ed i 41° C.; ora, nei nostri climi questa temperatura si ha di raro nell'estate, e quando si ha, facilita il disseccamento della sostanza contenente i bacilli e quindi impedisce la loro moltiplicazione; 2.° nella difficoltà di trovare delle sostanze che siano adatte alla sua nutrizione; 3.° nella lentezza con cui si sviluppa, la quale permette ai microbi comuni, innocui, che si trovano dappertutto ed hanno una energia di sviluppo incomparabilmente maggiore, di soverchiarlo e d'impedire ogni ulteriore sua moltiplicazione.

Ognuno comprende la straordinaria importanza di questi fatti. Non potendo i bacilli vegetare indefinitamente fuori del corpo animale, la loro presenza nel mondo esterno sarà limitata a quei punti in cui si trovano gli animali che li producono e li diffondono intorno a , e meno difficile quindi sarà il distruggerli.

A questa circostanza a noi favorevole se ne oppone un'altra a nostro danno. Il bacillo ha una grande tenacità di vita: venne trovato ancora vivo e virulento in sputi disseccati da parecchi mesi. Pertanto, considerato il numero grande di malati di tubercolosi che lo diffondono, si potrebbe credere che il bacillo fosse nel suolo, nell'aria, dappertutto nei luoghi abitati, e che quindi dappertutto si fosse in pericolo di essere colpiti dalla malattia. Fortunatamente l'esperienza ha dimostrato che questa supposizione è infondata.

Il bacillo disseccato può conservare a lungo la sua virulenza nelle case e nei luoghi oscuri, mentre nell'aria libera delle piazze, delle strade e dei giardini la probabilità di contrarre la malattia è quasi nulla, sia perchè i bacilli sono enormemente diluiti nel gran volume d'aria che continuamente lambisce la superficie della terra, sia perchè vengono trascinati dalle piogge, sia, e questo è il più, perchè vengono rapidamente uccisi dalla luce. La luce diretta del sole toglie loro la vita in meno di ventiquattro ore.

Vediamo ora in qual modo i malati di tubercolosi possano diffondere la malattia.

Un certo numero di bacilli, che si sono moltiplicati nell'interno del loro corpo, se ne allontanano nei materiali che i malati continuamente eliminano, e così, giunti nel mondo esterno, possono trovare presto o tardi l'occasione d'entrare in individui sani e d'infettarli. A questo riguardo, però, v'è notevole differenza a seconda della via che tennero per abbandonare l'organismo in cui furono prodotti.

Anzitutto è assodato, che l'aria espirata dal tubercoloso non è veicolo di contagio, perchè in essa non si riuscì mai a trovare bacilli. Non v'è gran che da temere neanche dalle materie eliminate per l'intestino o dalle orine, perchè, per ragioni facili a comprendersi, nessuno trascura le maggiori cautele per non insudiciarsene, e, ove ciò non gli riesca, provvede con una buona lavatura. Se poi questi materiali accidentalmente andassero ad inquinare delle acque potabili, è difficile succeda un contagio per mezzo di queste, sia perchè i bacilli vi avrebbero a lottare con molte influenze nocive, sia perchè vi sarebbero in uno stato di diluzione enorme, sia perchè il tubo gastro-intestinale degli adulti, ove penetrerebbero coll'acqua, non è terreno gran fatto favorevole all'attecchire dei bacilli.

L'unico veicolo veramente importante del contagio da uomo a uomo è lo sputo, il quale contiene quantità grandissima di bacilli, in parte morti, in parte vivi e virulenti, sicchè, inoculato in conigli o in porcellini d'India, colla più grande facilità loro comunica la malattia.

Ma, si dirà, lo sputo non vien reso innocuo da quelle stesse condizioni che valgono per le materie eliminate dall'intestino? Forse che quello è meno ripugnante di queste, e noi lo trattiamo con minore precauzione? Una differenza nel modo di trattarli esiste proprio, e noi vedremo quanto prima che cosa in proposito ci abbia insegnato un'oculata esperienza.

La nostra difesa contro la tubercolosi sarebbe affatto insufficiente se ci guardassimo soltanto dagli uomini. Anche molte specie animali vengono colpite dalla tubercolosi, quantunque non tutte presentino per essa eguale predisposizione. Poca ne presentano i cani, molta i porcellini d'India, i conigli, i maiali, le scimmie e gli animali bovini. Ora, non è egli possibile che gli animali trasmettano la malattia agli uomini, come succede per altri contagi, quali il carbonchio, il moccio, la rabbia?

L'esperienza ha risposto affermativamente, ma, intendiamoci bene, quasi esclusivamente per una sola specie animale, poi bovini, i quali, pur troppo, contraggono di frequente la tubercolosi, e sono in grado di trasmettercela col latte e colla carne. Ecco, adunque, un'altra importante sorgente d'infezione, di cui devesi tener conto quando si studino le misure da prendere per limitare la diffusione della tubercolosi.





2 Già Isocrate (morto 338 anni avanti Cristo) nell'orazione detta eginetica dava il consiglio d'andare cauti nell'assistere i tisici, perchè molti nell'assidua continuazione del pietoso ufficio avevano contratto lo stesso male e ne erano periti. Pressochè nel medesimo tempo, Aristotile, non solo avvertiva il fatto, ma cercava di spiegarlo. E la sua opinione veniva ribadita da Galeno, e così trasmessa per lungo volgere di secoli dalle più celebri scuole mediche arabe ed europee, che giuravano nelle parole del grande maestro. Nel cinquecento perduravano le stesse credenze, e Fracastoro, polemizzando con Giacchini di Pisa, contrario al contagio, faceva rilevare come non pure la persona del tisico, ma le sue vesti, la camera e il letto possano trasmettere la malattia. si mutava l'opinione nel seicento, poichè, anzi, troviamo negli scritti del tempo numerosi documenti, che dimostrano come essa avesse corso anche fra i profani. Niuna meraviglia, adunque, che continuasse anche nel secolo successivo, e ad essa s'informassero i provvedimenti dell'Autorità, diretti a combattere la diffusione della malattia.

Alfonso Corradi, in un lavoro, che la morte gli troncò a mezzo, e venne poi pubblicato, incompiuto com'era, nel giornale della R. Società Italiana d'Igiene del 1892, raccolse copiose notizie riguardanti le «vicissitudini dei concetti e dei provvedimenti intorno al contagio della tisi polmonare». Sono pagine che si leggono con vivo interesse, e destano nell'animo due opposti sentimenti: un sentimento di profonda e gradevole meraviglia, vedendo come fino dalla metà del secolo scorso gli Stati italiani, che allora vantavano medici insigni, avessero idee così esatte rispetto alla natura contagiosa della tubercolosi, e precedessero gli Stati più civili nel prendere contro di essa dei provvedimenti legislativi, che oggi ancora, dopo un secolo e mezzo, rappresentano un desiderio vivo, ma in gran parte insoddisfatto, degl'igienisti (denuncia obbligatoria, disinfezione pure obbligatoria durante la malattia e dopo la morte, ecc.); poscia un sentimento di dolore nel pensare ai milioni di vittime che sarebbero state risparmiate, se dei bislacchi sistemi di medicina (scomparsi per sempre, grazie al cielo, dinanzi alla scienza sperimentale) non avessero per quasi tutto il secolo nostro trionfato della teoria del contagio.

Perchè il lettore possa meglio essere persuaso dell'accordo fra le prescrizioni del secolo scorso e quelle che si richiedono dalla scienza dell'oggi, trascrivo qualche brano dell'editto emanato l'11 novembre 1754 dal Magistrato di Sanità di Firenze.

I. Che ciascheduno medico o cerusico del Granducato di Toscana, sia tenuto ed obbligato indispensabilmente, a denunziare, in Firenze, al tribunale della Sanità, e nelle altre provincie ai Governatori, Commissari e Giusdicenti, che hanno giurisdizione criminale (che avranno l'obbligo di darne avviso al Magistrato suddetto), ogni ammalato, che sia vero tisico confermato, sotto pena in caso di trasgressione, di scudi 100, ecc.

II. Avute le ordinarie denuncie, si assume il Magistrato di procedere all'inventario, per mezzo de' suoi ministri, di qualunque cosa esistente nella camera dell'infermo attaccato dal precitato male, e che servisse e potesse servire per uso del medesimo, e in ispecie de' panni lini e lani, materasse, sacconi, coltroni, coperte o altro che si trovi nel letto, vasi, sedie ed ogni altro utensile, ecc., per farne il necessario spurgo in caso seguisse la morte dell'infermo.

III. Vuole che, seguìta la morte del tisico, chi avrà assistito al medesimo, e a cui saranno state consegnate le robe inventariate, sia obbligato a denunziar la roba ne' rispettivi suddetti tribunali.

IV. Proibisce ai proprietari delle case dove abitano i tisici denunziati, di poter licenziare dalle medesime tali pigionali, e perchè il male non si dilati e serpeggi, e per assicurare quei miserabili dal risico di non trovare altra casa ove ricoverarsi.

V. Proibisce agli eredi di tali infermi il poter vendere ai rigattieri o rivenditori, ecc., durante un mese dopo la morte, in cui si ordina gli spurghi necessari, alcuna cosa di quelle che hanno servito ad uso dei predetti malati.

Oltre ciò, l'editto prescriveva le diligenze da usarsi tanto durante la malattia, quanto dopo seguìta la morte. E però voleva fosse cura degli assistenti al tisico:

I. Di lasciare di tempo in tempo l'ingresso libero all'aria nella di lui camera.

II. Di procurare che l'ammalato non sputi altrove che in vasi di vetro o di terra invetriata; che questi spesso si mutino e si lavino; e che ogni giorno si allontanino dalla camera dell'infermo le altre separazioni.

Seguivano poi le prescrizioni per la disinfezione della camera, dei mobili e delle robe del morto:

III. Dopo la morte siano lavate con ranno bollente, almen due volte le biancherie che hanno servito a' tisici, i panni di lana lavabili ed i gusci delle materasse e dei guanciali, e che si lavi e batta la lana, esponendola all'aria; il che dovrà farsi anche alla piuma.

IV. Si spieghino all'aria, in luogo ventilato le vesti ed ogni genere di tappezzeria non lavabile, e si scuotano e spazzolino, astergendoli superficialmente con panni lini puliti.

V. I mobili di legno e di metallo, vasi e istrumenti, ecc., siano lavati e stropicciati almeno due volte, tenendoli pure esposti all'aria per qualche tempo.

VI. Il pavimento della camera si lavi almeno per due volte, e si imbianchi la muraglia tutta, tenendo per qualche tempo le finestre e le porte aperte, acciò possa l'aria dissipare affatto ciò che restasse d'infezione nella camera medesima.

la prevenzione della tubercolosi si affidava soltanto all'opera dei governanti; a questa si cercava d'aggiungere la diligenza dei privati. Infatti il collegio medico fiorentino suggeriva di avvertire il popolo «delle più reali cagioni di questo male, che sono gli sfoghi del petto, o gli errori del vitto, e più d'ogni altro le infreddature e le tossi incautamente acquistate e stolidamente neglette, le quali non essendo ben curate nel loro principio quando nel capo o nelle fauci si manifestano, si estendono poi per la continuazione dei canali dell'aria dentro ai polmoni». Raccomandava altresì «la nettezza dei luoghi e delle persone, poichè è certissimo che una delle più frequenti cagioni della pronta propagazione delle malattie popolari perniciose è la immondizia; mentre è manifesto sempre più mantenersi costante la comune sanità, dove maggiore è la pulitezza».

Appare da queste citazioni, che dei tre fondamenti dell'attuale difesa contro la tubercolosi, consistenti nel diminuire la predisposizione dell'organismo a riceverla, e nell'evitare la trasmissione del contagio, abbia essa luogo per mezzo dello sputo dei malati o per mezzo del latte di mucca, gli italiani del secolo scorso conoscevano già i due primi e più importanti, cioè quelli che potevano essere fatti palesi dalla semplice accurata osservazione clinica. Non era possibile che essi avessero notizia del terzo, perchè la tubercolosi nelle vacche ha un modo di manifestarsi ben diverso dalla umana, e la parentela fra le due forme non poteva essere dimostrata che per mezzo dell'esperimento sussidiato dall'esame microscopico; e a quei tempi la microscopia era ancora una terra incognita per la medicina.



3 Nel propugnare la dottrina della contagiosità della tubercolosi, scoperta dal Villemin, ebbero parte importante alcuni italiani, quantunque del loro nome non si faccia cenno nella più parte degli scritti italiani e stranieri, che vennero pubblicati anche recentemente su questo argomento.

Quando ancora dai più si combattevano le conclusioni del Villemin, esse trovavano caldi sostenitori nel prof. Mantegazza a Pavia, e nei dott. Verga e Biffi a Milano. Questi ultimi con numerosi esperimenti comunicati all'Istituto Lombardo nel 1868 e 1870, e fatti con tutte le cautele, in modo da mettersi al sicuro delle cause di errore che avevano fuorviato altri sperimentatori, hanno messo fuor di dubbio il principio dell'esistenza del contagio e della sua specificità. Io poi, che da essi e da Mantegazza aveva avuto gli organi alterati degli animali innestati, ho pel primo minutamente descritto, pure nei Rendiconti dell'Istituto Lombardo del 1867, la struttura microscopica dei noduli prodotti dall'innesto, e dimostrato anche per questa via la loro natura veramente tubercolare.

Più tardi, nel 1872, l'Armanni di Napoli aggiunse un nuovo argomento a favore della teoria infettiva della tubercolosi, dimostrando specialmente coll'innesto nella cornea degli animali, che, al pari delle altre infezioni, anche la tubercolosi ha un periodo d'incubazione: vale a dire, che fra il giorno dell'innesto e quello in cui appaiono le prime manifestazioni morbose trascorre di regola un periodo di 15 o 20 giorni, nel quale la parte innestata non presenta alcun indizio di malattia, ed è del tutto scomparsa anche la lieve ferita prodotta dall'innesto.

Si veda da ciò quanto siano lontani dal vero quegli scrittori, specialmente tedeschi, che attribuiscono ad un illustre patologo tedesco, al Cohnheim, il merito di avere confermato con esperienze superiori alla critica i risultati del Villemin. Al contrario, il Cohnheim in un lavoro pubblicato col dott. Fränkel nell'ottobre 1868 era giunto alla conclusione, che la tubercolosi sperimentale non si deve ad un virus specifico, perchè essa può esser prodotta da qualunque pus vecchio e inspessito; e fu soltanto nel 1877 che con nuove esperienze, fatte col dott. Salomonsen e condotte con maggiori precauzioni delle precedenti, riconobbe che la tubercolosi è di natura infettiva e la sua comparsa preceduta da uno stadio di incubazione.

Del resto, tutto ciò è d'importanza secondaria; sono i lavori del Villemin che hanno messo la scienza nella via nuova in cui ha progredito con tanto frutto. Lo riconosce lo stesso Cohnheim, il quale in uno scritto pubblicato nel 1879 e ripubblicato nel 1881, cioè qualche anno prima della scoperta fatta da Koch dei bacilli tubercolari, così si esprimeva: «... Poichè appunto in quel tempo ebbe luogo in Francia quella scoperta dalla quale, se mal non m'appongo, lo storico della tubercolosi daterà non soltanto un progresso incomparabile, ma una completa rivoluzione delle nostre idee su questo argomento. Infatti poche sono le scoperte che tanto hanno colpito la mente dei medici quanto la dimostrazione fatta dal Villemin dell'inoculabilità della tubercolosi



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