Giulio Bizzozero
Contro la tubercolosi

CAPITOLO IV. L'uomo e la diffusione della tubercolosi.

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CAPITOLO IV.

L'uomo e la diffusione della tubercolosi.

Lo sputo è il principalissimo veicolo di diffusione della tubercolosi. - Trasmissione per mezzo dello sputo fresco. - Più frequente la trasmissione per sputo disseccato. - Sperimenti e osservazioni che lo dimostrano. - Il convivere coi tubercolosi riesce innocuo quando si usino rigorose precauzioni riguardo allo sputo. - Precauzioni che l'esperienza dimostrò più efficaci. - Utilità delle sputacchiere. Disinfezioni.

Per parlare partitamente di quelli che sono i due principali veicoli del bacillo tubercolare, conviene incominciare dallo sputo, che è il mezzo più comune pel quale la tubercolosi si diffonde nella specie umana. È quindi della più alta importanza lo studio dei vari modi in cui questa diffusione può avvenire, a fine di potere ad ogni via di offesa contrapporre un adatto riparo.

È raro che il materiale fresco dello sputo arrivi direttamente a contatto di una persona sana e vi attecchisca. Ciò può succedere quando un tubercoloso bacia sulle labbra o su punti della pelle ove esistono screpolature od escoriazioni, oppure quando dello sputo fresco va accidentalmente a contatto di una ferita. Si racconta di una cameriera, cui si sviluppò un'ulcera tubercolare alla mano nel punto in cui si era tagliata pulendo una sputacchiera rotta, e di un bimbo di nove mesi morto di tubercolosi per una ferita riportata, battendo la testa contro un vaso contenente sputi e sangue della madre tubercolosa; ma, ripeto, sono fatti che si debbono dire rari relativamente alla frequenza degli altri modi d'infezione.

Ho detto più addietro che l'aria emessa colla respirazione dai malati di tubercolosi polmonare non può dare contagio; però, ciò vale soltanto per la respirazione tranquilla. Se invece l'aria viene spinta fuori con violenza, come quando si parla ad alta voce, e, più assai, quando si tossisce, allora trascina con una quantità di minutissime goccie di saliva, che contengono bacilli tubercolari e possono penetrare direttamente nella bocca di chi sta di fronte al malato, ovvero, restando sospese per un certo tempo nell'aria, possono venire inspirate dai sani e trasmettere loro la malattia.

Non si è ancora potuto valutare la frequenza di questo modo di contagio, perchè soltanto in questi ultimi tempi ad esso si è rivolta l'attenzione degli igienisti. Che possa verificarsi, però, non è lecito porre in dubbio, come non è lecito porre in dubbio, che allo stesso modo possano trasmettersi da una persona all'altra la difterite, l'influenza e la tosse ferina. Conviene pertanto adottare delle precauzioni di difesa. Io non arriverei fino a far portare ai tisici quella specie di museruola che venne già adottata in qualche ospedale tedesco, ma credo utile d'insistere vivamente su due raccomandazioni, le quali, del resto, si trovano già da secoli nel galateo, e devono pertanto essere seguite, non soltanto dai malati, ma da tutti: la prima, di mettersi sempre la mano od il fazzoletto dinanzi alla bocca quando si tossisce; la seconda, di tenersi sempre ad una certa distanza da coloro a cui si parla. Ciò devono ricordare specialmente i miopi, che spesso, parlando, si protendono innanzi, quasi volessero succhiare il naso dell'interlocutore.

Un'altra trasmissione diretta per mezzo della saliva può aversi coll'uso di cucchiai, forchette, bicchieri, ecc., usati da un tubercoloso, o poscia non lavati o lavati in modo insufficiente. Basta che io accenni a ciò, perchè si veda come riparare al pericolo. I sani non devono usare di quanto usa il malato, o, almeno, gli oggetti usati da questo devono tosto essere resi innocui, tenendoli immersi, per esempio, per alcuni minuti nell'acqua bollente.

A questo proposito, conviene che accenni in ispecial modo al pericolo che corrono i bambini lattanti nutriti da persone tubercolose. In questi casi una facile trasmissione della malattia assai più che col latte può aver luogo colla saliva della nutrice, trasportata nella bocca del bimbo, sia per mezzo di baci, che si fanno quasi sempre sulle labbra, sia per la pessima abitudine, che esiste specialmente nel volgo, di somministrare al bambino il cucchiaio di pappa dopo averlo stretto fra le proprie labbra per accertarsi che la pappa non sia troppo calda. Chi sa quante tabi mesenteriche hanno codesta origine! Non si lasci mai allevare un bambino da una madre o da una nutrice anche semplicemente sospetta di tubercolosi.

Ma l'importanza dello sputo fresco nella trasmissione del contagio è piccola di fronte a quella dello sputo già disseccato e ridotto in piccolissime e leggiere particelle, le quali, sollevate dalle correnti d'aria che continuamente si formano negli ambienti che abitiamo, con essa penetrano nei nostri polmoni e ci dànno ragione dell'estrema frequenza della tubercolosi polmonare.

Molti tubercolosi hanno la riprovevole abitudine, spurgando, di raccogliere gli sputi nel fazzoletto; or bene, gli sputi al calore del corpo rapidamente si disseccano, e coll'ulteriore uso del fazzoletto si spezzettano e si diffondono nell'aria.

Del pari, se, come più spesso accade, gli sputi vengono lanciati sul pavimento, vi si distendono a strato largo e sottile, vi si disseccano e poi vengono disgregati, polverizzati e diffusi nell'aria specialmente dallo sfregamento delle scarpe. Se la stanza vien chiusa e l'aria rimane tranquilla, le particelle di sputo si posano di nuovo sul pavimento e sui mobili; ma appena vi si formano nuove correnti per l'apertura di usci o finestre, pel passaggio di persone, per l'entrata di colonne d'aria calda dai caloriferi, tornano a mettersi in movimento e a riprendere il loro ufficio di veicoli del contagio. In ciò sono favorite dal fatto che, come dissi, i bacilli disseccati possono conservare la loro virulenza per parecchi mesi, purchè non sieno esposti ad una luce viva.

Parecchi ordini di ricerche hanno assodato che questo dev'essere un modo assai comune di trasmissione della tubercolosi.

Anzitutto per mezzo d'esperimenti su animali venne messa in chiaro la facilità con cui la polvere secca di sputi tubercolari trasmette la malattia. Riferirò a questo proposito quel tipo di esperimento, che mi pare abbia la maggiore efficacia dimostrativa, e venne pubblicato recentemente dal dott. Cornet. Questi in una stanza di circa 76 metri cubi di capacità distese sul pavimento un tappeto insudiciato di sputo tubercolare disseccato, poi dispose 36 porcellini d'India a diversa altezza dal suolo e a diversa distanza dal tappeto; ciò fatto, con una buona scopa soffregò per alcuni minuti il tappeto, sollevando così una nube di polvere, che, naturalmente, era inspirata dagli animali. Questo procedimento venne ripetuto 4 volte (il 9, l'11, il 15 e il 17 di uno stesso mese) ed ebbe il seguente risultato: dei 36 animali, 35 contrassero la tubercolosi!

Ma si dirà: e lo sperimentatore non seguì la sorte de' suoi animali? – Lo sperimentatore, conoscendo la gravità del pericolo, aveva preso le sue precauzioni. Il corpo era ricoperto da un mantello che arrivava fino a terra, la testa tutta avviluppata in un panno ben chiuso, salvo in corrispondenza degli occhi, ove due strette aperture erano difese da garza fitta, ma ancora trasparente; sulla bocca e sul naso era applicato uno strato di ovatta di tale spessore che appena permetteva il respiro.

Eppure, chi lo crederebbe? La polvere inquinata di bacilli era in particelle così fine, che tante cautele furono insufficienti a trattenerla, e il muco nasale dello sperimentatore, raccolto dopo l'esperimento e inoculato in cavie sane, trasmise loro la tubercolosi. Avviso a chi volesse ritentare la prova, e, a differenza di Cornet, non avesse sufficiente fiducia nella forza di resistenza del proprio organismo, o non fosse disposto a far sacrificio della vita a pro della scienza.

Questi risultati ottenuti negli animali possono essere applicati direttamente alla spiegazione del modo, con cui si trasmette il contagio all'uomo. Infatti, già da gran tempo è noto, che anche nell'uomo le particelle più minute di polvere natanti nell'aria penetrano, per mezzo dei movimenti della respirazione, nel polmone; e per mezzo d'indagini più recenti si è assodato, che la polvere dei locali abitati o frequentati da tisici, che sputano sul pavimento, contiene bacilli tubercolari. A questo riguardo meritano speciale menzione le numerosissime ricerche fatte, una dozzina d'anni fa, sia in sale d'ospedali, sia in camere private, dal dott. Cornet, al quale specialmente va attribuito il merito d'aver tenuta desta l'attenzione su questa via principalissima di diffusione della tubercolosi, e fornito così una delle basi di difesa contro la malattia.

, per l'ammaestramento che se ne può trarre, va taciuto che il dottor Mazza a Torino, raccogliendo la polvere depositatasi sui sedili di caffè-concerti e di sale pubbliche da ballo (frequentate, come ognun sa, da una gioventù che fornisce tributo larghissimo alla tubercolosi), e iniettandola nei conigli, trovò che taluno di questi moriva tubercoloso; segno certo che la polvere conteneva bacilli perfettamente virulenti.

Queste conclusioni concordano, del resto, con quanto già aveva insegnato la pratica, giacchè spesso si sono vedute delle famiglie numerose e floride venir distrutte in qualche anno dalla tubercolosi, dopo di avere alloggiato in camere già abitate da tubercolosi; oppure delle persone robuste e provenienti da famiglie sanissime, andare l'una dopo l'altra ad abitare in una camera già tenuta da un tubercoloso e contrarvi l'una dopo l'altra la malattia; oppure ancora, e questo è il caso più frequente, delle famiglie perfettamente sane dare parecchie vittime alla tubercolosi appena entrò a far parte della famiglia, qual parente o persona di servizio, una persona tubercolosa. Sono questi i casi che più avevano impressionato i medici antichi, e loro fatto ammettere l'esistenza del contagio. Paitoni, p. es., protomedico della Repubblica Veneta, in una Relazione inviata nel 1772 ai Provveditori della Sanità, corroborava la sua fede contagionista con molti esempi capitatigli nella sua pratica, e fra gli altri con quello di un'intera famiglia «composta di sette belle persone, che si era estinta tutta nel breve giro di 15 anni in seguito del male portatole da una serva tisica, assistita senza riserva e fino all'ultimo respiro per un genio caritatevole dalla padrona, che fu anche la prima a perire».

Ai tempi nostri, fattesi più vive le discussioni sulla trasmissibilità della tubercolosi, le pubblicazioni di questi casi di contagio che si direbbero di casa e di famiglia, andarono rapidamente crescendo. In ispecial modo preziose sono le osservazioni fatte in località poco abitate e precedentemente immuni dalla malattia, perchè quivi riesce più facile risalire alle cause dei primi casi che vi si manifestano. Il dottor Dubousquet, esercitando la pratica medica in Bretagna, in Normandia e nel Limousin, ebbe occasione frequente di assistere all'importazione in località fin allora sane di casi di tubercolosi, che diedero poi origine ad altri casi indigeni, ovvero di vedere delle famiglie succedersi nella stessa abitazione e quasi tutte presentare dei casi di tubercolosi. Fra 175 tisici registrati nelle sue note, ne trovò 107 che dovevano la malattia a questo contagio di casa o di famiglia. Un fatto quanto mai dimostrativo gli venne riferito dal dott. Lafargue di Brive. In una località in cui la tubercolosi era sconosciuta andò a farsi curare e a morire un falegname di 42 anni, che aveva contratto la malattia a Parigi. Sua moglie, colpita dal contagio, muore, e sua figlia subisce ben presto la stessa sorte. Le poverette erano state assistite da una zia e da sua figlia, che abitavano la stessa casa, erano perfettamente sane, e non avevano in famiglia alcun antecedente tubercolare: ebbene, queste pure ammalano e muojono. In complesso, cinque morti in sei anni!

Quello che si osserva nelle case e nelle famiglie si osserva pure negli uffici, nei laboratorii, nelle fabbriche, ecc., ove malati e sani passano in stretti rapporti personali parecchie ore ogni giorno. Moltissimi sono i casi pubblicati in questi ultimi anni, che possono servire d'esempio di tal modo di diffusione della tubercolosi. Eloquente è quello narrato da Marfan, osservato in un ufficio governativo francese in cui lavoravano 22 impiegati. Nel 1878 vi entrarono due impiegati tisici, che vi vissero parecchi anni, tossendo e sputando sul pavimento. Il locale era ristretto, e veniva scopato al mattino poco prima dell'ora d'ufficio, sicchè quando gl'impiegati vi rientravano a riprendere il lavoro, avevano tutto l'agio di respirare un'aria carica di polvere e di bacilli. Le conseguenze non si fecero molto attendere: dal 1884 al 1889 ben 13 impiegati soccombettero per tisi. Apertasi un'inchiesta, l'Amministrazione fece svuotare l'ufficio, bruciare l'impiantito, rifare le pareti, disinfettare, ecc., e dopo d'allora non si ebbe più a lamentare alcun caso di tubercolosi.

In spiccato contrasto con quanto si è osservato in questi e simili casi è quanto si è accertato e si può accertare ogni giorno in quegli ospedali e in quelle sale di tubercolosi, in cui si fa osservare ai malati con rigore la prescrizione di non sputare mai altrove che nella sputacchiera. Quivi la polvere è priva di bacilli, e i medici e gli infermieri, per quanto pratichino continuamente coi malati, non vengono colpiti dal contagio.

Nella stazione invernale di Arcachon, per esempio, lo sputo viene sempre scrupolosamente raccolto ed ogni camera di frequente disinfettata. Or bene, Lalesque e Rivière, avendo iniettato in cento porcellini d'India la polvere raccolta in 25 camere, in nessuno di essi videro svilupparsi la tubercolosi.

Interessante è pure quanto riferì recentemente Hance. Nel sanatorio Adirondak Cottage di New York si osservano dai malati le precauzioni più rigorose per quanto riguarda gli sputi, e, come conseguenza di ciò, il dottor Hance, esaminando la polvere raccolta nelle infermerie, non vi trovò mai bacilli tubercolari. Li trovò, invece, nella polvere di un villino annesso al sanatorio, nel quale, fra altri malati gravi, ve n'era uno così debole, che sputava non dove doveva, ma dove poteva, sul letto, sul pavimento, per tutto.

È antica l'osservazione, che nelle prigioni e nei manicomi la tubercolosi infierisce assai più che nella popolazione libera. Ora, nelle prigioni e nei manicomi prussiani, dopo che vennero prescritte precauzioni severe riguardo allo sputo e alla disinfezione delle celle, il numero dai tubercolosi diminuì rapidamente quasi della metà, mentre in Baviera, dove lo esempio della Prussia non fu seguito che assai tardi, la diminuzione non si ebbe, o si ebbe lievissima.

Queste osservazioni c'insegnano, che il miglior modo di precludere questa principale via di diffusione della tubercolosi, è d'imporre ai malati l'uso della sputacchiera. Lo sputacchiare a caso costituisce un danno gravissimo, non solo per chi accudisce al malato, ma anche per quest'ultimo, giacchè, inspirando dell'aria inquinata di bacilli, diffonde continuamente la malattia alle parti di polmone ancora sane; inoltre, coll'aria introduce anche altri germi patogeni, massime quelli della suppurazione, che, come abbiamo veduto, rendono più grave la malattia e più rapido il suo decorso.

Tutto ciò si deve far conoscere al malato, sia perchè giova alla sua cura, sia perchè persuade alle dovute cautele anche quegli egoisti, che non badano alla preservazione altrui se questa deve essere ottenuta con qualche loro piccolo incomodo.

Non si può credere fin dove arrivi l'egoismo feroce di alcuni malati. Cornet racconta di un operaio tisico che, nonostante i ripetuti avvertimenti, non volle usar mai precauzioni riguardo allo sputo; anzi, talora passava il suo tempo spurgando quanto più alto poteva contro la parete. Avvenne quello che doveva accadere; poche settimane dopo di lui morivano di tisi sua moglie, prima sana e fiorente, e il suo unico figlio. In questi casi spetterebbe alla legge di provvedere: queste canaglie dovrebbero essere trattate alla stessa stregua dei pazzi furiosi, i quali, se non altro, hanno l'attenuante dell'irresponsabilità.

Quando si usano rigorose precauzioni riguardo allo sputo, l'assistere i tubercolosi riesce poco o punto pericoloso, e viceversa. Secondo Cornet, in Prussia quando, una ventina d'anni fa, ancora non si pensava a queste cautele, la mortalità delle suore cattoliche addette agli ospedali era rappresentata per due terzi, e talora per tre quarti, dalla tubercolosi; e lo stesso, secondo Pincher, succedeva a Meran, nel Tirolo, quantunque le suore fossero tratte dalle più sane e robuste famiglie del Tirolo e della Svizzera. Presentemente le cose sono così mutate che, p. es., secondo riferisce Fürbringer, sopra 708 suore che prestarono servizio in questi ultimi dodici anni nell'ospedale Friedrichshain di Berlino, e vi curarono 9 mila tubercolosi, soltanto 13 morirono tubercolose, e di queste, anzi, sei erano già tisiche al loro entrare nell'ospedale e sei avevano disposizione ereditaria alla tisi.

Ma non basta che l'uso della sputacchiera sia imposto ai tisici, costretti a letto o ricoverati nelle sale degli ospedali. Moltissimi sono i tisici cui la malattia, ancora ne' suoi primordi, permette di continuare a vivere in società, e occuparsi di affari; moltissime, poi, sono le persone che non sanno d'essere malate, e partecipano alla vita comune.

Evidentemente e quelli e queste possono col loro sputo essere fonte di gravissimi danni, senza contare quelli che vengono cagionati dalle persone, le quali, tuttochè sane, portano nello sputo dei microbi patogeni d'altra natura, p. es., il bacillo difterico, atto pure nello sputo disseccato a trasmettere ad altri la difterite. Come si potrà provvedere a ciò?

Il provvedimento più facilmente applicabile consiste: 1.° nel disporre delle sputacchiere nelle case e in tutti i luoghi chiusi che l'uomo frequenta o abita, come corridoi, scale, sale d'aspetto, scuole, collegi, uffici, caserme, opifici, chiese, teatri, ospedali, prigioni, vagoni ferroviari o di trams, camere d'albergo, caffè, negozi e luoghi di riunione di qualunque genere; 2.° nell'avvertire con appositi avvisi, affissi in vicinanza delle sputacchiere, come a tutti sia vietato di sputare altrove che in queste4.

Estendendo quest'obbligo a tutti, oltre al premunirsi ad un tempo verso parecchie malattie, si toglie alla prescrizione qualunque carattere che possa umiliare od offendere i tisici e i malati di qualunque altra specie.

Inoltre, i tubercolosi e i malati di altre malattie bronco-polmonari, che espettorano di frequente, devono, come già si usa in Germania e in Inghilterra, portar sempre una sputacchiera tascabile, per esempio, quella comodissima di Dettweiler, che si può facilmente lavare e disinfettare.

Non occorre che ripeta, come sia da proscrivere l'abitudine di sputare nel fazzoletto, la quale, oltre all'essere dannosa, è anche ripugnante, massime per chi deve stringere una mano, che egli ha veduto, un momento prima, ripiegare il fazzoletto infiltrato di espettorato.

Però il provvedimento radicale cui si deve tendere è questo, di far perdere a tutte le persone sane l'abitudine dello sputare. Lo sputare, per quasi tutti, non è una necessità, ma una mala abitudine, che si può far scomparire per poco che ci si metta di buona volontà.

Nelle donne, questa abitudine è un'eccezione; perchè non potrebbe diventar tale anche negli uomini?

Ho detto che l'abitudine deve essere perduta dalle persone sane, perchè, quanto ai malati di polmone, l'inghiottire lo sputo può essere cagione di danno. Già dissi altrove come il frequente susseguire della tubercolosi intestinale alla polmonare sia da attribuirsi agli sputi deglutiti che, carichi di bacilli, portano l'infezione nell'intestino. Pertanto ai tisici si raccomanda di non inghiottire mai gli sputi; anzi loro si consiglia, prima di mangiare, di sciacquarsi bene la bocca per liberarla dai bacilli che, altrimenti, verrebbero cogli alimenti trasportati nell'intestino.

Riguardo all'abitudine dello sputare, molto si è già ottenuto in questi ultimi anni, e nelle famiglie per bene, che giudiziosamente tengono puliti e lucidi i pavimenti delle loro stanze, si guarda con salutare orrore l'ineducato che osa insudiciarli con uno sputo.

Occorre, però, che questo sentimento si diffonda anche nelle classi meno educate della popolazione, ove manca affatto.

A raggiungere sollecitamente questo scopo si dovrebbe prendere esempio dalla democrazia schietta ed operosa d'America ed Australia, la quale, considerando i danni gravissimi procacciati dagli sputi, e persuasa che la salute è il maggior bene dell'uomo e nulla deve sembrar troppo caro per conservarla, non si lascia fuorviare dalle fisime di libertà individuale quando si tratta di tutelare la salute dei cittadini. A New York lo sputare sul pavimento dei veicoli pubblici è severamente proibito, e i giornali pubblicano i nomi dei contravventori. Così trovo in essi che il 9 marzo 1897 il tribunale ha per tale ragione inflitta una multa di 5 dollari a un passeggiero che aveva sputato sul pavimento della vettura di un tram a cavalli. A Boston due anni fa la proibizione di sputare era limitata alle vetture pubbliche, sotto pena di una ammenda di 500 lire. Quest'anno la proibizione, colla relativa ammenda, venne estesa d'assai, come appare dal seguente avviso: «L'Ufficio di Sanità di Boston ritiene che il fatto di sputare in un luogo pubblico sia un atto nocivo, una causa di pericoli, una sorgente di malattie. Per conseguenza è formalmente proibito di sputare tanto sul pavimento, la piattaforma e gli scalini delle vetture pubbliche, dei vagoni e dei trams, quanto sul pavimento delle sale d'aspetto, degli stabilimenti, delle chiese, dei teatri, dei mercati e sui marciapiedi delle vie e delle piazze

A Sydney, in Australia, parimenti sono colpiti dalla multa di 25 lire tutti coloro che sono colti a sputare sul pavimento di uno stabilimento pubblico o anche in una via. E nessuno ci trova a ridire, e chi per malattia od altro non può fare a meno di sputare, va sempre munito della sua brava sputacchiera tascabile.

In Italia forse non sarebbe buon consiglio arrivare d'un tratto alla proibizione e alla multa; non siamo ancor maturi per ciò, e credo che delle prescrizioni regolamentari riguardo allo sputo non si potranno imporre, colla fiducia che siano seriamente applicate, se non quando la generalità dei cittadini sarà meglio edotta e persuasa della loro utilità.

Per ultimo, a prevenire da ogni lato i danni che ci possono derivare dagli sputi, occorre ancora: 1.° che la biancheria, gli abiti, gli oggetti letterecci, e specialmente i fazzoletti adoperati dai tubercolosi vengano cambiati di frequente e regolarmente disinfettati o nella casa stessa del malato o nella stazione municipale di disinfezione; 2.° che nelle camere dei tubercolosi e nelle sale degli ospedali lo spolvero dei mobili e la pulizia del pavimento si facciano sempre con straccio umido, per impedire che la polvere posatasi su quelli e su questi si rimescoli poi all'aria dell'ambiente5; 3.° che quando un tisico muore o cambia d'abitazione, il medico sia obbligato a farne tosto denuncia, affinchè la camera venga rigorosamente disinfettata per cura o sotto la sorveglianza dell'autorità. È una precauzione che spesso si trascura, e che tuttavia può preservare da gravissimi guai. In genere, chi cambia alloggio dovrebbe sempre far disinfettare quello in cui entra; gli gioverebbe così per la tubercolosi, come per la difterite, la scarlattina ed altre malattie contagiose non meno gravi.

Come appare da quanto dissi fin qui, questa causa di diffusione di tubercolosi, più che con misure legislative, deve essere combattuta col modificare un'abitudine inveterata, l'abitudine dello sputacchiare. Non sarà facile venirne a capo, specie nelle classi basse della popolazione, che presentano sempre grandissima resistenza alle idee nuove e ad ogni cambiamento, anche lieve, delle loro abitudini. Ma le difficoltà non ci devono spaventare!

Le classi côlte predichino colla parola e coll'esempio. Esse devono essere ben persuase che, siccome lo sputo è il principale agente di diffusione della tubercolosi, così, se non si ha cura di neutralizzarne l'azione malefica, ben scarso frutto potrà dare ogni altro provvedimento diretto contro gli agenti di diffusione del contagio.

È ben vero che l'entrata di bacilli tubercolari nel nostro corpo non significa sempre sviluppo della malattia, perchè non pochi sanno loro resistere e restar sani.

Ma il numero stragrande dei tubercolosi che ci cadono d'intorno c'insegna, che chi fa a fidanza solo sulla forza di resistenza del proprio organismo, sbaglia spesso i suoi calcoli. maggiore sicurezza il vivere in un ambiente salubre, che il tentare di abituare il proprio corpo a resistere in un ambiente pieno d'insidie e di pericoli.





4 Fra le diverse sputacchiere sono da preferire quelle di porcellana o di metallo smaltato, foggiate a scodella. Devono essere della profondità di sei centimetri almeno, avere il fondo un po' più largo della bocca, perchè non si rovescino facilmente, ed essere abbastanza grandi per evitare che, non imberciando chi ne usa, lo sputo vada a cadere fuori della sputacchiera. A meglio togliere questo inconveniente molti usano tenere la sputacchiera a una certa altezza dal pavimento, affidandola ad un sostegno infisso nel muro.

Sul fondo della sputacchiera non si metta mai della sabbia; che cosa se ne fa quando è impregnata di sputi? Meglio mettere della segatura di legno o della torba, che poi si brucia, e meglio ancora uno straterello d'acqua (non troppo alto, perchè non rimbalzino fuori delle goccie quando ci cade lo sputo), che impedisce allo sputo d'appiccicarsi alla sputacchiera, e rende a questo modo più facile la lavatura di questa.

Da alcuni si raccomanda di tener nella sputacchiera, anzichè dell'acqua, una soluzione disinfettante, per esempio d'acido fenico al tre per cento, di lisolo al 10 per cento, di sublimato con cloruro sodico, ecc. Non è male seguire il consiglio, ma non si può dire indispensabile. Queste soluzioni sono più o meno costose, le due prime hanno odore sgradevole, la disinfezione si ottiene in modo incompleto, massime colla soluzione di sublimato, e infine la disinfezione degli sputi non è necessaria, perchè il contenuto delle sputacchiere vien versato nella latrina, ove i bacilli tubercolari vengono ben presto sopraffatti dalle numerose specie di altri batteri con cui s'incontrano.

A me pare utile di colorare l'acqua aggiungendole una piccola quantità di un colore di anilina, p. es. di metil-violetto. Con una spesa affatto trascurabile si ottiene un doppio vantaggio, poichè la colorazione dell'acqua toglie per buona parte agli sputi l'aspetto ripugnante, e fa conoscere immancabilmente se chi svuota la sputacchiera negligentemente ha lasciato cadere qua e qualche goccia del suo pericoloso contenuto.

Dopo che le sputacchiere sono state svuotate devono essere lavate e risciacquate con acqua caldissima, possibilmente con acqua bollente.

Negli ospedali, ove le sputacchiere sono numerose e grande è la quantità degli sputi, è bene che quelle e questi vengano disinfettati. A ciò, meglio che ogni disinfettante chimico, serve il calore umido, il quale può essere applicato p. es. coll'apparecchio comodo e di poco costo che venne descritto dal prof. Di Vestea nell'annata 1898, pag. 474 della Rivista d'Igiene e Sanità pubblica.

Nel sanatorio d'Alland presso Vienna s'è trovato un modo assai spiccio per disinfettare gli sputi e liberarsene; le sputacchiere sono di carta impregnata di paraffina, e contengono un po' di polvere di torba; alla sera contenente e contenuto vengon buttati sul fuoco, ove, grazie alla paraffina e alla torba, rapidamente bruciano.



5 La pulizia di qualsiasi locale frequentato dall'uomo in modo intermittente dovrebbe sempre esser fatta molto tempo prima che l'uomo ci entri, per dar tempo alla polvere di posarsi sul pavimento e sui mobili, e aver così dell'aria più pura. P. es. la pulizia dei teatri dovrebbe esser fatta al mattino, quella delle scuole e dei caffè alla sera. La polvere si posa lentamente, in un'ora o due. Di ciò tengan conto coloro che abitano in camere mobiliate; evitino di rientrarvi subito dopo che le persone di servizio le hanno pulite col solito metodo preadamitico dello straccio asciutto e della scopa, il quale rimette in movimento nell'aria e spinge nei polmoni del nuovo abitatore la polvere e i bacilli che vi possono aver lasciato i suoi predecessori.



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