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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Il corpo umano può resistere al bacillo tubercolare. - La resistenza varia da persona a persona, e nei diversi momenti della vita di uno stesso individuo. - Debolezza in senso medico. - Debolezza congenita. - Assai raramente si eredita la tubercolosi, di frequente la disposizione a contrarla. - I figli di tubercolosi possono crescere sanissimi. - Debolezza acquisita. - Sue cause. - È prodotta specialmente dall'addensamento o dalla miseria della popolazione, e dalle condizioni in cui si esercitano molte professioni. - Conseguenze che ne derivano per la prevenzione della tubercolosi.
Finora abbiamo studiato in quali modi i bacilli tubercolari penetrino nel nostro corpo, e come si possa riuscire a sbarrar loro la via, ma non abbiamo ancora considerato un altro elemento di difesa, che riceviamo dalla natura, e possiamo rafforzare coll'arte, voglio dire la resistenza che il nostro corpo può opporre a bacilli che già vi sono penetrati, e tentano di spiegarvi, o hanno cominciato a spiegarvi la loro azione malefica.
Questa resistenza può essere dimostrata specialmente da due ordini di fatti. In primo luogo da questo, che non sempre l'entrata nel nostro corpo di bacilli tubercolari basta a determinarvi lo sviluppo della malattia. Eloquente, a questo riguardo, è il fatto riferito da Strauss, il quale, esaminando il muco nasale di 29 fra infermieri e medici, che prestavano servizio da tempo in una sala di tubercolosi, trovò che in non meno di 9 il muco conteneva i bacilli specifici, e tuttavia nessuno di questi 9 presentava il menomo indizio di malattia.
In secondo luogo da questo, che, come si è visto nel capitolo II, molte sono le persone le quali, morendo di tutt'altra malattia, presentano nel loro corpo dei focolari di tubercolosi latente o guarita; il che vuol dire, che per un certo periodo i bacilli, penetrati in quell'organismo, hanno sviluppato una energia vitale superiore a quella degli elementi dell'organismo stesso; ma nel periodo successivo s'è verificato il contrario, e l'energia degli elementi dell'organismo ha ridotto all'impotenza, o ha saputo distruggere i bacilli tubercolari.
Si può quindi ritenere che la resistenza alla tubercolosi non solo varia da persona a persona, ma varia altresì nei diversi momenti della vita di uno stesso individuo.
Non ho bisogno di spendere parole per mettere in evidenza l'importanza del principio, che nelle condizioni in cui d'ordinario ha luogo il contagio un individuo robusto può resistergli, e che l'attecchire della malattia richiede sempre un alleato nella debolezza del nostro organismo. Esso ci è argomento di conforto nella lotta e, ad un tempo, ci addita un validissimo mezzo di difesa: irrobustire l'organismo.
Bisogna però precisare che cosa, nel caso presente, si debba intendere per robustezza dell'organismo o della costituzione. Comunemente si designa come robusto un individuo grande di corpo, con petto ampio e muscoli fortemente sviluppati.
Orbene, questo concetto volgare della robustezza non concorda con quello della medicina, la quale nel concetto di costituzione robusta include piuttosto lo sviluppo armonico dei vari organi del corpo, il giusto equilibrio delle loro funzioni, e l'energia, la rapidità e la regolarità con cui riparano alle offese che, sotto forma di lesioni meccaniche (tagli, lacerazioni, contusioni), di lesioni chimiche (azione di sostanze velenose), o di esagerazione di funzionalità, ecc., eventualmente ricevono.
Quella stessa offesa, che in un organo robusto viene appena risentita o riparata in pochissimo tempo, in un organo debole guarisce lentamente, cagiona complicazioni più o meno gravi, e può essere punto di partenza di una vera malattia.
La debolezza può essere limitata ad uno o pochi organi, od estesa a tutto il corpo; può ancora essere congenita, cioè portata dalla nascita, od acquisita.
La debolezza congenita è molto frequente, e noi la vediamo il più delle volte conseguenza della debolezza dei genitori, della loro età avanzata all'epoca del concepimento, di parti troppo frequenti, e così via.
La forma più spiccata di debolezza rispetto alla tubercolosi ci viene presentata dai fanciulli linfatici o scrofolosi, che vanno soggetti, anche per cause lievissime, a malattie della pelle e delle mucose, accompagnate quasi sempre da un lento ingrossamento delle ghiandole linfatiche, il quale fornisce non di raro terreno propizio allo sviluppo di una vera tubercolosi ghiandolare.
Alla questione della debolezza congenita è indissolubilmente connessa quella dell'eredità della tubercolosi. All'eredità si è data, fino a questi ultimi tempi, grande importanza, e non era senza uno stringimento di cuore che si guardavano i figli di genitori, e specialmente di madri tubercolose, considerandoli predestinati, salvo rare eccezioni, a morire della stessa malattia.
La dimostrazione di questa influenza ereditaria la si voleva vedere nella grande mortalità cagionata dalla tubercolosi nei bambini, e nella frequenza con cui la tubercolosi uccide famiglie intere.
Ben pochi erano coloro che, per poco che fermassero il pensiero sull'argomento, non trovassero fra le proprie conoscenze degli esempi di questa trasmissione della malattia dai genitori alla prole. Ed esempi più convincenti si trovavano registrati nei libri di patologia.
Era classico per la sua efficacia dimostrativa quello riferito da Horlin: nell'isola Marstrand, dove la tubercolosi era così rara che nello spazio di sette anni non vi aveva ucciso che una persona, si trovavano in tutto, ancor viventi, cinque persone tisiche. Ebbene, di queste, quattro erano sorelle fra loro, e figlie di una donna morta di tisi.
Senonchè recenti e diligentissime indagini hanno dato a questi fatti ben altra spiegazione. Nel più dei casi non si tratta di eredità, ma di contagio.
Il genitore non trasmette direttamente la tubercolosi, ma, tutt'al più, una certa disposizione ad ammalarne; e la malattia effettivamente si sviluppa soltanto per questo, che nelle case dei tubercolosi (quando, come succedeva in passato, non si usano precauzioni riguardo allo sputo) e nei baci materni e nella polvere inspirata abbondano i germi del contagio.
Fra le ragioni che costrinsero ad accettare questa spiegazione fondata sul contagio, invece di quella fondata sulla eredità, sono di capitale importanza queste due:
1.° La tubercolosi è rarissima nei neonati, e relativamente rara nel primo anno di vita, mentre dovrebbe succedere il contrario se si ereditasse direttamente dai genitori; ciò venne verificato su larga scala, tanto nell'uomo, quanto negli animali;
2.° Se il neonato di una tubercolosa viene sottratto all'ambiente infetto e trasportato in un ambiente sano, suol crescere, florido e robusto, come un bambino proveniente da una famiglia normale.
Si vedono spesso delle madri tisiche che, dopo aver perduto parecchi figli per tabe mesenterica o per meningite tubercolare, finiscono esse pure, per l'aggravarsi della malattia, col soccombere pochi giorni o poche settimane dopo l'ultimo parto; orbene, il figlio nato da questo, anzichè morire come i suoi fratelli, o, anzi, più sollecitamente di essi (come dovrebbe pur succedere, secondo la teoria dell'eredità, essendo egli nato quando la malattia della madre era più grave), affidato ad una robusta nutrice di campagna, cresce rigogliosamente, e non presenta alcun accenno a tubercolosi.
A questi fatti isolati, che cadono sovente sott'occhio a medici e profani, si aggiungono, conferma indiscutibile, quelli osservati su larghissima scala nei brefotrofi ben diretti.
Da una statistica dell'assistenza pubblica di Francia risulta, che su 18 mila bimbi da essa distribuiti a buone nutrici di campagna, soltanto 20 diventarono tubercolosi.
Ora è chiaro, che se la trasmissione ereditaria della tubercolosi fosse un fatto frequente, questi bambini, provenendo dalla popolazione più povera e quindi più bersagliata dalla malattia, avrebbero dovuto dare un numero di malati incomparabilmente più grande. Invece l'allontanamento dai genitori li sottrasse al contagio e salvò loro la vita.
Fatti consimili vennero osservati a Norimberga e a Pietroburgo.
Nell'orfanotrofio di Monaco si riuscì a raccogliere notizie precise intorno allo stato di salute dei genitori; su 613 bambini che vi vennero accolti negli anni compresi fra il 1876 e il 1883, non meno di 263 avevano perduto uno od entrambi i genitori per tubercolosi; eppure, non uno di essi cadde vittima della malattia.
La conclusione che se ne ricava è consolante. I figli di genitori tubercolosi hanno tutta la probabilità di sfuggire alla sorte, che altrimenti li attenderebbe, quando vengano sottratti al contagio, ed allevati in modo da combattere quella debolezza, quella semplice disposizione alla tubercolosi, che talvolta, non sempre, hanno avuto effettivamente in eredità.
Finora ci siamo occupati della debolezza congenita. Ma anche chi è nato tutt'altro che debole, può diventar tale a cagione delle condizioni in cui scorre la sua vita. Tale debolezza acquisita noi la vediamo sopravvenire in coloro che vivono in cattive condizioni igieniche, abitano p. es. in camere o lavorano in opifici soverchiamente affollati, umidi, poveri di luce e d'aria, o con aria carica di polvere o di gas irritanti, si nutrono in modo insufficiente, faticano oltre la loro potenzialità fisiologica; oppure la vediamo tener dietro a parti troppo ripetuti, a un allattamento troppo protratto, a gravi e prolungati dolori morali, a soverchie fatiche intellettuali, e eccessi d'ogni genere; oppure, infine, la vediamo conseguenza di malattie svariate, che infiacchiscono profondamente l'organismo, quali le malattie croniche dello stomaco, il diabete, la tifoide, il morbillo, il vaiuolo.
In questi casi la debolezza è diffusa in tutto l'organismo, ma in altri può essere limitata a una parte di esso; p. es. un catarro cronico della laringe è un'ottima predisposizione all'attecchirvi di un processo tubercolare.
La questione della debolezza acquisita è in stretto rapporto con un argomento, del quale ho toccato di passaggio in uno dei precedenti capitoli, cioè sulla diversa diffusione della tubercolosi nelle varie classi o nei diversi gruppi in cui è divisa la popolazione di una città o di un paese. È un argomento d'alta importanza per chi studia i problemi sociali, e si sforza di procurare all'uomo delle condizioni di vita migliori delle presenti.
Trattando nel Cap. II dei danni della tubercolosi ho detto, come essi sieno maggiori nelle città che nelle campagne, e a prova ho citato le statistiche italiane; ma avrei potuto citare statistiche d'ogni paese, perchè p. es. nel Belgio la mortalità per tubercolosi nelle campagne è di un terzo minore che nelle città, nella Baviera quella sta a questa come 28,1 sta a 41,3, nella Svizzera come 19 sta a 32 e così via.
Ad altre circostanze pari, poi, quanto più densa è la popolazione e più grande la città, tanto maggiori sono le stragi che vi fa la malattia.
A Berlino, p. es., durante il 1888 nel quartiere poco popolato di Friedrichstadt si contarono, per ogni 100 mila abitanti, 190 morti per tubercolosi, mentre in quello popolatissimo di Louisenstadt i morti salirono a 460.
Kugler studiò nel granducato di Baden il rapporto fra la mortalità per tubercolosi e il numero di camere che servono d'abitazione a un numero determinato (1000) di persone, e trovò le seguenti cifre:
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Mortalità |
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1. |
2,29 |
|
|
2. |
2,66 |
|
|
3. |
3,10 |
|
|
4. |
3,20 |
|
|
5. |
3,23 |
Come si vede, coll'insufficienza degli alloggi cresce l'intensità della malattia.
Interessante è pure il seguente specchietto, che dimostra come in Francia la mortalità per tubercolosi sia tanto più elevata quanto più popolosa è la città:
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Morti |
|
1,81 |
|
|
» aventi da 5 a 10 mila » |
2,16 |
|
» » » 10 a 20 » » |
2,71 |
|
» » » 20 a 30 » » |
2,88 |
|
» » » 30 a 100 » » |
3,05 |
|
» » » 100 a 430 » » |
3,63 |
|
4.90 |
Come l'addensamento della popolazione, così anche le condizioni in cui si trovano gli operai nel lavoro esercita una grande influenza nella diffusione della malattia.
In un precedente capitolo ho riferito alcune cifre tolte a paesi tedeschi, ma anche in Italia il quesito venne studiato, specie coi copiosi materiali forniti dalla Direzione della Statistica.
Tolgo, p. es., dal volume pel 1892 dell'Annuario Statistico Italiano, in cui si tien conto di quasi 200 mila maschi morti per qualsiasi malattia in età superiore ai 15 anni, le cifre di mortalità per alcune professioni:
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Numero dei morti di |
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|
459,0 |
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347,6 |
|
|
248,0 |
|
|
187,2 |
|
|
185,7 |
|
|
180,5 |
|
|
179,0 |
|
|
162,8 |
|
|
162.0 |
|
|
147,8 |
|
|
84,6 |
|
|
68,8 |
|
|
61,2 |
|
|
58,7 |
|
|
55,8 |
|
|
49,2 |
|
|
46,3 |
|
|
44,6 |
|
|
Media di tutte le professioni |
84,5 |
Faccio grazia al lettore delle considerazioni filosofiche che scaturiscono da queste cifre; la tirannia dello spazio mi costringe a limitarmi a quelle che sono in più stretto nesso col nostro argomento.
Sbaglierebbe di grosso chi volesse spiegare la grande mortalità delle città e di alcune professioni soltanto mediante la diversa predisposizione alla tubercolosi, che è conseguenza delle condizioni di vita, in cui si trovano cittadini ed operai.
No, un'influenza assai grande vi ha il contagio. Nelle strette ed affollate case cittadine, nei collegi, negli opifici, ove lavorano tutto il giorno numerosi operai, i bacilli tubercolari sparsi cogli sputi sul pavimento ed accumulati nell'aria male rinnovata trovano terreno quanto mai propizio per diffondere la malattia; mentre si hanno condizioni perfettamente opposte per coloro che, come i pastori e gli agricoltori, vivono all'aria pura della campagna.
Però non si può disconoscere che a lato del contagio hanno importanza grande la costituzione dell'individuo e le influenze che subisce nell'esercizio della sua professione.
Nella popolazione povera, molti sono già deboli dalla nascita, perchè figli di genitori indeboliti dalla fame e dalle fatiche, dalla vita sregolata, dall'alcoolismo. Crescono fra gli stenti, e, giovanissimi ancora, se riescono a sopravvivere alle malattie dell'infanzia, sono spesso costretti a lavorare in condizioni tutt'altro che conformi a quelle richieste dall'igiene.
Come potrebbero degli organismi così sciupati presentare una valida resistenza contro l'infezione tubercolare?
A ciò si aggiungano le perniciose influenze che direttamente provengono dall'esercizio di molte professioni. Coloro che, come gli scrivani, i sarti, i calzolai, oltre al vivere in ambienti ristretti, oscuri, mal ventilati, devono stare immobili e curvi, dilatando poco i polmoni e introducendovi poc'aria, li rendono proclivi alle malattie in genere ed in specie alla tubercolosi.
Danni gravissimi si hanno pure in quelle professioni in cui l'operaio inspira dell'aria carica sia di vapori o gas irritanti, sia di polveri di varia specie, che dànno origine a dei catarri bronchiali cronici, rappresentanti la condizione più favorevole per lo sviluppo della tisi polmonare.
A questo proposito si hanno delle statistiche desolanti; ne citerò qualcuna. Secondo Sommerfeld, a Berlino la mortalità per tisi degli operai che respirano aria senza polvere sta a quella degli operai respiranti aria polverosa, come 2,39 sta a 5,42. Nelle professioni polverose, poi, la mortalità varia secondo la natura della polvere, come appare dalle seguenti cifre:
|
Con polveri metalliche in generale |
5,84 |
470,58 |
|
» di rame |
5,31 |
520,5 |
|
» di ferro |
5,55 |
403,7 |
|
» di piombo |
7,79 |
501,0 |
|
4,42 |
403,43 |
|
|
» organica |
5,64 |
|
|
» di tabacco |
8,47 |
598,4 |
Fra gli operai che lavorano il ferro, i più colpiti sono gli arrotini, e specialmente quelli che lavorano a secco. Secondo Oldendorff, la media annua dei morti di tisi su 1000 viventi è di 9 pel complesso degli operai di ogni professione, di 13,5 pei lavoratori del ferro, di 23,8 per gli arrotini. Di mille arrotini che muojono, 783 muojono per tisi polmonare.
Ancora più numerose sono le vittime che la polvere fa tra gli scalpellini, quantunque questi vengano di solito reclutati tra le persone robuste, e per lunghi periodi lavorino all'aria libera. Di 497 scalpellini morti negli anni 1886-1892 in diversissime regioni tedesche, non meno di 444 (cioè l'89,33 per cento) vennero spenti dalla tisi.
Un fatto degno di nota per l'argomento che ci occupa è questo, che la mortalità di una stessa professione non è eguale dappertutto. Per esempio, la mortalità per tisi degli scalpellini tedeschi è, come appare dalle cifre che ho dato più sopra, superiore a quella degli italiani; la mortalità dei garzoni di caffè nel Belgio è quattro volte maggiore di quella dei loro colleghi d'Italia. Basterebbe questa differenza per indicarci che la cifra più o meno alta della mortalità non è legata indissolubilmente alla natura della professione, ma dipende in gran parte da qualcuna delle circostanze accessorie, in cui questa si compie. Mentre un garzone di caffè nel Belgio, a cagione del clima inclemente, deve passare buona parte della vita in un'aria confinata e pestifera, nell'Italia Meridionale lavora quasi sempre all'aria libera, e per conseguenza meno facilmente viene colpito dalla tisi.
Probabilmente la stessa influenza benefica spiega la minore mortalità degli scalpellini italiani di fronte ai tedeschi.
Differenze non minori si possono trovare in uno stesso paese a seconda delle condizioni in cui le fabbriche lavorano; nelle fabbriche ben ventilate, per es., i danni prodotti dalle polveri e dai gaz irritanti, che vi contaminano l'aria, sono assai meno gravi che nelle altre.
È lecito quindi trarne la conseguenza generale, che l'esame accurato degli elementi nocivi che agiscono nelle singole professioni può guidare a eliminarli o ad attenuarne l'azione, ed a rendere così la professione stessa meno insalubre.
Da questo breve studio delle condizioni interne ed esterne, che fanno variare nel nostro corpo la predisposizione alla tubercolosi, emerge chiaramente quale debba essere a questo proposito il compito, sia dello Stato, sia dei cittadini. E quello e questi devono associare i loro sforzi per mantener robusta la popolazione, e a tale scopo adoperarsi senza posa per istruirla intorno al modo di governare il proprio corpo e difenderlo dalle influenze nocive, per instillarle l'amore della pulizia, per migliorarne le abitazioni e l'alimentazione, per accrescerne il benessere economico, per regolarne saviamente le condizioni e il tempo del lavoro, per metter freno all'alcoolismo e così via.
È un programma vasto, che non si può esaurire in poco tempo, nè con pochi mezzi. Ma parecchi altri paesi ci hanno già preceduto nell'attuarlo, e ne hanno tratto grandissimo frutto, giacchè, oltre al ridurre il numero dei morti per tubercolosi, hanno notevolmente mitigata l'intensità di cento altre malattie. Con dinanzi agli occhi un risultato così sicuro, sarebbe stoltezza il lasciarsi trattenere dal pensiero delle fatiche e delle spese che ci costerebbe il conseguirlo.