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La cura dei tisici negli ospedali comuni non giova; gli ammalati mancano d'aria pura, di buona alimentazione e di riposo. - A questi elementi di cura provvedono i sanatorii. - Brehmer e i sanatorii per gli agiati. - Loro felici risultati. - Che sia un sanatorio. - I sanatorii popolari in Germania. - Le leggi sociali tedesche e l'istituzione dei sanatorii. - I sanatorii negli altri Stati. - Quando e come si faranno in Italia?
Nei precedenti capitoli abbiamo veduto in quali modi si possa impedire che i materiali tubercolari pervengano ad infettare le persone sane, e si riesca a mantenere elevata la forza di resistenza che l'organismo possiede per natura contro i bacilli. Il nostro studio, però, sarebbe incompleto se non ci occupassimo di un'istituzione, che è il portato di questi ultimi decennii, e può servire efficacemente non meno a curare che a prevenire la tubercolosi, voglio dire la istituzione dei sanatorii.
Per comprendere la ragione d'essere dei sanatorii e il favore che hanno incontrato là dove si videro funzionare, convien ricordare quali risultati si ottengano nella cura della tubercolosi coi metodi che vennero usati fin qui. Tenendo i tisici nelle sale dei nostri soliti ospedali, insieme a malati d'ogni specie, di regola si ottiene questo risultato, che la malattia, nonostante la miriade di medicamenti propinati con una fede immeritamente tetragona ad ogni delusione, percorre sollecitamente la sua parabola fatale.
Nè potrebbe essere diversamente, dacchè i poveretti mancano dei tre principali elementi che l'esperienza dimostrò necessarii alla loro cura: aria pura, buona alimentazione, riposo.
Mancano d'aria pura, perchè l'aria che respirano è contaminata dalla respirazione e dalle esalazioni di tutti i malati della sala, e il depurarla aprendo le finestre nuocerebbe, massime nella stagione fredda, ai malati di pneumonite e di bronchite acuta, di reumatismo articolare, ecc. che giacciono nei letti vicini. L'aria, inoltre, è straordinariamente carica di microbi (Miquel nel 1880 ne contò sette mila per metro cubo nell'aria dell'Hôtel Dieu, e 29 mila nell'Ospedale della Pietà di Parigi); e il loro numero cresce a dismisura quando gl'infermieri scopano e fanno la pulizia della sala. Fra questi microbi ve n'ha di quelli che, entrando coll'aria nei polmoni dei tubercolosi, vi destano, come già dissi, quelle infezioni secondarie che aggravano notevolmente la malattia.
Mancano di buona e sufficiente alimentazione. Il tisico, come ognun sa, ha spesso ripugnanza ai cibi; mangia poco, mentre il mangiare tanto gli gioverebbe. Ora, negli ospedali non trova una voce amorosa ed autorevole che lo persuada a vincere questa ripugnanza dannosa, nè la qualità e la varietà dei cibi son tali da eccitargli l'appetito.
«N'avez vous pas vu, scrive il Dr. Sersiron, les grandes bassines de cuivre rouge transportées à dos d'infirmiers, à travers les cours et les escaliers, arrivant d'une cuisine éloignée, refroidies par ces longues pérégrinations aux moments mêmes où les pansements ne sont pas terminés? De refectoires il n'y en a point et les distributions de pain et de bouillon se font au lit même du malade, souvent au milieu des préparatifs de thoracenthèse ou de ponction que nécessite la pleurésie ou l'ascite du voisin!
«Quel appétit le phtisique peut-il conserver au milieu de tout cela? A-t-il le droit au moins de choisir un morceau de viande qui lui convienne? Pas le moins du monde et on lui place dans son assiette le premier qui se présente dans l'énorme gamelle..... Les excitants naturels de l'appétit, les assaisonnements un peu variés font absolument défaut; il n'est pas jusqu'à l'insuffisance du service, et cette promiscuité sur une même table de nuit, de l'assiette et du crachoir, de l'urinoire et du verre, qui n'ajoute au dégoût naturel du phtisique pour les aliments».
Infine, negli ospedali il tisico manca di quiete e di conforti morali. Quando è costretto a letto, il personale di servizio nel pulire la sala, nel disfare e rifare i letti, nel lavare i vasi lo disturba per quasi tutta la giornata; di notte, i lamenti e i gemiti degli altri malati si uniscono alla tosse che lo strazia, e gl'impediscono di dormire. Gli mancano le distrazioni e i giuochi; nessuno lo svaga, lo incoraggia, gli insegna a ben respirare, a moderare la tosse; anche la speranza, pur così tenace in lui, si spegne, quando vede, all'ora della visita, che il medico, non sapendo più come giovargli, passa dinanzi al suo letto senza arrestarvisi.
In queste condizioni, il poveretto dimagra e indebolisce rapidamente, e ben presto non può più opporre resistenza al nemico che lo rovina. E sovente al danno proprio unisce l'altrui, trasmettendo il contagio alle suore e agli infermieri che lo assistono, o a malati che, per affezione tutt'altro che tubercolare, vengono ricoverati nella stessa sala.
Nè più bella è la prospettiva se il tisico povero è curato a casa sua, dove le condizioni di alloggio, di alimentazione e di assistenza medica sono peggiori che all'ospedale, e dove è libero di trasmettere il contagio alle persone della sua famiglia.
È per l'appunto dall'osservazione quotidiana di codesti fatti che derivò la credenza comune, che la tisi sia malattia inguaribile, superiore a qualunque farmaco, a qualunque risorsa della medicina.
Ebbene, i sanatorii possono dare quanto, non dico il povero, ma neppure l'ammalato ricco può trovare agevolmente a casa sua: ambiente eminentemente igienico, assistenza continua da parte di un personale intelligente ed istruito, severa regolarità di vita, tranquillità dello spirito, e, infine, benefica influenza morale esercitata dal medico direttore dello stabilimento, che fa vita in comune coi malati, e guadagnandosene la stima e l'affetto, infonde loro quell'energia morale, che è un ausiliario così prezioso nella lotta contro questa lenta, e penosa, e insidiosissima malattia.
I felici risultati ottenuti dal dott. Brehmer nel sanatorio per malati agiati, istituito nel 1855 a Görbersdorf, in Slesia, e dal dottore Splengler nel sanatorio pure per agiati, aperto nel 1862 a Davos, in Isvizzera, mediante un metodo di cura fondato assai meno sulle medicine che sull'igiene, questi felici risultati, dico, hanno prodotto una rivoluzione nella cura della tubercolosi, e aperto uno spiraglio inatteso alle speranze di guarigione.
Il dott. Brehmer nel suo sanatorio otteneva dal 24 al 26 per cento di guarigioni; e questa cifra consolante non si doveva tanto alla grande abilità del medico, quanto al sistema di cura da lui messo in opera. Infatti, risultati non meno buoni si ottennero in altri sanatorii, diretti da altri medici, ma funzionanti sullo stesso tipo. Valga ad esempio il resoconto statistico più recente e più particolareggiato che io conosca, quello dato dal dott. Turban pel suo sanatorio per agiati di Davos-Platz nell'Engadina.
In questo stabilimento dal 9 agosto 1889 al 30 giugno 1896 vennero curati 408 malati, che riguardo alla gravità della malattia potevano dividersi in tre gruppi. Infatti, 97 si trovavano ancora nel primo stadio della tubercolosi, 205 erano nel secondo, e 106 erano già giunti agli stadi più avanzati della malattia.
Orbene, dopo una cura durata in media 222 giorni, si ottenne il 66 per cento di risultati positivi, intendendosi con questa parola, che i malati erano usciti dallo stabilimento con stato generale di salute normale o grandemente migliorato, con stato del polmone migliorato o stazionario, e con capacità al lavoro ritornata normale, o almeno accresciuta rispetto a quello che era al principio della cura.
Naturalmente il numero di questi esiti favorevoli fu tanto maggiore quanto meno grave era lo stato del malato alla sua entrata nel sanatorio. Infatti fu del 97,9 per cento nei malati del primo gruppo, del 73,2 per cento in quelli del secondo, e del 23,6 nei più gravi.
E non è a dire che il miglioramento sia stato soltanto transitorio, sia svanito rapidamente col ritorno dei malati alle loro case. Il dott. Turban riuscì ad ottenere notizie di gran parte di questi suoi antichi clienti da uno a sette anni dopo che avevano abbandonato l'Istituto, ed ebbe la compiacenza di sapere, che il miglioramento durava ancora nel 97,5 per cento dei malati del primo gruppo, nel 54,6 per cento di quelli del secondo, e nel 17,4 per cento dei malati del terzo gruppo. Moltissimi del primo e molti del secondo gruppo conservavano le apparenze della migliore salute; non pochi si erano sposati ed avevano avuto figli sani e robusti.
Quando in una malattia che, curata negli ospedali comuni o coi vecchi metodi, conduce regolarmente, e dopo anni di sofferenze alla morte, si ottengono, invece, tante guarigioni e tanti miglioramenti, il risultato si può dichiarare altamente soddisfacente, ed è legittimo il desiderio che l'istituzione dei sanatorii si diffonda, a beneficio dei tubercolosi d'ogni classe e d'ogni paese.
Ma in qual modo i sanatorii esercitano un'azione così benefica? Che cosa sono essi?
I sanatorii sono piccoli ospedali eretti in regioni preferibilmente elevate, ad aria pura, asciutta e tranquilla, circondati da giardini, e orientati, costrutti, ammobigliati secondo le esigenze più severe dell'igiene. Quivi i malati di petto vivono sempre all'aria libera; se il tempo è bello, in giardino; altrimenti in una galleria a vetri, aperta per lo meno da un lato. Se ne stanno immobili su di una sedia a sdrajo, con tutto il corpo ravvolto in coperte di lana, il capo e le spalle nell'ombra. Durante la notte, la finestra della camera dove dormono non viene mai chiusa del tutto. Fanno poco movimento, e quel poco è regolato con precisione dal medico. Quando migliorano, passeggiano in boschi ombrosi, e fanno moderati esercizi ginnastici. Se, invece, insorge la febbre, stanno a riposo assoluto. Evitano qualunque fatica fisica, intellettuale e morale.
Queste buone condizioni di vita svegliano l'appetito, migliorano la digestione, moderano o tolgono la tosse, la febbre e i sudori, diminuiscono e facilitano l'espettorazione, conciliano il sonno.
A ciò si aggiunge un'alimentazione variata, sostanziosa e così abbondante, che a prima giunta non sembrerebbe tollerabile. Inoltre si eccita l'attività della pelle con frizioni secche con flanella, o con frizioni umide stimolanti, o con qualche bagno. Ai malati s'insegna a non tossire che quando è necessario per l'espettorazione, e si danno norme rigorose riguardo allo sputo, comminando a chi non le osservasse l'espulsione dallo stabilimento.
In breve, i cardini su cui posa l'efficacia dei sanatorii nella cura della tisi sono: l'aria pura, l'alimentazione abbondante e un relativo riposo della mente e del corpo, sotto la guida e la sorveglianza di un medico diligente, dotto e di sano criterio.
La cura dei sanatorii è la cura più naturale della tubercolosi, perchè essa non agisce che aiutando la natura. Nel Cap. II abbiamo già veduto come in gran numero di persone esistano dei focolai tubercolari spontaneamente guariti o in via di guarigione; ebbene, nei sanatorii i malati si tengono nelle condizioni più propizie, perchè questi fenomeni di resistenza dell'organismo si manifestino più frequenti, più rapidi e più vigorosi.
Non deve far meraviglia che la Germania, la quale, per la prima ha veduto sorgere nel proprio territorio un vero sanatorio, quello del Dr. Brehmer, ed è fra le nazioni che pagano un tributo più elevato alla tubercolosi, sia stata anche la prima a volere che il beneficio di siffatte istituzioni non fosse riserbato soltanto ai ricchi, ma venisse esteso anche alla popolazione operaia, la quale in un paese industriale è così numerosa, e rappresenta tanta parte nella prosperità della nazione.
Dei medici filantropi con pubblicazioni, conferenze e congressi seppero mettere in evidenza, da una parte l'entità dei danni morali ed economici procurati da quasi un milione e mezzo di tubercolosi (chè tanti si calcola ne abbia la Germania), dall'altra i vantaggi che sarebbero derivati dalla fondazione di questi stabilimenti così efficaci a curarli.
Il principio del decennio che sta per spirare vide i primi frutti di questa santa crociata. Infatti nel 1892 il Dr. Dettweiler, uno dei più ferventi apostoli della nuova idea, con somme largite dalla cittadinanza di Francoforte potè impiantare un piccolo sanatorio pei poveri, di 28 letti, vicino al suo sanatorio per gli agiati a Falkenstein nel Taunus; nel 1893 la munificenza di una baronessa di Rothschild permise l'apertura di un sanatorio di 80 letti a Ruppertshain; nell'ottobre 1892 la città di Berlino fondò a Malchow un sanatorio per uomini, cui fece seguire nel 1893 un altro a Blankenfeld per donne, e ancora nel giugno 1892 una Società di Brema ne aperse uno a Rehburg.
E dopo d'allora il movimento per la costruzione dei sanatorii andò di tal modo aumentando, che nel terzo Congresso annuale del Comitato centrale tedesco, tenuto a Berlino il 9 gennaio 1899 sotto la presidenza del gran cancelliere principe Hohenlohe, presente l'imperatrice, il segretario Pannwitz poteva con lieto animo annunciare, che esistevano già 33 Società tedesche per l'erezione di sanatorii, alle quali poco dopo se ne sarebbero aggiunto altre tre, e che 20 sanatorii funzionavano di già, ed altri se ne trovavano in costruzione.
Ma i sanatorii finora istituiti non sono, di fronte al numero dei malati adatti alla cura, che una goccia d'acqua nel mare.
Supponendo che dei 600 mila tisici poveri, che si calcolano esistere presentemente in Germania, 400 mila siano ancora in istato da dare speranza di miglioramento, e che la cura di un malato duri in media due mesi (ed è una media certamente troppo bassa), un letto di sanatorio potrebbe servire per sei cure all'anno; sicchè pei 400 mila malati occorrerebbero 670 sanatorii con una media di 100 letti ciascuno.
Supponendo poi, che il costo giornaliero di un malato sia di marchi 2,50 (il marco equivale a lire 1,25); e che un marco al giorno venga destinato a soccorrere la sua famiglia, si avrebbe pei 67 mila malati una spesa complessiva di 234500 marchi al giorno, ovvero di 85 milioni e mezzo di marchi all'anno.
È una spesa che andrebbe diminuendo a misura che, coll'applicazione sempre più diligente di provvedimenti contro il contagio, si accentuasse quella diminuzione nel numero dei tubercolosi, che in Germania è già cominciata da parecchi anni: ma sarà pur sempre una spesa rilevante, alla quale anche ad una nazione ricca non è facile di far fronte.
Le somme pei sanatorii fatti finora vennero fornite in parte dai Municipi, in parte da ricchi filantropi o da Società benefiche, formatesi in molte provincie o città dell'Impero, e indirizzate ed aiutate nei loro sforzi dal Comitato centrale sovraccennato, residente a Berlino. Una parte efficace nel movimento è rappresentata dall'Associazione della Croce Rossa, la quale, riconoscendo l'altissima utilità dell'impresa, deliberò d'impiegare in tempo di pace le sue baracche destinate al tempo di guerra, e per prova cominciò dal fondare il sanatorio di Grabowsee, destinandolo alla popolazione povera di Berlino.
Fu così soddisfatta del risultato, che deliberò di cooperare all'erezione di 30 sanatorii, e procedette con tanta sollecitudine che un buon terzo di questi è già in esercizio.
S'intende che le baracche servono soltanto provvisoriamente; a mano a mano che si raccolgono quattrini, esse vengono sostituite da costruzioni in muratura. Per esempio, il sanatorio di Grabowsee, che alla sua fondazione contava 26 baracche, ora non ne ha più che tredici.
Ma più della filantropia dei privati e delle Società, potè e potrà fare pei sanatorii lo spirito utilitario; uno spirito, cioè, che, mentre mira all'utile proprio, non perde di vista l'interesse della collettività.
Un tisico povero di solito è un lavoratore, il quale non può più dar frutto coll'opera propria, danneggiando in tal modo sè, la famiglia e la società, e deve, anzi, essere nutrito e curato a spese altrui.
Ora, secondo quelle provvide leggi sociali, di cui la Germania seppe dotarsi in questi ultimi vent'anni, ogni operaio deve essere inscritto tanto in una Cassa pei malati, la quale ha l'obbligo, quando cade ammalato, di provvedergli cure e sostentamento per un periodo di tempo estensibile fino a tredici settimane, quanto in un Istituto per l'invalidità e la vecchiaia, il quale, a sua volta, ha il carico di fornirgli una rendita annua quando passa i settant'anni o diventa invalido al lavoro.
D'altra parte, in uno dei precedenti capitoli abbiamo veduto, come più della metà degli operai che diventano invalidi nell'età più produttiva, perdano l'attitudine al lavoro a cagione della tubercolosi.
Ciò posto, si comprende facilmente come entrambe queste istituzioni (che vivono per contributi annui pagati in parte dagli iscritti, in parte dai loro padroni e dal Governo) abbiano il più grande interesse a limitare la diffusione della tubercolosi, e quando un operaio ne viene colpito, a procurare:
1.° che la malattia duri poco ed abbia esito favorevole;
2.° che, se conduce l'ammalato all'invalidità, questa sopravvenga il più tardi possibile.
Ora, questi intenti vengono ampiamente soddisfatti dai sanatorii, poichè, mentre la cura negli ospedali comuni ordinariamente, dopo molti mesi od alcuni anni passati fra letto e lettuccio, non vale ad impedir la morte, quella nei sanatorii popolari ha dato risultati confortantissimi.
Brehmer, come già dissi, nel suo Istituto per gli agiati otteneva dal 24 al 26 per cento di guarigioni: nei sanatorii popolari, invece, su 100 malati si hanno da 30 a 35 guariti, e da 40 a 45 notevolmente migliorati; sicchè, in complesso, si può calcolare che, con una cura della durata di 70 od 80 giorni, il 70 od 80 per cento dei malati vengono restituiti alla società o guariti del tutto, o così migliorati da poter continuare per alcuni anni in un proficuo lavoro.
A prima giunta può sembrar strano il fatto che nei sanatorii pel popolo il numero delle guarigioni superi quello dei sanatorii destinati ai ricchi, ma l'apparente paradosso si spiega considerando, che in questi ultimi gli ammalati vengono accolti in qualunque stadio della malattia, mentre nei sanatorii popolari si fa una scelta scrupolosa e non si accettano se non quelli che dànno fondata speranza di miglioramento o di guarigione.
Fatti diligentemente i loro calcoli, gli istituti per gl'invalidi e le Casse pei malati trovarono conveniente d'accordarsi per procurare ai loro associati la cura dei sanatorii; anzi, non solo si addossarono le spese di cura, ma assegnarono anche un sussidio giornaliero alla famiglia del malato, in modo che questi potesse attendere tranquillamente alla propria salute, senza il cruccio delle strettezze derivanti alla famiglia dalla sua invalidità.
L'Istituto anseatico per gl'invalidi, diretto da un uomo di cuore ed intelligentissimo, il Gebhard, fu il primo ad entrare in questa via vantaggiosa per l'Istituto, e così benefica per la popolazione operaia, e, incoraggiato dai risultati, ha costrutto un sanatorio proprio per continuarla indefinitamente.
Secondo la convenzione stretta colle diverse Casse pei malati della regione, l'Istituto provvede alle spese di cura dei tubercolosi, che costano da 2,50 a 3 marchi al giorno, ma le Casse vi contribuiscono nel modo seguente:
1) passano alle famiglie dei malati un sussidio che varia da 0,50 a 2 marchi al giorno a seconda del numero e dell'età dei figli;
2) dànno un contributo alle spese di cura, il quale varia per ogni malato in senso inverso all'entità del sussidio che passano alla sua famiglia; infatti è di marchi 1,50 pei malati celibi, o ammogliati con non più di un figlio d'età inferiore ai 15 anni, e di un marco per quelli che devono provvedere a due figli sotto ai 15 anni. Se la famiglia è in maggior bisogno, allora tutto il contributo delle Casse vien versato ad esse, e l'Istituto prende la cura del malato a totale suo carico.
La rapidità con cui l'Istituto anseatico sviluppò la sua azione a beneficio dei suoi associati tubercolosi è dimostrata dallo specchietto seguente, che fornisce, in marchi, le somme con cui l'Istituto contribuì alla loro cura nei sanatorii:
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Gl'Istituti per gl'Invalidi nel 1894 avevano inscritti circa undici milioni e mezzo di operai, dei quali sette milioni erano oltracciò inscritti nelle Casse pei malati.
Queste cifre indicano abbastanza qual somma di bene essi potranno fare quando avranno pienamente sviluppata questa nuova forma di assistenza, la quale, oltre al resto, presenta questi due grandi vantaggi: 1° che è pagata da quegli stessi che ne usufruiscono, cioè dagli operai, mediante le somme che altrimenti essi riceverebbero dalle Casse e dagli Istituti come sussidi in caso di malattia, o come rendita annua in caso d'invalidità; 2.° che le sue risorse aumentano in proporzione della gravità con cui la tubercolosi è diffusa nel paese. Infatti, essa è più frequente nelle regioni ove più fitta è la popolazione operaia; ma quivi è altresì più elevato il numero degli inscritti alle Casse pei malati ed agli Istituti per gli invalidi, e quindi maggiore la copia dei mezzi di cui questi possono disporre.
Nonostante l'azione benefica di queste due istituzioni tedesche, non è a credere che piccolo sia il campo che resta alla beneficenza privata. Questa potrà procurare un'assistenza migliore di quella usata fin qui a quei tubercolosi che, stante lo stadio avanzato della malattia, non presentano probabilità di guarigione, e non vengono, quindi, accolti nei sanatorii di cui si disse finora; inoltre dovrà provvedere alla cura di quei non pochi tubercolosi poveri, che non si trovano ascritti alle Casse pei malati e agli Istituti per gl'invalidi.
È poi probabile che in Germania anche il Governo, il quale pel complesso delle sue leggi sociali è a capo di tutti i governi civili, s'occupi direttamente della difesa contro la tubercolosi e dei sanatorii. Egli ha già potuto accertare, che qui è in gioco non solo un interesse sanitario di primo ordine, ma un grave interesse economico, di cui l'Ufficio di sanità dell'Impero ha tradotto in cifre il valore: supponendo, come venne dimostrato dall'esperienza, che di dodici mila ammalati designati come adatti per la cura nei sanatorii, nove mila in seguito alla cura possano riprendere il lavoro, e continuarlo per una media di tre anni, e calcolando a 500 marchi (L. 625) il salario medio annuo di ciascun individuo, ne segue che il vantaggio sociale sarà di 3´500´9000, cioè di 13500000 marchi. Se ora da questa somma si deducono le spese di cura e gl'interessi dei capitali impiegati, calcolati in 6 milioni di marchi, risulterà un beneficio sociale netto di 7500000 marchi.
Gli altri Stati europei si dispongono a seguire l'esempio della Germania.
L'Inghilterra, a questo riguardo, si trovava già in condizioni relativamente buone, perchè fino dal 1814 possedeva a Londra un ospedale per le malattie di petto, e poscia ne aveva fondato parecchi altri, sicchè nel 1884 ne contava 18, capaci di sei o sette mila letti. Siccome però, tali ospedali, per costruzione e funzionamento, non rispondono del tutto al tipo dei sanatorii tedeschi, e d'altra parte sono impari al bisogno, così presentemente in ogni parte del Regno Unito si lavora con alacrità per poter applicare largamente il nuovo metodo di cura.
La Svizzera può vantare già in esercizio i sanatorii di Berna, Basilea e Glarus, poi l'ultimo, testè inaugurato, di Zurigo, che contiene 100 letti, e costa 550000 lire.
Si ritiene che fra qualche anno ce ne sarà un'altra mezza dozzina in funzione, e così un migliaio di letti sarà a disposizione dei malati poveri del paese.
In Russia, ne esistono uno in Finlandia e uno a Pietroburgo, dono dell'Imperatore Nicolò II.
In Isvezia, il Re, due anni fa, nel 25.° anniversario della sua incoronazione, donò tre milioni per la costruzione di sanatorii popolari, e per lo stesso scopo la Regina Guglielmina d'Olanda, l'anno scorso, nell'occasione della sua incoronazione, donò una magnifica proprietà e 400 mila lire.
Anche la Norvegia ha un sanatorio in funzione ed uno in costruzione.
In Austria, grazie specialmente alla perseverante attività del prof. Schrötter, venne da poco inaugurato il sanatorio di Alland presso Vienna.
In Francia si hanno due sanatorii per ragazzi, l'uno a Ormesson, l'altro a Villier; inoltre un sanatorio per adulti, dovuto alla beneficenza privata, venne compiuto a Lione, e un altro pel comune di Parigi è in costruzione a Angicourt, ma non potrà venir aperto che nel 1900.
Quanto all'Italia, finora non vi si trovano sanatorii nè pei ricchi nè pei poveri. Ai primi dovrà pensare l'iniziativa privata, ed è a stupire, anzi, che non ci abbia pensato ancora, trattandosi di una speculazione certamente rimunerativa.
Riguardo ai sanatorii pei poveri, ammessa la loro indiscutibile necessità, come si potrebbe provvedere alla loro fondazione e al loro funzionamento?
La beneficenza nel nostro paese è inesauribile, e gl'innumerevoli istituti, che in ogni regione e sotto svariate forme la rappresentano, ne sono la più bella prova.
Però non bisogna dimenticare, che i più potenti di tali istituti sono il risultato ultimo di liberalità private, accumulate per secoli, e che nel caso nostro, siccome il numero di coloro che abbisognano di cura è grandissimo, così la spesa non potrà certamente venire coperta da oblazioni volontarie.
I privati potrebbero giovare assai, riunendosi in società e raccogliendo somme per la costruzione dei sanatorii; per quanto spetta alle spese d'esercizio, potrebbero, tutt'al più, portarle il loro contributo.
Se noi avessimo, come la Germania, delle istituzioni funzionanti in tutto il Regno, e destinate a sostentare gli operai malati, invalidi o vecchi, il problema sarebbe per buona parte risolto; ma ognun sa come la nostra legislazione sociale sia ancora in fascie, e come quella parte che esiste proceda sulle grucce.
Però, in non poche nostre regioni vivono o fioriscono delle istituzioni, che potrebbero addossarsi una parte del carico: le Società di Mutuo Soccorso, gli Ospedali, massime quelli destinati ai cronici, le Società di Assicurazione (limitatamente ai loro clienti), le Casse di Risparmio, le grandi imprese industriali, e, infine, i Comuni per quei poveri che vi hanno il loro domicilio di soccorso.
A tutti questi Enti importa che i lavoratori si conservino atti più a lungo che sia possibile a guadagnarsi la vita; essi devono pertanto trovare il loro tornaconto nell'aiutare i sanatorii, che in pochi mesi di cura restituiscono alla società, ancora idonei al lavoro per parecchi anni o per tutta la vita, molti individui che altrimenti finirebbero per morire troppo presto per sè stessi e per le loro famiglie, troppo tardi per quegli enti che devono sopportarne per parecchi anni, quanto dura la malattia, il peso della cura e del mantenimento.
Sul concorso del Governo in un'impresa sanitaria, l'esperienza c'insegna che c'è poco da contare. Il continuo cambiamento di ministeri produce discontinuità d'azione, frequente cambiamento d'indirizzo, inefficacia di risultato. Sarebbe già molto se il Governo, valendosi di quell'autorità morale che esercita pur sempre in Italia, s'adoperasse a destare il movimento dove non nasce spontaneo, a stabilire le norme regolanti i rapporti fra i diversi Enti che si associano per dar vita ai benefici Istituti, e a sorvegliare che il denaro venga speso bene e il funzionamento dei sanatorii sia tale da dare il massimo frutto.
In alcune città italiane si sono in questi ultimi tempi costituite delle società o dei comitati per promuovere la costruzione di sanatorii. C'è da far voti che riescano nella nobile impresa, e che il movimento si estenda in ogni regione d'Italia. Ne risentiranno beneficio i poveretti colpiti dalla malattia, ne risentirà beneficio l'economia nazionale, e, infine, ne risentirà beneficio lo stato sanitario della popolazione tutta, poichè i sanatorii rappresentano una parte tutt'altro che trascurabile nella prevenzione della tubercolosi. I malati che vi vengono ricoverati sono tanti focolai infettivi di meno per la popolazione da cui provengono, e quando ne escono, diventano preziosi cooperatori nel diffondere utili nozioni intorno alla natura della tubercolosi e ai modi di evitarla e di combatterla.
Un altro vantaggio indiretto i sanatorii procureranno in questo senso, che negli ospedali comuni da cui verranno tolti i tubercolosi curabili, resteranno liberi molti letti, che potranno assai più utilmente venir usati per infermi di malattie acute. Presentemente quasi dappertutto gli ospedali sono diventati insufficienti al bisogno, a cagione della quantità di letti occupati dai tisici; e questo inconveniente si fa sempre più grave a misura che, col fiorire dell'industria e col conseguente aumento del numero degli operai, cresce pure il numero dei tubercolosi. Negli ospedali parigini, e si potrebbe dire lo stesso di tutte le grandi città, i letti sono occupati per un quinto, e talora per un terzo, dai tisici. Nel 1895 nelle sale del Dott. Letulle, sopra 28544 giornate passatevi da malati d'ogni malattia, ben 11569, cioè più di un terzo, spettarono a tubercolosi. Nel 1893 il numero dei tisici ammessi negli ospedali parigini fu di circa 14 mila, e tale cifra continua gradatamente a crescere, con una media di 865 ammissioni di più ogni anno.
Ecco, adunque, come gran parte d'ogni ospedale sia a servizio di malati cronici, i quali, mentre non ne traggono profitto per sè, essendo le condizioni in cui vi si trovano assai più atte a peggiorare il loro stato che a migliorarlo, danneggiano quei malati pei quali sarebbe indicata la cura nell'ospedale, impedendo la loro ammissione per la mancanza di letti disponibili.
Contro la istituzione dei sanatorii alcuni sollevano l'obbiezione, che il concentramento in un sol luogo di molti tubercolosi possa costituire un potente focolaio d'infezione, atto a diffondere la sua azione malefica così nell'Istituto stesso, come nel paese che lo circonda. Non credo, però, che questa obbiezione possa aver valore per chi ha letto quanto ho esposto fin qui, e sa come il tubercoloso diventi all'atto innocuo quando, riguardo allo sputo, usi quelle precauzioni che tanto rigorosamente sono fatte osservare nei sanatorii.
Del resto, l'esperienza ha già fatto ragione di questi timori. E per vero, se si considera la possibilità d'infezioni nell'interno dello stabilimento, ai fatti che ho citati più sopra, posso aggiungerne altri due non meno eloquenti. Nel sanatorio del Dott. Turban, a Davos-Platz, in sette anni, sopra 35 o 40 persone di servizio, una sola ammalò di tubercolosi, una ragazza che aveva l'incarico di lavare le sputacchiere; non ammalò nessuna delle infermiere che curavano gli ammalati più gravi e lavavano le loro sputacchiere. All'ospedale inglese di Brompton in 20 anni si sono curati più di 15 mila tisici, e nessuno dei medici, dei sacerdoti, dei direttori o del personale di servizio contrasse la malattia.
Se poi si considera la popolazione che si trova nei dintorni dei sanatorii, è chiaro che essa deve considerarsi ancor meglio protetta verso il contagio che non sia il personale vivente in contatto coi malati, ed io non reputerei necessario di avvalorare il mio asserto con delle prove, se non si sentisse esprimere da molti un'opinione contraria, e se, in non pochi casi, la costruzione di un sanatorio in una determinata località non avesse incontrata forte opposizione nella popolazione, che ne paventava la vicinanza.
Brehmer, calcolando la mortalità per tubercolosi della popolazione del villaggio di Görbersdorf trovò, che mentre era di 0,41 prima dell'impianto del sanatorio, non fu più che di 0,18 negli anni successivi all'impianto. Del pari Nahm a Falkenstein osservò una diminuzione di mortalità dal 4 al 2,5 per mille. Come appare da queste cifre, dedotte da osservazioni durate parecchi anni, l'impianto di un sanatorio, anzichè aumentare la tubercolosi nella popolazione circostante, vale a diminuirla. Nè è da farne le meraviglie, poichè il sanatorio anzitutto, procurando alla popolazione nuove fonti di guadagno, la mette in migliori condizioni di vita, poi perchè dagli ospiti del sanatorio vengono diffuse nel paese, coll'esempio, le norme più adatte a conservare la salute e ad impedire il contagio.
La scoperta che la tubercolosi è malattia che si può prevenire e curare, e che il buon esito della cura è tanto più probabile quanto più presto essa s'incomincia, ha singolarmente aggravato la responsabilità del medico verso i suoi clienti e le loro famiglie, e gli ha imposto due importanti doveri. Anzitutto egli ha l'obbligo d'addestrarsi, con tutti i mezzi che la scienza insegna, a riconoscere la malattia fin dal suo primo apparire, giacchè questa sottigliezza di diagnosi mira non ad una meschina soddisfazione d'amor proprio di fronte ai colleghi che potrebbero, oltre a lui, visitare il malato, ma sì a mettere quest'ultimo sull'avviso mentre è ancora in condizioni di poter guarire.
In secondo luogo il medico ha il dovere, appena riconosca o sospetti l'esistenza della tubercolosi, di dire senza ambagi la verità al paziente ed alla sua famiglia. Si capisce come in passato, quando la diagnosi della tubercolosi si riteneva equivalente ad una sentenza di morte, si cercasse di nascondere la natura vera della malattia per non spaventare il paziente e scoraggiare i suoi. Una bugia pietosa allora era, non che permessa, consigliata. Al presente, invece, essa avrebbe per risultato il danno di tutti: del paziente, che lascerebbe trascorrere un tempo prezioso per la cura, e saprebbe forse la verità soltanto quando ogni speranza di salvezza è perduta; della famiglia che, non usando delle volute precauzioni, si troverebbe continuamente esposta al contagio. Non riconoscendo per ignoranza o per negligenza la natura della malattia, o tacendo la verità, il medico manca alla sua missione, e tradisce la fiducia che i suoi clienti hanno riposto nella sua onestà e nella sua dottrina.
I sanatorii, indispensabili per la guarigione della tubercolosi nelle persone appartenenti sia alla popolazione operaia, sia a quel ceto, forse più misero, che deve conservare certe apparenze d'agiatezza, quantunque le entrate, su cui può contare, non superino quelle di un operaio, e gli rendano impossibile l'accumulare risparmi, i sanatorii, dico, sono del pari indispensabili per la cura del ricco, che può, secondo il consiglio del medico, cambiar clima, nutrirsi abbondantemente, seguire quel regime di vita che meglio favorisca la guarigione?
Risponderò riferendo l'opinione di due medici di grande competenza in argomento.
Il Dott. F. Wolff in un opuscolo pubblicato proprio in questi giorni a Monaco, espone le norme per applicare nella clientela privata i metodi di trattamento usati nei sanatorii, e, da specialista qual è, impartisce una serie di preziosi consigli. Però, qual è la conclusione del suo lavoro? – Eccola: «Chi esamina quanto ho scritto riconoscerà quanto sia difficile di applicare questa cura senza grande pratica, e come occorra singolare fiducia da parte del paziente e della sua famiglia, e speciale diligenza ed energia da parte del medico per far godere al malato, in qualche maniera almeno, i vantaggi del sanatorio.
«Non è necessario d'insistere su questo, che anche nelle circostanze più favorevoli è impossibile di sostituire completamente colla cura privata la cura del sanatorio, nella quale il malato approfitta, oltre che del clima, della grande pratica del medico e delle speciali disposizioni dello stabilimento.
«Dobbiamo quindi guardarci seriamente dal tentare la cura del malato nella pratica privata se a ciò non ci costringono gravi e pressanti ragioni. Un soggiorno, benchè breve, nel sanatorio, che alla fine deve essere pel malato un istituto d'educazione, renderà singolarmente più facile al medico e al paziente, così l'ulteriore trattamento, come la vittoria finale sulla malattia.»
In maniera consimile già si era espresso uno dei più illustri clinici tedeschi, il prof. E. von Leyden di Berlino, in un discorso pronunciato al Congresso Medico di Mosca del 1897:
«Quando si chiede se il trattamento dei sanatorii sia indispensabile per la cura, non si può non rispondere, che eguali risultati si possono ottenere anche fuori di essi, ma più difficilmente, e soltanto col concorso di circostanze particolarmente favorevoli. Molti malati provano una decisa ripugnanza ad entrare in uno stabilimento, parte perchè non amano trovarsi con altri malati, parte perchè non sanno assoggettarsi ad una regola severa. È compito del medico di procurare anche a questi malati, per quanto è possibile, tutti i vantaggi della cura dei sanatorii: e non v'è dubbio, che ciò si riesce ad ottenere, quando il paziente è nella fortunata condizione di poter fare tutto quanto è necessario, e possiede anche abbastanza forza di volontà e perspicacia per farlo. Non si può mettere in dubbio la possibilità di una cura privata con risultati pari a quelli dei sanatorii; ma essa richiede assai più tranquillità e tempo da parte del medico, e non ha risultato così sicuro. Ad ogni modo, quand'anche il malato si trovi nelle circostanze più favorevoli che si possano immaginare, io credo che sia un grande beneficio per lui, che, almeno una volta o due, si decida a soggiornare per parecchie settimane o per qualche mese in un buon sanatorio.»
Quando si considera come non ci sia forse altra malattia in cui sia più necessario che il medico conosca profondamente la costituzione del suo malato, e, accompagnandolo nella sua vita, lo diriga in modo, che faccia tutto quanto gli può giovare, ed eviti tutto quanto gli può tornare di danno, si comprende come un risultato pieno ed intero della cura non si possa ottenere altrove che nei sanatorii, ove il regime di vita, tuttochè modellato a grandi tratti su di un regolamento eguale per tutti, è però individualizzato dal medico a seconda delle condizioni dei singoli pazienti, e da lui continuamente diretto.