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Proibisco, nel modo più assoluto, che volgari contraffattori e rabberciatori di stampa, ripubblichino abbreviato o mozzo o ritoccato, questo povero libro. Giulio Pane conosce da sè, che l'opera è piena di vizj letterarj e tecnici; ma – come fu sempre in vita – aperto e leale con i contemporanei; esige dai futuri che lascino in pace le pagine scritte con molto cuore (se non con molta intelligenza e proprietà d'eloquio) da questo morto, a sfogo de' suoi personali dolori e delle cocenti sventure che lo perseguitarono.
– È curioso, – dirà il lettore: è curioso e strano, che un libro di Memorie, o, come oggi si dice, un'Autobiografia in tutta regola, sia stata rinvenuta proprio in Bolivia e venga a pubblicarsi in Italia, con un titolo così appariscente da attirar subito la curiosità; e piú strano, poi, che l'autore di un libro così grosso, un galantuomo sperduto in una foresta boliviana, dopo tante vicissitudini e traversie, abbia finalmente avuta inaspettata fortuna – lui il fortunato! – d'imbattere in un altro galantuomo che si sia presa a cuore la pubblicazione del volume, sciogliendo un voto alla virtù d'un conterraneo, alla memoria d'uno scrittore, al rispetto che si deve sempre a un uomo di buona fede, al quale s'è data la parola e se n'è accettato l'impegno.»
Ma tant'è; la verità è questa e la giustizia è giustizia, anzi luce, tardiva se vogliamo, ma sempre luce, e la luce è vita e verità; e chi mantiene una promessa, compie al proprio dovere, che è, e dev'essere, sacrosanto. Ecco perchè – mio caro lettore, – queste povere pagine (dico povere perchè scritte da un pover uomo e in povera lingua), vengono alla luce del mondo proprio nella terra di Giulio Pane, il quale, oltre a essere un pover uomo, fu anche poveramente un uomo povero: titolo più che sufficiente ad attirarsi la tua simpatia e la discrezione del resto del pubblico.
Prima, di tutto, però, voglio raccontarti, per filo e per segno, com'andò che mi capitarono nelle mani queste Memorie, e giustificar così, agli occhi tuoi la mia inframettenza.
Or'è l'anno, io mi trovava, per diletto e per istudio, nella lontana Bolivia, dopo aver percorso tutti gli Stati Uniti del Nord'America, il Messico, il Guatemala, e parte degli Stati del Centro; un giorno, mentre me ne stavo scrivendo nella mia cameretta d'albergo nella città di Sucre, il mio albergatore – un lucchese puro sangue – (ricordati, lettore, che la provincia di Lucca ha, si può dire, portato la vita e il progresso in tutte le terre del Nord e del Sud America – dall'estuario del Plata all'Amazonas e dal Mississipi al lago Erie), – bussò all'uscio, e entrato mi disse queste precise parole: – «Signor Tanini, c'è qui un rapaz, che chiede di lei» – Di me? risposi stupefatto – e chi diavolo mi cerca, qui, ove sono quasi sconosciuto meno che al Consolato? Fatto passare il ragazzo, il fanciullone – uno di quei cholos mezze bestie e mezze uomini, – mi porse una lettera dicendo: – «Es una carta muy urgente; el hombre està murièndose.» – Apersi con meraviglia la lettera scritta con mano tremante e lessi quanto segue:
«Signore,
«Le sarei veramente grato se volesse venir súbito da me: il ragazzo l'accompagnerà. Venga súbito perchè sono agli ultimi.
Senza frapporre indugj eccomi in cammino col ragazzo.
Proprio nel fondo d'un gran bosco, lontano un sei chilometri da Colquechacà, il ragazzo m'indica una capannuccia costruita con foglie di cactus, e scappa con quanta forza ha nelle gambe.
Avvicinatomi alla capanna; entro senza tanti complimenti e vedo su di un piccolo catre americano, sollevato su un misero guanciale, un bel vecchio di circa ottanta anni, con una bella barba bianchissima e fluente, la testa coperta di folti capelli candidi, col viso pallidissimo e terreo, quel colore che annuncia la morte vicina e che sembra dare al viso umano un'espressione di nobile rassegnazione e di tranquilla e soave bontà.
– Scusate – mi dice subito con voce debole ma spiccata e in perfetto toscano – scusi tanto, caro signore, se mi son permesso d'incomodarla; sto per morire e non ho nessuno a cui confidare le mie ultime volontà, so che lei viaggia in questo paese per studio, che pubblicherà dei libri su i suoi viaggi, che è lucchese e io, lucchese pure, a niun altro avrei potuto confidar meglio le mie ultime cose. La ringrazio, dunque di cuore anticipatamente e la prego di stare a sentire le mie ultime parole.
Fu la mia una vita agitatissima, avventurosa e infelice: quanto vidi o feci, bramerei che i giovani lo sapessero, perchè le mie vicende, le disgrazie mie, in parte dipesero da me, in parte dalla ventura; la fortuna fummi avversaria in tutto e, come dice Seneca, siccome la fortuna guida quasi tutte le vicende umane, ho creduto un dovere lasciare una specie di testamento e confessioni candide e sincere, che ho scritto in Italia in parte e ho terminate qui in queste solitudini, quando, spoglio oramai di tutti i fastidi materiali, la mia mente s'estasiava fra le bellezze selvagge di questa terra dove piante, sole, animali vivono una vita di furibonda energia, e dove il pensiero, ispirato dalle maravigliose gemme che si stemperano nell'azzurro eterno e senza macchia, par che riviva della luce della costituzione della Croce del Sud, un poema di canto e di filosofia.
– Lì – e m'accennò una cassa piccola tinta di verde – vi sono dei fogli che formano il sèguito e l'ultima parte d'un mio libro che ella potrà riavere, insieme ai primi fascicoli dell'opera che la prego ricercare da un certo Edoardo Isnenghi stampatore di Bergamo al quale l'affidai prima del mio infausto viaggio per il Nord America, nell'anno 1911, vale a dire dieci anni or sono.
Li legga, me li conservi, veda se valgono qualche cosa e li pubblichi in Toscana, affinchè, dalla loro lettura, i giovanetti sentano a cosa s'espone un uomo, quando, privo di guida e di riflessione, senza parenti e amici, e per solo intuito del temperamento avventuroso, s'imbarca nel gran viaggio della vita, senza bussola, senza pilota e senza saper dove va, spiegando tutte le vele con improvvida larghezza.
– Desidero che lei faccia ardere il mio corpo in una radura del bosco: ecco – e qui, mi porse poche, scarse, economie – ecco quanto credo basti per pagare due o tre peones cholos pel ammucchiare pochi lentischi e ginepri: il fuoco è stato sempre il mio nobile ispiratore e voglio lasciare a lui le mie aride e vecchie ossa. Il resto basterà per la stampa delle mie memorie.
– Que' libri – e m'accennò un grande scaffale che ricopriva le pareti intere della Capanna, – furono i miei fedeli e unici amici, anzi fratelli; la prego accettarli come ricordo del povero lucchese morente, nemico dei preti e d'ogni religione; libero d'ogni metafisicume come d'ogni razionalismo pesante e indigesto; non riconosco altri poteri che la gran forza del Sole, padre di tutti noi, e nel Sole, ossia nelle sue fiamme terrestri, desidero ritornare.
– Prenda tutto; e si ricordi di me quando giunge nella dolce Italia e nella cara Lucca dove io ebbi l'onore di nascere quasi sessant'anni fa.
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Caro lettore, io ti prego di non rider di me, se ti dico, che versai pietose lacrime sul viso del bravo toscano morente; che obbedii a puntino le sue ultime parole; che ne chiusi pietosamente gli occhi e che meco recai un pugno di cenere di quel corpo che tanto aveva amato e sofferto, che tanti nobili pensieri ebbe in vita, e che simbolo della toscana laboriosità era andato a morire solingo silvano, in un bosco sperduto della lontana Bolivia.
Sciogliendo dunque il voto fatto nella capanna di Colquechacà, ecco qui o lettore le memorie di Giulio Pane: non vi troverai voli lirici, ne' gran tirate retoriche; la lingua, è lingua toscana; i puristi, vi troveranno subito di molte pècche e salteranno su con la critica cruscante pettegola, vanesia; ma cosa pretendere da un uomo che non faceva profession di letterato; che era un Sel fade man, un auto-didatta, come si dice pedantescamente oggi a bocca piena? leggi o giovinetto, e pondera dunque spassionatamente; e se ti move talvolta il cuore una pagina o l'altra di queste povere pagine di Giulio Pane, benedici la memoria di chi le scrisse, perchè veramente fu un galantuomo, un saggio, uno sventurato, un ribelle; ribelle sopratutto alle ipocrite convenzioni sociali, stitiche e scipite; anima grande e generosa; mente vasta e adorna di ogni studio; di cuore nobile, puro e disinteressato come, disgraziatamente, pochi ve n'è in questi tempi ove trionfa il solo egoismo, l'ingordigia, e l'ambizione più petulante.
esecutore testamentario di Giulio Pane