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O me infelicem! qui nunc demum intellego,
Utilia mihi quam fuerint, quæ despexeram,
Et, quæ laudaram, quantum luctus habuerint.
La vita dell'uomo, se ben la si consideri nel suo principio, mezzo e fine, è veramente un cerchio, la cui circonferenza, dal giorno della nascita a quello della morte, par che s'amplifichi e vada via via comprendendo maggiore spazio. Infatti vediamo che uomini insignificanti, piccoli e volgari, non lasciarono sulla terra che la traccia effimera di un punto, appena discernibile del loro cammino; altri ve ne impressero una traccia più grande; i maggiori, i predestinati vi tracciano un circolo talmente vasto, quasi un orizzonte ampio, brillante, direi infinito; tantochè, lo sguardo, non può abbracciarlo tutt'intero, precisamente come il marinaio scorge appena appena la linea d'acqua del lontano orizzonte stando sulla tolda, e monta sulla coffa donde poter ficcar l'occhio lontan lontano a scoprir terra d'approdo o la nave velata tra le brume.
L'uomo poi è, sulla nave della vita e sull'Oceano su cui galleggia quasi come un puntolino velato anch'esso tra le nebbie; un atomo mosso dalle leggi fatali dell'esistenza che segue la sua curva spinto dalla madre natura per leggi fisiologiche e ataviche e dell'ambiente, per una lotta perpetua; talvolta percorre una linea tangenziale che lo porta ben lontano; spesso va a zig-zag; molte volte si sperde affatto, nelle tenebre della volgarità e, dopo morto, non se ne ritrova traccia neppure sotto il piccolo strato di terra che pietosamente ne ricopre l'ossa.
Questo sproloquio (il lettore mi perdoni se spesso e volentieri cadrò nel difetto delle digressioni lunghe e noiose); è venuto dall'aver principiato questa narrazione: del resto non c'è niente di male, perchè, lo dico subito, il libro è fatto per la gente seria alla quale l'ho esclusivamente dedicato; quindi l'esuberanza delle pagine e la mia verbosità, non saranno quindi del tutto nocevoli se i ragazzoni grandi e quelli piccoli, rifletteranno che tutto quello che è scritto qui dentro della mia povera vita avventurosa, è pensato a fin di bene e per far del bene, mettendo dinanzi a tutti, massime ai giovani, i mali in cui inevitabilmente si cade quando ci si allontana dalla linea di condotta giudiziosa e seria, per voler saltare e correre di qua e di là senza un costrutto al mondo.
Io non aveva mai pensato, dico il vero, a buttar giù alla buona le noterelle o ricordi delle mie vicende; perchè ho avuto, sempre, un concetto assai meschino dell'esser mio e, sebbene, è vero, abbia veduto di molto nel mondo e di molto studiato e di molto lavorato e almanaccato per conto mio e degli altri; ho sentito sempre un invincibile ritegno, quasi una specie di pudore, una delicata sensibilità di carattere che mi ritrasse dalla scabrosa e difficile impresa: difficilissima per me poi inquantochè non ebbi mai nè scuole nè metodi razionali d'istruzione, e quel che so (che è pochino davvero) lo so per istinto di voler imparare e sapere e per non voler restare al di sotto di nessun altro col quale mi trovai a aver che fare; e non essendo uomo di studi classici veramente finiti nell'adolescenza (che li ho fatti poi da me durante le mie lunghe veglie), mal potevo io azzardarmi a scrivere un libro armonico in sè, ameno e istruttivo, in quel genere, appunto, che si richiede, perchè diletti e sia letto d'un fiato, in una magnifica lingua e uno stile svariato, ora pedestre, ora solenne, con tutte quell'altre minuzie che fanno lo scrittore toscano castigato, buono, simpatico e desiderato.
Quando pensavo alle bellissime autobiografie di cui è sì ricca la letteratura italiana e quella inglese; io sentivo compassion di me stesso e dicevo tra me e me: grullo che sono: aver io l'orgoglio di credermi da tanto di poter far quello che fecero con merito stragrande, perchè vero, i Cellini, gli Alfieri, i Duprè, i D'Azeglio, i Settembrini, il Dickens e tanti e tanti altri? e allora mi cadeva la penna di mano e sentivo un tirati in là impossibile a superare. E gli anni (filavano)!....
Un giorno una persona a me cara, la mia buona moglie Costanza, mentre le leggevo alcune delle migliori pagine di David Copperfield e le facevo osservare che quel libro non era nè più nè meno che la vita stessa del suo autore, l'immortale umorista inglese Carlo Dickens; quell'anima entusiasta, alzando gli occhi mi fece: – O perchè tu non scrivi la tua delle vite, che sarebbe un libro pieno di sentimenti e di cose strane e belle e variate, e sentite davvero, e scriverla per i giovani che vengono su?
A dir il vero l'idea mi piacque, ma non dissi nè sì nè no; mi limitai a scotere il capo e – Vo far altro, le risposi: la gente si burlerebbe di me che sono un citrullo calzato e vestito! – Ma ripensandoci poi durante le mie lunghe passeggiate per le montagne dell'Apparizione di Genova, mi parve che ne potessi tentar davvero il cimento. Ed ecco come nacque questo libruccio, o librone o libraccio, pieno zeppo di roba cattiva, ma che rigurgita di sincerità e di propositi leali, scritto senza ampollosità, e che si tien su sulli stecchi d'una bisogna casereccia e pedestre.
Anzi ora, che vedo a colpo d'occhio tutt'indietro il cammino percorso con tanta fatica; le biricchinate fatte e i dolori sofferti per aver avuto poco giudizio; ora che posso dire che tutto dipese da me stesso, tanto il male che il poco di buono che ritrassi nella mia vita scapigliata; mi par di aver fatto bene e di potermene tenere; precisamente come un babbo severo, ma nel fondo coscienzioso e retto, che vede i suoi rampolli crescer sani e vigorosi d'animo e di corpo anche se, magari, un po' rompicolli.
Così, mio buon lettore, ha avuto origine il libro; così è cresciuto, un po' tutti i giorni per divertir me stesso, un poco per farti del bene a te; egli s'è fatto vecchio meco e ora si ferma come uno di quelli orologioni antichi sepolti in una cassa appoggiata alla parete di un salotto, o su un pianerottolo di scale, che quei di casa si sono scordati di ricaricare: e, nel dedicarlo (il libro non l'orologio) alla memoria di qualche persona cara che ne fu l'ispiratrice gentile e affettuosa, ma disgraziatamente non esecutrice testamentaria delle mie ultime volontà; confido fermamente di non aver fatto cosa del tutto spregevole, e che se meriti vi mancano, non scarseggiano nelle sue numerose pagine, cose buone e generose e sopratutto sincere e reali e vere e di carne e d'ossa come chi le vergò, o almeno tali da insegnare o cercar di premunire altri a evitar quegli errori e smarroni in cui m'impegolai io, che furono i semi e le radici amarissime di una vita piena di triboli e di disinganni.