Giulio Bizzozero
La vita di Giulio Pane

PARTE PRIMA             Ricordi d'Infanzia.

PRIMA LIBERAZIONE

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

PRIMA LIBERAZIONE

 

 

 

 

 

LA SPADA

Capitolo I.

 

 

 

Dove sono nato.

 

Io sono nato a Lucca il 29 luglio del...... l'anno del choléra, come ho sentito dirmi più volte dalla nonna; e il mio primo pianto, o grido o strido che fosse, dev'aver rimbombato tristemente ne la polverosa soffitta abitata dai miei poveri genitori, anzi poverissimi; era una casa vecchia vecchia, alta alta, buja buja, a sinistra della chiesina della Rosa, dietro le mura, dalla parte orientale di Porta San Pietro, Foris Portam.

Quando rievoco, con sentimento nostalgico i primi anni della mia vita, e rivedo in mente, la dolce e soave memoria e il volto angelico di mia madre, sulle cui labbra pallide e sfiorite non mai vidi un sorriso lieto a cancellarvi l'eterna malinconia che vi era impressa; quando, velata come in una nebbia, o ne' sogni fugaci e fluttuanti che si hanno sul far del giorno (e che dicono essere quelli che più son veri e reali ritorni alle cose vedute); il bellissimo volto di colei che mi diede la vita riappare tremolante dinanzi ai miei occhi, e rivedo i folti riccioli neri e quella pura fronte velata di dolore e l'occhio fulgente, e nero come l'ebano, buono, pieno d'onestà, e d'amor materno; lo confesso francamente, piango come fossi ritornato bambino.

In compagnia di quella cara memoria, che ogni anno più svanisce come un profumo che non si risentirà mai più, rievoco la chiesina della «Rosa»; una chiesina, piccina piccina sur una piazzettina stretta stretta, con sette o otto alberelli pizzini pizzini, ma sempre verdi e fronzuti, e la cortina delle Mura, cui, si montava inerpicandoci, io e Ada, mia sorella, come capre sul bastione erboso, a far i ruzzoloni e le capriole.

Vi sono ritornato!

Vi sono ritornato quando, il capo bianco e le gambe tremolanti, mi facevano sapere che più poco avrei avuto a patire al mondo; vi sono ritornato sconosciuto e schivo d'ogni essere vivente. Vi son ritornato a quasi settant'anni e mi sono seduto, povero vecchio senz'affetti, senz'amici, senza speranze, riandando indietro il fastidioso travaglio della mia vita; mi sono aggirato lentamente, col cuore in subbuglio come se volesse scoppiarmi nel petto, fra quelle pianticelle divenute ; e, alzando gli occhi a quel piano, m'è parso (o certo io non sognavo in quel momento) m'è parso, di vedere affacciata a quella finestrina a me ben nota una testa nera, un bellissimo volto di una fantasima cui lucevano in fronte due gemme preziose: io ho sentito come un'onda magnetica sollevarmi da terra; m'è sembrato di sentirmi attirare su su a baciare od esser baciato da quelle labbra, le labbra della mia povera mamma, poi gentilmente salutarmi e svanire via nel cielo azzurro!

Vi sono ritornato ancora sulla piazzetta della Rosa, solo, ignoto e ho bussato a quella nota porta (che aveva un occhio nel suo bel mezzo) e son montato su su, da quelle strette e ripide scalette di legno e ho picchiato a quella vedovina che vi abitava e mi sono fatto coraggio e le ho chiesto per favore di rivedere quelle povere stanzucce ove da bambino ho veduto, al crepuscolo, svolazzare negli angoli oscuri le farfallette e tesser la tela quieta e sicura ai ragni e libellule: e la vedovina, con gentil sorriso, mi ha portato in quei poveri buchi che a me, da bambino, sembravano sale e mi ha ascoltato e m'è parso di vedere che alle mie parole di simpatica rimembranza, di amore verso la mia infelice madre, arrossisse un poco e gonfiarlesi la gola: o certo il sentimento dell'amor filiale move una madre, move tutte le madri, perchè non importa esser canuti o incespicanti sulle gambe malferme, per sentir crescer su dal cuore quanto la Natura gentile e savia seppe nascondervi, sia pur poco, di buono.


La Chiesa della Rosa (Lucca).

Addio, ora, casuccia mia, casuccia della mia mamma, dove tanti giojosi gridi abbiamo dato mia sorella e io; addio culla dei miei dolori infantili, delle mie prime sensazioni, dei miei primi sogni e delle mie paure, quando, nel crepuscolo, a un tratto, le campanine della chiesetta, a destra, nell'angolo, rompevano e suonavano argentine e festose, e povere vecchierelle, liete giovinette, uomini pensosi, entravano lentamente sotto le piccole volte a pregar Vespero e poi, sotto la luce di cento candele, intonar grave e alto l'inno della fede: e ricordo, (mi trema il cuore e la penna a scriverlo) ricordo l'angelica stretta della mano di mia madre, e il canto suo più bello, fra rauche voci di donne, che tutte, forse, pregavano come la madre mia, per la salvezza dei babbi lontani combattenti per l'Italia sui campi di Lombardia nei soavissimi versi:

Ave, Maris stella
Dei Mater alma,
Virgo singularis
Inter omnes mitis

e il trepido affanno di tutte,...

Sì, io sono vecchissimo e prossimo a dire addio a queste finzioni d'amari sogni dell'esistenza; ecco io sono ateo e so che dio non esiste, che le religioni tutte non sono che la illusione psicologica di un sentimento che si forma e matura nei recessi del cervello; io sono ateo da anni anni anni e la mia convinzione che tutto quanto la fede ispira nei cuori umani non è che un'illusione,  mi tranquillizza e placa e mi fa sopportate con filosofia veramente cristallina, la certezza che nulla più esiste al di fuori di questo breve istante che noi viviamo.

Ma quando il ricordo dei miei anni infantili ritorna a sorridermi dinanzi agli occhi come se fosse una nuova vita reale, e rivedo e risento gli affetti, i dolci affetti che non sembrano aver nulla di terreno e che mi ravvicinano a colei che, unica al mondo, sento nella mia decadente vecchiaia meritevole di un amore inestinguibile, sacro, eterno; ebbene, allora io compatisco i credenti, e sento che è felice colui che, credendo serra i suoi occhi nella speranza tranquilla di rivedere al di più dolce la fantasima, soave della sua infanzia: la madre

Ma chi!...

O no, lascia o lettore che il mio pensiero immagini e creda che le future età, a cui noi combattenti dell'Ideale prepariamo i buoni materiali d'una fede più alta e più nobile, più sincera e più meritevole, meno egoistica e ributtante, creda in un avvenire più ricco di affetti e migliore dei nostri, perchè suscitati e lievitati dall'infortunio a redimere le tirannie del corpo e del cuore all'umanità dolorante.

Io ho conservato ricordanza acerbissima dei miei anni infantili; non tanto perchè, avendo sortito una memoria straordinariamente bona, so e posso rammentare un'infinità di cose minutissime che mi colpirono fortemente quando appunto la pasta o cera del cervello mi s'andava formando; quanto perchè, su quelle memorie, ora tristi ora liete, ci sono ritornato sopra con passione durante il corso non breve davvero della mia esistenza.

Ricordo dunque come del caro volto di mia madre, io ho presente ancora lo sguardo acutissimo e la bontà pietosa e benevola che vi spiravano come da uno specchio.

Ora voglio dire qualch'altra cosa della mamma e ciò lo faccio più per ispirarmi alla sua santa memoria che altro: Garibaldi nella sua autobiografia dice: – «È mia madre! Io asserisco con orgoglio, potere essa servir di modello alle madri. E credo con questo aver detto tutto».

E io pure credo, come il grand'eroe, che un buon figliolo null'altro dovrebbe dire di sua madre. Ma Garibaldi è Garibaldi e ciò che fece, (che furon gesta maravigliose che hanno creato un'epopea e un sublime canto umano d'eroismo cavalleresco) basta a ricoprire di luce gloriosa la figura soave di Rosa Raimondo; ma io sono Giulio Pane a secco, non ho fatto nulla; sono un essere volgare senza merito alcuno e dovrei troncar qui, se non avessi già detto perchè scrivo: dunque sento il dovere di far conoscere mia madre, perchè fu una martire e una santa e morì a trentun'anni per li strapazzi sofferti andando dietro al babbo nella guerra del '59.

Si chiamava Annunziata (ma per vezzo, tutti la chiamavano Nunziatina); della casata lucchese Rossetti, tutti poveri, e di popolo: del nonno materno non n'ho memoria affatto, salvo che si chiamava Tommaso, e mi pare fosse morto da un pezzo quando nel '64, conobbi tutt'intera la famiglia, nonna, zii, zia, bella come la mamma; la quale si chiamava Marianna; faceva, poverina, la sigaraia. A questo terribile, crudele e malsano lavoro (che l'umanità infame a grand'onta sua e per alimento de suoi vizi condanna giovani vite gentili) mia madre non fu condannata, avendo sposato in prime nozze un'artista di qualche pregio e più che mediocre, Giuseppe Colucci, scultore in legno e in marmo, morto giovanissimo di mal sottile. Ella conobbe, co' due mariti, le più feroci miserie: quella de' propri genitori, quella dell'artista, poi le ultime del povero volontario, soldato del Risorgimento italiano. Tanto il primo, come il secondo marito se riuscivano a vivere con gli scarsi salari che poteva offrire in que' tempi la Capitale della Baciocchi, c'è da figurarsi a quali sofferenze fisiche e morali dovesse esser condannata nel fior di sua giovinezza una donnina tutta cuore, gentilezza e bontà, come mia madre e bella come il sole.

Dal Colucci ebbe un figlio, Augusto; che vive tutt'ora, e del quale dovrò parlarne a lungo a suo tempo. Morto il marito, la mia povera mamma si messe in casa de' vecchi a lavorar per tutti, rassegnata e zitta, come sempre d'indole fu, con la madre, la nonna Serafina (una vecchina striminzita e malinconica) e i fratelli, Beppino, Gigi e Tabosso. Questo, poveretto, era impedito nel camminare e stava sempre a sedere e faceva il sarto, per Lucca, lavorando di molto bene.

A me mi dava soggezione lo zio Raffaello Stampatore; un bell'omo con una gran barbona nera, folta e lunga che gl'incorniciava il viso di pretto lucchese: era un tipo ascetico e fine; anche Raffaello perse le gambe dopo un gran marcia forzata, nel '66 durante la guerra del trentino, caporale di Garibaldi. Rividi trentacinque anni dopo il bravo garibaldino a Pontremoli, ove volli andare apposta con mio figlio Alighiero a rintracciarlo e ricercare il ritratto della mamma che non esisteva più. Anche lui non si moveva dalla seggiola e tirava avanti la stamperia propria, insieme ai figli (ora tutti morti).

V'è un destino inesorabile e fatale che grava su gli uomini e che la mia povera mamma ebbe forse più acerbo e crudele: dico quello della persistente povertà e de' cattivi trattamenti. Aveva sposato il Colucci, fanciuletta inesperta, mal sostenuta dai genitori, poverissimi, i quali vedevano nel di lei uscir di casa un piatto di faglioli e un tozzo di pan secco di più a spartire; se n'era andata, dunque di casa staccandosi, per dir così, dal grembiule di nonna Serafina, forse con più lacrime della buona donna, che soldi, perchè la povertà dei Rossetti era quanto più si può dire vergognosa; e col tempo, spassionandosi la mamma con qualche amica, moglie d'ufficiale, camerata di babbo, seppi che il matrimonio fu tutt'altro che felice anche con l'artista, essendo il Colucci, come già dissi, tisico spolpo e geloso: due disgrazie maledette che non possono fare a meno di distruggere un corpo quando agiscono separate, figurarsi poi se si trovano a devastare un'infelice tutt'e due assieme, su persona timida, sottomessa e delicata.

 

 

 

Ricordanze.

 

Io e la mia sorellina Ada che aveva cinque anni più di me, eravamo l'unica compagnia della mamma, perchè mio padre era in Lombardia col reggimento, la nonna Serafina si faceva veder poco da noi, e quelli della famiglia del babbo, al solito, per i fumi della grandezza non degnavano la povera mamma mia, che ci pativa e si sbracciava ad essere umile con le zie, ogni volta che, escita di casa per qualche spesetta, le trovava per la strada vicino a casa loro e nostra, chè ci correva quanto il tratto di una palla di schioppo.

Ada, poi, era la donnina di casa; lei spazzava e sfaceva i letti; comprava le cosuccie della spesa, cucinava e lavava in aiuto della mamma, la quale era sempre pallida e malandata. Posso veramente dire che io ne avevo due delle mamme: la grande e la piccina; perchè mai ho riveduto, dopo tanti anni, una famiglia di poveri che potesse vantare due operai buoni e dedicati l'uno all'altro come la mia cara mamma e la mia infelice sorella.

Rammento un giorno che, nel soffiare il fuoco, alla mamma schizzò in un occhio una favilla accesa e ricordo l'acuto grido che essa gittò, mettendosi una mano sugli occhi; io mi messi a sbraitare e a piangere, l'Ada corse a prendere la catinella, ma la mamma ci racchetò tutti e due con queste parole: «zitti, bambini, non è nulla, non è nulla; ora ci penso io;» prese un fogliolino di carta, l'arrotolò da una punta e ne fece un tubino lungo lungo e fine fine come un cornetto; poi prese Ada in braccio, la messe sul tavolino di cucina, e le disse: «io apro l'occhio e tu guarda bene il puntolino nero che ci dev'esser dentro e con la punta tiralo fuori.» In men che non si pensi, Ada cavò un frammentino nero di carbone e la mamma ci dette un bacio a tutti e due e un pallòccolo di zucchero.

Io nacqui con una naturina debole e stentata, tanto che tutti dicevano che non sarei campato di molto, e la mamma mi aveva sempre con e mi teneva in collo tutta compassione e accoramento: e devo anche aver avuto una malattia gravissima, perchè rivedo in confuso una camera buia buia e stretta stretta e un lumicino che mi passava sugli occhi e spariva (doveva essere il medico che veniva a visitarmi di notte), e un viso grassoccio e lacrimoso che mi sbaciucchiava e mi infradiciava tutto: e quella era certamente la nonna Carolina che veniva di soppiatto a vedermi.

Una mattina si sente di gran trombe e tamburi e un correre di gente, e un vociare giù in piazzetta, sulle Mura e nella Strada che va a Santa Maria Bianca. Via tutti alla finestra! erano venuti i Francesi, abbivaccati proprio sulla nostra piazzetta.

Pantaloni rossi dappertutto; un formicolio di gente e di soldati; ufficiali e zuavi; preti e borghesi che venivano a offrire gli alloggi a' graduati; e in un battibaleno fuochi accesi e pignattoni attaccati a preparare il rancio.

Codesto quadretto io non lo scordai più anche perchè la mamma ci condusse con le altre donne della casa sulla porta e chi offriva pane e vino, e chi aranci, e chi sigari, il solito tramenìo di cui avrò a riparlarne anche più innanzi; e grida e canti e fanfare che sonavano gl'inni patriottici e noi a battere le manine e gridare «Viva i Francesi» «Viva Napoleone» «Viva la guerra», proprio ignari di tutto perchè ognun di noi, ragazzi, ci aveva al campo o il babbo o gli zii o fratelli già grandi.

Tempi memorabili, verso i quali ritorna con un sussulto dal cuore il mio spirito assetato di ideali e di rimembranze. Quando ripenso alle giornate famose che prepararono le grandi gesta dell'Indipendenza; ai sacrifici di sangue, di denaro, di affetti, di doveri a cui i nostri babbi andarono incontro; sento un intenerimento indicibile nell'anima mia e vorrei ritornare, ma grande, a quegli eroici giorni, esser bono a qualcosa, fare anch'io per la cara patria mia quello che fecero loro, e poter dire sul declinar degli anni o in punto di morte: – «Se ho sofferto, se ho patito, se ho sacrificato tutto per il bene del mio Paese, almeno ho la coscienza di aver fatto da uomo, di non essere stato del tutto inutile e d'aver ben meritato dall'avvenire della mia cara e sacra terra dove è nata la mamma».

I Francesi partirono, e noi li accompagnammo fuori per un lungo cammino, sempre con la musica delle fanfare militari: mio padre che doveva andare co' reggimenti condotti dal generale Cialdini, tornò a vederci prima di raggiungere il corpo d'armata, e si separò da noi con gran furia perchè non voleva – diceva lui – rimanere a casa nemmeno un'ora di più.

La sera avanti che partisse, mi ricordo che ci radunammo in varie persone conoscenti sur una piazzetta fuori di porta San Pietro, che si chiamava la Polveriera, e mio padre si divertiva a tirar de' colpi di fucile a' balestrucci con mio indescrivibile terrore, e mi gridava che: «dovevo essere coraggioso e diventare un buon soldato per combattere i Tedeschi

Io m'attaccavo al grembiale della mamma e piangevo, e lei mi consolava e diceva che il babbo lo faceva per chiasso e lo pregava di farla finita ma lui era un uomo di pochi spiccioli e di sentimenti poco conciliativi, come si vedrà, e seguitava a impaurirmi, e a ridere.

Rivedo ancora il lungo treno che si tirò dentro tutti i nostri volontari, e i giovani e vecchi militi e veterani che s'abbracciavano e si baciavano, e riodo ancora i canti famosi di quel tempo, – «Addio, mia bella addio – l'armata se ne va – Se non partissi anch'io sarebbe una viltà» e i pianti della mamma e di noi ragazzi che volevano andare alla guerra col babbo ! E infatti poco dopo ci s'andò anche noi davvero, come sentirà chi mi vorrà leggere.

Dei miei ricordi della prima infanzia, non voglio lasciare senza degna memoria quello del nostro bel cane.


Si chiamava Cecco; l'aveva regalato a mio padre Ottavio Cioni il suo più grande amico, (poi sentirete se gli era amico davvero) camerata e compagno d'armi della battaglia di Curtatone, nel battaglione di toscani.

Cecco era l'amico mio di tutto il giorno. Ma come era brutto! Mi pareva grosso e alto come un ciuco e mi ci aggrappavo un po' con le buone e un po' con le cattive (perchè a volte anche lui, bisogna compatirlo aveva le sue fisime e mi rugava) per andarci a cavalluccio, e lui buono buono, quand'era in vena, si lasciava strapazzare, tirare le orecchie e la coda, mettere la mano in bocca, senza ringhiare impermalirsi. Meno che quand'era l'ora vicina che il babbo tornava a casa, o che gli paresse di sentire la sua voce giù in piazzetta, mi dava uno strattone e via.... montava, con un lancio, sul davanzale della finestra a guardare in giù, con gli orecchi penzoloni, pronto ad abbaiare appena lo vedeva e poi via... dalle scale, giù, a ruzzoloni, fino alla porta di casa.

Povero Cecco! Chi l'avesse avuto a dire che il suo grand'amore al babbo gli sarebbe stato fatale! Un giorno; povera bestia, o che avesse gli unghioli troppo lunghi e sfuggicasse, o ci avesse qualche cosa di sudicio attaccato alle zampe, o, più probabilmente, la gran foga di correre incontro al padrone...; nel secondo che alzò gli occhi alla finestra, intanto che la mamma preparava le scodelle, sento un gran tonfo e un urlo del babbo!.. Cecco s'era buttato disotto e non so proprio per qual fortuna (stavano a un piano) non morì sul colpo. Doveva sanare, povero Cecco, mercè le cure del babbo, che se lo portò su a casa, piangendo fra le mani, bianco come un cencio di bucato.

Al solito, se la riprese con la mamma, perchè, (gridava tutto arrabbiato) che l'aveva detto sempre di tener Cecco in cucina; la buona mamma, con quel suo temperamento calmo e soave si scusava; ma il babbo era un energumeno. Carattere fatale che mi fu cagione di tanti mali e malanni, avendolo ereditato anch'io tal' e quale.

Ma, per tornare a Cecco, la povera bestia, dunque, mi ricordo che il babbo se la portò in camera, gli fasciò la zampe con de' cenci che tirava e tirava e mentre tirava, rivolto a me mi fa: – «O rospo, se mi tocchi Cecco, ti rompo le zampe anche a te.» O volete credere che io, piccino com'ero, mi andai a nascondere nell'angolo più buio di camera; e ci stetti tutta la sera, senza voler mangiare la pappa che la povera mamma mi portò due o tre volte e carezzandomi mi diceva: «giucco, non pianger piú, chè il babbo tanto non c'è; vieni, vieni in cucina con Ada,» e ma io, duro.

Una mattina, succhiavo la mia tazza di caffè e latte, sento sbatachiar l'uscio e mi vedo Cecco tutto rotto e sgangherato con la testa alta e gli occhi allegri che si trascinava verso il mio cantuccio. Bisognava sentire e vedere le carezze della mamma che piangeva, io credo, più per veder Cecco venirmi a cercar me, che per la felice saldatura delle gambe!

Cecco non morì, io, quella volta, ne buscai; ma finì poi peggio, perchè poveraccio, di molto tempo dopo, arrabbiò e mio padre, lo dovette ammazzare con una pistolettata.

E a questo proposito mi ricordo narrandomi il fatto tragi-comico che era accaduto proprio a lui un giorno che se ne stava a sedere in cucina aspettando il babbo. Cecco, avendolo sentito montar le scale zufolando, s'era slanciato alla porta passando dietro la seggiola della nonna facendola andare a ruzzoloni per terra. (Forse s'era scordato delle lacrime versate quella volta che gli cascò a' piedi dal piano!).

La memoria del fido e intelligentissimo Cecco, l'amico buono della mia tenerissima infanzia, durò in casa moltissimi anni; e la nonna Carolina me lo ricordava sempre, anche da grande, e con tenerezza mi diceva: «Vedi Giulio, a volte è più buono un cane, che un cristiano». E quante volte, dopo, mi sono ricordato di quelle parole e le ho dato ragione, e il bel mascherotto nero di Cecco, che pareva avesse gli occhiali, per due grossi cerchiolini gialli sugli occhi, e mi sono ripetuto a me stesso quel vecchio aforisma «quanto più conosco l'uomo, amo il cane», che non ricordo più chi l'ha detto, ma che mi calza a pennello come morale della favola, come se l'avessi inventato io.

Gli uomini duri, i ben pensanti, gli scettici, i felici, e gli spensierati mi rideranno sul muso, qui, a questo che, forse, crederanno tenerume di cuore. Ma io devo insistere che almeno i cani non ti chiedono danaro e poi non te lo rendono più; non ti fanno firmar cambiali e scappano; non ti stanno a sentire con quattro orecchi per poi farti la spia e tradirti come mi hanno fatto di molte volte durante la mia vita; e, finalmente, se ti costano qualche soldo, te lo ripagano con tante feste e capriole e urla gioiose e dimenii di coda, che proprio ti fanno dire che la natura ha sbagliato a dar la favella agli uomini e fare muti loro, che parlano con gli occhi e con l'anima, t'adorano e ti salvano la vita e ti seguono anche nel fuoco o ti cercano fin nel camposanto.

Povere bestie! eppure non ci ho avuto fortuna nemmen con loro; perchè di quattro bellissimi animali che ebbi in vita, e tutti regalati, Blitz, me l'avvelenarono in America; Menelick me lo rubò uno zinghero; Jack mi morì cadendo da un terzo piano a Genova, per voler – come Cecco, – venirmi incontro dalla finestra invece che dalle scale, e il secondo Jack... ma di questo si sentirà a suo tempo.

(1859). Gli anni '57 e '58 furono per noi di una miseria spaventosa: non avevamo da mangiare; ci mancava letteralmente il pane, perchè mio padre, ormai partito per la Lombardia, non aveva cosa mandarci, e la mamma non poteva andare a lavorare con due bambini piccini, uno dei quali, io, sempre malaticcio e debolino.

Ci venivano degli aiuti dalla famiglia dello zio Policarpo; ma non erano quegli aiuti fissi che sarebbero stati necessari a noi: la nonna ci portava pane e carbone e gli avanzi del desinare; la zia Adelina, che come dirò più avanti era maestra in San Ponziano, siccome, aveva il cuore proprio di zucchero e si sarebbe fatta in pezzi per noi bambini, lavorava di notte nella sua cameruccia (che tante volte ho poi benedetta) di sopra le Mura di Porta Nova, per raggranellare qualche lira che portava alla mamma e che l'una dava e l'altra prendeva con le guance sempre lacrimose e gli occhi pieni di tenerezza.

La chiamavano quella mia zia «Baggi», chi sa perchè.

Furono questi esempi che destarono nel mio cuoricino sensibile, i primi scatti d'amor fraterno, e di generosità; e che poi, durante la mia vita affannosa avrei richiamato fuori per fare il mio dovere sempre, e in qualunque circostanza, senza badare se chi ricorreva a me era un birbo o un galantuomo; e anche oggi, dopo 60 anni da quegli esempi di vero amore umano cristiano, e di pietà, e compassione non finte per le sventure de' miseri; la figura della mia buona zia Adelina, ritorna a me ravvolta da un'aureola di squisita bontà, coppia angelica con la mamma.

Rivedo quella cara facciona di burbera benefica; rivedo que' sereni occhi celesti che le ridevano sempre a dispetto del suo guardar con sussiego, come se avesse paura che la gente scoprisse che cor di zucchero aveva in petto; rivedo il suo passo pesante e altero quando, con le camerate delle giovinette (lei era delle Verdi; perchè San Ponziano essendo un istituto privato, pareggiato alle Normali, le fanciulle delle quattro classi portavano le ciarpe a tracolla, rosse, verdi, bianche e blu) faceva il giro delle Mura di Lucca.

Per dire il vero tutte quelle graziose e belle bambine e fanciulline e giovinette (chè ve n'erano di assai grandi) mi facevano, a quei tempi, per esser così piccolino e timido, una paura maledetta; perchè appena mi vedevano (la mamma usciva sempre sulle Mura a due passi da casa, il giovedì per salutar la zia che passava) mi chiappavano, a furia, in mezzo e , carezze, e baci e cioccolatini e chicche che era una maraviglia. Ma quel bisbiglio, quelle voci delle bimbe, sùbito sùbito erano raffrenate dai gesti duri e dalle grinte arcigne delle altre maestre e io ne avevo una paura birbona: pare impossibile! il primo mio amore (Numi del cielo che bestemmia!) dovevo provarlo (come narrerò a suo luogo) proprio per una giovinetta della classe della zia Adelina; e doveva poi esser tanto forte, da farmene rimanere l'impressione soave per tutto il resto della vita.

Non ho detto che la casata di mio padre era nobilissima di Siena: lo dico ora, e ne riscriverò in seguito con più precisione.

Ho lasciato all'ultimo il parlar di lui, e questo deliberatamente: ora sentirete il perchè.

Mio padre era un uomo d'una bellezza rara e ridente. Piccolo di statura, grossetto, fortissimo, aveva ritràtto dal tipo puro toscano due cose eccezionali: un paio d'occhi verdi chiari a scagliette d'oro, che gli ridevano sempre; un sorriso piacevolissimo, tutti i denti sani, piccolini e serrati che, con gli anni e il fumare, gli erano diventati neri neri, e due mazzetti di rugoline agli occhi che gli davano un'aria di allegria e di bontà.

Ve ne presento il ritratto: guardate se non è vero?

Eppure nulla era, a dire la pura verità, ridente e allegro in mio padre; avvezzo, fin da monello, alla vita rumorosa e sbrigliata della caserma (ho dimenticato dire che mio padre fu prima soldato di cavalleria di Leopoldo II) e a comandare, per lui, soldati o ragazzi, cavalli o donne, eran tutt'uno, ci trattava tutti col cipiglio del graduato, e guai a non obbedire o a contrastarlo. Manesco cogli uomini e con le bestie, a noi menava ceffoni con indifferenza somma, tantochè io e mia sorella e la mamma, vivevamo col terrore de' suoi occhiacci verdi e tempestosi come il mare, arruffati e sottosopra sempre, e, come i tempi, sempre in rivoluzione.

Era poi piacevole e d'ottima pasta e casalingo assai e molto affezionato alla mamma, che, in tempi opportuni gli faceva fare quel che voleva. E a questo proposito m'è caro ricordare che a Piacenza trà 'l '59 e il '60, poco prima della morte di questa disgraziata, l'ho visto io co' ferri, stirare le sottane e le camicie e le robine nostre. Contrasti dei caratteri!

Terribile e inflessibile coi soldati, sia nelle lunghe marce, mentre noi con la mamma e le altre mogli degli ufficiali eravamo ne' carri dell'ambulanza; sia negli accampamenti, l'ho più volte veduto co' miei propri occhidicodare piattonate a quei poveri giovanotti non ancora abituati alla vita faticosissima del militare, specie in quei tempi in cui non esistevano ferrovie.

Veniva dalla bassa forza; era stato ne' dragoni del granduca Leopoldo a Firenze, e ricordo d'aver veduto un vecchio e sbiadito daguerratipo (cosa rarissima a que' tempi) che bisognava girare e rigirare fra le dita per trovargli il punto di luce, col suo bel viso di giovanotto forte e ardito, come purtroppo fu sempre, con tanto di cimiero su un ginocchio e un'enorme coda di cavallo spiovente a terra.

Quando nacqui, mio padre era già soldato di re Vittorio, e aveva fatte come ho già detto le campagne del '48 e del '49; era stato a Curtatone e Montanara, e portava, con grande orgoglio le spalline di sottotenente e la sua brava medaglia d'ottone del '48 con una fascetta bianca, rossa e verde.

Dopo la guerra del '48, stanco e bisognoso, mio padre se ne venne dalla Lombardia, in congedo, come si diceva allora; e si messe a giovin di studio, prima a Livorno dal celebre F. D. Guerrazzi, poi dall'avv. Luigi Paladini, che da Livorno volle ritirarsi in solitudine a Lucca. (Strano tipo quest'avvocato Paladini che non usciva mai, mai uscì di casa per vent'anni, e solo, in carrozza, andava ad infilarsi la toga al Tribunale).

Quegli esempi di cattive maniere, di prepotenza, di punizioni ingiuste inflitte a creature umane la cui unica colpa era di non poterne più, mi destò in cuore un orrore e una ripugnanza così forti contro la vita militare, che decisero poi, come il lettore vedrà, di tutta la mia esistenza avvenire e degl'innumerevoli avvenimenti dei quali fui magna pars....

Però anche oggidopo quasi settant'anni da allora, – sebbene riconosca, in fondo in fondo, che per que' tempi gloriosi l'Italia fu fatta e riunita in nazione, e tutti i tiranni cacciati dalla disciplina, dalla bravura e dalla forza che teneva compatta l'armata; io benedico il cielo che mi fece disprezzare la carriera delle armi a cui mio padre assolutissimamente voleva dedicarmi, accettando piuttosto d'essere cacciato da lui e costretto, quasi fanciullo ancora, a viaggiar solo solo in diligenza, tra i monti e le valli pistoiesi, sepolte sotto la neve, in un doloroso aprile del 1865, viaggiando verso Lucca, orfanello di madre e di padre.

Egli, era, (come suol dirsi) «un carattere»; sesto figlio di Giulio Alessandro senese, maestro abilissimo (oggi si direbbe professore) di calligrafia, morto a 28 anni per errore d'una medicina che il medico gli somministrò e che era come fu accertato un veleno; il povero nonno prima di morire radunò tutta la famigliola attorno, vòltosi al dottore additò i poveri piccini dicendogli: «Vede dottore a che disgrazia mi ha condotto! mojo avvelenato, e spero che si ricorderà d'ora innanzi, che a fare il medico ci vogliono gli occhiali. E ora ci pensate voi alla mia famiglia?»

La buona mia nonna rimase come suol dirsi sulla nuda terra, con sei creaturine: Adelina, Enrichetta, Azzolino, Pericle e Leonida; tutti ragazzi da due a dieci anni.

La scuola del nonno seguitò sotto il suo nome per dimolti anni ancora per il buon cuore del secondo maestro che si chiamava Policarpo Magni, che poi sposò la nonna, e che tanto generoso fu sempre con i figli non solo, ma anche con i figli dei figli, e, per dimolti anni, e sempre, e con me poi, com'ebbi già a dire, addimostrò sempre un affetto serio ed equabile che non mai si smentì.

I maschi, fra i quali mio padre giovinetto, si fecero tutti soldati: mio padre ne' dragoni; Azzolino, nella fanteria e Leonida ne' carabinieri e sonava divinamente la tromba, – tanto che, con quella sola, anche durante la ferma, campò la sua famigliola.

Tutt'e tre furono della gloriosa falange di Curtatone e Montanara; e tutt'e tre portaron poi sempre la medaglia più sopra descritta.


 

Pericle Pane col figliuoletto Giulio.

Pericle Pane col figliuoletto Giulio.

 

Capitolo II.

 

 

 

(Segue 1859). Io non so se queste dolorose pagine avranno mai qualche lettore; ma in caso che lo abbiano, devo fare un avvertimento sincero, subito: io non scrivo per i letterati, per le persone istruite (chè per quelli e per queste vi sono i suoi bravi libri infiorettati di rettorica); io scrivo per i ragazzi e i giovinetti, con lo scopo onesto e ben intenzionato di ammaestrarli contro i mali che mi perseguitarono fino a oggi, e far veder loro quanto si erra talvolta da grandi e da piccini se non si riflette alle conseguenze che, come gli anelli di una lunghissima catena, si saldano l'uno all'altro fino a quando non c'è più tempo, modo, speranza di staccarli.

Posso dir con tutta franchezza che l'anno 1859 segnò per la mia vita il punto di partenza della infelicità mia immediata, e di quella che continuò senz'interruzione fino al presente in cui scrivo, con quasi settanta anni sul groppone, il peso non indifferente delle mie disillusioni e de' miei molti mali.

In queste Memorie io parlerò quasi sempre di povertà; mai di ricchezza, di beni, di comodità; come se io mi fossi proposto, fino da quando ebbi il don della ragione, di vivere povero come Giobbe, spregiatore delle ricchezze e delle cose belle di cui tanti (anzi la maggior parte) e in tutti i tempi (ma nei nostri cento volte di più) vanno a caccia con ottimo risultato, senza badar troppo a' modi, magari anche avvicinandosi, con pochi riguardi, alle tele di ragno dei codici civile e penale che i mosconi grossi sfondano allegramente, ma in cui i moscerini s'impigliano con somma facilità.

Ora, se voi mi domanderete in un orecchio se mi fosse piaciuto di più la ricchezza o la povertà, io non saprei trovar per una risposta sincera: perchè, certo la ricchezza è una bellissima cosa, e la povertà è la sorgente di tutti i mali e la causa dell'infelicità di nove decimi degli uomini, ma d'altra parte, se si nasce con un temperamento felice che non sente le punture de' disagi, il freddo delle povere robe, lo squallore delle soffitte in cui si è costretti a passar la vita; mi pare che niun altro stato sia più bello e indipendente che quello di una onorata miseria.

La mia buona mamma era giunta a un punto però in cui sarebbe stato ben difficile un ragionamento filosofico a questo modo; pativa la poverina, e noi capivamo ben poco dei suoi limi e delle sue strettezze: un pezzo di pane, due castagne secche, un neccio, una fetta di polenta dolce, un po' di castagnaccio, erano per noi alimenti più saporiti delle beccacce, delle starne e de' tordi che lo zio Policarpo mangiava nella sua Magona!

Le lettere che mia madre scriveva al babbo, partito per la Lombardia, teatro della guerra, lo decisero quindi a un passo azzardato e veramente terribile! chiamare, con la mamma e noi, al reggimento. E la nonna, lo stesso buon Policarpo, non dovettero veder male questa risoluzione: sparirebbe dai loro occhi una scena lugubre e pungente; perchè se la miseria e la pittura del triste bisogno possono essere un lieto e sopportato beneficio per il filosofo; a chi sciala e gode e mangia e beve e si diverte, gli è di rammarico e l'urta e gli fa tornare a gola tutti i godimenti e tutto l'egoismo di cui è lardellato! Miserabile spettacolo a' ricchi, i quali, quanto più e possono, schifano di voltar gli occhi ai quadri dolorosi che il mondo spiega loro ogni poco dinanzi.

Mi ricordo come se foss'ora, il giorno della partenza: i baci le lagrime della mia cara mammina; quella disgraziata aveva prima dovuto versare pianto nel dire gli addii alla nonna Serafina, alla zia Marianna, agli zii Raffaello, Gigino e Tabosso; e questo nella mattina, perchè gli addii della sera erano riservati alla parte aristocratica della famiglia (ramo nobile).

Finalmente, come Dio volle, con un ultimo strappo della mia buona zia Adelina (Baggi), sonò la campanella, zirlò il fischio e via.

La ferrovia, a que' tempi, non c'era; ossia, c'era ma per piccoli tratti; da Lucca – (che fu una delle prime linee) s'andava a Pisa e a Livorno (ferrovie Livornesi) e bisognava prendere il vapore di mare per Genova.

Giunti a Pisa, e scesi di treno; un bell'omo giovine come mio padre, ma alto alto (pareva un granatiere), lo riconobbe e giù braccia al collo e strette di mano alla mamma: noi uno per volta ci tirò su come piume con due braccia di ferro e ci sentimmo stampare sulla bocca due baccioni come quelli che ci dava il babbo.

Oh benedetti quei baci, benedette quelle braccia, benedetto quel bel volto di galantuomo, che mai più mi si cancellò dalla memoria e dal cuore: era nientemeno che Beppe Bandi, del 34° e quel bel petto sul quale ho sentito battere il più nobile cuore che d'italiano battesse mai, avrebbe ricevuto l'anno seguente a Calatafimi ben cinque ferite borboniche; per poi finir di battere sotto il ferro di un parricida. Di un parricida sì, perchè cosa altro può aver di comune l'Anarchia con un pazzo vigliacco che di Anarchia nulla conosce tranne la degenerazione criminale, feroce e repugnante?

Terminate «le accoglienze oneste e liete» quel bell'uomo ci condusse fuori della stazione, in una piccolissima misera osteriuccia e , gran simposio: vennero tanti altri ufficiali; un tenente che si chiamava Ceccherini, grosso e rosso, fiorentino, che doveva essere di molto allegro, perchè durante il parco asciolvere non fece altro che fare scombiccherar tutti dalle risa, e vidi che fece di molto bene anche alla mamma, che le tolse per un poco quel velo di malinconico accoramento che ci aveva sempre, ora più intenso per la separazione da tutti i suoi.

Qui mi si è fatto un vuoto nella memoria, e ricordo soltanto che ci ritrovammo a Genova, nella Caserma vicino al Faro, dove c'era un gran cortile aperto, con a tratti un'infinità di piramidi fatte con le palle di cannoni. Ho saputo poi or'è poco da alcuni vecchi veterani genovesi, che era il quartiere detto di S. Benigno, un tempo de' bersaglieri.

E qui mi torna a mente il nostro primo pranzo in caserma. Mia madre seduta su una seggiola, appoggiata a una colonna quadrata e massiccia che pareva sostenere due grandi arcate o vôlte di uno smisurato entrone: io ritto appoggiato alle ginocchia della mamma; Ada sur uno sgabelletto; sul grembo della mamma una gran cartata di salame che lei ci dava a fetta a fetta sul pane dopo aver mangiato il bonissimo rancio (il primo) che poi avrei gustato per tanti e tanti anni ancora.

Da Genova si partì per Milano, che attraversammo di notte in carrozza rasentando proprio il Dômo, che tutti guardavano assonnoliti, e che io, raggomitolato sotto lo scialle di mia madre sbirciai di sfuggita, di sotto in su, lesto lesto nascondendo subito il capo, perchè quel buio, quella solitudine (doveva essere notte alta) quei pochi lampioni, il passo cadenzato di tanti soldati, il cupo mistero che accompagnava tutto quel tramenio per me incomprensibile, m'agghiacciavano il sangue nel mio corpicino di quattro anni.

Eccoci a Bergamo nelle prime ore del mattino: rullano i tamburri; la banda suona: i comandi echeggiano da un capo all'altro del reggimento; passano gli zappatori e le guide; passa la 1a Compagnia; ecco mio padre, alfiere con la bandiera; ecco il battaglione; poi il e il – i carri e l'ambulanza: la vivandiera; su su, presto, mia madre, la Ceccherini, Ada, io, il bimbo Ceccherini nel carro e s'entra in trionfo nella patriottica Bergamo.

Chi non ha visto il ricevimento che, in quei tempi, si faceva ai reggimenti tutti del nostro esercito, può dire di non aver visto una cosa veramente maravigliosa. Già prima di scorgere le prime case della città venivano incontro migliaia di cittadini, con bande e fanfare e fiaccole se era di notte; carrozze e veicoli d'ogni genere; signore e popolane, maestri e ragazzi, funzionari pubblici e preti; e s'entrava in città attraversando strade le cui case e palazzi erano letteralmente tappezzate di bandiere. Che frenesia: tutti volevano, si disputavano i soldati e gli ufficiali; era un dare e pigliare di biglietti d'alloggio, un promettere la visita qui, il desinare ; e abbracci ed effusioni che oggi, a distanza di quasi settant'anni, mi fanno tremare il cuore e la penna che scrive e gli occhi mi si velano se ricordo la lieta beltà di mia madre, che pareva sognare in mezzo a quel turbine entro cui si trovava ravvolta.

Povera mamma: non sarebbe trascorso un anno che ella dormirebbe per sempre sotto la gloriosa terra lombarda, vittima di una vita rude e faticosa a cui gentil fiore di Toscana, non aveva potuto resistere.

Proseguimmo per l'alta Lombardia: Como, Varese, Brescia, il Veneto. Io di tutto questo non ricordo che un gran tramescolio di tende piccole e grandi; di gran fasci di fucili, improvvisi rulli di tamburo, e una fosca mattina (che un gran nebbione era sempre intorno all'accampamento), il reggimento partì, e noi si rimase nell'ambulanza fra la nebbiona.

Verso sera si riformò il reggimento, ma, com'era ridotto: i poveri soldati e gli ufficiali, sergenti, forieri, tenenti, capitani, maggiori, il colonnello, che era il Cadolini, parevano essere stati nel fango; fradici e melmosi, coi kepì rotti, i sacchi sfasciati; non si sentì in tutto il giorno che un cupo rombo di cannone.... bum.... bum bum.... bum e mia madre e altre mogli di ufficiali piangevano e si turavano gli orecchi.

Che cosa fosse lo seppi, poi quando fui grande, e grande assai, perchè posso dire che in tutti gli anni che rimasi dopo con mio padre, dalla sua bocca, da quella di altri, udii mai parola che in quel giorno l'esercito nostro si fosse coperto di gloria a Varese e a Pastrengo.

Ricordo soltanto che il babbo, di notte, saranno state le 10, dopo aver mangiato alla meglio (la mamma e le amiche tutte preparavano nelle tende da mangiare nelle pentole su certi mattoni ritti per costolo) dovette montar la guardia; prese la sciabola tutta ammaccata nel fodero, la sguainò..... era tutta coperta di grumi di sangue nero; la pulì con uno straccio, uscì – E mia madre era livida e piangeva.

Si partì: si valicarono montagne: erano alte alte e ai miei occhi sembravano nel cielo, erte, ripide, co' cucuzzoli nelle nuvole, e vedevamo de' be' castelli giganteschi, che bisognava raggiungere a forza di gambe, perchè i carri e i cavalli sarebbero rimasti a mezza salita.

Mi rimase il nome impresso come se mi ci fosse stato inciso col bulino, e negli occhi rivedo ancora (dopo tanti anni) i profili snelli di que' torrioni lontani lontani e poi di lassù, guardando nelle valli e ne' pendii che a esse conducevano, montare gli uomini e i cavalli, ma piccolini piccolini, per un fenomeno che non mi sono mai potuto spiegare: nemmeno quando, ormai uomo fatto e pieno d'esperienza di viaggi per montagne e mari, avevo la capacità di accomodare l'occhio a distanze anche stragrandi.

Per tutto quel lungo serpeggìo fra selve di castagni, quercioli, querci gigantesche, frutti di ginepri e di lentischi, un groviglio di fiori ed erbe selvatiche e di boschetti foltissimi e impenetrabili, non si sentiva che uno squisito profumo di vegetazione silvestre, così intenso e acuto che, anche oggi, accostandomi a qualche bosco, il senso dell'immediato odore di verruche e di pini, di quercioli e di frassinelle, mi riporta a quello da me sentito in tempi così lontani e sperduti; tanto lontani e tanto svaniti che mi sembra un'eternità.

Que' luoghi ameni e sublimi si chiamavano: I Quattro Castelli.

Costassù vi sostammo alcuni giorni; e narrerò un fatto che dimostrerà una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la gran bontà paziente e pietosa della adorabile mamma.

Una notte (il babbo era di picchetto alla porta di uno di quei castellacci) mi destai con forti grida e non so per qual motivo, la mamma, accesa la candela di sego (a que' tempi non v'erano steariche e nemmeno fiammiferi e s'accendevano certi stecchi tolti dalla canapa tuffandoli nel collo di una boccia piena di non so che), andò al cammino a farmi qualcosa: mi curò, mi rasciuttò le lacrime, mi baciò e poi, allargando la mano, mi dette due chicchi di zucchero per farmi stare allegro.

O adorata mamma! quante volte, nella mia lunga vita mi sono ricordato di quel tuo atto gentile e pietoso; tu, invece di inquietarti, di risentirti alle mie strilla per doverti levare, a quel freddo, di notte, senza nessuno a darti una mano; mi lasciasti un esempio di così gentil bontà, di soavità così intensa, che l'ho poi ricordata, quando in case straniere, ove erano madri e bambini, ho comparato il tuo amore vero, a quello sofistico e nervoso di mille altre femmine che di madri avevano il nome, ma non di certo il cuore!

Partimmo da' Quattro Castelli di notte. (Non sono mai riuscito a capir perchè s'andasse sempre di notte su e giù per quelle montagne) e cammina che ti cammino, s'arrivò, pure di notte sulla sponda di un gran fiume, vicino all'imboccatura di un gran ponte che noi passammo in gran fretta (non ho mai capito il perchè), al buio, soltanto illuminate le compagnie da' lampioncini coloriti attaccati a fucili, più quà più , che dondolavano in un modo curioso.

Era il Ponte di Barche di Piacenza: che so esistere ancora sebbene, accanto ve ne abbiano fatto uno di pietra.

Eccoci a Piacenza e di costì s'andò a Parma e ci fermammo, finalmente. Quì o buon lettore amico, dovrò sostare un poco, per ravviare il pensiero e descriverti, come meglio saprò, la sventura immensa che mi colpì, e che mi stroncò il futuro, e che mi ritorna a mente come la più orribile sciagura ch'io provassi mai in tutto il resto dei miei anni, che furori molti, e che sorpassa tutti e i maggiori dolori da me provati: la perdita de' figli, i tradimenti di amici e di congiunti, tutto.

La morte di mia Madre.

 

Essa non aveva che 28 anni ed era partita dalla Toscana da un anno; incinta, attraverso le gole delle montagne, adagiata sui pochi cenci nei carri sempre in moto; manchevole di tutte le comodità che sogliono necessitare le donne, specie se deboli e delicate; giunta a Parma s'allettò; partorì, e le fu tolto il bambino (che fu chiamato Vittorio), e che morì quasi subito a balia.

Una notte (saranno state le 3) entrò l'ordinanza dove io dormivo; mi sveglia di soprassalto, mi dice di stare zitto e d'andar con lui. Vestito e mezzo imbambolato ancora, mi conduce alla porta di uno stanzone buio buio, illuminato appena dal fioco chiarore di una candela, e che mi parve immenso. C'era un gran letto di ferro dipinto di verde e su quello, tutta coperta fino alla gola, agonizzava l'infelice mia madre che io non doveva riveder mai più, nemmeno in ritratto,

In una seggiola sedeva, cupo in faccia, mio padre; accanto due signore (erano le mogli di ufficiali che volevano tanto bene a mia madre); dall'altra parte del letto, un uomo nero nero che io non seppi mai chi potesse essere; ma che doveva essere il dottore, o il prete.

Poco ricordo di quel supremo istante; meno che fui tirato dolcemente vicino alle coperte, una mano fece atto di posarmisi sulla testa....

Un minuto dopo, mi trovai nella strada con l'ordinanza e su su pareti di neve alte, come una galleria, che sorpassavano la mia testa di molto.

Dove andavamo? cammina cammina, attraversammo la città addormentata; albeggiava appena: giungemmo di fronte a un gran palazzo il cui il portone gigantesco era chiuso, come quello di una Caserma; bussato, s'aprì una finestra, sporse una testa; quattro parole e l'usciolino tagliato nel gran portone s'aperse e apparve una giovane con una lanterna; s'entrò; e vidi correr giù, da una scala di marmo bianco con certe balaustre quadrate che ci si sarebbe potuti camminare su, la mia cara Ada, accompagnata da una signora, tutta imbacuccata.

Io non capivo, nulla; ma Ada, che era più grande di me di sei anni, piangendo mi abbracciò, mi prese per mano, con quella signora e.... quì non ricordo più niente, e solo riferirò quello che seppi poi da mio padre alcuni anni dopo la fatale e irreparabile perdita.

Mia madre era morta il 10 Gennaio del 1860.

Capitolo III.

 

 

 

Nei primi di febbraio lasciammo la Lombardia e c'imbarcammo a Genova sul vapore Cook, con tutto il Reggimento che fu uno dei primi a esser mandato in Sicilia, liberata allora allora da Garibaldi.

Confesso il vero che, piccolino come io era quando persi la mamma, non mi sarebbe stato possibile mettere insieme due idee sulla gravissima e irreparabile sventura che ci colpiva, mia sorella e me; perchè i ragazzi (per buona sorte) presto scordano i mali e rasciugano le lagrime; onde io non perderò tempo a dire che, nel palazzo ove stemmo con mia sorella per un di tempo ben'accolti e trattati come figli dalla buonissima signora che poi seppi essere la Marchesa Cattaneo, si passava il tempo, con Ada, a divertirci e a giocare nel vastissimo giardino e in un salone grande grande pieno di corazze, elmi, spadoni, mazze ferrate che i figli della Marchesa ci dicevano e specialmente Giulio che era il più grandicello, avevano appartenuto a tutti guerrieri antichi della stessa casata.

E noi ci mettevamo in capo certi elmi, pesi pesi e fondi fondi; dove le nostre piccole teste sparivano; e giù botte su quelle cocuzze d'acciaio, senza vederci l'un con l'altro, perchè i buchi per gli occhi ci arrivavano alla bocca.

Furono quei giorni (perdonami ombra santa) io credo i più belli e felici che trascorressi mai! ogni poco si mangiava; ben caldi, dinanzi al fuoco di certi cammini alti alti in certe camerone che luccicavano di specchi e d'arazzi, con de' tappeti su pavimenti che ci accoglievano ruzzoloni e che mi parevano di velluto; nell'incoscienza del mio cervellino, cosa potevo sapere, cosa pensare dell'immane sventura che m'era toccata?

Ma oggi, vecchio, a quasi 70 anni da que' tempi, nascosto in una gola d'una montagna, solo, con la penna fra le dita e la visione dolorosa di tutto il mio passato trascorso invano; sul limitare della fossa non d'altro preoccupato che di rammaricare con tutta l'anima mia, la nullezza della mia persona e giudicar me stesso come fossi veramente a un tribunale e mi dovessi render conto di tutto quanto feci o non feci o che avrei potuto fare in tant'anni aiutandomi col po' d'ingegno che madre natura mi aveva dato; oggi, dico, ripensando alla morte della mia povera mamma, mi sento sforzato, non dico a piangere, (che questo lo fo silenziosamente, e l'ho fatto ben altre e tante infinite volte) ma considerare con cuor d'uomo e di filosofo i mali infiniti e irreparabili che la morte della genitrice trae seco sempre, e che non possono esser giammai riparati da nessuno, nemmeno dal padre sia pur buono, amabile e onesto quanto si voglia. Sì, lo ripeto, l'uomo more due volte, quando perde la madre, e poi lui.

Mio padre era militare e bell'uomo; ufficiale, portabandiera, giovane com'era (aveva 30 anni) si capisce che avesse sempre, dopo la morte di mamma il capo in cembali; mi si disse, col tempo, che pianse, si disperò, penò molto; ma, dice il proverbio: «il morto giace e il vivo si pace»; e mio padre pace se la dette allora e poi; sotterrò la mamma nel Cimitero di Parma e le volle elevato, si disse, un ricco monumento di marmo: cosa strana, quando fui grande, le donne di casa mi dissero che la mia povera mamma non la volle mettere a giacere nella tomba, ma seduta. Che questo sia vero, non saprei dirlo. Tanti e tanti anni sono passati anche dall'epoca che queste cose, con grande pietà e compassione, mi si dicevano. Il fatto sta che poco più di due mesi non erano trascorsi, che il babbo si liberò di Ada, appioppandola allo zio Azzolino che viveva in Firenze.

Si parte. Dove si va? mio padre, Ada, io, tutti via. S'arriva in una città grande e bella; si monta in carrozza, siamo in una strada vasta come una piazza; ecco un palazzone alto alto e nero nero, che pareva un Castello con certe doppie finestre tagliate a ogiva e divise da colonnine bianche: si monta, su su, uno scaloncino stretto scavato nella muraglia e, monta monta, finalmente ci troviamo in una stanza ov'era mio zio Azzolino, e la moglie la Sora Adele, una donnona ossuta e metallica della quale avrò a occuparmi più innanzi e lungamente.

Quì grandi abbracci, lacrime, carezze a noi e........ dopo un paio di giorni, ci dicemmo addio noi bambini con grandi pianti e strilli, e via di nuovo.

Io non doveva riveder più la mia cara e buona sorellina: così in un anno io perdeva le due uniche persone che, per il sesso, avrebbero potuto vigilare sulla mia animuccia, e avviarmi alla vita con quell'amore e con quella sensibilità materna di cui tutte le creature hanno bisogno più del pane.

O infelicissimi coloro a cui è venuto a mancare l'appoggio sicuro della madre; o infelicissimi quei bambini che, restati nelle mani del genitore, o per una ragione o per l'altra si vedono piombati nell'oscurità di una casa solitaria nelle cui vuote camere non s'ode la voce di una donna, non si sente il passo leggiero di una forma muliebre, ma sì solo i colpi cadenzati e militari dei tacchi delle scarpone d'ordinanza del povero soldato, sceso dalle montagne, e scelto, perchè più simpatico di faccia e da' modi meno selvaggi, a guardia e guida di un povero bambinello di sei anni, abbandonato e orfano.

Io sento però vivissima la gratitudine verso le ordinanze di mio padre, chè, veramente, lo giuro sulla memoria di mamma mia, furono dei veri galantuomini e m'amavano e mi difesero come uomini di cuore e asciugarono tenerissimamente i miei pianti infantili e divisero meco i giuochi e le biricchinate di quei tempi, (che dovrebbero essere i veri tempi della letizia e della felicità), biricchinate frequenti e, talvolta, anche pericolosissime come il mio lettore sentirà.

D'un'ordinanza specialmente io ho dolcissima rimembranza: si chiamava Cesare Franchi ed era del Sasso di Bologna; quel bravo giovinotto m'amava come un figlio: mi cavava la fame (perchè mio padre mai mi conduceva con a mangiare alle trattorie o nelle case ove spesso era invitato); mi levava la fame col suo rancio e il suo pane, oltre la piccola razione che mi era assegnata e che mi veniva portata dai soldati distributori del rancio (a quei tempi) alle ordinanze degli ufficiali. Cesare mi portava fuori a vedere una grotta famosa; Cesare mi metteva a letto; Cesare mi portava a fare delle famose camminate nelle campagne vicine, e specialmente verso l'imbrunire a un mulino sperduto in una campagna, e costì la moglie del mugnaio ci friggeva certe frittelline di farina in un cammino patriarcale, dove ardeva sempre un focone scoppiettante e luminosissimo che gettava scintille su per la gola e la cappa nera nera e fuliginosa, dipingendo certe ombre gigantesche su quelle pareti bianche bianche e coperte di farina: madie, seggiole, tavolini ove pareva che ci fosse nevicato.

Rivedo le madie, i sacchi, le tavolone piene di stacci, i buratti, la farina che svolazzava come una nebbia finissima, da per tutto, e che ci copriva allegramente il capo, e' vestiti tantochè, in pochi minuti, diventavamo bianchi come mugnai anche noi, e ridevamo allegri e contenti, assaporando quei famosi sommòmmoli cotti per .

A questo punto s'inizia un nuovo periodo della mia vita: la partenza da Genova e l'arrivo in Sicilia, merita quì che ne dica due parole, non tanto perchè questo fatto portasse a me variazioni sul tenore della mia esistenza ormai orfanella e abbandonata; ma perchè coincide con una delle scene più grandiose e magnifiche della Storia del nostro Risorgimento: la presa di Palermo e il trionfo delle armi garibaldine, potendomi dire grandemente fortunato d'esser giunto in quelle terre luminose, calde ancora, per così dire, del più maraviglioso entusiasmo che cuore umano potesse mai scaldare, per riportarne, per sempre, un ricordo d'amore che andò ingigantendo da quando le letture della famosa epopea mi si scoprì alla mente.

Capitolo IV.

 

 

 

La prima impressione che hanno i ragazzi quando si avvicinano in barchetta a uno di quei mastodonti di ferro del mare, è di paura: in me, invece, fu di coraggio. M'arrampicai lesto lesto, su per la scaletta inclinata sulla panciona di quel grosso piroscafo e montai su da me. I soldati, (era il 31° reggimento Brigata Siena) vi si trovavano già: sonava la musica, il Colonnello Cavolini, e gli ufficiali intorno, pareva che facessero gli onori di casa: era un viavai di signore e signorine che si strizzavano (allora usavano i cerchi) in tutti i buchi: a guardar su le scalette di corda che pare vadano a perdersi nel cielo, si vedevano grappoli d'uomini e di giovanotti: una festa, un'allegria, un brusio, un'affaccendarsi di marinai; ordini militari; addii; strette di mano, e un vociare a perdifiato giù dal mare dalle centomila barchette cariche zeppe di gente che gridavano a squarciagola: «Viva il 31°» «Viva Palermo» «Viva la Sicilia» «Viva l'Italia».

Io mi persi tra la folla e cominciai a girare e voler vedere ogni cosa: a poppa, a prua, sopra, sotto; i soldati che mi volevan bene, chi mi portava a veder la sala da pranzo, le cabine, le macchine. Non ho mai più provato tante sensazioni gradevoli e tutte a un tempo, come in quel primo viaggio che feci: e fu, si può dire, (anzi senz'alcun dubbio) il primo incentivo a farmi invaghire di vedere il mondo, navigare, conoscere paesi novi, andar pe 'l mare, in qualunque modo, e su vapori o a vela, poco importa.

La voglia, infatti, me la son cavata; del mondo, posso dirlo con soddisfazione, ne ho visto (anche troppo); se sia stato un bene o un male il lettore lo giudichi; quel che posso dire (e anche questa confessione la fo con orgoglio) in ogni modo ho pagato di persona e con le mie ossa.

Insomma dico, per finire e condurre il mio caro lettore a Napoli e poi in Sicilia; che già mi dichiaravo un marinaio e andavo dicendo a tutti che sarei diventato un marinaio italiano, appena fossi stato grande.

Aimè! avrei dovuto disdirmi poche ore dopo, verso le 5 pm., del 5 maggio 1861 quando il piroscafo cominciò a dondolarsi soavemente sui suoi fianchi; disdire a gran grida il mio giuramento! Mi girò la testa, mi traballaron le gambe, le budella cominciarono a far dondolo; gli occhi s'appannarono, e il gran capitano di lungo corso fu portato, più morto che vivo, e come un fuscellino, giù dalle scale del salone e ficcato in una cuccetta stretta che pareva girar su se stessa a ballar la manfrina, e che pigliava luce da un occhiolino tondo che mi pareva facesse l'altalena.

Per grazia di Dio, alle 6 dell'indomani s'arrivò a Livorno, e mio padre con altri amici, vennero a darmi la baia e canzonarmi; la moglie di un maggiore (la mamma del mio povero Ceccherini – e dirò in seguito perchè povero) mi dette un'arancia; ne mangiai uno spicchio che rigettai sulla scaletta ricoperta di velluto del bel vapore inglese Cook, con occhiatacce feroci del mio buon babbo!

Stemmo poche ore a Livorno: qui ebbi la grata sorpresa di rivedere la nonna Carolina con mia sorella Ada e la zia Adelina per la prima volta; dopo diversi anni; erano venuti da Lucca apposta; mi commiseravano tanto e, specie quell'anima santa della zia si struggeva in lacrime, dicendo che ero un povero bimbo sacrificato e infelice: e io, ora, capisco il perchè della loro pietà! sfido io; senza mamma; in mezzo alla baraonda di que' tempi; con un uomo che non poteva avere le delicatezze di una madre e che s'era incaponito di farmi soldato subito, e infatti già mi teneva vestito da militare (bersagliere!) con tutto l'annesso completo, sacco, saccapane, gavetta, ghette.... roba da far ridere i galletti.

Povero babbo (dirà qualche leggitore) che figura poco paterna che tu ne fai. Ma io devo descrivere la mia vita tal qual'è senza abbellirla pingerla; quando presi la penna per buttar giù alla bona le mie ricordanze tratteggiando il mio e i ritratti di tutti coloro coi quali ebbi a che fare; una cosa sola mi proposi: essere lo specchio della verità e l'eco fedele della leale e sincera e svariata scena su cui, o piccola o mediocre o buona o cattiva, rappresentai una meschinissima parte; e credo che questo sia il mezzo migliore perchè la gente se ti compatisce, lo faccia almeno con buon cuore. Ecco fatto.

Finalmente, si lasciò i parenti e si partì anche da Livorno: tutti svegli, in sul far del giorno, nel porto di Napoli. O bello, o nobile, o grandioso porto, o Vesuvio, o formicolii di navicelli, o come mi tornate a mente, in quel bel mattino puro e sereno della mia dolce infanzia! Specie due cose mi rimasero fotografate nel pensiero: il pennacchiolo bianco bianco e soffice soffice che mi vedevo su su montare in cielo dal cocuzzolo del gran Vulcano; e certi cocomeri grossi e gialli e tutta carne bianca dentro che ballonzolavano su tutta quell'acqua verdastra e carezzevole sotto la pancia del vapore. Avevo ficcato la testa fuori dell'occhio di bove o finestrino, che era proprio a livello della mia cuccetta e stavo estatico ed incantato a guardare quel trionfo di luce e di musica che si spiegava ai miei occhi di piccolo sognatore. Ma non erano cocomeri; erano cedri, e ce n'erano a centinaia tirati a quel modo, chi sa perchè?

Non vedevo l'ora d'andare a terra! Avevo sentito magnificar tanto la città di Napoli da tutti quegli ufficiali e dai tanti soldati napoletani che già erano sparsi nelle file del nostro reggimento; che non toccavo il ciel col dito, per andarci anch'io a correre le belle strade e quella famosa via Toledo di cui se ne dicevano mirabilia.

Difatti alle 9 si scese; mio padre, io, il maggiore Ceccherini con la moglie, la quale mi teneva sempre con , ogni poco dicendomi tante cosine affettuose della mia povera mamma, che ora era, diceva lei in Paradiso! Eppure, piccoletto com'ero ci avevo i miei dubbi; sentivo come una impressione strana a sentir quel nome di Paradiso, e di Purgatorio e d'Inferno, uguale a quell'altro della Befana, quando, a Lucca, al ritorno della Sicilia e che mio padre mi lasciò affatto, trovavo la calza piena di chicche e di centesimini, e dicevano che tutta quella robina ce l'era venuta a mettere la vecchia Befanona.

Si girandolò per Napoli in certe carrozzelle che parevano legate con lo spago e stavano ritte per l'appunto; mi meraviglio anche oggi quando ripenso a quella giornata che si volava via a corsa sfrenata su un trespolo sgangherato che ogni poco minacciava di andare a gamb'all'aria. E il cavallo! Numi del cielo, pareva proprio (per rifare una frase fatta) quello dell'Apocalisse; e via, povera bestia, spunzecchiata e frustata a morte, ubbidiente alla voce e alla lingua del padrone che a forza di oh!, eh!, uh!, lo mandava in rovina per quelle bellissime e popolatissime strade, che a malapena que' cafoni facevano a tempo a scansarci; la carrozzella sosteneva il cavallo come un macchinone sconquassato che si tenga su a forza di biette.

Se si fosse rotto un finimento (ed erano tutti rabberciati e cuciti con funicella) io, che glorioso e trionfante me ne stavo in serpe accanto al vetturino, oggi, ne sono sicuro, non sarei qui con la penna fra le dita a raccontarvi la mia prima visita alla bella Partenope.

A mezzogiorno s'andò a desinare: eccoci dinanzi a un bellissimo tavolino in un albergo sul mare, che non ricordo più come si chiamava: «maccheroni; vengano maccheroni» – urlavano dieci bocche affamate di dieci bei giovanotti, ufficiali e camerati di mio padre. Vengono i maccheroni, in tre grandi vassoi, fumanti e rossi di pomodoro: tutti si staccano dalle finestre; ognuno corre a prendersi un posto; giù maccheroni a bizzeffe.... ma, tutti cercano le forchette; non ci sono forchetteurla spietate, grida di accorr'uomo: si presenta l'oste, un omino grosso grosso e grasso grasso tozzo e basso che pareva un misirizzi, con un pancione che gli ballonzolava sulle gambe: era bianco come un morto, poveraccio, e non capiva cosa volessero l'eccellenze: «Eccellenze furchette nu ce stanno; le mandò cattà».

Povero oste, cosa non gli fu detto dai miei bei giovinotti! Napoletani porci; camorristi; che non sapete nemmeno mangiare; ma ora siamo venuti noi e vi faremo vedere se Franceschiello è un maiale; e giù contro Franceschiello ogni ira dei. Il povero tàngano non faceva che piangere e gridava «gnor» «gnor» che pareva che starnutasse.

Vennero le forchette; erano di stagno; e come dio volle la baraonda quetò come per incanto.

Povera Napoli, tu non avevi certamente colpa se a quel disgraziato di cafone non era arrivato, sotto i Borboni, al progresso delle forchette (c'erano bensì le forche!); e poi eravamo caduti alla Marinella, a basso puorto; ma insomma tal era nel '60 lo stato della vita civile di quell'egregio popolo che ha dato un Galuppi, un Semmola, un Imbriani, un Giordano, un Palmieri, un Puoti, un De Sanctis, un Bovio, un Labriola e, negli antichi, un Vico e tanti e tanti altri filosofi di prim'ordine in ogni parte dello scibile della nostra latinità.

Fatta la pace (dopo saziate le bramose canne) tutti gli Ufficiali vollero risarcire, in certo qual modo, il pover'oste, regalandogli un bel marengo: l'oste piangeva e rideva, ma afferrata la moneta d'oro guardava quei venti franchi con occhio diverso (me n'accorsi) da quando si scusava. C'era in quella sguardo un misto di furberia, grottesca e curiosa, più voltata verso la straffottenza che la gratitudine: napoletano era, e, ci gioco l'osso del collo, napoletano rimase per tutto il resto della sua vita, senza o col simbolo della civiltà, le forchette di stagno!

Per me, Napoli m'è rimasta impressa come una delle più belle, care e allegre e dotte città d'Italia: la gente è buona, piena di cuore: s'amano fra loro come non ho mai veduto amarsi e volersi bene fra nessun'altro popolo del mondo: che professori! che avvocati! che letterati! che filosofi! Bravissimi in tutto, quando ci si mettono: m'è restata come una maraviglia dei suoi vetturini; parevano tutti spiritati, e via e via, fra quelle turbe di lazzaroni, che s'andava meglio del vapore. E i barbieri? non credo che siano superati da verun altro al mondo. Ho visto e ho vissuto a Londra, a Nuova York, a Buenos Ayres, a San Francisco di California, a Sydney, a Melbourn, a Berlino e Vienna e insomma ho visitato tutte le Capitali del vecchio e nuovo mondo; ma la mia splendida Napoli non me la ridarà mai nessuno. E che Università e che Biblioteca! A suo tempo ne riparlerò.

Mi trovai a Messina senz'accorgemene, tanto dormii saporitamente tornato a bordo; scese la truppa, si scese tutti e ci assegnarono per quartiere la Cittadella, della quale m'intratterò fra poco.

Di Messina, quand'ho detto che mi parve una città tutta sole e insalate e frati e scoppi di mortaretti, avrò detto tutto.

Delle due volte che ci stemmo, la prima nel '61, la seconda nel '62, non menzionerò che le grandi feste che vi si facevano la cui nota principale era lo scoppio di petardi e di fuochi artificiali; tutte le case, i balconi, ogni pietra che sporgesse dalle case aveva dei busti di Garibaldi e di Vittorio; infinite bandiere tappezzavano i muri degli edifici; i messinesi non credevano di dimostrare abbastanza il loro patriottismo, se non incendiavano, cantavano, strimpellavano e tiravano infiniti razzi al cielo. Di giorno, era una gazzarra sulla marina e nelle strade; di notte un urlo continuo, un vociare Viva da centomila petti, un cielo sempre ardente, un fumo di polvere che soffocava dappertutto.

Io mi divertivo, alla mattina, a guardare da un loggione che dava sulla porta principale della Caserma, la moltitudine di ragazzacci giovanotti (picciotti) che venivano all'ora della colazione a chiedere da mangiare; e i soldati portavan fuori e distribuivano gamelle di sbroscia che doveva esser caffè, e pezzi di pane; vedevo quei poveri diavoli divorare troccoli di pane come mattoni, e tracannar gamellate di brodo lungo che mi faceva ridere. Mi maravigliava poi di vedere molti di costoro portar gran cesti d'insalata, lunga e bianca, (lattuga di certo) e se la ficcavano in bocca, senza sale altro; ho saputo poi che l'uso c'è ancora.


Messina – La Cittadella.

Il porto! Al porto poi mi divertivo un mondo; passavano carrette cariche di gran pesci lunghi almeno due metri e con certe bocche come seghe, co' denti lunghi e appuntiti come aghi e mi dicevano che guai a essere perseguitati in mare da codesti voracissimi e terribili animalacci: erano pesci-cani; e anche di pesci-spada ve ne erano in istraordinaria quantità. Tutto il mare di Messina è ricchissimo di pesce d'ogni genere, saporitissimo e di dimensioni enormi. Sentite.

Per interrompere la monotonia dei grandi continui festeggiamenti e processioni e schiamazzi e rintronìo di scoppi, fuochi e luci di Bengala; noi tutti con gli ufficiali, le mogli e i figlioli, di sera tardi, quando era folta notte prendevamo dei grandi lancioni e co' barcajoli andavamo un po' fuori e dietro la Cittadella, a pescare.

Era un'acqua, a vederla dalla barca, nera e cupa come inchiostro; quieta e ferma che ci si sarebbe potuto scrivere sopra, ma a vederla, – dico così buia, illuminata da un gran focone a prua del barcone, luccicante de' riverberi della fiamma e un po' anche per la sua fosforescenza propria; sentire e vedere, che era piena zeppa di bestie orribili, pesci-cani, pesci-spada, capitoni, ragni, granchioni neri e pelosi, polipi rossi, bianchi, neri, ne provavo terrore e non mi potevo accostare, sebbene facessi le viste di non aver paura, al bordo della barca.

Ma che allegria di tutti! gli ufficiali, mio padre, armati di gran bastoni appuntiti col ferro in cima e fiocine e certe reti curiose, tiravan su maraviglia di pesci. Non ho mai più veduto de' capitoni grossi a quel modo: e molte volte nei boschi del Brasile che ho avuto tra le mani delle cobras, de' serpenti enormi mi tornavano a mente quelle anguillone grosse, viscide, stillanti acqua che davano colpi tremendi con la coda e facevano rintronare il fondo del barcone.

Il pesce minuto, le triglie, che erano una maraviglia, le acchiughe grosse come aringhe, i dentici, venivano puliti per , infarinati e fritti: e che mangiate con pane fresco e vino mesciuto da certi orcioli di terra che pareva stato nel ghiaccio!

La chitarra non mancava mai e la voce di mio padre (che cantava di tenore ammirabilmente) spiegava su quelle nere acque tenebrose i canti dolcissimi di Verdi che in que' tempi empivano il mondo.

Si stette, credo, un par di mesi a Messina dopo di che ci venne l'ordine di portare il reggimento a Catania. I preparativi, la partenza, gli addii, furono cose dell'altro mondo: i siciliani, ormai è una frase trita, sono anime di fuoco; ma in qualche circostanza, io credo che ardessero come la lava del loro vulcano. Ci accompagnarono turbe schiamazzanti da Messina lungo tutto il cammino, fino quasi alle falde dell'Etna, che dovevamo attraversare.

Oh deliziosa marcia, panorama maraviglioso e incantevole; quando rivedo col pensiero, quella montagna gigantesca, che pareva una bestia misteriosa accoccolata; quel bel cappuccio di neve, quei pini, quelle quercie grandiose, que' sentieri che a me parevano smisurate vie, e non erano che fili inerpicantisi su le prime e più vicine falde del gran monte; quelle spalle di macigno smisurate, erte, ripide, a picco; sempre mi sono apparse, nella grandezza loro, sublimi, uniche sulla terra; ho visto e attraversato le Alpi, il Potosì, le Ande, i grandi monti Allegham, ho contemplato il sorger del Sole dal Vesuvio stesso; ho toccato con le mani le pietre inaccessibili del Tandil; ma l'impressione magnifica che desta l'Etna nella mente fantasiosa di un giovinetto è al di sopra d'ogni altra. Non può far maraviglia dunque se Omero (non so se Omero l'ha cantato) e Virgilio e i poeti greci e siciliani ne hanno cantato, in strofe immortali, la sublime apparenza e l'hanno personificata creandone fuori una deità immortale.

. . . . . . . ma la Sicilia
ferace le quadrighe
magnifiche, i bene bardati
corsieri dal piè di tempesta.
Ne' tuoi stadi l'assa tutt'oro
guizza come folgore in nube.
La rapidità dalle navi
di fiamma par su le tue mète
Lasciar vestigia d'incendio.
Ierone di Siracusa,
Senòcrate di Agrigento,
Cromio d'Etna, fior di Sicilia,
Contendon la palma agli Elleni.

Gabriele D'Annunzio: Maia.

Ora, scendendo dalla lirica alla prosa narrerò al lettore il casetto che m'avvenne del quale, ne sono certo, ne riderà di buzzo buono.

 


Vulcano Etna (Sicilia) m. 3314.

Mio padre, caso strano in lui che mi voleva tirar su rotto a ogni fatica fin dall'infanzia, ebbe una gentilezza per me. Passavano certi somarelli carichi di non so che cosa e ne affittò uno, sul quale potessi attraversare la gobba più difficile e faticosa del gigantesco Encelàdo; monto su, tutto allegro, e via: lo sceccu (come lo chiamavano laggiù col loro linguaggio semi greco-arabo.) lo sceccu, tirava a andar via lesto lesto su' ciglioni più ripidi e a picco del monte; mi tenevo io aggrappato alle poche corde che legavano il collo del caparbio e paziente animale; ma a un punto, che mi parve proprio un abisso paurosissimo, mi venne tirata la corda per rimettere il buricco nel mezzo dell'erto sentiero; quello duro; do' uno strattone e mi resta la corda tra le mani. Perduto il punto d'appoggio mi trovai a giacere sul dorso dell'asinello con la testa sulla coda e i piedi penzoloni.

I soldati a ridere; io tutto arrabbiato volli scendere rifiutando rimontarci; mi feci a piedi così quella po' po' di traversata che era già forte e straordinaria per un uomo, e per un soldato. Ma, oggi, ripensandoci su, ci rido anch'io, contentone che posso raccontare un fattarello e dire: ho passato l'Etna a piedi! mentre infinita gioventù delle città e dei paesi d'Italia, sì e no, se conoscono tutta nemmeno la città dove sono nati.

E in questo devo lodare i Tedeschi: che girano il mondo con un par di scarponi a' piedi, un bastonaccio in mano, un fardelletto di poche robine sulle spalle e un pan secco in tasca. Ma vedono il mondo, imparano, e quando tornano in tedescheria possono dir davvero, et magna pars fui, in ogni angolo della terra, senza pericolo di passar da bomboni.

Quest'uso dei tedeschi di far camminare il mondo ai loro figlioli e d'istradarli così alla vita vera, in mezzo agli uomini, a popoli diversi, magari patendo il freddo, il caldo e la fame, io lo ritengo superiorissimo a tutti gli altri, perchè forma de' giovani sani, robusti, forti, istruiti, e indipendenti.

Gl'Inglesi ne hanno un altro molto bello, anche veramente pratico: si levano i figlioli di casa prestissimo, e li mandano, o ne' collegi o in altre città, in casa d'insegnanti e maestri laici; spendono il loro bravo denaro giustificatissimo; i signoroni mettono in casa istitutori, uomini probi, moralissimi, mezze enciclopedie semoventi, e sotto codesti pedagoghi, fanno far a' figli gli studi classici, e gl'impinzano di buona cultura, un po' stringata, puritana, inglese insomma. Terminati gli studi, dànno a' figli l'abito virile, vale a dire li lanciano sul continente accompagnati dal vecchio pedagogo. Viaggiano la Spagna, la Francia, l'Italia, un po' ma meno, la Germania; qualche riccaccione li manda in Egitto, alle Indie, e, dopo un po' d'anni tornano alle loro nebbie, di giovani, fatti uomini in tutta l'estensione della parola.

In Italia, pur troppo i nostri ragazzi seguitano a vivere attaccati alle gonnelle della mamma anche quando hanno messo fior di baffi e di barba e dio ne liberi a dire a quelle brave donne di mandarli un po' pel mondo a veder com'è fatto: fanno subito le boccucce e t'allontanano di casa perchè credono si dia de' consigli scapestrati e indecenti. Il prete, la messa, le devozioni... ecco l'ideale di queste donne italiane vote di testa e leggiere come penne.

Chi può descrivere la felicità che io sentiva in quelle marce, variando sempre luoghi e paesi, montagne e fiumi, osterie e bivacchi, piazze e città, esercizi militari e manovre e sieste alla bell'aria limpida e serena, o sotto la tenda quando nevicava e pioveva? Al reggimento non vi poteva regnar malinconia: avevamo una banda, che ho sentito dire da mio padre mille volte, essere la migliore d'Italia: col suo maestro capo banda il famoso Lorella, che aveva fatto tutte le campagne ed era il più buon figliolo del reggimento, meno quando dirigeva la musica in una delle piazze ove si ragunava la città intera a sentire estasiata; chè allora il Lorella era un vero personaggio e, a malapena, dava retta allo stesso Cadolini che era, si può dire, il bau-bau del reggimento.

Attraversata la gran gobba famosa, s'arrivò a Catania e bivaccammo sulla piazza che oggi si chiama dell'illustre musicista Pacini. Qui mi maravigliò molto il grande elefante di bronzo o di marmo che sta forte e massiccio sulle sue quattro zampe e par che s'avvii a passo lento verso la città.

Ci toccò per alloggio un conventaccio grande e bianco popolato da certi fratacchioni bianchi, con certe panciacce che parevano pive e zampogne tenute su da certe cintole nere e lucide; costoro di frate non avevano proprio che l'aspetto e il vestito; a vedere l'amicizia che subito strinsero con gli ufficiali! entravano e uscivano dal convento come nulla fosse; te li vedevi per le strade parlare e sghignazzare con le ragazze e fumare e bere di quà e di per le osterie.

Che cuccagna e che gazzarra durante il desinare, che si faceva tutti insieme in un gran refettorio con in mezzo un tavolone lungo lungo e massiccio che pareva di macigno. Un ufficiale e un frate, un ufficiale e un frate, e così tutt'intorno: a capo tavola il padre guardiano (dico padre per mo' di dire, perchè di padre che mi ricordi io, non aveva che il nomaccio) gran sbafatore e bevitore e fumatore che sfidava chiunque a berne come lui.

Il pesce che veniva in tavola era portato in certi vassoi giganteschi capaci di contenere un pesce spada intero intero; gli arrosti di carne e di pollo, le insalate, le fruttiere colme di mandarini e di aranci facevano un effetto maraviglioso su quella lunga tavolona, e in tutto lo stanzone non si sentiva che un vocìo assordante e scoppi di risa, grandi viva all'Italia e al 31°.

Però se avessi potuto veder nel core a tutti quei fratacchioni dalle faccie rubiconde e paonazze io non dubito punto che avessero in tasca più Franceschiello che Vittorio, o la santa romana e cattolica religione con a capo Pio IX; ho l'impressione che codesti servi del signore, fossero più seguaci di Falstaff che del fondatore del loro ordine, che veramente non ricordo più come si chiamasse, giacchè in Sicilia e a Napoli in que' tempi (e disgraziatamente forse anche oggi) pullulavano codesti ripugnanti parassiti in abiti rossi, celesti, turchini e neri, vera peste dell'umanità in genere, ma dell'Italia in specie.

Bisognava andare da Catania a Palermo! una bella tirata se vogliamo; ma così erano gli ordini; si dovevano fare le leve militari, a cui i siciliani non erano abituati; e qui potrei narrare casetti ridicoli e strani per far vedere come, in fondo, quel povero popolo che è sempre stato schiavo di tutti, Francesi, Spagnuoli, Borboni e ora Italiani (non credo di dire il falso affermando questo; perchè io domando al governo del mio paese che cosa ha fatto per la Sicilia dal '60 in poi, se non spogliarla, immiserirla, perseguitarla, misconoscerla?) e ora, ripeto, Italiani, avesse poca voglia di servire il bianco, rosso e verde di re Vittorio; il fatto sta che molti giovani si mozzavano le due dita della mano destra o si spezzavano i denti incisivi superiori, perchè caricando il fucile bisognava strappar co' denti le cartucce e senza dita non si poteva tirare il grilletto. Piuttosto la prigione che portare il sacco sulle spalle.

Passo passo, arrivammo anche a Palermo, ove entrammo tardissimo; e ricordo questo e anche l'ora, che erano le otto, perchè ci fermammo in mezzo a un gran crocevia dove si diramavano quattro strade lunghe lunghe e illuminate; alzando gli occhi, su, a una specie, non ricordo più se una chiesa o un palazzo, vidi un immenso orologio nero nero, col lume dentro: non avevo mai veduto una cosa come quella e l'impressione fu perciò fortissima. Eravamo, nientemeno, che nel core di via Macqueda, ove, si può dire, Garibaldi aveva fatto miracoli d'eroismo co' suoi Mille, nel glorioso giorno 27 maggio '60, e costì, o poco discosto, v'era il Pretorio che rimarrà in eterno famoso come il Pantheon di Atene e il Campidoglio di Roma.

O Palermo, nobile mia Palermo; e dico mia, perchè ti amo come italiano, come fratello, come cittadino, e mi esalto nel tuo sacro nome, nel ricordo tuo maraviglioso, per le gran gesta che ti fecero eroina d'Italia, con Milano, Brescia, Venezia; o Palermo, città di sogni di poeti e di eroi; sublime fra quante città conobbi per il tuo gran cuore e le tue grandi e mirabili venustà e i tuoi ricordi d'indipendenza e d'intolleranza; coloro che non ti hanno adorato alla frenesia come ti adorammo bambini giovani e vecchi; coloro che non ti seppero elevare per tanti e tanti anni al grado di regina della tua grand'isola; coloro hanno meritato veramente il disprezzo d'ogni cuore lealmente italiano e sinceramente devoto alla tua fama.

Conservai nel mio giovine e povero cuoricino di ragazzo sperduto (per tanti e tanti anni) il tuo grande e sublime ricordo: a cinquant'anni tornò a rifiorire nel mio animo quel sentimento indicibile di affetto filiale verso di te – Palermo divina – e nel 1911, nel mio viaggio agli Stati Uniti – ho voluto rivederti e non solo; ho ripasseggiato la tua via Macqueda; mi sono soffermato, rievocando le impressioni giovanili, sotto i tuoi famosi monumenti; ho riveduto i segnali delle bombe, che ancora si additano al forestiero con ribrezzo e con amore, esaltando il Gran Solitario di Caprera; ho riveduto il tuo Ponte dell'Ammiraglio e ho avuto la suprema gioia di parlare a un mucchietto di amici che meco aveva portato dalla città. Essi volevano andare al cinematografo; ma dopo, al nostro ritorno, mi ringraziarono perchè io li aveva condotti come a un battesimo di fede e di italianità: mio figlio mi accompagnava! e a lui feci vedere i luoghi ove fanciulletto io ho dormito sotto una povera tenda di soldato, felice ora se, dopo tante traversie e tante venturose vicende, ho avuto la suprema soddisfazione (che è un orgoglio legittimo, io spero) di richiamare le ricordanze di fatti e di eroi che l'implacabile ala del tempo par che voglia coprire ormai con la sua nera ombra spietata.

Vorrei avere la penna di Dickens per poter descrivere a puntino tutte le impressioni che quel soggiorno in Sicilia, impresse nel mio cervellino; rammento bene le grandi accoglienze che quelli ospitalissimi e patriarcali abitanti ci fecero in tutte quelle marce, su e giù per l'Isola: Caltanisetta, Trapani, Caltagirone, Modica, delle più grosse terre, e poi i borghetti sperduti pe' monti, contornati di selve, e tutti quei campi sterminati di fichi d'india, che, a dire il vero mi piacevano poco; e quei lettoni alti alti e inclinati, che ci offrivano con tanto di cuore. – Ma il più bel ricordo lo tengo fisso in mente, ripensando alle luminaria su pe' monti, e li scoppi de' mortaretti, che fendevano il cielo e spaccavano gli orecchi.

Tutte le montagne, i colli circostanti, l'azzurro mare, il meraviglioso monte Pellegrino, luccicavano di fuochi e falò accesi, quasi ogni sera, per festeggiare non so che santa; e le processioni? Un carnevale.

Si figuri il lettore una fiumana di popolo bruno e adusto, con certe papaline nere in capo, e donne e fanciulle e picciotti e ragazzi e strimpellii d'istrumenti di ogni genere; e razzi e mortaretti, e zampogne e pifferi; era una babilonia che la descriverebbe bene soltanto quell'unico Neri Tanfucio della mia Toscana; e tutt'a un tratto colpi di gran cassa e marcia di tamburi: ecco i frati e i preti, il cardinale e il vescovo, chierici e i chierichetti, con gran torce accese in mano; lunghe filate di bimbi piccini e grandi, e bambine e giovinette, centomila rose e gigli che fiorivano allora co' vestiti di velo bianco e celeste e con cent'occhi che le gemme del cielo erano pallide al loro confronto; poi le mamme e le nonne, vecchioni e vecchione riseccoliti e grinzosi ma forti, duri come l'acciaio, con certe bocche sdentate ma pronte a gridare ancora «Morte al Borbone» «Morte au surciu»; ecco la Gran Santa Rosalia, la mamma di Garibaldi, come la chiamavano nel '60, che lo aveva fatto sbarcare a Marsala e poi da Calatafimi e da Piana dei Greci, da Gibilrossa girò fino a liberare la sua bella Palermo.

Costì intorno al gran simulacro, una vera battaglia: il fuoco e il fumo di polvere acciecavano; ogni poco si mutavano i portatori, che sostenevano quel peso e portavano argento addosso a profusione.

E tutta la giornata e la sera e notte, quasi fino a giorno, spaventosi fuochi artificiali e bombe e mortaretti da levare di sentimento.

E ora andate a toccare ai Palermitani Santa Rosalia e ai Napoletani San Gennaro e a Lucca il Volto Santo e poi ditemi se non risuccederebbe il macello del 1282, co' Vespri; o la sommossa di Masaniello! Quanti secoli o bella terra abbandonata di Sicilia, della Calabria, della Basilicata, della Lucania, della Campania, dovranno passare ancora e quante scuole e quante conferenze nostre si dovranno fare, prima di aver, non dico sradicato del tutto (che forse non lo credo nemmeno possibile) ma almeno circoscritto a pura fede individuale, codesto pattume cattolico de' saturnali pagani, almeno quelli, assai più poetici e scusabili che queste feste macabre, sozze e superstiziose della religione cristiana, tanto deturpata e degenerata dai sozzissimi impostori che vi mercanteggiano su.

Io lo so: nessuna religione è vera; tutte non sono che parto di un sentimento unico che sboccia nel cuore del selvaggio timoroso e maravigliato. Spencer, Grant Allen, Svoboda, cento altri filosofi hanno tratto fuori, alla chiara luce del sole, e svescicato le imposture degli oppressori in càmice e in mitria; so pure che l'uomo, o, per meglio dire, le povere donnette, i fiacchi, i deboli, i decadenti, i malati, gli scarti della natura, hanno bisogno di credere a qualcosa e si reputano, e sono, certamente più felici di noi, rarissimi atei sulla terra; ma che però si debbano vedere nel secolo di Marconi, professori, scienziati, ingegneri avvocati, uomini spregiudicati, furbacchioni di sette cotte e padri di famiglia che ne fanno diuturnamente di tutti i colori, prosternarsi, sbaciucchiare, rimpecorirsi a terra (come fanno anche ora) dinanzi a un pezzo d'argento che simboleggia una divinità, a una fialetta con entro un po' di miscuglio d'atermano; questa è cosa che dimostra come l'uomo, (o se volete l'animale uomo) sia, fra tutti gli animali della terra, il più imbecille e il più ipocrita.

Dopo un anno ritornammo indietro, sostando in presidi in quasi tutte le città Sicule.

Io ero cresciuto assai e m'ero fatto più omino e più forte: ritornammo indietro per un'altra parte, di selve e fiumi popolata, e bivaccando a giornate, ed esercitandoci al tiro e agli esercizi di compagnia. Eravamo, io credo, di nuovo vicini assai a Messina, quando il battaglione di mio padre, (era il ) fu distaccato d'urgenza attraverso aspri sentieri e letti di torrentacci secchi, pieni di ciottoloni ardenti, che ti fraccassavano e bruciavano i piedi. E tu, lettor mio buono, aguzza qui di molto l'occhio, e il pensiero, perchè ti narrerò cosa tremenda di essi, per mia disgrazia ed orror sommo e vergogna eterna, fui testimone e, in parte, innocente reo: ma pensa, lettore, che io seguiva mio padre; che mio padre era ufficiale dell'esercito italiano; che l'esercito italiano, a que' tempi, (io non so ora!) era feroce nemico del nostro Gran Padre, e se l'avesse potuto avere nelle mani in una selva, il delitto di Aspromonte sarebbe avvenuto anche più tremendo!

– «I briganti» – «I briganti» – presto suona la tromba; in marcia; «sono passati di quì, sono passati di ; entrano in Catania»; «si dirigono su Messina; sono venti, trentamila!».

Tanta paura? un esercito completo?; ufficiali medagliati e con alla testa il cugino di Giovanni Cadolini, un prode de' prodi, che aveva veduto le groppe de' Francesi, de' Tedeschi, de' Croati, degli Ulani; a Mestre, a Varese, a San Fermo, aver, dico tanta paura, di quattro garibaldini sperduti che filavano dietro alla loro Stella?

Su, su, su, su: si dileguaron l'ombre, ma è un fatto che Garibaldi era passato, trascinando seco dal bosco della Ficuzza l'anima di Sicilia; se ne stette, com'è noto, a Messina tranquillo, passò a Reggio, fu sulle balze di Aspromonte, ove un'infame palla di piombo dei regolari feriva nel malleolo del piede destro, quel grande Patriota d'Italia, che l'aveva redenta e che mirava anche ora a riunire le membra della Madre antica.

Oh quante volte rileggendo da Quarto al Volturno e l'altra Dal Volturno ad Aspromonte del Bruzzesi, io mi sono morso le mani e ho pianto su quelle pagine maravigliosamente calde del più grande amore che scaldasse mai petto italiano; e rivedo ancora, come una visione di luce di dolore e di mestizia, il bastimento che portava via il generale: egli era sul ponte ravvolto in un mantello che a me parve bianco: aveva intorno molti suoi garibaldini; il nostro bastimento correva in senso opposto; tutta l'ufficialità era intorno al Cadolini: però lo dico a onor del vero; passò l'eroe, e molti ufficiali piansero; tutti cavarono le sciabole e salutarono; i soldati alzarono un urlo formidabile che riecheggiò sulla marina e sulla città che biancheggiava lontana ancora; vicino a mio padre v'era un giovine, il tenente Carlo Primerano, amicissimo suo e che mi amava tanto; lo udii chiaramente pronunziare parole contro il governo Rattazzi e dire che questo misfatto non era colpa di Vittorio: (e allora di chi?).

Povero Carlo Primerano tu disertasti per correre, camicia rossa, sull'agro romano: moristi da eroe la mattina del 3 Novembre 1867.

Dove riposano le tue ossa? chi le ha ricercate, e ha dato loro una onorata sepoltura, scrivendoci su almeno il tuo nome, gloriosissimo, e un ricordo pietoso al tuo gran cuore? Ma che dico: infinite fredde zolle ricoprono le povere ossa d'innumerevoli figli d'Italia morti per la patria, seguendo il sublime cavaliere dell'umanità, cui nessuno le sa, se non forse la mesta spigolatrice che ne riconosce sulla terra la fiorente messe di papaveri e di margheritine.

Orvia, dormite in pace, eroi: la natura sola vi tiene compagnia: essa è eterna.

Capitolo V.

 

 

 

Questa seconda visita a Messina durò tutto il '62; e mi avvennero vari casi che balzano su, ancor vivi, dal mio pensiero.

Alternavamo il presidio con gli esercizi, il tiro, le passeggiate sulla spiaggia e i bagni di mare. Per recarci a1 tiro escivamo dalla città dirigendoci verso il faro, luogo desolato e di cattiva fama per la sua arma micidiale. In uno di codesti esercizi di tiro, riportai una gravissima contusione alla mascella destra, per un rinculo del calcio del fucile troppo violento; o che fosse polvere forte e vecchia o, (ed è più probabile) distratto appoggiassi troppo la faccia al calcio, il fatto sta che mi gonfiò e s'illividì la parte destra, con gran dolore dei denti.

In quanto a bagni di mare, io non li volevo fare perchè quella spiaggia tutti dicevano che era piena di pescicani; si narravano fatti paurosi; un ufficiale – (dicevano) – un tremendo mostro se l'era intrippato vivo vivo; era sparito un soldato; un pescatore; un picciotto: sicchè io m'incaponivo a non voler far bagni e quanto più il babbo s'arrovellava e minacciava, e più, io, duro e caparbio: le buone le cattive maniere mi facevano persuadere a obbedire colui che non ischerzava mai, come ora dirò.

Un giorno, nel dopo pranzo, l'ordinanza mi disse che si sarebbe andati a fare una splendida camminata al porto, sul molo. Di cotesti moli ve n'erano moltissimi, e andavano innanzi nel mare che era pochissimo fondo e con acque così terse e belle che si vedeva chiarissimo un soldo gettato al fondo e che i monelli neri e luccicanti come moretti si gettavano a capofitto a trovare e raccogliere.... con la bocca!

Cammina, cammina, l'uomo mi condusse a un gran molo, che sporgeva fuori quasi in mezzo al mare e intorno al quale v'erano diversi barchettajoli che pescavano con la lenza; mi divertivo non so mai quanto a veder tirare su que' be' pescioni d'argento che brillavano al sole e si contorcevano e agitavano per staccarsi dall'amo crudele, e salvarsi; quando: plàffete, un urtone del mio soldato mi gettò a piè pari nell'abisso nero che s'apriva sotto le tavole della gettata!

Io non so se gridai, se chiamai aiuto, se mi raccomandavo colle braccia e con la bocca piena d'acquaccia verdastra e sudicia del risucchio di tanti vapori: mi trovai ingolfato dal liquido elemento, attratto spietatamente verso il fondo e vidi, in un istante che fu un baleno che mi parve durasse mill'anni i gran pali neri e viscidi ricoperti di muffa marina, enormi ciottoloni e, con gran terrore, certi granchi neri e pelosi, grandi come la testa d'un ragazzo, che si muovevano lentamente mi venivano incontro.

Ma fu un baleno: una poderosa mano m'agguantò, mi spinse su, mi sostenne e

«Quindi uscii a riveder le stelle»

come dice il Poeta. Mi ritrovai seduto in una barca, dove tre pescatori, un vecchietto e due ragazzi ridevano a crepapelle.

Tornai sul suolo, mezzo inebetito e l'ordinanza mi confessò, quasi piangendo, che era un ordine del mio tenerissimo padre! il quale, di a un'ora, venne con altri amici sul molo, mentre mi rasciuttavo i panni, e questo fu il dialogo che bofonchiando ebbimo trai noi.

– Ci anderai ora ai bagni?

– Se ci sono pescicani, no.

– Ti ci manderò con la frusta.

– Se ci sono granchi neri no.

Il fatto fu salutarissimo per me: perchè da quel giorno, andai ai bagni, non ne buscai più; sentii lodar mio padre da qualcuno, da altri rimproverarlo aspramente; mi buscai le febbri del Faro; fui morso da un grosso polpo marino bianco, che mi s'attaccò in quelle parti ove non è che polpa e che di bianco che era me lo levarono (mentre io strillavo come un energumeno) rosso rosso come un gambero fritto: m'avea succhiato il meglio sangue.

 


Castellamare del Golfo – Il Castello (Epoca Federico II secolo XII).

Anche questa volta, un buon pescatore messinese mi fece da babbo: mi tirò su nella barca; cacciò fuori da prua un lumino di terra e con lo stoppino mi fregò ben bene la parte succhiata e il bruciore sparì per incanto. Quando fui vestito, gli detti un soldo! e credo quello (sia stato il mio primo atto di altruismo e di generosa gratitudine).

Che ne sarà di quel pescatore? sarà vivo, sarà morto? O vedete un com'è fatto il cuore umano; il mio, per esempio, vorrebbe ora ritrovar quel brav'uomo e ringraziarlo di cuore.

Mi scoppiarono le febbri (ho detto) e in un modo terribile: fui portato all'ospedale militare e amorevolmente assistito dal medico del reggimento: in sul declinar della febbre, mio padre mi volle a casa e costì mi curò lui facendomi prendere del chinino, ma sentite in che modo.

La prima mattina, viene al mio letto con fra le dita un garòcciolo nero grosso come una castagna e mi dice di tirarlo giù: me lo messi in bocca e tentai due o tre volte d'inghiottirlo, ma non c'era Cristo, non mi passava; e poi amaro come un veleno!

Strillavo, mi raccomandavo, chiamavo la mamma (che dormiva poverina duramente sotto terra a Parma), stanco mio padre m'afferra pe' capelli e con due occhi biechi e' feroci mi urla di aprir bocca e di tirar giù: e giù vi andò il chinino e credo mescolato anche ad abbondanti lacrime.

Ero tormentato dalla febbre, dalle zanzare e da mille sogni paurosi e terribili. Vedevo pesci-cani e pesci-spada, che strisciavano intorno al letto, e notavano per l'aria nella camera e i più paurosi montavano sulle coperte, e certi terribili granchi grossi pelosi e neri con mille zampaccie aperte come morse che s'arrampicavano da terra sulle coperte, e davanti, di dietro, dai lati e io sempre a scacciarli, con le mani, ma inutilmente.

Le zanzare, furiosissime, le uccideva mio padre sparando il fucile a polvere ed empiendo la stanza di fumo; ma i pescicani e i granchi, non li vedevo che io; e sentivo la voce del babbo che diceva all'ordinanza e agli amici, che sognavo. Ma non sognavo io, dicerto, perchè li vedevo così veri, viscidi, paurosi che anche, oggi, non più fanciullo, ne' miei sogni agitatissimi li rivedo tali e quali e ne sento il viscido, gelido, puzzolente contatto e mi desto anche ora, in sussulto, madida la fronte di sudor freddo!

Che qualche cosa di vero vi fosse nei miei delirj non v'è dubbio: ricordo che una sera, vidi mio padre sguainar la sciabola, venirmi vicino, e mi rincantucciai sotto le coperte; alzarla, colpire sulla parete e cadere in due pezzi, divincolandosi, sul guanciale un grosso granchio......

Non era un granchio!

Era – mi raccontò poi il babbo quando fui guarito e che voleva persuadermi che le bestie che vedevo non erano pesci; – era un enorme tarantola (che ce n'è a bizzeffe in Sicilia) scesa placidamente dal tetto; entrata dalla finestra e che veniva, randagia e sperduta, a far la mia conoscenza e a succhiarmi quel poco sangue che avevo.

Ora so che codesta specie di ragni non è veramente velenosa e che produce un gonfiore di poco momento; ma a que' tempi cosa ne sapevo io?

Sicchè i miei terrori ingigantivano e lo stesso mio padre credè bene di scostare il lettuccio dal muro, portandolo in mezzo alla stanza.

Una mattina, eravamo sul finire dell'agosto, si spalanca la porta di camera e appare mio padre con un viso stralunato più del solito; – «È morta tua sorella» – mi dice: io rimasi di pietra, ebbi la forza di muovermi o di dire una parola a una notizia datami a quel modo; – «Come non piangi?» tuona mio padre, e giù uno scapaccione sulla mia povera testa sventurata: non ci voleva meno per farmi impietrire, perchè se una cosa al mondo mi ha fatto divenir di sasso è stata la violenza manesca di chi mi batteva; mi precipitai fuori della stanza e corsi difilato in cucina ove era un grande armadio grigio; mi ficcai sotto, nel vôto di quel gran mobile e vi rimasi, credo, tutto il giorno finchè non me ne tirò fuori un ufficiale che mi prese per la mano e mi condusse dal mio addoloratissimo padre che trovai a letto.

«Poscia più che il dolor potè l'amore» e piansi, piansi di cuore la perdita di quella mia povera sorella che era di una bellezza straordinaria e di grande intelligenza: morì a Viareggio, mi dissero poi di congestione cerebrale per un bagno preso fuori tempo. Ma a me sta in idea che fosse menengite; di codesto male ebbi poi nel '65 a soffrire anch'io e fui salvato per puro caso.

Qualche giorno dopo mio padre mi fece vestire con meticolosa pulizia; i bottoni, le scarpe, la daga brillavano a forza d'averli fregati e rifregati col lustrino e la stecca; lui si vestì in gran tenuta, mise la sciarpa a tracolla e via. Si attraversò tutta la galleria del quartiere, tutti i cameroni ed eccoci nel salone del Colonnello.

Stava il Cadolini passeggiando in su e in giù nell'ampio stanzone con le mani incrociate di dietro: era un uomo secco alto, nerboruto; io ne avevo avuto sempre gran timore, come, credo, l'avessero tutti i suoi sottoposti; ci avviciniamo a quell'uomo già grigio, col pizzo all'italiana, tutto rimprosciuttito e nervoso.

Mio padre mi bisbiglia: «Vai a baciargli la mano». Per dire il vero sentii per ribollirmi le viscere; ero già un carattere poco amabile; la vita passata fra gente rude, tra soldati, senza la gentile, delicata, pietosa educazione d'una madre, ero venuto su selvaggio e riottoso: rusticità e timidezza furono poi sempre il fondo del mio carattere.

Gl'imperiosi sguardi del babbo non ammettevano ribellioni: o ubbidire, o aspettarsi sonori ceffoni a casa: m'avvicino rapidamente a quel coso duro che andava per in , sempre co' pugni intrecciati sulla schiena; mi avvicino, gli prendo una mano e in un baleno gliela baciai soavemente.

Non l'avessi mai fatto!

Si rivolta il brav'uomo, e, mentre io in posizione di saluto militare sto ad aspettare chi sa, uno schiaffo, un calcio, che so io, sento che mi dice con voce stentorea:

– «Di' a tuo padre, che la mano si bacia ai preti!».

Mi volto: il babbo, rosso come un peperone s'avvicina, saluta: ma cosa gli dicesse il Colonnello io non l'ho mai saputo: mio padre non me lo volle mai dire, e io sono rimasto con questa curiosità. Credo però che mio padre avesse fatto qualche marachella; rimase vari giorni in camera con mio gran terrore, e solo dopo un lungo periodo ritornò fuori.

In questo tempo mi avvenne un fatto veramente curioso che lo voglio consegnar qui, perchè fu l'incentivo principale che mi spronò a ingolfarmi poi nello studio della Fisica e a voler scoprire i perchè dei fenomeni di natura.

Mentre facevamo – (era d'estate) la solita ora di riposo nell'ore bruciate, stando sdraiato sul lettuccio e non potendo dormire, contavo i travicelli del soffitto; con mia grande meraviglia vedo riprodursi sul cielo della stanza, tutto quello che succedeva nel cortile, ma con una tale naturalezza e precisione che giorni dopo avendolo detto al babbo e questo agli amici venivano in folla a farne le meraviglie.

V'era un foro nell'imposta della finestra; e la distanza dal soffitto doveva essere così matematicamente precisa, da presentare quel bel fenomeno di una camera scura purissima.

Che divertimento maraviglioso per me; si vedevano andare e venire gli uomini (erano soldati) tutti bianchi, in tenuta di tela; chi spazzava, chi portava il pane, chi si divertiva a rincorrersi; e i cani che nel reggimento non mancavano mai, far le corse e introdursi e scappare: insomma era per me come un teatro che rallegrava, e tanto, la noiosissima e uggiosa esistenza della caserma.

Si lasciò finalmente anche Messina, e sur un grosso vapore, di cui non ricordo il nome, il reggimento sbarcò a Genova; da Genova un'altra volta in Lombardia e di presidio in presidio, prima a Parma e poi a Piacenza: a Ravenna si stette tre mesi e di quel tempo conservo il ritratto che qui riproduco.

Dal '63 al '65 non ricordo che poche cose avvenutemi in quella monotonia alternata dagli esercizi militari e le marce. Ricordo soltanto che non stavamo più in quartiere; che io ero divenuto un discolo e impertinente e che la mia vivacità e l'impertinenza mi furono cagione di due gravissimi mali: mio padre teneva certi barattoli di polvere in uno sgabuzzino incavato in un muro di camera, a cui mancava la chiave. Solo in casa mi divertivo a fare dei monticini di polvere, una piramide terminata in punta che bagnavo con la saliva, e poi con un zolfanello (i cerini non erano ancora inventati) gli davo foco. Or'avvenne che una mattina, un gran mucchio di polvere non voleva far la fiammata e io l'andavo stuzzicando invelenito con la fiammolina accesa: quando tutt'a un tratto prese fuoco davvero, e m'investi la faccia e la mano. Fortunatamente il viso era lontano, ma la mano rimase bruciata e nera come un pezzo di carbone.

Ero solo, l'ordinanza tornò tardi, ed io soffrii le pene dell'inferno. Quando il povero soldato mi vide conciato a quel modo che disperazione, che grida, che pianti! Cosa dirà suo padre; oimè, suo padre mi ammazza dicerto, oimè oimè.... Intanto io pativo e non sapevamo cosa fare alla mia mano abbruciacchiata; fortuna volle che era l'ora del rancio e i noti colpi di batacchio all'uscio di casa, pun pun, annunziarono la sempre desiderata, ma in quel momento quasi inutile bobba; corse il soldato ad aprire e venne su un soldato calabrese che si chiamava Lacuma; il mio buon Cesare gli racconta il fatto; «niente paura! dice il bravo Lacuma; vai a comprare un limone e del sale e porta della carta straccia azzurra di quella che usano incartarci lo zucchero: vola il buon Cesare e presto presto in una scodella, Lacuma ci versa agro di limone e sale; poi tuffandovi in quella salumoia della cartasuga, il calabrese me l'applicò sulla mano che era una macchia di sangue, filando le goccie di quello dalle spaccature delle dita, come un cencio bagnato.

Non dirò del dolore: credo d'aver avuto in dono un corpo quasi insensibile ai mali fisici: mio padre; questo mi ha fatto di bene; che le ferite, sono passate dalla mia pelle e dalla carne senza dolore. Ma non così sul capo, come dirò un più avanti.

Partito Lacuma, mangiammo; ci tornò la fame più vorace degli altri giorni. Mi rammento del mio buon Cesare che tutto rinfrancato mi baciava e carezzava come un padre; corse fuori e tornò di a un minuto con del cacio parmigiano e delle pere che le uguali non le ho più mangiate in vita mia.

Poi uscimmo e come se, poveraccio, gli paresse d'essere stato lui la causa della mia disgrazia, mi regalò due centesimi (dico due centesimi) perchè ci comprassi quel che volevo.

C'erano in piazza Farnese certi banchetti (doveva essere il tempo di qualche Festa grande) dove vendevano chicche e gioccatoli pe' bambini e a me fece meravigliosa impressione una ciambelletta dolce che costava 2 centesimi! e aveva uno specchietto in mezzo: e quella comprai e non la volli mangiare per conservare lo specchio!

E il babbo, dirà il lettore?

Il babbo tornò a casa; mi vide; mi guardò il braccio che l'avevo in una pezzola tenuta al collo; non se ne fece in quà in e tutto finì con un dolore, con un monito in pectore che feci a me stesso di non bruciar più polvere; e di un consiglio che do ai miei giovani lettori, e che è questo: se mai avvenga che voi vi bruciate, abbiate il coraggio di fare quello che a me fece il bravo Calabrese Lacuma: limone, sale.... e fortezza di core. Posso garantire che è un rimedio santo; sarà un rimedio calabrese, radicale, una cura da cavalli, ma insomma, anche ora, mi guardo la mano, che era diventata una poltiglia schifosa nera e sanguinolente, ma la pelle non presenta la men che minima traccia d'una ferita così grave.

Le mie birichinate aumentavano in un crescendo allarmante. Distaccata la Compagnia a Alzate, una domenica, mi trovavo su un ponticello ed era piovuto. Vicino, seduti su de' mucchi di pietre, v'erano alcuni bass'ufficiali; appoggiato alla spalletta nel mezzo del ponte, un uomo, un contadino, tutto vestito di bianco, e con certi calzoni che parevano inamidati e stirati. Que' mattacchioni di sergenti si vollero prender beffe di costui e mi dicono d'andargli pian pianino vicino e poi co' piedi sparnazzare l'acqua e macchiargli i fiammanti calzoni. Cesare mio, non c'era; vo, mi avvicino e plàffete schiaccio quella polla d'acqua co' piedi e lo ricopro dal capo alle piante d'una sudicia fanghiglia e con la mota di quella stradicola ove passavano asini e cavalli e buoi e pecore e maiali.

Ma non ebbi tempo di ridere della mia scempia mal'azione: il matto (perchè dissero che effettivamente matto era e di fatti e di nome) mi azzeccò una tal legnata sul capo che caddi...... per risvegliarmi otto giorni dopo nel letto del medico del paesucolo ove mi aveva portato mio padre.

Mi dissero che quel povero matto pagò gran guai con mio padre; che l'ebbe mezzo morto; e che andò in prigione. Ma io sentivo nella mia piccola e appena abbozzata coscienza che appunto allora si destava un'infinito rimorso pe 'l male fatto; sentivo che il torto era mio, che il pover'uomo non ci aveva colpa alcuna; si vendicò, male, capisco, ma era un povero diavolo, un contadino, un poveraccio che se ne stava quieto e tranquillo al suo svago: presi una legnata salutifera pe 'l mio carattere futuro; ma mi lasciò un regalo per tutta la vita che mi ha perseguitato poi e mi perseguita fino a tutt'oggi.

Soffro, infatti, ogni quindici giorni, e talvolta ogni mese, talvolta di otto in otto giorni, d'attacchi furiosi alla testa: un dolore paurosissimo di capo che mi toglie il lume agli occhi, mi fa farneticare e divincolare, come se fossi colpito da mal caduto.

Onesto villano! ho pagato caro la mia frivolezza e il mal seguìto consiglio di quattro svagolati che avevano tempo da perdere: il matto mi pagò, e confesso il vero, ripensandoci, mi meraviglio che nel lungo andare della mia vita, io non sia ammattito del tutto; perchè una legnata a quel modo, data alla cieca, sul cranio di un bambino di dodici anni, se non l'uccide, l'avvia di certo a Frigionaja.

E quante volte, nelle mie subitanee impulsività, che mi hanno fatto tanto male e m'hanno precipitato a volte in querele scabrosissime dalle quali sono uscito perchè ho avuto fermezza e forza di carattere; quante volte dico, m'è tornata a mente la bastonata del povero pazzarellone lombardo e la mancanza della cara guida di mia madre!

Capitolo VI.

 

 

 

Codesta permanenza in Lombardia, mi porse l'occasione di conoscere come gl'Italiani fossero ancora freschi di due grandi sentimenti, dirò così, eroici; il primo me lo rivelò il vedere in ogni bottega di ciabattino e di falegname, il ritratto di Napoleone I, in tutte le forme e grandezze: Napoleone a cavallo con un binocolo all'occhio che guarda un lontano campo di battaglia; Napoleone seduto con le aquile d'oro al dorso della poltrona; Napoleone vicino alle tende, illuminato da' grandi fuochi del bivacco; Napoleone tutto solo, col gran paiolino a pizzi, o feluca come la chiamano oggi, dalle ciglia aggrottate; cammina l'eroe tra' fasci dei fucili e dei tamburi, e passa lento e duro in mezzo ai suoi poveri soldati che chi sa come tremavano (pensavo io) a malapena coperti dal mantello; Napoleone su uno scoglio, con la mano che gli sorregge la testa, mentre guarda lontano lontano la visione delle sue gesta perdute; insomma Napoleone in tutte le salse, a seconda dei gusti; ma la maggior parte raffiguravano il gran tiranno scannator di popoli «le braccie al sen conserte» nell'atto di mulinare nel suo cervellaccio qualche altra carneficina.

Chi teneva codesti ritratti e metteva loro davanti fiori e perfino lumicini erano poveri ciabattini e gente meccanica che erano stati con lui e, benchè già vecchi e qualcuno decrepito, bisognava sentire come erano pazzi per quel birbone, e io mi divertivo a far loro narrare le grandi battaglie ove erano stati: alcuni si erano salvati al passo della Beresina, proprio per miracolo; quello era stato a Marengo, l'altro a Waterloo; era piena l'Italia di veterani di Napoleone e siccome io, figlio di soldato, mezzo soldato anch'io, non avevo allora nessun concetto di giustizia e d'idealità umane, (come avrei potuto averle in mezzo a un reggimento), così m'entusiasmavo e ammiravo que' vecchioni come fossero stati esseri soprannaturali. Portavano la medaglia di bronzo; taluno era monco, o zoppo, e mi facevano veramente pietà e dicevo tra me e me che la vita del soldato era pure una vita indegna, e già m'entrava nell'intelletto, quasi senz'accorgemene, spontaneo e intuitivo un grand'odio e disprezzo per le armi, fucili, battaglie, morti, ferite, che ti lasciano infelici e inutili per tutta la vita.

Avesse potuto indovinar mio padre di quali pensierini sovversivi era già capace il suo rampollo!

Però la goccia che fece proprio traboccare, come si suol dire il vaso, fu il seguente antipaticissimo, ingiusto e indegno fatto che narrerò succintamente.

È noto che, a' que' tempi, all'arrivo di un reggimento, veniva il foriere maggiore co' biglietti d'alloggio: un nome, l'indirizzo d'una strada, e via.

Ci capitò un alloggio in Via dell'Inferno (scusate se è poco, e inferno doveva davvero diventar tra poco!) e mio padre, l'ordinanza con le casse sur un carrettino e io, ci avviammo lietamente al nostro domicilio.

Grandi strette di mano di mio padre col padron di casa; la moglie, le figliole, i ragazzi salgono le scale a quattro a quattro facendomi corona a me che, vestito da soldato, dovevo parer loro un semiddio; presentazione della casa, e poi dentro alla camera destinataci: ringraziamenti di mio padre, scuse del brav'uomo ospite nostro.

Tutt'a un tratto, mio padre, voltando gli occhi alla parete a capo del letto, vede, intravede.... riconosce il ritratto di Garibaldi.

(Me ne ricordo come foss'ora e inorridisco di repugnanza, di vergogna, di dolore).

– «Chi è quell'individuo!», grida mio padre con l'indice, teso versò il povero glorioso ritratto del gran vecchio.

– «Individuo!» – tuona più forte, bianco come un cencio lavato e tremando da capo a piedi il buon piacentino.

– «Questo è il Padre Eterno, è Dio sceso in terra, è l'Arcangelo Gabriele.... e giù bestemmie da fare inorridire».

«Lei, sor tenente dei miei c.... se ne vada subito di casa mia. Questo è il mio generale, che ha dato al suo re un regno e ha fatto la Patria».

Mio padre gli si scaglia adosso; pugni e schiaffi volano; le donne strillano; Cesare si fa piccino piccino, io sto in un angolo di una finestra più morto che vivo; corrono le donne come matte giù dalle scale; monta gente; uomini, giovanotti; un casa del diavolo; disarmano mio padre (vergogna) che voleva ammazzare quel bravo garibaldino. Come Dio volle tutto questo passò.... con un bravo duello e per dire il vero io non ho mai potuto sapere se ne toccò mio padre o il garibaldino. Tutte le volte che ne domandai al babbo, quando o per lettera o a voce nell'unica volta che lo rividi (1870) prima che morisse, non ci fu mai verso di fargli dire il finale della cosa: agli arresti ci fu, ne toccai anch'io, rimase buzzo buzzo per dimolto tempo, il vecchio padron di casa non lo rividi più e Cesare, sottovoce, con tanti spergiuri, da parte mia, che non dicessi nulla mai ad anima viva, mi raccontò che il Cadolini aveva sistemato lui in modo onorevole. Come avrà fatto?

Ah! in modo onorevole no, ombra di mio padre!; perchè l'offesa fu atroce; chi fu Garibaldi, non occorre che lo dica io, e se, a que' tempi antichi, l'odio ufficiale era feroce contro il gran Nizzardo e le sue camice rosse, i tempi moderni, sebbene abbiano rimesso le cose nella loro luce di giustizia, non hanno ancora fatto sparire quel non so che d'antagonismo che nutrirono con ingiustizia palmare, i gallonati del re sabaudo contro i veri campioni della rivoluzione italiana: ma io vendicai tutto – e il mio Calatafimi ha ripurgato l'ingiustizia del babbo.

Salutare mi fu codesta scena che la rimuginai pian pianino nel mio cervelluccio: cominciai a odiare la vita militare e a far castelli in aria e temevo, che dovessi anch'io, col tempo, diventare un figuro spregevole odiatore di colui che dai racconti che ne udivo fare da garibaldini, mi pareva un vero padre, un Dio, un angelo sceso in Italia a liberarla da preti e da re, sempre cattivi e tiranni.

Sentirà il lettore il fine di tutto questo; per ora gli dirò che io ero un vero asinello; non sapevo leggere, scrivere; non ero andato ancora a scuola perchè.... mio padre non mi ci aveva messo. Ero quindi un ragazzo di dodici anni incolto e duro; mi frullavano nel cervello visioni e sogni che me li andavo assaporando inconsciamente, sempre solo, chi lo sa cosa pensavo? cosa almanaccavo nella mia anima vergine e sortita malinconica e sognatrice di natura?

Pagai, in quel tempo, (e pagai vergognosamente e terribilmente) i primi bestiali istinti di quel male che perseguita tutti i ragazzi: il furto. Doventai ladro! ladro, capite, ladro matricolato e ora dirò come fui guarito di siffatto gravissimo male che molti poi portano, durante la vita loro, sempre con , e non si contentano più di rubicchiare nespole, mele, dolci o soldarelli e gingilli; ma s'attaccano a fogli di banca e poi svaligiano l'umanità o fanno chiodi che non pagano più.

C'era, vicino alla caserma, la casuccia (specie di Capannone) della buona Vivandiera: costei ci teneva ogni specie di frutta fresca e secca, e sur un tal tavolaccione sgangherato, svanziche, baiocconi, soldarelli e certi calamaini tanto belli agli occhi miei; e tanto carini che mi tenevano estasiato tutto il giorno a guardarli. Le frutta e le chicche pareva che dicessero «mangiami, mangiami»; i calamai e i lapissucci; «pigliami, pigliami» e io, poveraccio, mangiavo e pigliavo, intascavo soldi e m'azzardai anche a portar via una svanzica.

«Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino» ed ecco come io ce lo lasciai.

Andando a spasso con mio padre, vedendolo di buon umore e accorgendomi che quel giorno non era marina torbida, messo pianino pianino la mano in tasca, cacciai fuori un baioccone, dicendogli: «guarda babbo, cos'ho trovatoFiccarmi quegli occhiacci verdi in faccia, diventar rosso e sentirmi vacillar le gambe, fu tutt'uno.

– «Dove hai preso quel denaro

– «L'ho trovato, l'ho trovato in strada» rispondo: insomma dopo dieci passi lui era stato capace di tirarmi fuori la confessione di tutto (meno de' calamai, che ce ne avevo uno ancora in tasca!)

Cosa non mi disse l'onesto mio babbo! che la casa era disonorata, che io era l'unico ladro che tutta la famiglia avesse avuto in cinquecento o mill'anni di onorata specchiatezza; che io sarei diventato un ladro matricolato e che per punizione andassi subito, volando, dalla buona Vivandiera e, in presenza di tutti, proprio davanti a tutti, soldati e bassi ufficiali che a quell'ora dovevano mangiare nel capannone, facessi esemplare ammenda del mio delitto.

Numi del cielo! ho quasi settant'anni, ho passato la mia vita in mezzo a disagi, pericoli, tempeste furibonde che mi hanno fatto vedere la morte a due passi; ho avuto che dire e che fare con banditi e assassini e ipocriti e gente di mal affare che a tener loro testa ci voleva animo saldo e spregiudicato: ma quando ripenso al terrore che provai di dovermi presentare a quelle forche Caudine, il «dura terra perchè non t'apristi» del divin cantore dell'Inferno è pretta retorica!

Persi il lume degli occhi, traballai, piansi (tra me e me perchè mio padre m'aveva insegnato a non piangere, che se no, guai!) e mi presentai più morto che vivo sulla porta del, per me in quel momento, tenebroso speco infernale.

Un guazzabuglio di paure, di vergogna, di dolore, di rimorso tempestava nel mio capo; mi batteva il core forte forte; ma... o bere o affogare... eccomi di faccia alla Vivandiera; tutto il banco è circondato da gente che beve, mangia, sghignazza, canta: m'avanzo col capo basso e alzando la mano col baiocco teso....

Qui devo dire che la nobile donna, quella povera diavola rozza che aveva, sto per dire, vissuta la vita eterna del campo; che aveva tre o quattro medaglie (e bisognava vedere come se le portava tutta sgargiante, alle riviste) sul petto (erano del 48, di Crimea, del 59) capì per aria di cosa si trattava; riprese ridendo il baiocco, mi dette un sonoro bacione in bocca e m'inzeppò le tasche di susine. Per fortuna che non sentì il calamaio, che io appena uscito di , ruppi con una pietra, affinchè mio padre non me lo trovasse addosso.

Costì non finirono i miei crucci che dovevo scontare ben amari: mi messe in prigione e mi ci tenne quattro giorni; mi ci faceva levare alla sera e il giorno dopo, dentro; qui patii ancor più la fame che io sempre soffrii al reggimento, in modo veramente crudele.

Perchè – mi domanderà il lettoreperchè la fame? o il babbo non ti dava da mangiare?

L'ho già detto e ripetuto: no. Io mangiavo il rancio e il pan nero, e avevo sempre fame. Di due cose mi ricordo ancora con terrore: della fame e del freddo; la prima, mi durò per tutto il tempo che stetti e furono otto lunghi anni, col babbo; la seconda ne' tre anni che rimasi con la famiglia del patrigno di mio padre, come dirò poi.

Famefame terribile, ho sofferto nella mia prima giovinezza; ma non deve credersi che questo avvenisse per cattivo cuore o avarizia del mio onestissimo babbo: no; io voglio credere che fosse per paura; paura che il mangiare mi facesse male, o che m'avvezzassi delicato. Saggia e bonissima idea e molto adatta per i cani da caccia de' quali lui n'aveva sempre diversi e che teneva a stecchetto come me; ma metodo credo io, pericoloso per i ragazzi che non devono andare a scovar cucchi al bosco e devon venir su e crescere e che però come gli uccelli, speluzzicano ogni momento.

Qui mi si presenta alla memoria una figura soavissima di donna: una maestrina; bella, bionda, con due grand'occhi pensosi; abitava nel piano di sopra a noi; io, non so se fosse, come si dice, la provvidenza o il caso o la natura che me la mise accanto: codesta bellissima giovane, o che si fosse accorta dal mio viso sparuto che mi mancava l'alimento; o che piuttosto avesse preso una cotta per mio padre, gran cacciatore di selvaggina proibita; il fatto sta che, a mezzogiorno preciso, la bionda bellezza mi chiamava da una finestrina della corte e io salivo tutto allegro e contento e mi vedevo mescere una scodella piena di una minestra, che era sempre la medesima, di pasta a cannellini e io credo che in vita mia non ho mai più assaporato, goduto una minestra e una maestra così buona e di tanto entusiasmo e fedeltà. Durò un mese; e poi cessò – Mi regalava anche certi rosari di margherite rosse, azzurre, gialle e verdi che mi parevano cosa celeste; ma credo che alla povera e buona maestrina paressero più celesti gli occhi sbarazzini del mio severo padre, ma con essa non troppo!

In quell'epoca, ebbi una grave malattia e credo che mi cascasse addosso la disgrazia più di prima: rammento che mio padre venne col medico del battaglione. Ero a letto, ridotto pelle e ossa che proprio mi si contavano i paternostri nella schiena: mi dette un'occhiata e sentenziò gravemente:

– «Tu gli darai una bistecca tutti i giorni

– (Io debolmente): Con patate?

– «Sì con patate fritte; ti piacciono?

Dio del cielo: che sia benedetta la memoria di quel galantomo; e bistecca e patate fritte me ne intrippai, per un paio di giorni.... poi il benestare finì.

Rimpannucciato perbenino, al mio buon babbo venne un'altra idea: mettermi a scuola. – E costì cominciai a imparare i primi andamenti: avevo dodici anni; la scuola (privata) era uno stanzone in cui entravamo un centinaio di monelli; ma io, disse subito la maestra che sarei nel mondo un soggetto cappriccioso e volubile perchè avevo la mania di fare degli svolazzi e ricciolini a tutte le aste e lettere dell'alfabeto! io seguitavo imperterrito a scrivere le a e gli o alla sbarazzina.

La famosa legnata cominciava a fare i suoi effetti.

Come ho già detto nelle pagine avanti, mio padre sognava di farmi generale, o almeno colonnello in un reggimento di schiavi e servi di s. m: dunque, sotto alle manovre, alle marce agli esercizi, alla vita accidiosa dei picchetti. E sempre mi domandava se avrei fatto volentieri il militare; e invariabilmente aveva una risposta altrettanto breve quanto scandalosa: No!

Era furente; gli scappaccioni volavano; le mortificazioni, erano all'ordine del giorno; io basivo e temevo; finalmente arrivò un bel giorno (o brutto che sia stato non ho ora il tempo di esaminarlo) che stanco il babbo delle continue ripulse di non voler fare il soldato di entrare in Collegio (credo quello dei cadetti di Modena) mi cacciò via.

Una mattina (era d'aprile) alle 4 mi sveglia Cesare e mi fa vestire di tutto punto. Mi porta in camera dal babbo che era già desto; in terra c'era un sacchetto, il mio zaino, la mia robina. Domando cos'è, dove si va: poche parole e così accipigliato come non l'avevo visto mai mi dice: Giacchè sei un figlio degenere, andrai dalla nonna, fra le sottane delle femmine e fra preti; così imparerai a vivere a tue spese.

Cesare era in un mar di lacrime; io piangevo e strepitavo che non volevo lasciare il mio babbo; ma sì, era sonata l'ora del destino, e via, giù dalle scale verso la ferrovia.

M'insacca con un biglietto in mano in un vagone (che era di terza perchè me lo ricordai dopo che era dipinto di giallo e il sedile era freddo freddo e duro duro), mi un bacio; Cesare mi abbraccia mezzo morto, fischia il vapore e io mi ritrovo in mezzo a una serqua di villani, viaggiando... verso dove?

Chi lo sa!

Capitolo VII.

 

 

 

Ero rimasto intontito. La natura, avendomi dotato di un temperamento, in apparenza, freddo e insensibile, non era stata capace di destare in me quella tempesta che gli affetti infantili sommuove e sprigiona in altri bambini.

Io mi ritrovai come inpacchettato in mezzo a una ventina di poveri contadini, che nemmeno loro sapevano spiegarsi l'apparizione di un giovinetto, vestito da soldato, e viaggiando alle 4 del mattino, in una terza classe fredda, attraverso una campagna coperta di neve.

Quando il treno sostò a un paesetto e la guardia chiamò «Sasso», mi ricordai che il mio buon Cesare era di appunto; e allora piansi; piansi d'aver lasciato l'unica persona che avessi al mondo, che aveva avuto per me le più affettuose cure, le intelligenze muliebri di una mamma, l'affetto di un padre. Giurai a me stesso di ritrovarlo il mio buon amico, attraverso qualunque pericolo, qualunque difficoltà: e Cesare io ricercai poi, da grande, tanto dall'Italia, come dall'America, quando, trovandomi in buone condizioni, io voleva ricompensare in un modo qualsiasi tutto quello che un uomo generoso, che non aveva vincoli di sangue con me, aveva pur saputo fare con tanto disinteresse e per tanti anni.

Ma la fortuna non volle sorridere alla mia gratitudine; giammai, nessuno rispose alle mie lettere; nemmeno il Sindaco del paese, quando venti anni dopo, gli scrissi per sapere se il buon Cesare Franchi era vivo o morto.

Possa tu o caro compagno e amico e padre della mia tormentata e solitaria infanzia, aver avuto una vita lunga felice fra' tuoi cari e i tuoi campagnoli; una vita allietata di bravi figli, una  vecchiaja riposata e dolce, nel cantuccio del tuo camino, dal quale avevi, per far piacere a me e sollazzare le mie veglie invernali, evocato tante novelle e fantasime una più bella dell'altra.

Anima semplice e onesta, allegrona e sensibile, cordiale e caritatevole, io spero che il destino ti ripagasse a cento doppi tutti gli scatti di generosità che avesti per me, e che la vita ti sia stata leggiera, ricca di fortune: il tuo pane e il tuo rancio diviso meco sui campi di Sicilia, della Venezia, della Lombardia, non può non esserti stato ripagato con un buon interesse dalla tua costante onestà: «chi fa bene ha bene» dice il proverbio, e mai proverbio dovrebbe, come per te, essere più auspicante veritiero.

Fiorenzuola, Parma, Reggio, Modena, Bologna! Fino alla Porretta, il mio treno mi condusse, glorioso e trionfante, attraverso campagne che il mio piccolo piede aveva battute nelle lunghe e faticose marce; sfilavano alla mia memoria ricordi lieti e tristi; era per me come un sogno, una sfilata di visioni che io solo intendevo, senza poterle capire nel profondo: i miei compagni di viaggio mi porsero, con quella bonomìa caratteristica dei campagnuoli emiliani, un pezzo di pane e una fetta di ricotta. Cominciai a sgranchir le gambe e lo stomaco e narrai le mie vicende e que' poveri villici semplici e primitivi non facevano che dire: «O poarin..... com'al fa, un pover bambinel com' a t'l mandar tut' sol tant lontan! O poarin, poarin».

Sono stato sempre di uno spirito timido e ritirato e ho, quasi quasi, durante la mia vita desiderato più il disprezzo che la compassione; e tanto l'uno che l'altra gli ho considerati nemici da doversene guardare; ma al disprezzo si può sempre contrappore un disprezzo maggiore o una dose di maggior superiorità, mentre dinanzi alla compassione ci sentiamo specialmente i giovani, come prigionieri e con le catene ai polsi.

Quindi io giustificavo il mio buon babbo in mille modi, inventando ragioni e motivi che non esistevano e se ho pianto silenziosamente a lacrime cocenti per il di lui abbandono; che certo quel viaggio fu terribile per me. Sono trascorsi quasi settant'anni; e ancora rivedo la buona vecchierella emiliana che piangeva con me, per un dolore non suo!

Giunti a Bologna, bisognò cambiar treno e tutti scendemmo: quando si viaggia, si stringono amicizie, si fanno mille promesse, centomila castelli in aria; pare che chi ha viaggiato un paio d'ore con noi, sia divenuto un parente, una persona che non dovremo più lasciare; ma ecco s'apre lo sportello, tutti si scende, ognuno si preoccupa del suo fardelletto, c'è il tempo a malapena per dirsi: «Addio», un, addio o un «arrivederci» lontano lontano, tutto tristezza e malinconia.

Sparirono come per incanto i miei buoni amici e io mi ritrovai, a un tratto, sur una banchina della stazione, col mio zaino per le cinghie e il fagottino de' panni a' piedi.

– «Dove vai lei» (mi fa la voce sgarbata d'una guardia di stazione).

– «Vado a Lucca (rispondo).

– «E allora, sta costì come un baggiano? presto ecco laggiù il treno di Porretta, via, via, si muova».

Era nevicato e la piattaforma tutta coperta di neve soffice bianca, nascondeva i binari e le aste degli scambi. Ruzzolai, caddi, mi rialzai fradicio e doloroso, e corsi a prendere il posto.

Eccoci dopo mezz'ora a Porretta: scendiamo tutti: non si va più avanti, perchè la ferrovia o non esisteva allora o era successo qualche guasto alla linea: era tardi, avevo fame; un viaggiatore mi spiega che da Porretta a Pracchia non si va che con la diligenza o a piedi, e il meglio da farsi è d'andare a mangiare.

Così infatti facemmo, e dopo dieci minuti eravamo dinanzi a un gran foco di ceppi e di pini scoppiettante che rallegrava il cuore; sfibbio il cinturino, mi tolgo la daga e metto tutto sur un lettino, in una stanzuccia vicina; mangiammo, ci scaldammo tutti allegri; ognuno racconta le sue avventure; io ho le mie che fanno e ridere e piangere; a un tratto si sente una gran campana; cos'è cosa non è, la diligenza è pronta; pago i miei quattrinelli, vo in camera a ripigliar la mia robina... non c'è più nulla daga zaino solo m'è rimasto il fagottino.

Chiamo, protesto, prego; nulla, e intanto di giù mi chiamano con sagrati e maledizioni per il freddo che tutti patiscono, si dice, per me. Non c'era rimedio, bisognava lasciarsi rubare e partire... e io mi lasciai rubare e scesi e montai in serpe col conduttore, perchè tutti s'erano, naturalmente, accomodati nel loro cantuccio dentro la diligenza piena zeppa.

Ma presto dimenticai l'arme e il bagaglio, e oggi benedico che fosse così perchè la reputo un'ignominia avvezzare i ragazzi a cingere l'arma, che è il simbolo della crudeltà umana, dello sfruttamento e della tirannia.

O mie belle montagne pistoiesi, o splendide foreste di pini, di castagni e di quercie secolari e gigantesche! Come vi rivedo, nel pensiero, passare e ripassare dinanzi al mio sguardo maravigliato: la neve, alta più d'un metro in certi punti, pareva zucchero piovuto dal cielo; a vedere quegli alberoni con i rami forti e robusti foderati di velluto bianco, intrecciati di stallattiti di cristallo, gonfi e spioventi quasi, fino a toccar terra; e di quando in quando, scappar via da una siepe dello stradone che si divincolava e scendeva giù giù l'aspra e pur dolce montagna, una lepre, uno scoiattolo, e folate di uccelletti spauriti che volavano in cerca di becchime...

Faceva un freddo terribile: il mio bravo conduttore, impietosito, m'aveva coperto con un suo tabarrone di panno casentino, e, di quando in quando, dalla borraccia, che avevo piena di vinello, bevevo e stavo allegro. Mi sentivo solo, in mezzo al mondo, fra la neve e i boschi; mi rimuginavano nel cervellino certe figure di ragazzi fuggitivi delle novelle che il caro Cesare m'aveva raccontate e mi pareva d'essere anch'io un piccolo eroe, che so io, il padron di me stesso...

Sogni, sogni, sogni!

A Pracchia si smontò; presi il treno che m'indicarono, ci saltai dentro e alle 5 di sera mi trovai scaricato sotto una tettoia grande grande e buia buia, tra una folla di gente sconosciuta e affaccendata. E a forza di spintoni mi ritrovai, anch'io, nel bel mezzo della stazione: «Lucca Lucca».... ero arrivato finalmente e, per dire il vero, costì, sotto quella nera e fuliginosa tettoja, mi sentii cascare il cuore nelle viscere: apprensione, malinconia, timore, fame, noja, e stanchezza mi presero tutt'insieme.... per abbandonarmi tutt'a un tratto...

Un bel vecchione, con una bella barbona mosaica, con in capo un bel berretto pieno di galloni, corre verso di me e mi grida: – «Giulio» «Giulio» sei arrivato? bravo, bravo ora verrai con me».

Era, quell'onesto vecchio, il buon Odoardo Carina, Capo Stazione e amicissimo e camerata di mio padre: avevano fatto le campagne insieme ed era stato un valoroso a Curtatone e Montanara anche lui. Lo ricorderò qui, di passaggio, perchè avrò a occuparmi del degno vecchio più innanzi: l'ho sempre ricordato porta bandiera a tutte le dimostrazioni politiche di Lucca, specie a quella del 29 maggio, quando tutte le autorità si recano a far omaggio a' caduti toscani di quella memorabile giornata nella antichissima basilica di San Romano.


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License