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LA CROCE
Il Figlio di Nessuno.
Ho ripensato mille volte, poi, a questo mio famoso viaggio attraverso l'Italia, solo, non accompagnato nè da un parente nè da un amico; il mio arrivo, non salutato, alla stazione, da nessuno, se non da un estraneo a me; nè mio padre, nè alcuno della famiglia in seno alla quale avrei passato poi quattro anni filati, si mossero per me; e rifletto e dico: cosa mi sarebbe successo così giovane, sul limitare allora dell'adolescenza, sperduto tra gente burlona e cattiva, senza sapere dove andavo, senza nessuno che mi facesse da guida?
Ebbene, confesso qui un sentimento che forse agli spiriti forti parrà puerile (e veramente lo è) io sentivo ed ero certo d'avere vicino a me, fantasma invisibile e pietosa, l'ombra di mia madre: io la sentivo seguire i miei passi e sostenere il mio animo nei momenti di un pericolo e di un'appressione della quale non sapevo darmi ragione; e così, (lo dirò una volta per sempre) durante tutta la mia travagliatissima e tumultuosa esistenza, la figurina leggiera, diafana, luminosa, della mia angelica genitrice, io ho sentito al mio fianco a guidarmi, sorreggermi, consolarmi e sostenermi nei momenti scabrosi che tutti gli uomini hanno durante la vita: e (lo dico arrossendo), quante volte mai il mio cuore se ne sentì lontano o poco devoto o abbandonato; una sciagura, un errore, una colpa ha macchiato il mio carattere, che pure sortì di natura tempra onesta, gagliarda e seria.
Il mio onesto padre si disfece di un figlio come se fosse stato un cagnolino che si dona all'amico; egli congedò dal nido paterno un figliolino amoroso, tenero, intelligente; lo lanciò soletto nel turbine della vita sol perchè non volle fare il soldato, sol perchè, nel cuore sentiva un'abbominazione verso armi ed armati, prigioni e corvé; senza interrogare le mie aspirazioni; senza porgere ascolto ai dettami della più elementare responsabilità che un padre ha sempre verso un figlio; a un tratto, per un ghiribizzo della fantasia mi cacciò da sè, m'abbandonò, mi perse.....
E oggi, dopo quasi settant'anni io mi domando ancora: fu un bene? fu un male? Dovrei difendere il mio buon padre: lo dovrei fare riflettendo che, se avessi insomma seguito i suoi voleri, chi lo sa? sarei generale (il mio antico compagno di scuola Buonini lo è), colonnello, pensionato, ricco, felice....con una bella Villa a Madia e una splendida palazzina a Viareggio!
Invece chi sono io? un povero filosofo sperduto in una lontana foresta nella Bolivia; poche vecchie suppellettili, un letto sulla nuda terra, una tazza di latte, due frutta per alimento: ma se volgo gli occhi intorno alle mie cadenti pareti di questo rancho tirato su col fango e coperto di foglie di agave e di banana, l'universo il firmamento si aprono ai miei deboli occhi e alle mie mani tremanti; quì vi è la saggezza del mondo, la filosofia dell'umanità, la parentela coi grandi intelletti che illuminarono questo fatale pianeta di fango, che rotola silenzioso negli abissi siderei. Io stendo la mano, e Dante mi consola; afferro Spencer dal suo posto d'onore, e la nullità di tutte le cose calma il mio spirito incerto; attiro a me con mano tremante il sublime infelice di Recanati la cui anima esalò in versi classici ed immortali tutta l'inanità dell'essere; palpito, m'esalto, piango, rido, m'inebrio sulle pagine di Garibaldi, di Abba, di Bandi, di Cervantes,.... sento che nella mia solitudine io sono più ricco di un re, meglio miliardario di Carnegie, più alto di Napoleone; e allora benedico alla spensieratezza di chi mi donò la vita; àteo, non credo nell'al di là; uomo, ho abbastanza sofferto sulle mie e sulle sventure dei fratelli; vecchio null'altro mi resta che contemplare i tesori accumulati dalla natura ne' cieli pieni di gemme e di luci inestinguibili e sulla terra che sempre cammina a più belle conquiste, a maggiori maraviglie.
Così, così doveva essere: sia benedetta la memoria dell'onesto mio padre.
Con passo incerto e trepido, mi avvicinavo intanto con la scorta del buon vecchio Odoardo, alla casa che mi doveva accogliere come figlio. Nessuno si presentò alla porta; meno che la buona zia Adelina che mi abbracciò piangendo e ridendo insieme, e gli occhi di quella cara donna parevano come quando il sole mescola i suoi raggi fra le goccie di pioggia, in primavera.
Appena entrato, dopo aver avuto una triste impressione montai le alte scale di casa che avevano un volto tanto nero di gesso brutto brutto e per me terribilmente minaccioso, appena, dico, messo il piede nell'entratura, vedo, a piedi d'un tavolincino un gran monte di zucchero sparso per la terra, e la bella zuccheriera in briciolini schizzati da tutte le parti – «Allegro Giulio, – dice ridendo la buona vecchia; buona fortuna; hai finito di patir la fame!» – Non ha finito di dirlo; che entra la mia nonna, con una scodella di zuppa fumante che mi mise sul tavolino, e subito, a volo d'uccello, da tutte le parti entrò un nuvolo di donne e signori che essendo l'Ascensione, avevano fatto sciabà col nonno: O cielo! che manna era quella? il mio palato non aveva sentito cosa più ingorda.
Era l'Ascensione, ho detto, e quella famiglia, che viveva veramente una vita da principi sempre, nelle solennità poi scialava e banchettava, tanto che la nomea n'era grande a Lucca e lo zio Policarpo invitava dieci, venti amici a simposj costosissimi imbanditi d'ogni primizia. Era la casa della Cuccagna; una vera Magona; preti e frati e secolari scroccavano le ricche imbandigioni del buon patriarca, in una festa continua, sempre nuova.
Che quella casa fosse davvero la casa dell'abbondanza l'ho già detto narrando il fatto della zuccheriera caduta, con tutto lo zucchero sparso sul pavimento; la frase tipica dell'angelica zia Adelina, ne è la prova – «Stai allegro, Giulino, quì sarai felice; non avrai più fame, nè freddo; non farai più lunghe marcie; non ti metteranno in prigione».
Povera zia: essa mi amava più di una madre e le sue lacrimette mi avrebbero dovuto dimostrare che buona era l'intenzione. Eppure: oh quante volte in quegli anni, ho desiderato il mio rancio e il mio pan nero e mi sono ricordato del verso di Victor Hugo:
Mangez,
moi je préfère,
Ton pain noir, Liberté!
piuttosto che vivere una vita di costrizione, fra genti (buone e generose nel fondo) ma che mi facevano però a ogni poco sentire la mia infelicità: quella che mi ricordava d'essere orfano, in casa d'altri, raccolto per pietà, facendo il servitorino a tutti, trattato come un estraneo, io che tanto affetto e amore e simpatia sentivo per tutti, che lo dimostravo nella pratica della vita che nasceva allora, con un attaccamento (brutta parola francese ma che il lettore mi permetterà) di figlio, col rispetto della riconoscenza, col fervore d'essere utile, buono, mansueto e gentile.
Ora tu lettor mio se non ti sei annoiato a legger queste fanfaluche tirate giù alla buona, sentirai prima se ti dico il vero, che ero capitato nel regno de' sogni. Ma prima un pò di schizzo delle persone.
La nonna era una bellissima vecchia, senese, bassa e grossa, con certi occhi che incutevano rispetto e paura; donna di pochi spiccioli, stile antico, non aveva, come suol dirsi, peli sulla lingua; guai a andarle contro, o metter bocca negli affari di casa, dove ne' primi tempi che io vi stetti assieme, era regina assoluta.
Donna però di gran cuore e di un patriottismo a tutta prova, grand'amica della contessa Martini, che aveva nome di essere una seconda Cairoli; la nonna ne' tempi burrascosi delle nostre guerre contro gli austriaci aveva spinto con le proprie mani i suoi tre maschi alla guerra e se ne vantava poi, quando tornati incolumi, le facevano corona a desinare e a veglia.
La giovinezza della nonna Carolina aveva avuto del tragico; era nata nel 1800 a Siena da Venanzio Faiticher, tedesco, primo cavallerizzo del granduca Leopoldo. Aveva, dunque nelle vene, e n'ha trasmesso a noi qualche goccia, dell'esecrato sangue austriaco, e di certo, quel pò di feroce, crudele, e dispotico che tutti noi della famiglia Pane abbiamo ereditato nella schiatta, è il veleno austriaco bell'e buono.
Giovanissima, sposò mio nonno Giulio Alessandro (al quale io rifeci il nome) un bel giovane, di temperamento malinconico, di grande sensibilità, e onestissimo: era maestro di calligrafia, o come oggi si direbbe, professore, ed eccellentissimo nell'arte sua, come facilmente si vede dai due quadri a penna che io conservo religiosamente e da lui terminati nel 1833, pochi giorni innanzi di morire, che fu di veleno somministratogli, non si seppe mai come, (già lo dissi) dal medico in scambio di altra medicina essendosi il nonno ammalato gravemente.
Di mio nonno poche notizie potetti mettere insieme; egli discendeva da una antichissima famiglia nobile Fiorentina cacciata da Firenze nell'anno milledugento, della quale v'è in Santa Croce un monumento perspicuo narrando a chi lo vuol sapere, che ebbe priori e gonfalonieri; maestro pure era l'avo e si chiamò anche lui Giulio Alessandro ed ebbe scuole e insegnò i classici; anche il nonno mio Giulio, com'ho detto, teneva scuola che era frequentatissima di giovanetti e giovanette dell'aristocrazia senese.
La nonna Carolina eccellentissima era nell'arte del ricamo e aveva un tesoro nelle dita, perchè andava ne' palazzi signorili a insegnare a trapungere i lavori più fini in seta alle nobili fanciulle della città. Ho visto, da ragazzo, due quadri ch'essa fece della lunghezza di venti centimetri, ricamati in seta finissima di molti colori che veramente facevano stupire; uno, mi ricordo, rappresentava una forosetta che scende in una valle ad attingere acqua a un ruscelletto; i colori dei fili di seta, l'erba, i fiori, l'acqua, il volto della fanciulla, gli uccellini che sur un albero cantavano a testina alta e col collo rigonfio; insomma era un'opera inestimabile. Codesti nostri ricordi familiari, e perciò preziosi, mi furono rubati, come dirò a suo tempo.
I due giovani erano matti l'una dell'altro, e felici, trascorrevano la vita tranquilla nella città nativa che è, come ognun sa, ricolma di tesori dell'arte; e tranne un grosso difetto – la gelosia del nonno – (che lo spingeva a rinchiudere la onestissima e bellissima sua femmina in casa chiudendovela a chiave); si sarebbe pronosticato che avesser potuto vivere come Filèmone e Bauci cent'anni almeno.
S'ammalò l'infelice! e di 33 anni morì, di morte violenta, come ho detto lasciando la giovane vedova con cinque figliuoli: Adelina, Azzolino, Pericle, Enrichetta e Leonida; per tutta eredità, una casa bella, grande, il casato e la scuola; denaro, punto.
La povera nonna si trovò sola al mondo, con sei creature tutte piccine; per fortuna, fra' maestri che il nonno aveva seco per le varie classi, ve n'era uno, Policarpo Magni, sceso dalla Castellina a Siena in cerca di fortuna: costì si trovò un tesoro che il più raro il mondo non ebbe mai nè mai avrà.
Rasciugò, umanamente, le lacrime della mia infelicissima nonna, prese su di sè la scuola; le dette un impulso più caldo; la gente si commosse della sventura prima e dell'atto generoso di quel giovane povero che non aveva disertato la scuola del suo disgraziato direttore e, in una parola, ajutò la vedova a tirare innanzi e dar la vita a' suoi nati.
Ma, ho quante storie di sacrificj e di povertà serenamente e onestamente sostenuto da quella famigliuola, in tempi calamitosi e infelicissimi. Nel '46, quando scoppiarono i primi moti rivoluzionari, nell'alta Lombardia, la nonna si trovò in grandi perplessità: i tre maschi, tutti giovani forti, belli e robusti, affigliati alla Carboneria erano diventati tre poledri sfrenati; impossibile fu trattenerli; e tutt'i tre entrarono nel corpo dei soldati di Leopoldo: Pericle (mio padre) nei dragoni, Azzolino nelle guardie di Finanza, e Leonida ne' carabinieri. Questo mio zio, molto più piccolo di mio padre, ma di un volto bellissimo, suonava divinamente la tromba e fu messo nella fanfara.
Se lo rubavano ne' teatri e nei concerti perchè, – dicevano, – faceva proprio cantare l'ottone. Nel 1862 mentre eravamo a Messina, passò da quella città per abbracciare il babbo; se n'andava ad Alessandria d'Egitto, dove poveretto, iniziatosi nelle bevande spiritose, costì morì in età verdissima, lasciando la moglie, Raffaella, e mia cugina Landomia, della quale a suo tempo parlerò.
Rimasta la nonna senza i maschi, sposò il maestro Policarpo e per aver tutti i figli insieme s'accordarono di trasferirsi a Firenze: quivi il nonno s'acconciò dall'avvocato Meconi, uno de' più famosi di Firenze: giovane d'ingegno, di carattere remissivo e placido, e non tardò a prendere in mano le chiavi del principale; morto il Meconi, lo lasciò erede universale dello studio e dei suoi denari: non tanti.
Il nonno Policarpo vide subito che Firenze, città grande e ove erano moltissimi e celebri uomini del Foro, poco o punto avrebbe potuto fare; chè infatti nell'anno che rimase solo, d'affari n'ebbe pochi, e la famiglia patì la povertà, tanto che la zia Adelina, (che fra tutti i figli della nonna pareva avere ereditato un cuore grande come il Sole) fu costretta per un anno, a lavorare in bianco lontano da Firenze parecchie miglia e mi si disse che d'inverno e con la neve alta era costretta a levarsi alle 3 di mattina, attraversar tutta la città, spingersi cinque miglia fuori di Porta Romana, per andare a guadagnare pochi paoli.
La zia Adelina fu l'ancora di salvezza di tutta la nostra povera famiglia, come il lettore sentirà, non v'era, e non vi fu, de' fratelli o de' nipoti, nessuno che non facesse appello a quel cuore di zucchero, che s'inteneriva di nulla, e che nascondeva il tesoro della sua bontà sotto un sembiante d'austerità e di fierezza che incuteva timore e ritegno.
Povera zia Adelina, essa è morta a novant'anni, circondata da gatti e cani ai quali somministrava alimenti e ricovero: era una mania che la rendeva ridicola a' volgari, ma santa a' miei occhi, perchè non iscompagnava gli atti di carità alle bestie delle quali andava in cerca, come guida, della quale era molto amica, tanto che, a Viareggio, la chiamavano la mamma dei cani! Era poi caritatevolissima co' poverelli e le vedove dei pescatori, che quando or è poco morì, ne accompagnarono la vecchia salma.
Ma torno al nonno, il quale, quand'io lo conobbi, nel '65, era già ricchissimo, e la casa, come ho detto, una Magona.
Il mangiare e il bere non finivano mai, e gli amici abbondavano tutto il giorno; preti, frati e secolari pareva si fossero dati la voce: le domeniche poi a tavola s'era sempre vicino alla ventina, e che inzèppa che t'inzèppo, intrippate que' preti; i tordi; gli arrosti, il pesce cucinato in tutte le maniere, gli sformati, i budini venivano di cucina che pareva un diluvio; e non vi lascio immaginare cos'erano quei fini di pranzo, quando tutti non ne potevan più del gran masticare, e con tanto vino in corpo che io non mi so capacitare davvero dove se l'erano.... potuto ficcare....
Lo zio Policarpo poteva veramente dirsi il cor contento: sempre cordiale e benevolo, non gli ho sentito mai fare una reprimenda a nessuno; e a me poi, lo dico con mesto affetto m'avesse ripreso mai, anche, quando, come è facile capire, per l'età, sebbene serio di mio, qualche birichinata e scappatella la facessi pur troppo!
Uomo tollerantissimo, non quistionava mai nè con gli amici, nè con quelli con cui aveva, per la sua professione, qualche differenza: diverbj veri e propri non gliene ho sentiti mai, durante gli anni che mi tenne con sè, mi fece da padre.
Grasso, era d'una ciccia giovareccia, piuttosto basso, con una barbetta rada intorno al viso paffuto, con gli occhi piuttosto piccoli ma di buono, non mi capacitavo che fosse così tollerante anche quando qualche cliente (era procuratore e faceva l'avvocato senz'aver la laurea) lo investiva o per una cosa o per l'altra. Era abilissimo e più d'un avvocato; tant'è vero che ho sentito spesse volte dire dal sor Luigi Paladini (che era quello che dava il nome allo studio) che ne sapeva quanto il Carrara.
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Posso dire che da quello specchio io ne ritrassi quel po' di modestia ch'ebbi al mondo: non lo udii mai vantarsi, lodarsi, portare al cielo, e andare in visibilio d'una causa da lui vinta, trionfando anche di avvocatoni celebri di que tempi, il Simonelli, il Bartalini.
Un grosso difetto, purtroppo, l'aveva anche lui: e veramente quello solo, ammazzava tutte le altre virtù che pure a bizzeffe arricchivano quell'anima generosa. Era simulatore e dissimulatore.
Aveva una pratica: gliel'aveva appiccicata un amico, l'avvocato A. G, che per togliersela di sulle spalle, non si fe' scrupolo di mettere la zizzania e la guerra, atroce guerra, in seno a una famiglia perbene. La povera nonna, che era ancora una bellissima sposa, ed era stata come la fama suonava ancora, la più bella giovane di Siena, d'una bellezza romana, d'una carnagione bianca come il latte, con due occhi in fronte che lucevano come stelle; quando lo scoprì, ebbe a diventare matta, tant'era gelosa diventò una tigre; le minacce che non le ho sentito fare io, allora piccolino con così poco discernimento superano il credibile: si messe nel cassettone pugnali, pistole, coltelli, veleni e certi ciottoloni grossi come zucche, che Dio sa dove li andò a raccogliere, e stava tutto il santo giorno alla finestra, nascosta sotto la persiana, pronta com'essa diceva a uccider la rivale a sassate e a pistolettate, e poi a correre giù dalle scale a sgozzarla. E io ci credevo e avevo una paura terribile e singhiozzavo stretto alla sua sottana, perchè non capivo che torti potesse farle una donna che abitava sui fossi scoperti, nientemeno alla porta opposta della città, e nascosta all'occhio di tutti, perchè lo zio anche lui aveva paura che un giorno o l'altro, la nonna facesse davvero qualche sperpetua – le cose arrivarono a un segno tale, che la casa era divenuta un vero inferno; lo zio, con quel suo carattere pacifico di nulla se la prendeva, e le tempeste che gli scaricava addosso la invelenita legittima sposa, lo lasciavano sempre in equilibrio e inalterabile, come la nave solida che le raffiche dell'uragano malmenano e abbattono di qua e di là, ma non hanno la forza di farla deviare dal suo cammino. Aveva preso una cotta a quel biondo Dio, e per di più, credendo di fare un'opera buona a redimere una donna stata di tutti, quando le nacque un figlio, che poi dopo vari anni morì, tornò a casa che pareva un giovinetto, e noi si venne a sapere lo scandalo subito, ma alla nonna fu sempre taciuto, anche dalle ciarlone, che tante ne venivano per casa, perchè proprio faceva pietà quella sua gelosia scalmanata.
In questo periodo della mia vita, per la prima volta fece capolino in me il fondo onesto del cuore: la nonna era circondata da gente che la inghebbiava di ciarle a tutto spiano; la domestica (allora si diceva la serva) senz'altro, barbaramente messa su dalle birbone della città, quando tornava dalla spesa ci aveva sempre qualche braca da riferire: ora aveva visto la Giulia tutta agghindata andare a comprar della roba; ora, l'aveva occhiata con disprezzo mentre usciva da un portone; ora questo ora quello, e la nonna mesci soldi per sapere! Un giorno che non c'era nessuno in casa, la povera vecchia mi chiama e mi dice:
«Giulio, tu lo vedi che vita meschina che fo; sono sola qui in mezzo a tutti questi birboni che mi vogliono male; lo zio m'inganna (e giù lucciconi come fagioli); la serva mi fa la spia per succhiarmi denaro; le zie (eran due serpenti) non vedono l'ora che io moja per restare sole e comandare; non ho nessuno (lucciconi tutt'e due), altri che te, figliolino mio, tu solo puoi farmi un gran bene e io ti regalerò quello che vorrai».
Naturalmente tutto commosso dico di sì, che avrei fatto tutto quello che voleva – e lei mettendomi una bella lira in mano mi dice: – Devi andare così e così e ti devi appostare così e così e vedere a che ora va lo zio da quella infame Giulia e quando esce; ma non ti fare scorgere nè da lui nè da lei – e raccontami tutto quello che vedi per filo e per segno, – perchè poi saprò io cosa devo fare».
Il mio cuore, quasi senza riflessione, capì che ciò che io avessi fatto con la povera nonna sarebbe stata un'infamia anche peggiore di quella dello zio, e la sera tornato a casa le dissi che non c'era nulla di verità in tutto quello che le andavano chiaccherando le donne, e così la calmai, ma ce ne volle, perchè la nonna Carolina, era una donna tutta fuoco e palpiti, e non dubito punto che un giorno o l'altro avrebbe messo in esecuzione il piano delle sue vendette.
Cessati li stimoli della fame, ripulito, rivestito, feci la conoscenza del resto della famiglia; la quale dopo avermi, tutto in circolo con gli amici, guardato ben bene dalla testa alle scarpe e riso un mondo (che dovetti parere a tutti un tanghero bergamasco) mi portarono a prendere il caffè sull'altana del casone che abitavamo in Via della Polveriera N. 126 proprio di faccia a Porta San Pietro, o Porta del Vapore.
Le prime accoglienze furono gelide e dure: niente svenevolezze; una doccia fredda subito dalla bocca della zia Vira (Elvira), una zitellona sulle sue, che aveva un occhio sbircio, o come si dice guercia; io parlavo pretto lombardo, (il toscano non me l'aveva insegnato nessuno, perchè avevo avuto per compagni solamente soldati lombardi, e in Lombardia e in Piemonte avevo passato la mia prima età): che maraviglia dunque se io rispondevo in un dialetto che agli orecchi di que' buoni parenti – tutti Senesi – suonava come una profanazione?
– «Non cominciamo a fare l'imbecille!» mi fa quella segrenna: e costì tutta la compagnia a ridere amabilmente; (somma potenza de' buoni brodi e de' succulenti arrosti di Casa Magni!).
Avrei voluto ficcarmi sottoterra; sentii mancarmi le gambe; m'appoggiai a un grosso vaso di limoni; la lingua mi si diacciò in bocca e, per fortuna, la cara zia Fanny, giovinetta di pochi anni più grande di me, venne in mio ajuto: aveva una voce soave ed era bella; due begli occhi luminosi; sotto una fronte pura e aperta; capelli neri e profusi; fu una dolce compagna per me e una buona mammina; ne ho conservato memoria pura e santa per tutta la vita. Fu anch'essa infelice, e morì nel fior della giovinezza: per questo ho parole di gratitudine e di simpatia; unica creatura giovine in quella famiglia di vecchi e di zitellone bigotte e pinzocchere, la sua imagine ritorna sovente nei miei sogni a stendere un roseo splendore sulle tristi fantasime che mi perseguitarono durante i non brevi anni che vegetai sotto il tetto de' freddi e indifferenti congiunti della mia buona nonna.
Direi una bugia se dicessi che non mi volevano bene: la nonna m'adorava, Fanny m'era come sorella; ma in cuore sentivo che io costì ero un intruso, un orfano raccattato per misericordia; capivo che quella non era casa mia, e che il pane che mi davano, era pane salato e salato bene: troppo presto imparai a mulinar fra me e me il significato dei versi del nostro poeta:
– «Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui, e com'è duro calle
Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»
Ogni poco, qualunque scappatella che l'età giovanile mi trascinasse: « – Ohè – mi si diceva: – cosa ti credi? tu qui non sei nulla, sai tu sei un orfano; un ragazzo abbandonato, non hai nè mamma nè babbo; tuo padre ti ha piantato come un cane; puoi ringraziare Dio che lo zio non vuol dare dispiaceri a Carolina, (la nonna); cosa ti credi?» E una volta che mi azzardai di dirlo alla nonna, successe una guerra tale fra loro che le zie poi mi stettero nere per più di un mese, e fui costretto a non dir mai più una parola di lamento con nessuno, rassegnandomi alla vita che il destino m'aveva preparato
Lo zio Policarpo era un galantuomo ma freddo e compassato: era simulatore: e dissimulatore, ho detto; mi volle bene a modo suo; e poi ci aveva il nipote Carlo che stava in casa anche e lui che, (senza volermi male, troppo bene veramente non mi voleva, come si vedrà fra poco). Insomma ero uno spostato fin dall'adolescenza e verun conforto io poteva avere o desiderare o sentire se non nello studio, e in quello – sia ringraziato il cielo – io mi gettai con la forza di dieci anime: esso fu veramente la mia salvazione, la mia gioia, il mio ristoro, il mio avvenire, tutto; e quelle ore solitarie e intensamente vissute tra' volumi della libreria del nonno, non le scorderò mai.
Avete mai visto un bell'uccellino vispo e allegro, preso lì per lì nel boschetto d'un giardino e portato nell'aula di Fisica dell'Istituto, e messo sotto una campana Pneumatica per studiare sul miserello l'effetto che gli fa la mancanza dell'aria, che man mano, facendo il vuoto, l'addormenta, l'avvelena e l'uccide?
Orbene il cambiamento avvenuto in me dal ritrovarmi nell'ambiente di Lucca e della casa e delle genti che avrebbero dovuto essermi, famiglia, compagnia, educazione, fu precisamente identico.
Lasciavo l'allegria e il movimento un pò scomposto e sventato del reggimento, ov'era tanta gioventù spensierata, allegra e contenta e dove la più sconfinata libertà era il condimento del poco e duro pane che si mangiava, ma che in cambio, teneva lo spirito in costante alacrità e svogliatezza; lasciavo – dico – quella vita felice, per il silenzio quasi certosino della città, imprigionata e soffocata dalle sue strade strette, buie, strozzate, per le sue cento e più chiese, e chiesine, cappelle, oratori e conventi; per il numero straordinario di preti e seminaristi che, come eterne filate di scarafaggi, infestavano (e purtroppo intestano ancora) quella fra le città di Toscana, la più dotata di spiriti gentili, gagliardi e ribelli.
Pare incredibile che Lucca sia stata la patria di Castruccio Castracani, di Francesco Burlamacchi, di Lazzaro Papi, di Boccherini, di Alfredo Catalani (l'usignolo del Serchio), di Tito Strocchi, del gran Carrara e di Puccini! E dico: pare impossibile, inquantochè io credo che se v'è una città ove l'anima si debba sentire imprigionata, fiacca, volgare, quella è: tranne in alcune solennità, come l'Ascensione, la festa di Santa Zita, il 15 di Agosto, per il Volto Santo, Natale, Pasqua e la Domenica delle Palme, per le quali si riversa in Lucca una fiumana di villici calati giù dalle ridenti colline e fino dalla Garfagnana; Lucca dorme il sonno grande che l'oppio delle sue chiese e dei suoi mille riti e dei suoi preti mesce in gran copia sull'infelice popolazione. La quale è quanto di mai buona, cortese e pulcra può assistere al mondo; se per buona, gentile e pulcra s'intende una gente che, all'infuori della sua ortodossia nera, caparbia, riottosa e pericolosa, può esservi simpatica e stimabile.
A me, lucchese, niente di più facile e niente di più gradito che tesser l'elogio de' miei compatriotti: e lo fo, non perchè veramente io ami, (come l'amo) la terra che mi vide nascere e ove ebbi i primi baci di mia madre; no: ma perchè veramente credo che non esista al mondo una popolazione, tanto urbana che rurale, più industriosa, più agricola e più intellettuale di quella di Lucca. Lucca manda i suoi robusti e bravissimi figli, in tutti gli angoli della terra: corre in Toscana il proverbio che «quando Colombo scoprì l'America, il primo uomo che lo salutò, era un lucchese!» Lucca, ha creato il Brasile; Lucca ha ingentilito la Corsica; Lucca, a Marsiglia, ha recato il soffio della nobile operosità Toscana; Lucca a San Francesco di California, a Buenos Ayres, a Montevideo, a Tokio, a Singapore, a Sydney, in ogni angolo del pianeta ove siano quattro spanne di terra da coltivare, ha piantato il suo aratro e la sua vanga; lucchesi geniali e seri, onesti e sobrj hanno percorso il mondo e lo hanno empito di maraviglie, di progresso e di esempi civili di virtù e di industriosità.
Ma accanto alla zolla vergine da loro sollevata, scaldata, fruttificata; accanto alla capannella o al palagio, trovi la chiesupola e la superstizione; lo spirito freddo e antipatico del settarismo ortodosso, ha soffocato quante e quante nobili aspirazioni! quante e quante giustizie! quante e quante opere umane, che non erano ortodosse abbastanza o nere tanto da avvicinarsi, anche alla lontana, allo spirito pisigno e inciprignito e ottuso che il prete ha lavorato coi suoi infelici cittadini.
E la Musica? dov'è una città (non dico d'Italia ma del mondo), che possa competere con la genialità classica, la spontaneità boschereccia, l'intensità spirituale togata e chiesastica dei suoi maestri e suoi compositori? dove troverai un ritmo così delicato e così profondo, così splendido, così amabile, così sensibile, della musica dei nostri insuperati Boccherini, Catalani, Puccini?
Le magistrali concezioni de' miei concittadini musicisti – i primi del mondo – rivelano tutta la profonda sentimentalità che la natura ha concesso a quegli spiriti privilegiati. Molte volte – contemplando il cielo seminato di gemme – mi è parso di sentire discendere da quelle lontane plaghe dell'universo le vibrazioni dell'anima eterna che palpita in seno al Cosmo, che è il Cosmo stesso che vuol cantare la sua sinfonia maravigliosa della sublime sua esistenza che s'esala dalle note melodiose di un poema di note che tu lo senti fremere in te stesso, ma che niuna penna, verun istrumento possano rendere.
Oh la natura – (che in tutte le sue manifestazioni è saggia e completa), me ne ha rivelato il segreto! è un segreto che si rivela alla chiara luce del sole; perchè là ove l'apparente sonno degli uomini e delle cose sembra voler coprire con un tetro velo mortuario i fiori, le ricchezze e venustà di natura; questa, che è madre sublime d'ogni maraviglia, fa spuntare, tra l'oscurità della notte e dell'inopia, della costrizione e dell'apparente abbandono, il canto dell'usignolo o l'elegia del poeta.
Caduto, pieno di freschezza giovanile, in questa arcigna e dura e infelice città di preti, (che tutto il mondo chiama la Sacrestia di Roma); abbandonato l'ambiente sonoro e roseo dei campi siculi e lombardi e del movimento svariato e sempre rinnovantesi delle marce, de' presidj, degli esercizj; rinserrato nella casa della mia nonna, dovevo, a poco a poco, vedere il mio carattere deprimersi e morire precisamente come l'uccellino sotto la campana della macchina pneumatica.
La Casa era bella; ariosa, vasta; si componeva d'un numero infinito di camere al primo piano e di un simile superiore che dava sur una gran terrazza dove, una gabbia piena di cento canarini, e innumerevoli vasi di fiori, allietavano perennemente quel domicilio silenzioso monastico.
Mi fu assegnata una camera buja e silenziosa nel retro casa; aveva un finestrone alto alto che si teneva sempre ermeticamente chiuso, e io, che ero curioso la mia parte un giorno l'aprii e vidi che dava su una corte profonda, scura e puzzolente; il tanfo di cento umide cantinacce montava su per quel vôto che pareva un pozzo profondo; cento gattoni sparuti e affamati, ciechi e impiagati, e mi fissavano miagolando e mi fissavano con cento occhi paurosi sperando gettassi loro qualcosa da rodere; giù, nel profondo viscido suolo grommato d'una muffa puzzolente e attaccaticcia, si rincorrevano certi topi grossi come gatti, talpe sonnecchianti e lente lente che facevano schifo. Presto rinchiusi le gigantesche imposte e ne' miei lugubri sonni, quante volte! mi parve vedersi spalancare l'enorme finestra e arrampicarsi sul mio lettone scarafaggi e talpe, ragni pelosi dalle cento zampe, gattacci con occhi di bragia e bafoni setolosi che mi laceravano le guancie.
Per entrare in codesta stanza bisognava varcare un salone grandissimo le cui pareti erano tappezzate d'enormi librerie tutte di noce, chiuse con belle e pulitissime vetrine: era quella la biblioteca, ricchissima, dello zio: gelosissimo de' suoi libri, egli portava con sè le chiavi e n'era tanto geloso che non le concedeva neppure alla sua Fanny la quale, pure, era la gemma, la pupilla dei suoi occhi.
Codesta splendida libreria conteneva quanto di meglio ha il mondo per tesori di lettere, di Storia e d'Arti. Vi figuravano i capilavori dell'umanità; classici latini e greci: i classici della epopea e della lirica italiana; gli storici famosi dell'antica e moderna Italia. Le letterature piacevoli erano rappresentate dalle opere complete della Francia e dell'Inghilterra; della Germania e della Russia, che iniziava allora il suo grande rinascimento.
I due Dumas, Koch, la Sand, Flaubert,.... ma in luogo scelto le opere complete di Victor Hugo empievano quelli scaffali con una musica silenziosa e ancora incognita a me che, tra poco, – sia ringraziato il cielo, – imparerei a svegliare e far mia, nelle lunghe, eterne serate e veglie dell'adolescenza.
Ho traccheggiato un poco a parlare di questa libreria, perchè presto dovrò palesare che ne divenni saccheggiatore e padrone; e che la voglia dello studio e la sete ardente di sapere, mi riaprirono il settore del cervello volto alla marachella e alla furbizia: eppure, vedete un pò come la catena curiosa degli eventi si sfila via via da se stessa e par che prepari le grandi e le piccole cose; senza quell'incubo dei gattoni e dei topi, chi sa se avrei mai fatto quello che poi feci? Chi sa se sarei diventato un ladro terribile e terribile di libri del mio nonno, e chi sa se invece di essere oggi quel pover uomo che sono, non sarei un riccaccione pieno zeppo di quattrini?
Io diventai ladro, è vero; rubai libri al mio buon protettore; e tanti ne rubai che anche oggi stupisco ch'egli, gelosissimo com'era e schizzinoso delle robbe sue; non s'accorgesse che un ladrucchiolo astuto e mariolo gli spopolasse i suoi scaffali per adornare la libreria propria, messa su misteriosamente in una stanzuccia, ove niun altri entrava e nè poteva entrare perchè per aprirla il mariuolo vi aveva fatto un segretino a scatto che lui solo conosceva!
Confessare quì il fatto è dovere: ma però soggiungo, che da que' tempi in poi, giammai ho approfittato di libri altrui; chè purtroppo non mi sono piaciuti, come non mi sono piaciuti neanche quelli che si potevano ottenere dalle biblioteche pubbliche per il semplice motivo che mi sono piaciuti soltanto e ho adorato e ne sono stato gelosissimo, i libri miei, e non quelli maneggiati da cento mani volgari e sudice e su cui ha alitato il fiato di tutti: esalato col puzzo di cicche e di zozza di ponce e d'aglio e poi anche perchè m'è piaciuto scombiccherarvi ai margini le mie fantasie, sottolineare le frasi e ragionarci su, cosa che, ne' libri altrui, certamente non si può, nè si deve fare.
Come la città, tale l'ambiente casalingo: messe e novene, Ave Marie e funzioni da un anno all'altro! e come se non bastasse, nel maggio tutte quelle pinzoccherone facevano il cosiddetto «Mese Mariano»; allora le zie Vira e' Dade (Adelaide) preparavano la funzione in camera mia (la stanza buja come la chiamavano) e l'adornavano con una specie d'altarino a inginocchiatojo, profondendovi fiori d'ogni genere: rose, verbene, giorgine, saggie, violette, una maraviglia di fioricultura, una mescolanza di olezzi e profumi che dava al cervello.
E con che serietà, la zi' Vira, con un libraccio untuoso in mano cantava gli Oremus e gli Inni di David e noi, in coro, bisognava rispondere: io e Fanny di quando in quando ci guardavamo e ci facevamo de' segni di sottocchi; ma le occhiatacce della pia segrenna c'inchiodavano come lancie avvelenate e allora dàgli a cantare per quattro:
Dies irae, dies ille
. .
. . .
. . . .
Noia, sonno, accidia, rabbia, incredulità, astuzia; tutto schiamazzava nel mio povero cervellinaccio per farmi più ribelle di quello che, forse, io fossi davvero; ma, il Volto Santo mi perdoni, quanti buffetti sul naso gli ho dato, quando io a dispetto della buona Fanny, restavamo soli a spengere i numerosi moccoletti e poi portavamo via i fiori!
Se mi avesse visto la zia Vira, manesca com'era!....
Per fortuna la nonna era una donna spregiudicata e il nonno, nel fondo un Volteriano; cosicchè le mie scappatelle, che in quelle due vecchione destavano gran terrore, erano prese in barzelletta e ci ridevano su.
Gli affari del nonno a Lucca, andavano sempre meglio e di anno in anno, giunse ad uno stato che limitava con la ricchezza; quando mi accolse, nel '65, sotto la sua ala confortatrice e protettrice era ricco; non chè, talvolta, non si trovasse scarso a moneta (e quì ricorderò di passo che più volte sono corso da una vecchietta con un sacchetto di posate d'argento per metterle al Monte) e allora io sentivo un dolore inesprimibile di cui non sapevo rendermi conto! era forse amore, paura, gratitudine: chi sa? nè, oggi, me lo posso spiegare: forse era tutto codesto insieme.
Nel 1869, quando io fui mandato via anche da lui, era già ricco; ma posso dire che que' quattro anni che stetti in casa sua, la mia fu una vita di ricchezza e di agi e di lusso che mai più conobbi.
Mi voleva un gran bene, senza farsene accorgere, si faceva accompagnar da me col suo bagherrino, nelle visite che faceva nelle campagne; era curatore di fallimenti e d'espropriazioni ferroviarie e può dirsi che tutta la sua fortuna la raggranellasse con le Ferrovie, dette Livornesi, allora, e poi Romane, e dell'Alta Italia molt'anni dopo.
Ero un signorino; ben vestito; col carrozzino a mia disposizione; tutte le domeniche mi regalava un cavurrino, facevo e disfacevo a modo mio; studiavo; quale altro giovinetto avrebbe potuto dirsi più felice di me?
Ma:
«Sua ventura ha ciascuno dal dì che nasce».
e la mia non durò mai troppo da farmi credere felice, non dirò per sempre, ma per, almeno, un certo numero d'anni.
Il resto della famiglia si componeva di due vecchie zitellone e pinzochere che bazzicavano spesso e volentieri per le innumerevoli chiese e chiesette di Lucca che sono più di cento; a volte le mattine d'inverno, alle quattro, con un freddo terribile, un sonno invincibile, «su su!» bisognava levarsi e accompagnarle alla messa a S. Martino, o a Santa Maria Bianca.
Io credo di non aver mai provato un martirio più orribile di quello di dovermi levare, caldo caldo, dalla mia cuccia per attraversare di notte la città coperta dalla neve e buja buja; e andarmi a gettar su una dura panca in una chiesona quasi vôta ed echeggiante sinistramente di colpi di tosse dei pochissimi fedeli e della voce grossa e rauca di un prete assonolito, accompagnato dalla vociolina fessa e pisigna d'un cherichetto assonolito anche lui e impaziente.
Alla zia Vira, era riserbata la funzione di prete: alla novena era lei che snocciolava tutto il rosario e tutti gli altri dietro a rispondere; lei agli oremus, ai deprofundis, e alle altre giaculatorie di rito; poi quando tutta quella grazia di Dio era finita, s'alzava dura dura e seria seria, ci dava una grand'occhiataccia a tutti come a dire pentitevi canaglia, de' vostri peccatacci e.... andava a far la piscia.
Finchè visse la buona nonna (che fu fino al 20 settembre del 1868) codesta schiavitù non l'ebbi, perchè era spregiudicatissima e rideva sul muso alle zie e non voleva che mi tormentassero con le loro svenevolezze di bacchettone; poi trovai io il mezzo di liberarmi da codesto tormento e fu così: Vedevo che il prete, secondo giorni e messe, cambiava di vestito o càmice come dicon loro: ne domando il perchè, e la zia Vira – gran professora di clericomania – mi spiega: il càmice rosso se lo mettono per un martire; quello bianco per una vergine e il nero per... (non ricordo più che cosa ma mi pare per funerali). Mi bastò.
– «Giulio, ci sei stato alla messa?».
– «Eccome!».
– «Com'era vestito il prete?».
Io che avevo guardato l'almanacco o ero passato davanti alla porta d'una chiesa; pronto rispondevo:
– «Giallo, rosso, bianco, nero» – secondo i casi; – così avevo la mia sanzione guadagnata di perfettissimo e fedelissimo cristiano-cattolico.
Ah! quando ripenso a' tanti giovani e figli di famiglia che vengon tirati su a quel modo e poi te li vedi, nel mondo, ingannare e truffare a destra e sinistra, impillaccherandosi in vizj d'ogni nome; e tante brave e belle giovinette incretinite e cristallizzate, e nel nome della Santa religione diventar viziose, adultere, meretrici o inciampar le case con la loro bacchettoneria che non è più fede, ma impostura e bugia; allora io perdo di coraggio e penso che di molti secoli dovranno passare ancora prima che l'umanità e, specie l'Italia, si puliscano dalla peste della religione cattolica, e de' suoi untori e degl'impostorissimi e ladri che infestano la famiglia, la scuola e la società.
Ma ritorno alla mia narrazione.
Ma una ruggine segreta covava nel pietoso e flaccido coricino di quelle povere vecchie bigotte e baciapile e non poteva mancare che non scoppiasse una bufera sul mio povero capo sventato e fanciullesco; come dirò più innanzi.
Intanto i miei studi, (cominciati subito appena addomesticato un poco nell'ambiente e alla bella parlata toscana), seguitavano con non troppo laudabile slancio da parte mia, ed ecco perchè.
I Maestri.
Pare incredibile, ma i maestri ho sempre avuto a noia per un motivo specifico: vale a dire perchè non erano maestri. A que' tempi – parlo di quasi settant'anni fa, – gl'insegnanti erano tutta gente privata più amica della ferula e del righetto che della santa missione alla quale s'erano dedicati: aprir cioè le dure cervici de' ragazzi e metter loro dentro quel po' di cognizioni che avevano malamente appreso da' preti e da' frati; un po' di latino, di greco, di lingua italiana, d'aritmetica e di calligrafia. I miei maestri i primi primi voglio dire, – erano tutti figli di contadinacci scesi in città, rozzi, zotici e ignoranti. Per loro gli alunni erano considerati come nemici che si vorrebbero domare a son di botte. O imparare o buscarne: e che si poteva imparare da certi bifolchi e villani ribaditi che di latino sapevano gli Oremus e di greco anche?
Con loro dunque non appresi mai nient'altro che il pizzicore della sferza sulle palme delle mani.
Furon preti – Dio li abbia in gloria! avean la chierica anche loro!
Non dico che questi non m'insegnavano bene: i principi della grammatica latina e quella greca l'ebbi presto sulla punta delle dita: versi latini e greci piovevano come grandine: per ogni quisquilia, giù cento versi di Virgilio; cinquanta d'Orazio; e si capisce che, a forza di ponzar su' classica, qualcosa nel cervello, anche ad esser ciuchi, bisognava che ci restasse e infatti, qualcosa ci restò. Ma, numi del cielo, quanto patire in quelle notti gelate quando, mentre la famiglia se ne stava allegra al calduccio in galleria; io spasimavo dal freddo nello studio, con Tacito o Tito Livio sotto gli occhi e mi sentivo ballonzolare le budella nel corpo!
Dura, dura, cominciai ad aver in tasca il latino e il greco; Virgilio e Omero sonnecchiavano alla lunga; e invece dei classici, acciuffavo un libro della biblioteca del nonno; così a poco a poco divorai il Don Chisciotte, le Mille e una notte, i Miserabili, i Tre Moschettieri, il Conte di Monte Cristo; tutto Dumas, tutto Koch, tutto Victor Hugo; e il Sismondi con le sue magnifiche Storie delle Repubbliche Italiane e i poeti tutti: Ariosto, Tasso, Petrarca, Dante e poi il Leopardi – il divino e insuperato Leopardi – che seppi presto ed imparai a memoria con gran maraviglia e terrore delle pinzocchere zie che mi dicevano essere quella lettura peccato mortale!
De' miei maestri di latino ne ricorderò due dei piccoli e uno dei grandi: questo era il Rettore, Vincenzo Giannini, un omone serio serio e grosso grosso, che si dava una grand'importanza forse perchè portava gli occhiali d'oro; gli altri due eran fratelli: Silvio e Carlo Casali; Silvio per bestia poteva andare; ma Carlo era tutto gavinoso e rinficosecchito al collo dove aveva una piaga terribile che lo deformava.
Oh quando ripenso al tormento sofferto sotto costui che mi teneva a sè vicino e mi mandava il lezzo del suo fiato e il tanfo del suo marciume sul naso: e dàlli con:
Conticuere omnes intentique ora tenebant
che era solito intonare subito appena montato in sulla cattedra e noi tutti insieme:
Inde hono pater Aeneas sic orsus ab alto.
Costui mi fece il ritratto senza maneggiare il pennello: un giorno, avendogli domandato il Carina, per incombenza della famiglia, come mi portavo: rispose «Eh eh; è un ragazzo 'un c'è male; ma mi pare che gli manchi «un venerdi.»
Ebbe ragione, il bravo canonico, e me ne sono ricordato poi tante e tante volte, anch'io ho constatato che un po' di ragione il bon'omo l'aveva; ma mi consolai; subito pensando che tutta la colpa non era mia. – Quella famosa legnata!..
I Casali veramente erano tre: Alpiuolo, alto e grande come uno zappatore; che aveva fatto non so quante campagne; portava un barbone castagno che gl'inondava il petto sul quale nelle grandi ricorrenze brillavano sempre quattro o cinque medaglie; c'insegnava nel cortile del palazzo Ducale gli esercizi militari, e a me voleva un gran bene, e mi chiamava il «caporalino»; perchè conoscevo gli esercizi quanto lui e mi faceva comandare e istruire gli altri. Finì di mala morte, per un morso d'un cane arrabbiato!
Quanto piansi, quanto mi accorai: povero Casali; era un patriota, grand'amico del babbo, un galantuomo e mi diceva sempre che voleva finire i suoi giorni sul campo. Doveva, invece, morire in una camicia di forza e all'ospedale, che destino, povero Casali! – Tutta Lucca, lo accompagnò al funerale che fu bellissimo; ma io lo piansi a calde lacrime, credo più de' suoi fratelli stessi; mi pareva che fosse morto il babbo mio.
Un giorno, perchè non seppi, o non ebbi voglia di ripeter bene a mente le parole d'Andromaca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Verane te facies, verus mihi numtius adfers, nate dea?
tutto paonazzo in viso (era già rosso di suo come un billo per le scrofole!) afferra la bacchetta e mi fa allungar la mano e giù rigate da orbi sulle punte delle dita!
Per dire il vero la pazienza non è stata mai la mia virtù predominante; alzarmi dal banco, afferrare il calamaio, buttarglielo sulla grinta di porco, fu un baleno: mi prese fra le braccia e giù botte lui, e calci io: un finimondo; e chi scappa di quì, chi di là; io mi svincolo, mi urla e mi batte sulla testa, negli occhi dove gli capitava.... scappo e mi rifugio tutto lacrimoso e imbestialito dal nonno che aveva lo studio sui Fossi Coperti in quel gran palazzone che ancora si vede, dal quale, svoltando, si va alla Porta del Vapore.
Mi tolse da quel pretaccio il mio buon nonno, e allora in consiglio di famiglia fu deciso che seguitassi a studiare nel corso tecnico: ed eccomi studente a San Frediano per due anni; chè il primo lo saltai.
V'apparsi – a dir vero – stracco e sfiduciato: avevo avuto delle disillusioni; non si studia bene che sotto buoni maestri; avete voglia, voi, di mettere i figliuoli a scuola; se i maestri non sono buoni, di buon temperamento, graziosi, affettuosi e sopratutto bravi, è inutile, i giovani scalderanno le panche, ma non riusciranno a nulla. E questo lo posso dire con voce in capitolo perchè ne ho fatto l'esperienza e da me so quel che mi dico.
Vorrei saper perchè (ma una ragione ci dev'esser di certo) ho avuto sempre poca simpatia co' professori; è una classe di persone, che, come i preti, ha addosso un certo non so che, da farla riconoscer da lontano: il prete, puzza, il professore, pesa. Riconosco il professore alla camminata, al modo di tenere il bastone, guardare, parlare, interrogare. Il professore interroga alzando la testa e inclinandola verso una spalla, e guardandoti di sottocchi, come per dire: – «ciuco, io sono un gran cervellone, pieno zeppo di scibile; guarda con chi parli, eu, eu.» Durante tutta la vita (e tutte le volte che ho dovuto trattar con gente diplomata) me ne sono sbrigato alla lesta, perchè sentivo proprio il tanfo della pedanteria che mi faceva arricciare il naso.
I miei antichi professori erano tutti cattedrattici – Il Marchetti, di letteratura italiana, con un occhio affrittellato faceva un bellissimo vedere; me lo squadrava in faccia con un tono sì grave e ponderato che quando mi toccava a recitare a mente
Qui terrò il corso cui tua man m'ha spinto
Onnipotente Iddio, tu vuoi ch'io ponessi?
Io mi starò . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
i compagni mi zirlavano da lontano e il riso mi scappava irresistibilmente.
Il Pollera, un prete vestito da laico, entrava in scuola col collo torto e guardandomi con occhio porcino: quei cinque, quei quattro, ballonzolano anche ora, dinanzi alla mia memoria stupefatta. E con che prosopopea diceva, ammiccando a me quando nella dimostrazione del Teorema di Pitagora che la somma dei quadrati fatti sui due cateti è uguale al quadrato fatto sull'ipotenusa – «Questo, diceva – è il punto culminante di tutta la geometria piana e solida; questa figura si chiama: «il ponte dell'asino» (e giù un sbirciata a collo torto a me, con un ghignolino a fior di labbra che faceva scoppiar tutti dal ridere). «Che ti possa venir la rogna: (dicevo io tra me e me) pezzo d'asino imbastardito tra le sacrestie!»
Il professor di Fisica e Chimica si chiamava Fontana; credo facesse lo speziale e non so come domineddio l'aveva fatto cascar professor di Scienze Naturali alle Tecniche, di Lucca; di Fisica non andava più in là della leva di primo genere; di Chimica c'insegnava l'ossigeno, l'idrogeno e non so che altro corpo semplice: ripeteva sempre le stesse cose e noi s'era più ciuchi di prima.
C'era costì un armadio a vetrate grande e bello, con dentro macchine e istrumenti fisici, che dovevano servire a illustrare le sue lezioni; la macchina pneumatica non funzionava più perchè, nel fare un esperimento s'era dimenticato di chiudere la valvola ed era scoppiata; il barometro Fortin, a pozzetto di mercurio, marcava costantemente gran tempesta perchè non aveva saputo spostare a dovere il cilindro di cristallo una volta che gli s'era sciupato; i termometri, gli psicrometri, la Camera Scura, erano ammonticchiati in pezzi in un angolo dell'armadio; la pila di Volta (una magnifica colonna di dischi di rame e di zinco con le sue colonnine di cristallo) pareva diventata una cazzerola piena di verderame. Insomma tranne un povero elettroforo del Volta che il celebre Fisico si dava gran pena a farci battere con una pelle di gattaccio per farne schizzar fuori alcune misere scintilluccie stitiche, vergognose; – e bisognava vedere con che sussiego e boriosità ci spiegava la facilissima teoria dell'elettroforo che pareva l'avesse inventato lui.
Lo studio della Fisica e quello dell'Astronomia li credo i primi che si dovrebbero fare amare da' ragazzi: siamo in tempi di vita pratica, e mi pare che si dovrebbero condannare tanti altri perditempi assolutamente inutili, che nella testa d'un giovinetto, fanno sempre come la nebbia; lasciano, cioè, il tempo che trovano; la Fisica, la Chimica, la Meccanica, le Matematiche pratiche, cioè le misure, a occhio, d'altezze, distanze, risoluzioni mentali di problemi aritmetici e geometrici, ecco quello che apre la mente e fa gustare lo studio e prepara degli uomini per ogni ramo della vita pratica sociale.
Da quella volta che, a Messina, io aveva veduto dipingersi sul soffitto del camerone, le scene della vita che si succedevano da lontano in un cortile; m'era rimasta una curiosità incredibile di saperne il perchè. Il professore mi disse, secco secco, che era un fenomeno di luci; ma aprendo il magro libraccio di scienze naturali che ci avevano dato, vidi e trovai da me, nella parte dell'ottica che si poteva riprodurre con la camera scura. E ingegnandomi da me con un cassone e una lente ne costruii una a casaccio e costì cominciai a morir di voglia d'aver libri completi e buoni di quella scienza. V'era con me uno scolaro di Garfagnana, Vittorio Turri, che portava a lezione di fisica un volumone grosso e bello con di molte vignette illustrative d'ogni fenomeno era il Faust: io avevo un bel Petrarca nuovo nuovo, edizione Barbèra; gli propongo un barattino, ma l'amico di Castelnovo cominciò a taroccare che il suo costava dieci lire e tira e molla, glielo portai via col patto che gli avrei rifuso un cavurrino: (fu quello il mio primo debito); fu un debito caro, anzi carissimo perchè mi sprofondai nello studio della fisica e chi mi voleva trovare doveva cercarmi ben bene, nascosto com'ero in un baluardo, a mettermi a mente tutto quel librone, che, per i principianti credo sia sempre il migliore.
Un altro bel tipo di professorone era il Santarlasci, di calligrafia: permaloso, suscettibile, sofistico, pretino, bizzoso; l'aveva di tutte. Quanti zeri! come piovevano sulle mie povere spalle epiteti lusinghieri come questi: «Lei sarà sempre un ciuco; lei è una bestia; lei è un asino calzato e vestito; ma perchè ci viene lei a scuola, a scaldar le panche?». E io mi vendicavo a fargli la caricatura, tal e quale egli era, sulla lavagna, su' finestroni, sulle porte, da per tutto dove ci fosse un po' di bianco: aveva i baffi e il pizzo neri neri come la pece, e gommati perchè si tingeva; e io gli misi fuori certi versetti che dicevano, su per giù, che il professor di bello scritto, prima di venire a lezione, faceva un tuffo ne' piloni delle concie su fossi scoperti dove infatti vi era uno stabilimento di pellami.
Un giorno a codesto satanasso gliene pensammo una stupenda: era di giugno e le mura, a quel tempo, sono piene di lucertoloni e ramarri grossi e verdi che paiono coccodrilli: c'empimmo di quei rosponi le tasche in una trentina, e appena si vide entrare in classe il professore, con quella sua mutria da padre disciplinare; largo ai serpenti. Che vuoi vedere! le lucertole schizzaron via sotto i banchi, su per la cattedra, negli angoli, sotto i piedi dello stesso Santarlasci, che, furioso, più brigante che mai cominciò a strillare e a mettere la scuola a soqquadro; m'agguanta me pe 'l colletto perchè non ne potevo più dal ridere: «sei stato tu, grida, canaglion sfacciato; via di scuola!» e di scuola escii per andarmene sulle mura a fare il monello e a riderne con altri marioli. Fui sospeso, redarguito in casa, minacciato; ma mi difesi; spiegai che costui insegnava male ed era cattivo; e finì, che lo stesso Policarpo ne rise a più non posso del tiro che gli s'era fatto.
Un'altra burla fu più terribile, e non la voglio tralasciare; questo non per sbeffeggiare i maestri antichi o i moderni e insegnar male ai giovani o essere d'animo volgare contro chi c'impartì o imparte la luce ai cervelli piccini e vuoti dei ragazzi; ma soltanto per criticare quei maestri e professori incapaci, maliziosi, pedanti e cattivi, che hanno sbagliato carriera e invece di essere gli educatori incoraggiando e facendo amare a' giovani lo studio; pare che facciano apposta a tirarne su degli svagolati e dei discoli: costoro invece della laurea avrebbero fatto meglio a scegliere un mestiere più consono al loro temperamento e forse, più proficuo all'umanità: p. e. ciabattini, lustrini, facchini, o che so io.
Dunque la burla fu questa.
C'era sulla cattedra del maestro un buco dove ci sarebbe dovuto stare il calamaio (specie al posto del professore di caligrafia)! il Santarlasci aveva il vizio di ficcare un dito sempre in quel vuoto; e lì lo girava e rigirava come se facesse la polenta: un giorno (io non mi ricordo chi fu il birbante...) gli venne in mente di metterglici una cosa che non odora precisamente a gelsomini... Eccoti il bravo professore s'avvia al suo seggiolone: silenzio sepolcrale; centosessanta occhi sono rivolti su lui; era più tinto del solito e più arcigno: dentro quel ditaccio e gira... sentir mollo, cavare il dito, e annusare fu un attimo...
Quando ripenso a codesta scena non posso tenermi dal ridere anche ora: muggiva, picchiava; vennero i bidelli, i professori, il Preside: giorno di rivoluzione.
Fu serrato il portone a chiave e volle che si dicesse chi era stato il colpevole: tutti zitti; promette salvo-condotto a chi si confessa. Ma tutti restammo zitto e chiotti e facemmo acqua in bocca. Mai si seppe, nè mai il marioletto volle dire: sono io, punite me, invece di tutti. Fu bene? fu male? le lagnanze furono udite; ci mandarono a prendere aria... ma il Santarlasci fu consigliato a mutar registro e lo mutò. Salvo che con me ce l'ebbe sempre e credo che fino all'ultimo giorno della sua vita (che ho saputo fu lunga) non si dev'esser mai scordato della burla che gli si fece. Ma i maestri di calligrafia... se le meritano anche ora...
Un giorno, venne il ghiribizzo al professor Del Carlo (si chiamava Torello ed era veramente un toro, rosso di pelo come la vacca mongana, e con certi pugni che parevano piote di bove), di chiamarmi a ripetere la parte di storia. I Vespri Siciliani. Gliela schiccherai come un pappagallo; date, nomi, descrizioni, tutto; (nientedimeno l'avevo studiata sul Sismondi) fu una fortuna per me; mi chiama alla cattedra e mi dice: «O dove hai imparato questo così bene?» mi stette a sentire,e mi disse: bravo, seguita sempre così che diventerai qualcosa.
M'infervorai talmente a quella lode e mi parve così sincera, che non v'era lezione che il buon Del Carlo non mi chiamasse a ripetergliela; ne divenni il cocchino e l'aiutante; mi metteva accanto a sè a ripeter la lezione per lui, e ebbi dopo il piacere durante il 3° anno di dettar la storia solo da me.
Non si creda però, che il professor Del Carlo avesse un carattere volubile e prendesse, come si suol dire, delle simpatie: oh no; era un insegnante abilissimo, che accoppiava alle alte doti della mente anche quelle del cuore; per lui, la scuola era un tempio; la cattedra un altare, guai, a chi si fosse permesso una risatina, un frastuono, un'interruzione fuor di tempo; diventava rosso come i suoi capelli, scoteva la zazzera, che gli spioveva abbondante sul collo, e cacciava fuori certe urla che facevano tremare porte e finestre. Noi però gli volevamo bene tutti, e l'accompagnavamo fino a casa, all'uscita di lezione, facendogli un lungo codazzo; meno due o tre (i soliti fannulloni e svogliati che vengono a scuola senza saper mai la parte e che distraggono gli altri con mille buffonerie), si può dire che i corsi del prof. Del Carlo fossero veramente il modello – e servissero d'esempio a coloro che dovrebbero capire come si deve insegnare a' giovani.
C'era, fra noi, un giovinottone di circa diciannov'anni, ma tarchiato e grosso e con tanto di baffi, che a noi (uccelletti di prime penne) faceva un'invidia matta; aveva due pugni ferrati, due spalle da granatiere, due zampe grosse e forte che avrebbero sostenuto un elefante, Testa matta e cor allegro, ne aveva sempre una delle sue, per far scoppiar dalle risa quel battaglione di cor contenti che eravamo; lo si temeva, un po' per le mani che eran dure e lasciavano il segno; e un poco perchè alla lezione di storia e geografia si metteva sempre a tu per tu col nostro Del Carlo.
Era figlio del colonnello Giovannetti, lucchese, celebre nella Storia del Risorgimento per la famosa giornata di Curtatone e Montanara, ove aveva saputo tener testa a 28.000 croati, col solo battaglione toscano.
Lucca adorava quell'eroico cittadino (una via della città è dedicato al suo glorioso nome) e, si capisce, che, il figlio, aveva una specie di carta di salvacondotto sempre in tasca. Se faceva una monelleria, una scappatella un pò grossa, salava le lezioni, rispondeva a' professori, li sbeffeggiava, e che so io que' mille nonnulla giovanili che fanno arricciare il naso a' parrucconi della scuola: – eh – si diceva – è figlio del Giovannetti, gli si perdoni; oppure veniva il Preside e lo redarguiva con: – «Vergogna, il figlio del Giovannetti» oppure: «Giovannetti, si ricordi chi fu suo padre» – e al Giovannetti pareva, forse, che quelle parole fossero quasi quasi una lode, un merito, un tacito benestare, e tornava daccapo.
Il Delcarlo n'era stufo: un giorno gli disse proprio così – «Senti, Giovannetti, o tu ti metti il capo a partito o io ti caccio fuori a son di pugni, e non ci sarà allora nemmeno il Colonnello tuo padre che ti rabberci la testa di birba, hai capito?» –
Per tutta risposta il Giovannetti; ficcandogli gli occhi in viso, si ributtò a sedere con una smorfia di sfida.
Non l'avesse mai fatto; salta giù il professore inferocito; corre al banco del giovane, lo prende per il petto con tutt'e due i pugni come in una morsa di ferro; si divincola il toretto, si prova a staccarsi dalle nerborute braccia di Torello, questi lo trascina fuori e a suon di pedate lo trascina alla porta; l'apre con una gomitata e qui cominciò il bello, perchè il Giovannetti, rosso come un billo, con le spalle erculee e le zampe elefantine faceva ogni sforzo per restare dentro; il professore lo spingeva tra 'l vano dell'uscio aperto e lo zoccolo di marmo: stettero costì dieci minuti in una lotta spaventosa, perchè noi guardavamo con occhi esterrefatti e non sapevamo come andrebbe a finire, se con la vittoria del Giovannetti o del maestro. Ma ne potè più questo, perchè con uno strattone poderoso te lo ficcò fuori a ruzzolare sul pavimento, tutto in affanno e scarruffato.
L'uomo, si sa, è vile e i ragazzi vilissimi: noi improvvisammo una dimostrazione d'affetto al nostro professore, e corse tanto in là quella nostra soddisfazione che il brav'uomo (appena tornato via il Preside venuto a veder cos'era quel pandemonio) invece della lezione ci tenne allegri narrandoci una storiella quasi consimile accaduta a un altro maestro.
Io andai più in là e, lì per lì, buttai giù una specie di centone in versi, descrivendo la lotta che avevo veduto, i colpi e le busse degli eroi e terminavo con la rivoluzione, inneggiando alla cacciata dei tedeschi, da Venezia.
(Vedete un pò, come la musa strapazzana veniva a mettermisi accanto così presto e a stuzzicarmi e a beffarmi!) di tutti que' versi non rammento che questi
Il Giovannetti per troppa presunzione
È stato dal Del Carlo cacciato di lezione;
E siccome pioveva ed era tempo fello,
Gli tenne tutto il giorno stare con il bidello:
Ma quando la seconda lezion fu terminata,
Rientrò come una treccia in quella cominciata.
Seguitava il poeta con altre gesta che intendevano illustrare il valore e l'eroismo della classe intiera e del professore in particolare.
Povero Giovannetti! me lo rividi fra le braccia un par d'anni dopo vestito da artigliere. Ci fu chi mi disse ch'era stato alla guerra nel '66 e s'era mostrato un valoroso come il padre e lo credo, perchè il figlio dell'eroico Giovannetti non poteva dirazzare.
Sei sei vivo, caro e buon Giovannetti, accetta il saluto commosso del tuo compagno di scuola e perdonagli la satira buttata giù senza cattive intenzioni.
Io intanto ero cambiato affatto; mutai carattere e temperamento; di svogliato e caparbio, mi feci studioso e remissivo; cominciai a voler bene allo studio e a volere passare avanti agli altri; la Fisica, la Chimica, le Matematiche, la Letteratura, mi di-vennero famigliari e devo esser grato a quel brav'uomo del professore di Storia, che mi rifece a novo d'anima e di corpo.
Quante volte durante la professione, ho ricordato quel buon maestro, e ne ho seguito i sistemi, incoraggiando e stimulando con la vanità, l'inclinazione de' giovani, proclivi alla lode e all'ammirazione! Quante volte, nel sentire da' miei scolari le loro traversie a scuola, agl'Istituti, all'Università, ho ripensato ai miei maestri antichi tronfi e pieni di sicumèra, pedanti e svogliati, che non sanno conoscere le inclinazioni geniali degli alunni, non li compatiscono e li rovinano, perchè ne tiran su de' bighelloni senz'arte nè parte, svogliati, pigri odiatori dello studio e della disciplina!
Quel poco che so, quel poco che ho fatto (se qualcosa ho fatto da me), ne' cinquant'anni di studio e di sete di sapere, che son passati dalle prime scuole; posso giurare di doverla al mio buon professore di storia, Torello Del Carlo. Il brav'uomo lasciò varie opere pregevolissime; la Storia d'Italia, quella di Lucca ecc; morì giovane, quand'era nel colmo della salute e delle forze.
Buon Del Carlo, vada sulla tua tomba, la lacrima pietosa d'un vecchio che se fu scolaro tutta la vita, lo deve soltanto a te e a te deve solo la soddisfazione di non essere riuscito un uomo volgare affatto.
Un altro professore, dal quale non mi staccherò sì presto, fu quello di disegno. Era il Dal Poggetto: un omino curioso, magro riseccolito, che somigliava il Ricasoli; meno l'occhio strambo; portava una zazzerina di capelli fini e svolazzanti; aveva una mano fina e secca, ma l'abilità di codesta mano era maravigliosa: pittore caldo e naturale; fu il maestro del Gelli, che divenne il pittore del kaiser Guglielmo d'infamata memoria.
Ebbi a lavorare col Gelli a un quadro di architettura (rappresentava la tomba del Pelliccia) per l'Esposizione di Belle Arti di Firenze. Fu premiato con cento lire, che se le beccò, naturalmente il professore; io fui ricompensato con un bel diploma di benemerenza che persi in un viaggio nelle Pampas, essendomi stato rubato il bauletto in una Fonda, sperduto a' confini del Paraguay, nel 1884.
Abilissimo nel disegno il Dal Poggetto mi protesse sempre e mi amò; e ricordo con riconoscenza il suo bacio paterno quando, dopo vent'anni, tornato a Lucca, volli andare a rivederlo, e a riverirlo.
Credo che il professor Dal Poggetto, ora vecchissimo, ma sempre arzillo e vegeto, passeggi come un giovanetto per le vie della mia patria, con la sua mazzettina sotto il braccio e con quella sua testina simpatica d'artista.
Niente dirò del prof. Bianchini, quello Francese: ne parlerò quando dirò qualcosa delle lingue che devono studiarsi a suo tempo dai giovanetti: era buono? era bello?
Gli amici.
Prima d'andare avanti devo fare una confessione. Riandando indietro indietro i miei ricordi, non trovo che rarissime figure di giovanetti a cui potessi dare il dolcissimo nome d'amico. La parola amico, per me, ha un valore grandissimo, e più serio di qualunque altro, per es. l'amore, la parentela, il compagnesismo, ecc: la riconoscenza, la gratitudine ecc. L'amore passa, la vera amicizia resta; e aderisce, come l'edera e il muschio, alla roccia e al tronco di quercia. Rarissimi sono i veri esempi d'amicizia al mondo, come rarissime sono le vere partecipazioni degli affetti soavi e tenaci che durino tutta la vita.
Io non ho avuto amici; o per dir meglio, ho avuto, come i giovani, le solite conoscenze usuali che non passano oltre alla prima impressione della conoscenza superficiale. E non ho avuto amici, non perchè il mio cuore sia stato inaccessibile agli affetti calmi e duraturi della vera ed intensa amicizia (perchè credo che nessun altro al mondo abbia avuto come me un cuore dotato di più viva sensibilità e di natural simpatia pe 'l suo simile); ma perchè l'animo mio, incline alla contemplazione silenziosa delle cose, misantropo senza saperlo, sognatore, spregiatore delle venalità e della vanità delle genti che vedeva affannarsi di molto per un impiego, per un ciondolo, per una fortuna; sentivo come un tirati in là innato, che mi rendeva rustico e inabbordabile alla maggior parte de' coetanei. Ho stimato poco l'uomo, nulla la donna; se il caso mi ha fatto sentire una propensità più spiccata verso il sentimento dell'amicizia, non lo fu che per la donna d'età; per le madri; e poi i miei studi, i libri, furon sempre di fatto la più tenera e fedele, e ambita compagnia durante la vita: il tempio della mia amicizia fu quello; e non saprei, oggi, trovare nel fuggevol passato, che ebbi così avventuroso, altro da contrapporgli, al gentil sentimento dell'amicizia che il fascino sostanzioso e dilettissimo della lettura.
Però, ricordo con intenso affetto, e memore simpatia, due o tre figure d'amici che ebbero a divider meco i primi giovanili entusiasmi e il sentimento più profondo dell'amicizia.
Tenace fui nelle passioni, tenace fui nell'amore a quei rarissimi amici (che io ricercai anche dopo quaranta o cinquant'anni): ma, lo confesserò? non ritrovai per nessuno di loro perfettamente giustificata la solida e tenace bramosia in me di ritrovarli e d'avvicinarli di nuovo. Come cambia l'età!
Tutto muta al mondo; ciò che piacque jeri, desta nausea oggi; ciò che sembrò splendido esempio d'amore oggi, passò via veloce
«Come una rosea nuvoletta al vento»
domani, e delle antiche immagini, e de' passati fervori, altro non rimase che il profumo, dolce profumo e leggiero, come quello di morte foglie di rosa, di caratteri sbiaditi su fogli ingialliti dal tempo, che tutto distrugge, tutto si porta via.
Oggi i miei amici sono ancor più rari: con chi parlare? con chi intrattenermi nei nobili ed elevatissimi voli del pensiero, così profondi e arditi che sfuggono oltre le sfere luminose dei cieli, entro i mondi che rotolano silenziosi ne' confini della via Lattea, o qui nel mio petto, in questo povero vuoto cuore, ove la tempesta spesso arruffa i suoi vortici, ove la calma serena e la certezza del nulla impongono il severo rispetto da me solo compreso? Abituato a spaziare fra due infiniti, l'universo e l'anima, pur troppo ahimè da tanto tempo non vi ho potuto trovare che il vuoto.
Di quei lontani e felicissimi tempi si brama, da tutti, parlarne come di un paradiso perduto: io dico così perchè, ricordo, che una mattina, (sbocciava allora allora la primavera) destandomi tutto giulivo dissi a mia zia che mi gridava che era tempo d'alzarsi: – lasciami godere, zia, che mi sento proprio felice! E felice davvero era la vita mia: fatti que' pò di studi, desinato, rimpicchietatomi tutto, (a Lucca si fa sfoggio di vestiti e d'eleganza in piccoli e grandi); verso le quattro sentivo sotto le finestre lo zufolìo del mio Carlo, chiappavo l'uscio e chi mi vede mi vede.
Era Carlo Bini mio coetaneo; di famiglia poverissima, striminzito ne' poveri panni, con un pajolino liso liso e i calzoni rattoppatelli, ossuto e magro, con due baffoni stecchiti, mi faceva l'idea che fosse un vecchio in corpo di ragazzo; li stenti e le avversità de' suoi genitori l'avevano invecchiato a quel modo. Ma che carattere nobile e disinteressato; che sentimenti delicati e dolci, austeri e pieni di decoro: dalla sua bocca non un lamento nè una parola sola che avesse potuto tradire li strazj del bisogno e della miseria; la sua mamma, il suo babbo, erano agli occhi suoi e al gentil cor bennato, come una gloriosa imagine di vecchia nobiltà.
Eravamo gran camminatori e giocatori di pallone: prendevamo fuor di Porta Nuova; o sul gran piazzale fuori Porta di Borgo e là.... che famose partite, avevamo il bracciale come s'usa da noi, irto di punte (regalo del nonno) e sfidavamo chiunque a starci di fronte. Poi facevamo merenda; io portavo tutto; cacio, pere, salame, vino, gli avanzi (abbondantissimi) del desinare, pezzi di pollo, d'arrosto, dolce, e credo che a desinare io non mangiassi per mettere in serbo le robine per il mio buon Carlo. Secondo stagioni, s'andava a piedi a Pescia, a Pisa, a Viareggio; ma, quasi sempre, prendevamo la via delle Pizzorne, dove passavamo i giovedì e le domeniche tutto il giorno.
Quelle alte montagne piene di castagni, que' panorami, quelle splendide vedute della valle del Serchio così amena e svariata, sempre magnifica co' su' campi coltivati che pare un giardino tutto a scacchi accomodati e lisciati dal contadino lucchese, insuperato e insuperabile fra quanti agricoltori della terra; quelle città e quei paeselli veduti da lontano e di prospettiva; quel cielo azzurro, quell'aria pura, quelle ribotte che facevamo soli soli, poi quelle mie letture del Giusti; il famoso Sant'Ambrogio, l'Amica lontana, ci facevano andare davvero in visibilio, desiderando sempre più conoscere la letteratura del nostro ricco repertorio; che a que' tempi non s'usciva dal Giusti, dal Leopardi, dal Prati e dal Manzoni.
Un giorno ritornando dal nostro gioco, del Pallone, (saranno state le 6 o le 7 di sera e cominciava il crepuscolo) stavamo per imboccare in Piazza Grande, quando ci trovammo sull'angolo dell'allora Caffè Manacci, oggi Caffè Dinucci. A un tratto ci vennero addosso 6 o 8 soldati con le sciabole sguainate; erano sergenti di cavalleria; quegli energumeni parevano impazziti: presto presto chi scappa di quì chi fugge di là: si serrano le botteghe, i caffè; la gente non sa più dove ficcarsi; donne e uomini spaventati gridavano: ajuto; curiosi spenzolati alle finestre urlano e fanno cenno a gruppetti di soldati e guardie di accorrere a quel serra serra: i sergenti, o pazzi o ubbriachi io non so, tiravano giù botte da orbi e piattonate da far paura.
Ferirono diversi: ricordo una povera signora tutta grondante di sangue stramazzata a terra; il povero Maggiora, un nostro amico di casa e amicissimo di mio padre, ebbe la mano destra spaccata da un tremendo manrovescio d'uno di que' forsennati; Carlo ed io ci trovammo in mezzo a quel trambusto senza poterci raccapezzare: io mi messi dietro un tavolino di marmo mi sfiorò un colpo di sciabola, che strisciò sul marmo e alzò mille scintille e scheggie, che mi punzecchiarono il viso perchè il primo movimento mio fu di precipitarmi sotto il tavolino.
Come Dio volle si fermarono; perchè essendosi sbandati; (correvano ognuno per conto suo) chi di qua chi di là; i soldati stessi, e de' cittadini, poterono finalmente aver ragione di quegl'indemoniati, li disarmarono, li legarono come salami trascinandoli a San Romano.
Il lettore riderà, ne son certo, perchè un fatto di questo genere credo sia veramente unico al mondo.
Lo squadrone di cavalleria che era di presidio a quel tempo, aveva un gran numero di bass'ufficiali delle provincie meridionali, specie di Napoli; e, si sa, che a Napoli la cresima la fanno dopo la comunione! Or avvenne, che codesti smargiassi e cretini superstiziosi, fecero la domanda all'arcivescovado (che era un Giulio Arrigoni) per essere cresimati. La funzione ebbe luogo una domenica solenne, con gran concorso di lucchesi, in gran lusso e musiche e luminarie sulla piazza di San Martino.
Codesto giorno apparve un foglio illustrato dove si vedevano quei giovinotti in gran tenuta e con de' visi rubicondi e bofficioni prosternati dinanzi al Vescovo che in cappa magna, piviale ecc. e con una mano alzata dava lo schiaffetto sulle guance di quegli spilungoni: la caricatura era accompagnata da una salace strofa di versicoli berneschi, raccomandando gloria eterna ai difensori della patria, che, dicevano i versi, gemeva ancora sotto lo Knut dei croati: specie la povera mendica di Venezia!
Codesti bruti meditarono una vendetta e se la presero a quel modo: il male fu che era stato padrino o compare alla funzione un tenente Susini, di Siena; e verso di lui s'appuntarono gl'infiammati strali de' patriotti: sfide vi furono, non accettate; e quegli energumeni pensarono di vendicarsi massacrandone gli autori dinanzi al Caffè Manacci.
Vi fu processo, lungo, e agitato: ma la giustizia la vinse; in galera tutti, anche il Susini; e così i buoni lucchesi furono soddisfatti.
Cose dell'altro mondo: vedete la religione cattolica, l'asservimento ai preti, alla superstizione, a cosa conduce? degli uomini incretiniti, degenerati, schiavi del pregiudizio e dei riti mettersi allo sbaraglio a quel modo! Quel giorno Lucca forse avrebbe avuto molti morti, se non fosse stata la gran paura che fece scampar fuggendo i pacifici cittadini dalla cuccumeggia. Così chiamano i lucchesi la civetta.
In codesto tempo la mia famiglia (non si sa perchè) mi volle far imparar la scherma; e a ginnastica e a scherma andai con non troppo entusiasmo, divenendo in poco tempo abilissimo a maneggiar uno sciabolone grosso grosso e pesantissimo che doveva essere stato, pensavo io, di Castruccio Castracani. Il primo giorno, a sentir quel pò pò di peso in mano (che a malapena ero capace d'alzarlo) dissi al maestro: (era napoletano e si chiamava Rolla) che me ne desse una più leggera; mi fa, ridendo: «Se vuoi imparare comincia con questa e non te ne pentirai.» – O, eppure l’uomo aveva ragione! – col tempo mi fu giovevole; non soltanto saper picchiar di sciabola ma difendermi col bastone e col pugnale: divenni abile schermidore ed in seguito la soddisfazione di figurare sulla pedana del teatro Pantera in una giostra schermistica. Soltanto lo scherzo che avvenne fu terribile pe 'l povero Maestro, che in un montante che gli gettai col mio sciabolone la punta di questo gli sfiorò i calzoni di sotto in su, e staccati nell'urto tutti i bottoni si vide dallo sparato saltar fuori la camicia bianca, con gran risate dalla platea e molta vergogna del buon maestro divenuto rosso come un cocomero.
Nella palestra del Rolla mi avvenne un fatto gravissimo che poteva essermi fatale.
Io non ero grosso e nemmeno robusto; anzi tutti mi chiamavano lo scricciolo; ma avevo un coraggio superiore agli anni; nulla mi intimoriva, nè mi faceva specie; preso con le buone mi sarei gettato nel fuoco per fare un piacere; preso con le cattive, mi sarei fatto ammazzare piuttosto che cedere.
Si sa che nelle palestre c'è sempre chi si crede più bravo d'un altro: le sfide scoccano, di qua e di là. Frequentava i corsi un certo Leopoldo Pratolongo che era il primo di ginnastica: ci sfidammo al salto mortale dal trapezio. Si slancia lui; fa due piruette sulla sbarra e via un magnifico in piedi tutti ad applaudire. Tocca a me: io, per fare il gradasso e il bravo, che ti fo? levo co' piedi tutta la rena che si teneva sotto il trapezio prendo la rinfuga, mi agguanto, mi rigiro su me stesso e sul ferro e mi lascio andare...
Centomila stelle mi si accendono ad un tratto negli occhi; mi sento andar via il cervello e «cado come corpo morto cade».
Cosa succedesse non lo so; so che di lì a poco mi ritrovai su una seggiola con una bacinella d'aceto sotto il naso e il mio buon maestro che mi tirava il collo come un galletto con tutta la forza delle sue poderosissime piote cioè mani. Tutto passò come un lampo; ma io volli fare il bravo un'altra volta e senza rena: il maestro non voleva, ma io a trepignare e gridare che volevo fare anch'io il salto mortale. E il salto mortale lo feci, una volta sola però, a onore e gloria della scuola e del mio amor proprio; così, se la famosa legnata azzeccatami in Lombardia mi aveva rimpolpettato il cervello un poco; la schiacciata di Lucca, finì per rimpolpettarmi per sempre lo strumento del giudizio.
Non si creda però, che io fossi un svagolato e amante soltanto dei divertimenti: frequentavo, è vero la scuola di scherma, giocavo al pallone, m'intrippavo trenta, quaranta kilolometri di strada nell'andare e tornare da Viareggio, o alle montagne dell'Appennino Apuano; ma studiavo pure e alternavo gli studi d'obbligo, con altri, a me, più simpatici e dei quali, col tempo, divenni appassionatissimo. Avevo un temperamento focoso e m'applicavo a qualunque cosa facessi con furore: studiando la Fisica e la Chimica, non mi contentavo d'imparar sopra sopra e così per saperla: (gli studj a vanvera non mi sono piaciuti mai, e anche da vecchio, che mi sono messo a imparar lingue difficilissime, come il russo, l'arabo, il giapponese, l'ho fatto con furore e cocciutaggine). Sino dal principio volli vedere e verificar co' miei occhi tutti i fenomeni che descrivevano i trattati; cominciai dai primi esperimenti delle leve, nella Dinamica, per terminare alle Macchine elettriche e le Pile. – M'ero fabbricato da me tutti gli strumenti principali, per la caduta dei corpi, le caldaie a vapore coi suoi stantuffi, gli elettroscopj e i galvanometri. Mio nonno che compativa que' miei sforzi giovanili, ogni poco mi regalava, e io compravo libri e materiali. Avevo uno stanzino ove m'ero trincerato e ritirato da tutti: costì, per paura che m'entrassero a toccare e buttarmi all'aria le mie macchine, avevo applicato un segretino, (come già lo dissi) all'uscio in modo tale che nessuno poteva aprire: rubando a man salva libri al nonno, avevo tirato su una bibliotechina di 300 volumi e più, e anche di libroni voluminosi: il Sismondi, il Varchi, l'Ammirato, il Guicciardini; io stesso non capivo come il nonno non se n'avvedesse: ecco come facevo per rubare tutta quella grazia di Dio.
A volte il nonno mi dava la chiave in studio (che era a terreno) e mi diceva di portargli il tale o il tal'altro libro: andavo a prenderlo, ma non serravo la vetrina; poi di notte, quando tutti dormivano, adagino adagino, strisciavo a piedi nudi al caro tesoro; pian pianissimo slargavo i vetri, afferravo il libro e via a letto! A sentir quell'odorino di stampa nuova; quel profumo, noto a me solo, della libreria; quel fàscino di aver fra le mani un'opera il cui autore mi pareva un essere soprannaturale.... non v'è penna, no, che possa descrivere l'ebbrezza che provavo, nel mistero della notte e all'insaputa di tutti, e un pocolino anche per quel senso che deve dare un furto ben riuscito.
Or avvenne una volta che, o fosse arrugginito un ganghero della vetrina, o che la paura mi facesse far troppo lesto.... cri... cri... cri... uno stridente cigolio riecheggia nel cupo silenzio della mezzanotte! fermo lì, col cuore che me lo sento battere in gola.... un profondo: «Chi è là!» rintrona per la casa: non ho il tempo che di correr via e ficcarmi tutto tremante sotto le lenzuola. Sento le pedate gravi del nonno, e una striscia di luce illumina la parete della mia camerona: era lui; veniva a strologare chi diamine fosse a mover le porte: trova la vetrina aperta e lo sento dire: – «Benedetto ragazzo, si scorda sempre di chiudere!».
Quì il lettore mi dirà: – «Bravo signor ipocritello; – bravo, ci dice con franchezza e si scusa quasi da sè d'essere stato ladro...»
Questa osservazione è giustissima; purtroppo lo vedo anch'io che, o volere o no, mi tocca il titolo di ladruccolo e me lo merito. Cos'ho ha dire? giustificazioni non ne trovo. Si è sempre ladri quando non si porta rispetto alla roba altrui; è inutile dire: – «Ma eran libri, non era mica denaro o roba che potesse pregiudicare il legittimo padrone....» – Mi sono molte volte voluto giustificare a' miei occhi delle marachelle fatte in gioventù, ma ho riconosciuto che non c'erano ragioni che tenessero. Confesserò dunque il mio delitto candidamente, consigliando tutti i giovani lettori a non commettere mai simili malefatti, per non aversene a pentir poi... ammeno che non promettono di diventar dei Danti, o dei Leopardi.
Quando fui levato, mi chiamò e mi fece una ramanzina dandomi la chiave perchè andassi a serrar bene, diceva lui, e io ne approfittai per far man bassa anche allora, per paura che non mi dèsse più le chiavi.
In codesto tempo mi avvenne un fatto gravissimo che messe a repentaglio l'incolumità de' miei occhi. Facevo agli amici e compagni di lezione esperimenti all'ingrande su i gas: finchè si trattò de' soliti esperimenti primitivi, tutto andò bene; ma coll'Idrogeno ci ebbi disgrazia: volevo fare la cosiddetta Lampada filosofale; preparai tutto benone, la limatura di ferro, nel fiasco con l'acqua acidulata, poi, appena il gas principiò a fermentare e staccarsi in bollicine dal metallo, senza pensare a altro e senza ravvolgere la storta con un panno bagnato, do fuoco al cannellino; uno scoppio formidabile rintronò per la casa; ne tremarono porte e finestre; del fiasco non ne rimase stizza; avevo la faccia d'un ecce homo; miriadi di puntine di vetro m'erano penetrate nelle carni; la camicia (era d'estate) tutta costellata d'aghetti e di framenti di vetro; salvai gli occhi perchè le lenti fecero loro da scudo.
Il povero Carlo, bianco come un cencio lavato non sapeva dove mettere il capo: per fortuna che lui, pauroso di suo, se n'era stato a vedere in un angolo lontano.
Sento un trambusto di passi: sono le vecchie che vengono impaurite a vedere cosa fa il mago (così mi chiamavano per ridere). Mi vidi scoperto! Ora, – pensai – addio tutti gli altarini; ora si scoprono i furti de' libri; la libreriola, le macchine, pover a me, sto fresco!
– «Scappa, scappa Carlo» – lo ficco fuori e corro via anch'io chiudendo col meccanismo segreto.
Raccontai, inventando una frottola e un po' con le buone, un pò raccomandandomi placai l'ira funesta di quella megera di Vira; che le mani le menava come mio padre e facevano di molto male perchè erano più noccolute e più secche.
Mi feci togliere gli spilli di vetro che mi laceravano il viso; mi compatirono; mi gridarono, ma per allora, tutto finì lì.
Però non doveva durare a lungo; e codesto fatterello mise (come si poteva immaginare) in uzzolo quelle care donne di vedere un pò nè segreti miei così gelosamente e sospettosamente difesi.
Una bella (o brutta) mattina, nàzzica, nàzzica attorno a quel povero usciolo che l'ebbero squadernato e tutt'e quattro penetrarono (come le Streghe di Machbetto) nel covo degl'incantesimi e videro... Numi del cielo! tutti e quattro coll'indice teso verso la libreria, le pile, le storte, le bottiglia d'acido solforico e nitrido, le terre e le polveri....: mandano a chiamare il nonno e questi arriva trafelato....
Cacciò una matta risata; parlò, disse che io ero una birba, non priva di merito però; che bisognava perdonarmi e centomila altre cose che il lettore discreto può immaginare: tornato senza nemmeno cavarmi la berretta da scuola fui chiamato al redde rationem; non sto a dire come mi tremavano le gambe... mi presentai al burbero benefico; mi fece una bella paternale, mi dette un cavurrino e poi mi disse:
– «Abbada a passare bene l'esame (facevo la 2.a) e se ti sarai portato bene ti darò a tenere le chiavi, perchè è meglio chiedere che rubare».
Per dire il vero, io non avevo bisogno di mettermi le perrette per correre; ero sempre il primo di tutti; detti l'esame e passai col primo premio: vennero le chiavi e un vestito e i soldi: eppure; lo devo confessare? que' libri non mi parvero proprio più quelli di prima.... ah il frutto proibito, come è dolce sempre e come fa più pro, se còlto furtivamente sugli alberi della Bandita!
Comunque, mi mèssi a divorare quanti libri potei, e m'avviai con una suppellettile preziosa, all'anno della licenza e al futuro.
Limitatissima è la mia capacità; limitatissima l'intelligenza e i frutti che n'ebbi; ma quel pò che so (giova che lo ripeta) non ad altri lo debbo che a me stesso e alla magnanima signorile condiscendenza del nonno.
Studiai da me (come farà sempre bene ognuno che voglia saper qualcosa con fondamento e per davvero) le lingue moderne; cominciai dal francese; ma mi fu sùbito poco simpatico e lo lasciai. Lo Spagnolo, invece, mi attirò a sè con passione incredibile: quelle parole sombrero, negro, alcazar, muchacho, hijo ecc. ecc., mi pareva che suonassero come musica inestimabile. Ho padroneggiato poi cinque idiomi tanto da poterli insegnare e parlarli e scriverli con uguale sicurezza, specie l'inglese, il portoghese, e lo spagnolo ebbi a cuore più degli altri e infatti l'inglese e lo spagnolo possedetti come un londinese e un madrileno.
Tutti dicono che la lingua spagnola è facilissima, perchè la s'impara da sè con estrema facilità; ma è un errore: anche De Amicis, mi pare lo dica. Appunto per essere un idioma tanto simile al nostro, se non si conosce profondamente s'incappa in frequentissimi errori: è così facile scambiare una lettera per un altra e rifare la la parola italiana! E poi solo noi toscani possiamo riprodurre il suono gutturale arabo della j (jota), e questo è un vantaggio sicuro per l'eccellente pronunzia d'una delle più dolci lingue del mondo.
Non posso ripensare al tempo dei miei solitari e ardentissimi studi, senza rabbrividire al ricordo d'una furfanteria premeditata che me ne lasciò indelebile ricordo, avendo studiato con grande ipocrisia il piano del mio delitto perchè non potesse fallire. E delitto fu davvero, perchè mi macchiai le mani di sangue; uccisi una creatura vivente; la spellai; la tenni nascosta due giorni sotto il letto, come il più volgare malfattore e poi la trafugai per noptibus et umbra silentem gettandola in una profonda gora, quella che bagna le Mura orientali della città chiamata da' buoni lucchesi: la Cunetta.
O senti, lettor mio se non sono un vilissimo criminale, un aberrato assassino; non ridere ti prego, perchè il rimorso mi perseguitò molto tempo dopo.
Come credo d'aver già detto, avevamo fra le nostre ricchezze domestiche un'uccelliera piena di canarini: ve n'erano di giallognoli come la buccia del limone, di giallo rossiccio, come le arance; di verdolini e di grigi, d'incrociamento coi verdoni; insomma un centinaio di codeste bestioline graziosissime che gorgheggiavano e svolazzavano come se fosser libere, in un gabbione che pareva una stanza.
La mattina, a mezzogiorno e la sera, quando ci mettevamo a guardarli o parlavamo tutt'insieme, pareva capissero che si diceva di loro e attaccavano un cinguettio chiassoso, sonoro e assordante da farci turar gli orecchi. E poi, come se si desser l'intesa, a un tratto silenzio perfetto. Era una maraviglia a sentirli.
Cominciava un canarino con una vocina soavissima appena udibile a attaccare una nota; ma così pianino e tanto delicatamente, che era difficile accorgersi quale fosse fra i cento: a un tratto, gli rispondeva un coretto di tre o quattro e poi insieme, e via a testa all'aria, guardando noi: oh che inni di gloria, che canti di amore, che misterioso linguaggio caldo, soavissimo, indimenticabile....
A volte, seccati, li facevamo smettere battendo sulla gabbia: svolazzavano un pò giojosi come in un turbine con l'ali color d'oro; e poi via ancora, ci sfidavano con quelli occhietti neri, brillanti festosi.
Io amavo teneramente que' piccoli esseri che mi parevano tanto felici, in apparenza: molti fra i più vecchi, mi venivano sulle spalle, sulla testa, a beccarmi e strapparmi il semino di zucca che mostravo loro fra le stecche della gabbia.
C'era fra quelle bestioline una passera che io avevo educata a far qualunque gioco: era un'ossessione; non mi lasciava un momento; a desinare, mi si metteva sur una spalla e mi tormentava per le briciole di pane o di savojardo che io le davo: visse meco più d'un anno fuori della gabbia, perchè i canarini s'erano provati varie volte a ucciderla; sapeva le ore del mio ritorno da scuola; s'appollajava sulla finestra, e appena mi vedeva spuntar dall'angolo di via della Polveriera, spiccava il volo e mi veniva addosso.
Un giorno non vedendola venire a farmi le feste secondo il solito; mi misi a cercarla per la casa; metto sottosopra ogni cosa, e finalmente la trovo in terra, sotto la gabbia, col capino sfracellato.
Cose da ragazzi, lo so: ma che pianti, che disperazione! Le più maliziose accuse furono per le vecchie: ma il giorno dopo, si trovò un canarino spennacchiato e mezzo roso, ai piedi della gabbia. Feci la posta e vidi un famoso gattone nero nero, con due grosse lanterne gialle in fronte che montava pianino pianino di una vite, la quale, nientemeno, saliva dalla cantina fino al 5° piano. Veniva, l'infame, a mangiare i pollicini saporiti della mia gabbia.
Scacciato, tutti i giorni ritornava: allora risolsi d'assassinarlo; Carlo m'insegnò a fare un nodo scorsoio, mi disse di tener le finestre chiuse e lasciar che il gatto entrasse da un abbaino di sul tetto, munito di un pertugio grande appena come la testa di quella bestiaccia. Venne l'amico; entrò, incappò nel laccio, a quel rumore, volai io, e lo trovai che pareva un diavolo d'inferno, balzando di qua e di là con un furore spaventoso; non poteva strozzarsi da sè perchè per disgrazia s'era ficcata una zampina fra la cordicella e il collo. E allora finiamolo a legnate pensai: – agguanto un randello, e giù botte da orbi; ma era duro a morire; si divincolava, mi saltava addosso, agli occhi; era furente: mi ricordai che i gatti bisogna finirli picchiandoli sul naso, e dopo tre o quattro manrovesci, lo vidi finalmente abbandonarsi e morire.
Ma, quanto mi ci volle a finirlo! com'è dura la vita a lasciare un corpo sano e giovine e robusto! Come dev'essere dolorosa la cessazione dell'esistenza, e quanto dev'essere doloroso l'ultimo anelito dell'agonizzante: niente paura. Pensiamo ai milioni d'esseri che sono spariti in milioni di secoli; pensiamo ai milioni di coloro che dovranno morire inesorabilmente. In questo stesso momento quante migliaia d'uomini non mojono? ecco la sola legge giusta dell'umanità: guai se la morte non fosse. Consoliamoci, allora, e cerchiamo d'avere una morte almeno tranquilla e in pace, la coscienza pura; la guida costante d'una retta condotta; un amore ardente all'umanità che soffre, per renderla meno tormentata e meno brutale: queste riflessioni non ti tranquillizzano, buon lettore, di tutti i patemi d'animo e di tutte le paure dell'annullamento di noi stessi? ma lasciami ritornare al mio gatto.
Rimasi tutto pauroso e spiritato col randello in mano; tremavo come una foglia; avevo i capelli steccoliti sul capo, la gola secca; il sangue non mi scorreva più nelle vene; mi sentii vile e mi riconobbi infame; cosa ne farò del gatto pensai? un'idea mi balenò nel cervello: avevo un bell'elettrofono del Volta che sapevo avrebbe funzionato a meraviglia con la pelle d'un gatto: lo spello, lesto lesto; lo nascondo ravvolto in certi cenci sotto il letto, e corro a preparare la salamoia per conciar la pelle.
Avevo paura che le persone di casa mi leggessero in viso il mio delitto. Tremavami il cuore; sentivo, realmente sentivo tutto l'orrore d'avere ucciso un essere vivo. E credo che non diverso dev'essere il rimorso che prova un reo, al ricordo del sangue versato, e della scena brutale del suo delitto!
Questo sentimento forte, cosciente immediato, mi fece tanto bene; perchè durante molti e molti anni di poi ho sentito orror profondo pe 'l sangue, ho difeso gli animali e ne ho salvato la vita; ho liberato molte creature in pericolo di morire, e ho sentito così profondo l'amore alla vivente Natura, che talvolta passando per sentieri montani, ho ritirato il piede per non calpestare le industriose formiche; sembrandomi che l'esistenza loro, benchè insignificante non meritasse meno di quella dell'uomo.
Fra i divertimenti «piacevoli e onesti» che m'erano concessi da codesti miei parenti, uno ve ne fu che rivelò ben presto (per fortuna a me solo) l'accensibilità e la veemenza del temperamento fantastico, e facile alle emozioni.
Mia zia Adelina, era, come già ho detto al principio di questi ricordi maestra in un Istituto di educande di ricche famiglie di tutte le province d'Italia: v'erano bambine e fanciullette, giovinette e ragazze, provenienti dalle principali città, Palermo, Catania, Napoli, Genova, Venezia, perchè godeva buon nome dalla severa disciplina e dai rigorosi e solidi studi che vi s'impartivano.
Vi brillava per ricchezze una Cattaneo, una Cafiero, una Sertorio, una Mascarello: Si può dire che la più gran parte delle ragazzine rinserrate dal '60 al '70, in quella specie di Convento, furono poi le austere e buone madri di famiglia di Sicilia, di Liguria e di Lombardia.
D'inverno, all'epoca del Natale e di Capo d'anno, e a Carnevale davano costì delle rappresentazioni in un teatrino messo su dalle ragazze stesse e dalle maestre: recitavano le giovinette commediole spiritose e anche qualche dramma: «I due Sergenti», «Paolo e Virginia», «Rosa e Bianca», s'usciva per così dire, dall'infanzia e dall'adolescenza, per entrare in piena vita di sogni.
L'istituto era quasi claustrale: proibito ai calzoni d'entrare in mezzo a tanta grazia di Dio; le ragazze erano guardate a vista peggio che se fossero state tante Cafie, Zine, Azize, Ièmile, Halime, Aisez, dell'Harem del Sultano!
Io, non potevo avvicinarmi meglio d'un altro; anche perchè, essendo già un giovinetto che dimostravo un'età più grande di quella che avevo, e svelto la mia parte e la mia parte ficchino; la direttrice, (ch'era la signora Bracer) e le maestre mi temevano come il diavolo l'acqua santa: la zia mi riceveva in «parlatorio», una stanza piccoletta con certe ottomane ricoperte di velluto verde, con fodere bianche e una porta grossa ferrata dalla parte delle gallerie che s’apriva rarissimamente e confabulare con qualche persona di famiglia, con que' bocchini di rosa.
Quell'anno vi furono grandi avvenimenti; le rappresentazioni divennero straordinariamente importanti e vi figurava (ora non ricordo più che dramma avessero tirato fuori) un sergente col suo bravo Kepì e tutto l'armamentario. L'attrice doveva caricare e scaricare il fucile, presentar l'arme, marciare per fianco destro, ecc. insomma non soltanto io detti il vestito che avevo serbato, ma caso veramente straordinario, fui ammesso alla presenza di due vecchie zitellone e della mia buona zia, a far la parte d'istruttore: la bimba (la chiamerò così, sebbene fosse una giovanetta di 16 o 17 anni) si chiamava Carmela; era palermitana; ricchissima (dicevano) e figlia di un gran patriotta che era entrato con Garibaldi in Palermo la mattina del 27 maggio, capo d'una squadriglia d'insorti.
La fanciulla aveva la carnagione moretta, con quel roseo paonazzo dei climi caldi; i denti bianchi come l'avorio; una bocca di fragola; la fronte pura come un'aurora d'aprile, e sotto due ciglia nere come i capelli corvini, brillavano due fiamme ardenti, accesevi da una luce celestiale a crearvi la poesia dell'anima siciliana, nel molle abbandono d'un temperamento di fuoco che non ha uguale nel resto d'Italia, ma che par che dorma sotto l'indifferenza e la pigrizia dell'anima.
Poco durò il mio aiuto; ma, ahimè, codesta creatura divina, accese nel mio piccolo cuore ancor vergine delle prime sensazioni, una fiammolina lenta e insidiosa che mi perseguitò assai tempo. Io la vedevo recitare col mio fiammante vestito soldatesco; tutti la salutavano, l'applaudivano, la complimentavano; era la fata di quelle riunioni; sentivo nascere nel cuore un insieme di gelosia, d'invidia, di dolore, di malinconia, e una voglia di pianto che mi consumava: oggi saprei indovinare che cos'era!
Il giovedì, quando le ragazzine uscivano a passeggiare sulle Mura, mi preparavo due ore prima in un certo luogo, a un certo albero, con un certo libro, facendo finta di studiare, ma col cuor che palpitava; con una nuvola nera sugli occhi... e tremavo..... di che? di cosa avevo paura? chi sapeva che io ero là nascosto, trepidante? oh, Carmela lo sapeva! io la vedevo, adagio adagio, rallentare i passini incerti, e le nere gemme de' suoi occhi penetravano dentro nell'anima, me la frugavano commovendola profondamente e lasciandola turbata ma felice, come d'una felicità che non si può descrivere.
Certo nè lei nè io sapevamo che cosa succedeva nei nostri cuori: non potevamo conoscerlo; la Natura serba soltanto per sè i suoi misteri, i segreti suoi sublimi; poi che fui grande, il divin cantore di Silvia m'insegnò a un tratto a capire cos'era quel dolce eppur tanto doloroso primo anelito d'un'anima che risponde invisibile ai palpiti di un'altr'anima:
Tornami a mente il dì che la battaglia
D’amor sentii la prima volta; e dissi
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
Che gli occhi al suolo tutt'ora intenti e fissi,
Io mirai colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi
Passò fugace l'idillio; credo che la mia cara, angelica zia se ne fosse accorta... ma tacque! Solo dopo molti mesi, una festa che venne a passare la giornata in casa, entrando nel mio studietto, mi disse: «Tieni Giulio, te li manda Carmela, che parte per Palermo stasera» – Erano due tavolette di cioccolata e dentro una pansée schiacciata e morta, ma ancor fresca! – Mi salirono le fiamme al core e al viso; alzando gli occhi e incontrando quella della buona creatura, vidi due grosse lacrime che le luccicavano negli occhi.... Così svanì il primo sogno azzurro, di quella vergine.
Carmela! Sei tu sempre al mondo? madre forse sarai di bella e nobile prole: eri tanto bella tu, che, oh certo, il sangue tuo avrà arricchito i tuoi nati di quella soave e maestosa nobiltà che brilla nella carne siciliana. Molti lustri, molte decine d'anni sono passate sulla tua visione angelica, quando eravamo buoni e perfetti!... eppure, attraverso i dolori e i piaceri e le sventure e le peripezie, quelle passioni vecchie e nuove, in mezzo al fragor dell'onde o nelle solitudini delle foreste, la figura snella e leggiadra, i tuoi occhi lucenti e sfavillanti come Sirio io vidi ognora fissi su me a ricercarmi nelle più intime fibre del cuore; come in quei giorni beati; il mio labbro mormorò a te, parole silenziose e appassionàte ed era una fantasima, ma che cantavano l'amore divino dell'universo.
Si richiuse, a poco a poco, quella finestra di luce apertasi repentinamente nel mio cuor giovinetto: altre cose belle e brutte vennero a divagarmi; l'anno dopo, d'inverno, il nonno prese per tutti noi un abbonamento al Pantera, dove recitava il celebre Stenterello Landini: ci andai anch'io.
Pochissimi teatri ho frequentato in gioventù; quando potei farlo, perchè aborrivo la noia di rinchiudermi dentro un salone dove si moriva di caldo, d'afa e di chiacchiericcio; uomo e da vecchio i miei mezzi non mi permisero mai di buttar via denari ne' teatri: se mai, ho fatto questo sacrificio per udir la musica del mio Verdi: non ho udito altri spartiti che i suoi, nè ho cercato, in altri maestri, un diversivo a quella divina lingua universale che è la musica verdiana.
Recitava col famoso Stenterello (perchè il Landini si poteva veramente veramente dire celebre nel suo genere) anche la figliola sedicenne (mi pare si chiamasse Garibalda). Orbene me ne innamorai follemente. Quel vederla sulla scena rappresentar le parti d'amorosa; quel bel visino paffutello grassino e allegro; le paroline che sapeva dire con tanta passione; que' dàddoli pieni di sentimento fiorentino, un po' grassoccio ma familiare; tutto m'attirava e mi faceva maturare come una pera cascaticcia. Escivo di teatro col capo in cembali, e non facevo che sonetti alla bella fiorentina.
Passò presto codesta sbornia insipida, ed ecco come: una sera, fra un atto e l'altro, mio cugino Ettore mi volle portar con sè fra le quinte per veder da vicino la bella Garibalda. Ci avviamo verso certe gallerie delle quali altro non rammento che un forte odor di polvere, come se ci avessero sbattuto tutti i tappetti delle case di Lucca: Dio del cielo! eccoci vicini agli scenari; mi batteva il cuore là dietro, fra un crocicchio di giovanottoni, di tenentini, di spasimanti, stava la bella sirena: sento le gambe che mi fanno cecco; alzo gli occhi rincitrulliti... Che delusione! Ma non per colpa sua, poverina; aveva le guance e le labbra rosse come una foglia di papavero, le lustrava la fronte come l'alabastro; gli occhi, ch'eran tanto belli, erano pieni di scintille, brillavano come lustrini.... i capelli finti, il fianco rigonfio di cenci o di stoppa; perfino gli scarpini mi parevano di carta... Mi sentii cascar il pan di mano, rinsavii a bono, nè più vennero, di notte, a tormentarmi visioni di rapimenti da me congiurati per strapparla a quell'inferno (come a me pareva) e al tiranno del padre nobile!
Intanto cominciavo a formar il caratterino; voglio dire che la vita libera fuori e poco curata in casa, m'andava maturando il corpo e lo spirito. Il primo non era molto robusto per dire il vero, anzi delicatissimo e bisognoso di molte cure; il secondo s'era liberato, a poco a poco, della soggezione pretina e di quella delle persone di casa; la lettura d'una quantità grandissima d'opere letterarie d'ogni genere ma più serie che amene, aveva finito d'irrobustirmi l'intelligenza e gli amici del nonno mi stuzzicavano e vellicavano continuamente per farmi parlare; e io parlavo cose strane per la mia età e qualcuno mi profetizzava.... che sarei andato in galera!
Riottoso di mio, bastava che qualcuno mi incitasse un po' perchè facessi per l'appunto il contrario di quello che si voleva, ma che non volevo fare.
Un giorno, mentre ci bisticciavamo col cugino Carlo, e si stava quasi per venire a' ferri per non so che quisquilia; aizzato da lui perchè diceva che non c’era nessuno che potesse montare e scendere dalla vite che penzolava per un venti metri dal quinto piano (la vite era fissata tutto lungo il casamento e saliva di giù dalla cantina dalla parte interna dove c'era una gran corte, dei Mencacci; senza dir nè ai nè bai, mi lancio sul davanzale del finestrone; m'agguanto al tralcio, che era grosso e forte; e mi lascio scivolar giù dal quarto piano. Costì avvenne che le figliole del Mencacci, che lavoravano tutt'attorno alla mamma, al secondo piano, mi videro scender giù come un gatto, e cominciarono a gridare spaventate. S'affacciano le zie, la nonna, uno schiamazzo....
Tornato in casa (mi toccò a montare dalle scale, ma avevo detto di risalire dalla vite); trovai quelle povere donne più morte che vive. Quì si venne a gravi contestazioni: gridarono Carlo che m'aveva lasciato fare e non m'aveva impedito: lui – bisognava compatirlo! – tirò la colpa tutt'addosso a me.... e io cominciai a vedere e a capire che si bucinava qualcosa per rimandarmi dal babbo. Ma c'era la nonna sempre e la nonna non era una rocca tanto facile a espugnarsi nè vincersi.
Credo che volessero farmi un brutto scherzo ma trascorsi alcuni giorni, e passata la tempesta, non si raccontò più quel fatto che come una bravata giovanile, d'un ragazzo tredicenne.
Ora che tant'acqua è passata dal ponte, la voglio dire schietta: tra Carlo e me non c'era stata mai un'affezione veramente solida sebbene ruggine vera e propria, no; egli – al mio arrivo a Lucca – aveva dovuto lasciarmi il posto e tornar con suo padre, il Sor Claudio, avvocato e fotografo, a tempo perso, forse più adatto a fissar imagini sulle lastre di nitrato d'argento che a vincer cause. E Carlo se l'era legata al dito: lo giudicheremo un po' più avanti, quando ne faremo di lui una conoscenza più minuta.
Che tra noi ragazzi vi fosse antagonismo, può darsi; ma io – lo confesso – l'amavo veramente come fratello e con sincero dolore ne ho pianto poi la perdita accaduta un paio d'anni fa a Milano.
Certo lui, che era maggiore di me, poteva e doveva impedire che mi facessi del male. Un gancio, un chiodo, roso dal tempo o scalcinato: la vite stessa vecchissima e in alcuni punti sottile e tisica come un fuscellino; una mano mia ferita; insomma cent'altri casi potevano farmi ruzzolare giù e precipitar nel vuoto.
Le zie erano nervose più di prima; poco importava a loro se studiava e mi facevo onore; le donne, si sa, dimostrano poco interesse a tutto quello che non sia cosa del loro sesso: qualche volta rispondevo loro;.... quel sentirmi ogni poco rifischiare la solita antifona: – « Giulio! cosa ti credi? tu non sei nulla, qui; sei un orfano, un raccattaticcio ricoverato per misericordia; tuo padre t'ha mandato via per bighellone; di noi non sei nulla; ecc, ecc.
Tutto questo aveva cominciato a entrarmi ben bene in cuore, e capivo benissimo la mia infelice posizione: tantochè, zitto, zitto, risolsi un giorno di scappar di casa e fuggirmene via da Lucca. Andavo maturando tra me e me come avrei potuto nascondermi a tutti per andare in America.
Avevo veduto a Viareggio certi be' bastimenti che que' marinai chiamano Brick Schooner e Golette; ve n'erano di quelle che andavano perfino in Spagna; a Nuova York. Risolvo dunque di batter soletta, ed ecco come, e per qual motivo feci una cosa di cui poi m'ebbi a pentire, di cuore, per le conseguenze di cui ne risentì la povera nonna che tanto m'era affezionata.
Il benestare, il mangiar sempre le migliori cose del mercato, tutte le primizie di frutta e di dolciumi che non mancavano mai in quella magona; m'avevano fatto diventare goloso e mangione. C'era in casa una stanzaccia che serviva da dispensa: costì abbondava di ogni ben di Dio; un barilotto di Marsala che il Cirio di Palermo mandava ogni anno al nonno proprio di quella co' fiocchi, in compenso d'una causa vinta; sacchi di zucchero e di noci; di castagne e di farina di neccio; cioccolata e mandorle; cestellini di fichi secchi prelibatissimi; croccanti, panforti e ricciaretti di Siena; certi barilottini d'olive (spagnole) grosse come uova, e poi salami, prosciutti e mille altre lecornie; insomma c'era tutto ciò che il diavolo potesse mettere alla portata d'un povero ragazzo! Bastava appoggiare il naso al buco della chiave per sentire un odorino di bono che avrebbe tentato Sant'Antonio.
Chiuso era, codesto tempio delle delizie; e la chiave tintinnava allegramente in tasca della zia Dade, gelosissima segrenna che mi avrebbe cavato gli occhi se avesse potuto capire il tiro che mulinavo nel mio cervellino di birbarello.
Con Carlo strologavamo ogni poco del come arrivare a metter le mani su quelle robe che ci dicevano co' loro simpatici odorini «mangiami mangiami»: fare una chiave falsa non si poteva; m'ingegnavo, io, a rubichiare a manate quando, di su, durante il desinare, per non iscomadarsi da sè la vecchia mi mandava a prendere o vino o frutta o dolci; ma c'era poco da stare allegri, perchè a volte, mi mandavano addietro Natalina (che era la serva).
Il diavolo però me ne insegnò una che la migliore non avrebbe immaginato lo stesso Perez Zambullo.
Accanto alla famosa dispensa c'era la camera delle citte così si chiamavano fra loro le zie con voce senese (cittellone dovrei dire: avevano 60 anni ognuna!); e il letto grande in cui dormivano insieme, era appoggiato al muro divisorio delle due camere; sopra il letto, che quasi nascosto dai parati che l'avvolgevano, v'era una finestrina ovale, una specie d'occhio di bove, con un vetro per tenerla serrata; mi balenò in mente che sarebbe stato facilissimo arrampicarsi dalle colonne di ferro del letto, agguantare la finestrina e lasciarsi cascare giù dall'altra parte. Proprio il diavolo, m'aiutava! nella dispensa c'era una scaletta a pioli che si teneva apposta per prender l'uva della vite, mi fu facile, una sera, spostarla dall'angolo dove si teneva, e appoggiarla sotto l'occhio di bove: fu per me un gioco mettere a effetto il sospirato armeggio, e così, per più di un mese, ventre mio fatti capanna: l'amico Carlino se ne ritornava a casa carico d'ogni ben di Dio, ma i sacchi si votavano!
Ogni bel gioco dura poco, – dice il proverbio – e io soggiungo che il diavolo insegna far le pentole ma non i coperchi.
S'avvidero le oneste pinzocchere che le robe scemavano a vista d'occhi senza saper come; congiure segrete; piani strategici: assedi in ottima forma..., cattura del ladro e della refurtiva!
Una sera mentre ero sul più bello dell'operazione (la fuga silenziosa con le tasche piene) mentre me ne sto quatto quatto proprio con una zampa sull'ultimo piolino della scala e l'altra infilata sul davanzaletto della finestrina; vedo entrare in camera la zia Elvira che se ne va a un certo strumento che gl'inglesi non vogliono che si nomi: e il Carducci lo chiama: (orinale) sto lì fermo, intirizzito rattenendo il fiato; finisce la vecchietta i suoi affari.... ma a un tratto uno scricchiolìo della scala dentro la dispensa, tradisce la situazione.
Alza gli occhi la vecchia; mi vede; chiama la riserva; eccoti due tre; quattro vecchie, e dietro la buona Fanny facendo l'indiana!....
Che fare? che dire? confessione leale e affannosa; «Ecco, ecco – vedete – chi era il ladro?» – «Lo dicevo io» – «Bravo il Signor professore di Fisica» « mi rallegro, signor Spagnolo».
Bisognava scendere: cadere nelle mani del nemico armi e bagaglio, poi no: mi messi a trattar della resa con molta filosofia mordendo una mela. – «Vieni giù » – «Ci vengo se non mi picchiate» – «Ora andiamo a chiamar Policarpo...» «Chiamatelo, scendo; ma voglio l'onor delle armi».
Le buone parole di Fanny e le risate della nonna, la vinsero sulle feroci minacce delle due nere megere.
Questo tatto accrebbe, naturalmente, lo scontento contro di me: capivo anch'io che ero un po' vivarello; ma l'età ragionava poco, e sono certo che il nonno stesso deve aver fatto le matte risate di quelle marachelle.
Un altro giorno (ma questo senza veruna colpa da parte mia) fu quasi lì lì per rovinarmi affatto.
C'era, in una specie di stanzaccia in soffitta a triangolo col tetto che pareva si chinasse fino all'impiantito; un gran mucchio di cocci, anticaglie e robe usate; una mattina mentre salivo su tutt'allegro; trovo la zia Vira sul pianerottolo, con un gran quadro vecchio e tignoso in mano; mi ferma mi chiappa per un orecchio e mi fa tutta stizzita: – «Ce l'hai portato tu questo quadro in soffitta?» – rispondo che io non l'avevo veduto nemmeno; lei insiste, io nego; mi faceva male stringendomi e strizzandomi quel povero orecchio e gridandomi sempre «Confessa confessa...» ma io duro a negare; e così durammo un pezzo, lei a tirare e io a dir di no. Acceccata dalla rabbia, cominciò a battermi il quadro sul capo e tante me ne dette che sanguinavo in varie parti: pure ebbi la costanza e la caparbietà di negar sempre e sempre con più forza; più lei mi bastonava, più io gridavo ch'era un'infame un'aguzzina, una beghina cattiva e snaturata.
Quando fu stanca, ben bene, mi lasciò: quella notte scappai di casa e me n'andai a Viareggio, in cerca della nave che avrebbe dovuto portarmi, glorioso e trionfante, agli Stati Uniti. Ma cammina cammina, invece del Brick Schooner, incappai in due carabinieri che senza tanti complimenti, prima mi dimandarono come mi chiamavo, poi mi portarono dal Comandante che mi fece accompagnare alla diligenza del Procaccia e rimenare a casa con due gendarmi, scornato e vilipeso.
A questo punto, comincio un'epoca nuova della mia vita che si può dire decise del mio futuro; ma prima d'entrare in merito, voglio filosofare un poco sui casi dell'uomo secondo il mio vecchio costume, lasciando un po' libera la penna a' voli della fantasia. Tanto, ormai, vi siete abituati al mio modo di fare, e queste digressioni non vi noieranno troppo; ma se per caso succedesse il contrario, saltate a piè pari il bozzo, come si dice a Lucca e voltate pagina.
La vita non è nè più nè meno che una catena lunga lunga, e qualche volta corta; gli anelli di questa catena sono sì strettamente infilati l'uno dentro l'altro e saldati tanto tenacemente, che spezzandone o levandocene un altro tutto il resto si scompone e deforma. Destino, Fato, Libero Arbitrio, che so io? sono tutte bellissime espressioni comode, da metter fuori da' pigri o dagli inetti per giustificare le loro malefatte e gli errori che commisero; per me sono persuasissimo invece che nè il Destino, nè il Libero Arbitrio, hanno valore alcuno: il caso dunque, mi si domanderà, è quello che svolge e fissa gli avvenimenti futuri e le diverse manifestazioni degli uomini nella vita? Io non so se sarà, o non sarà il caso; dico soltanto che tutto quello che succede a un uomo, è strettamente legato agli avvenimenti che fortuitamente o per fatto apposta, si svolgono come gli anelli d'una catena senza fine: ho detto male, senza fine; perchè il primo e l'ultimo anello, pur troppo, hanno un motivo d'origine e di destino certissimi: la culla e la tomba. Però l'uomo può il più delle volte, parer di variar il corso degli eventi suoi; e uno può chiamarsi Carnegie o Garibaldi; ma se voi andaste a scrutare e a ricercare le origini di quegli avvenimenti che ne hanno imperlato l'esistenza, vi troverete di certo un anello che tutti gli altri strettamente e invisibilmente saldò. Se i primi anelli però furono buoni, solidi, ben temprati; la catena, crediatemi pure, durerà, a qualunque cimento.
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Viareggio! chi non conosce Viareggio, la delizia de' ragazzi e della gente posata? Dove c'è, al mondo, un posticino più bello e più caro che parli tanto bene alla memoria de' giovani, che ci sono andati anche una sol volta, la domenica e ne sono ripartiti con lo struggimento di ritornare a passarci magari dieci giorni soli, o magari tutta la vita?
A tempo mio, Viareggio era ancor più delizioso e bello di quello che è ora con tutti i suoi grandi abbellimenti introdotti in sessantanni: Viareggio, allora, era un borgo mezzo selvatico, con pochissime case, tutte basse e d'un piano, come si vedono nelle città americane, al Messico, nel Chilì, nel Perù e nell'Uruguay. Anzi si può dire, che chi è stato in que' lontani paesi, e un sud-americano, che ci venga a passare la stagione de' bagni, può farsi l'illusione, d'essere a casa sua.
Il mare lambiva addirittura le prime case e le palazzine; bastava far quattro passi fuor dell'uscio, per mettere i piedi nell'acqua, sur una renina fine fine e bianca bianca che pareva fatta apposta per intrufolarcisi dentro. Le rive della costa scendevano e s'inchinavano lente lente e basse basse fino a grandissima distanza, tanto chè ci si poteva inoltrare a cento o dugento metri dalla spiaggia che l'acqua non ti bagnava i ginocchi. E era un acquina tanto bianca, chiara e pulita, che un giornale disteso al fondo si sarebbe potuto leggere senza difficoltà,
Avviluppava poi codesto paradiso, un'aria balsamica impregnata de' profumi del mare, e della famosa pineta con gli effluvi di catrame de' poveri cantierini della Darsena che s'estendevano dall'estremo nord di Viareggio fin oltre la fossa dell'Abate, dove un torrentuccio silenzioso, e morto scaricava in mare le sue acquerugiole scarse e torbicce.
Codesto profumo di Viareggio ravvolgeva il nuovo arrivato fin da oltre la Stazione del Vapore e sempre lo rammento e lo riconosco perchè è speciale di costì, tanto che io credo non ne esista altro simile al mondo. Quante volte passando col treno per recarmi in Toscana, mi son sentito investire dall'odor di pino, di catrame, di spiaggia, di pesce, in quell'indistinto e misterioso insieme che m'ha richiamato quasi le lacrime agli occhi, ricordando i giorni che vi trascorsi ne' tempi felici; e mai più rigoduti...
Giorni di serena e completa pace del corpo del cuore e dell'anima; giorni pieni di luce e di letizia; giorni spensierati e fantastici: oh Dio! perchè non è dato all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza, fermare a un tratto la ruota inesorabile del Tempo e fermarla con un chiodo e per sempre?
Giovinetti e giovanette, pure e sensibili, fresche come rose e come le loro verginee virtù, di quelle virtù innate e libere che non temono gli attacchi del male; fanciulletti e fanciulline circondate dalle mamme e dai babbi di cui non sapevano certo, le nascoste pene e i travagli interni, e che bevevan da quell'aria pura e luminosa e profumata tutta una vita saluberrima rigogliosa e ineffabile! Il cinguettio delle vocine s'univa al romorino soave e delicato dell'onde del mare che venivano a scherzare con le rena e a disfare i monticini che i ragazzi, a piedi nudi o nudi del tutto, v'alzavano più in quà e più in la; le corse su quella sabbia che pareva un lenzuolo bianco di bucato, umido e tepido sotto gli ardenti strali del sole; i granchiolini che, sbucati con le palette da cento monelli, correvano goffi e sbilenchi andandosi a rimpiattare sotto la rena, e facendovi la buchetta con le loro tanagliette forti come l'acciajo. E più qua e più là, a volte, il fluttuare sul verdolino diafano dell'acqua di certi calamai o polpi bianchi che sembravano funghi o ombrellini con nastri rossi o bianchi serpeggianti sott'acqua.
E la gioia del bagno? il rincorrersi sulla rena? l'intrufolarsi e uscir di sotto a' monti di sabbia cocente e rituffarsi nelle purissime e freschissime onde, a mala pena increspate e mosse dalla brezza matuttina e della sera? e le notate che facevamo noi grandi, lontane lontane, con gran spavento e gridio dei nostri che, seduti sotto il Capanno Balena chi lavorando chi leggendo chi chiaccherando, nel molle abbandono di quel cielo e di quell'aria paradisiaca, ci richiamavano a sguarciagola? Ma chi sentiva le loro voci? Chi aveva paura de' loro gesti? Chi avrebbe obbedito tentato dall'onda azzurra e calda che pareva ci attraesse col suo misterioso amplesso entro le caverne luminose e misteriose del fondo increspato da ondulazioni leggiere e vaste che si disegnavano lontano lontano fino in alto mare?
E notavamo bene in alto mare, e fino alla lanterna e scherzavamo coi conoscenti che pullulavano al Balena, al Nettuno, a Teti, e da cui si sprigionavano, la mattina a mezzoggiorno, di sera e di notte, le onde musicali de' pianoforti e delle piccole orchestre, rallegranti que' tramonti rossi maravigliosi, che pareva volassero leni leni sulle acque, a dare il benvenuto a' primi dilucoli degli astri che brillerebbero poi come gemme sullo specchio tranquillo e maraviglioso del nostro mare divino.
Ma quel mare divino s'arruffava spesso e guai allora! perchè la sua collera si tramutava in furore rabbioso e in guerre minacciose e sterminatrici.
Negli ultimi giorni di Settembre e Ottobre, quando pare che la Natura si penta d'essere stata tanto longamine, tanto buona e carrezzevole co' poveri mortali; ecco si rabbuffa tutta e principia a ruggir di lontano co' suoi aquiloni di libeccio, di grecale e di tramontana.
Presto, presto ecco si vedono comparire all'orizzonte purissimo, cento paranze affacendate a raccoglier le reti e ingabbiano vento, correndo a' ripari delle fidate rive materne; ma il vento pare inseguirle rabbioso, furibondo; si sferra invelenito e dilania con la sua spaventosa rabbia tutto il panno che i forti viareggini imbracciano alle cigolanti antenne: la scotta, terzaruoli, le vele latine spariscono; resta lo straglio, piccoletto e forte e via; scivolano come rondini, quelle navicelle forti e sicure nelle mani de' più gagliardi marini d'Italia.... Due, quattro, sei, dieci, l'alza al giardino di destra e la sferra nel vuoto; serpeggia il palo maestro nel cielo descrivendo degli 8 giganteschi; cigola e squassa la chiglia, e trema e vibra e par che si raccomandi: un suono misto di grida, d'ululati, di voci di comandi striscia nelle corde come in un'arpa immensa e le ondulazioni sonore, più alte e più basse, s'alternano fra le verghe e le gabbie.
Il marinaro, a petto nudo, nuda la testa, nude braccia, nude gambe, co' cappelli che sbatte il vento, sta; o corre sul pericolante naviglio, l'occhio al fil d'acqua ch'egli troverà in un supremo sforzo di vigore, d'esperienza, di bravura....
Amico e nemico del marinaio il vento è la sua vita, e può essere la sua morte; con lui non si può nè vincerla nè impattarla; a volte arriva come una carezza, sfiora le guance, increspa l’onde, scherza co' raggi del sol che tramonta; tal'altra non s'annunzia nemmeno; giunge di schianto come la tigre della jungla; salta, afferra il panno, lo sbatacchia con buffate calde e mordenti; s'alza la spuma tutt'attorno, è un tornado, un gale, un pampero, la bora; strappa cime, sferra ormeggi; spacca bombressi, rompe timoni. Guai alla guardia che non fa in tempo a bracciare in panna; povere vedovelle, poveri orfani!
In quelle tempeste viareggine, il vento libeccio salta sull'acqua come un serpente boa; investe di poppa la povera nave come un sughero; su su cinquanta... eccole s'avanzano oche maestose verso il «fosso» per entrare e mettersi in salvo (il vento) qui.
Chi non ha veduto le libecciate che s'abbattono su Viareggio un po' prima o un po' dopo gli equinozj, non è stato testimone d'una delle più grandi e formidabili meteore che la Natura sferra con tanta violenza sulle coste del Tirreno. In poco tempo gonfiano le acque del mare, e s'accavallano con onde spaventose di 10, 15, 20 metri d'altezza; gonfiano e spumano e ribollono e rompono forsennate su' pochi scogli della spiaggia; s'alza l'onda furente in cavalloni mostruosi al di sopra del molo, e va a infrangersi con un rumor morto e tremendo contro il faro, che s'alza all'entrata del Fosso: di notte li spruzzi giganteschi, la spuma del rigurgito fremente diventa pazza furiosa; ravvolge come in una nuvola il gran chiarore della lanterna e vi forma degli aloni iridescenti e fantastici. Un rimbombo di milioni di cataratte che s'abbattessero a un tratto sugli abissi della terra e si sbatacchiassero fra loro con urla selvaggie riecheggianti da valli e caverne profonde, immani, spaventose, darebbero una pallida idea del fragore maestoso del mare inferocito: è un clamore apocalittico, tremendo: s'ode lontano lontano, dalla terra, dal monte di Quesa, dalle vergini e bianche montagne di Carrara: l'identico ruggito udii io mugghiare a venti chilometri da Buffalo, quando di notte, andavo spiando il misterioso e forte o flebile, a seconda del vento romor attraverso della Cataratta del Niàgara.
S'avanzano le navi, a una a una verso il Canale, guardinghe e sospettose come se tentassero prima di scoprire il mostro contro cui dovranno fra pochi minuti lottare a corpo morto: uomini giganteschi, giovinetti snelli e biondi come signorine, furicchi di sette, di dieci anni, corrono lungo la nave mollando.....; slacciando.....; serrando.....; sbatte mollemente la bella paranza a orza.... sull'onde incurvate come dorsi di gatti in furore ora sono gettate a babordo, ora a estribordo; s'ode una voce stentorea gridare....; ammaina....; lungo il canale i compagni rimasti a terra, i vecchi padri e i nonni, le madri, le mogli, le figlie, i fanciulli, qualunque persona atta al lavoro; forestieri di tutte le nazioni che vengono a Viareggio e vi passano gl'inverni o le dolci primavere, stesi tutti in lunga catena pronti al gran combattimento. Si tratta d'afferrare la cima che il nostromo, erto sul cassero o sul buttafuori, lancerà al momento preciso d'incoccare la bocca; getterà il bravo marino un colpo d'occhio rapido e infallibile a quei che stanno al punto estremo del molo.... «presto».... «arranca»... «vira»... s'erge maestosa la bella col petto grazioso, nudo, fuor dell'abisso furente; è un baleno: si vede guizzar nell'aria tempestosa nera come la pece, un serpente che si snoda e che sferza l'aria con le sue spire vibranti; è la fune che in un attimo, venti cento braccia hanno afferrato strettamente fuggendo verso terra, trascinando, con uno sforzo supremo ed erculeo la nave che, sul gonfio rigurgito dell'onda, torna maestosa al suo riposo, tutta vibrante della lotta, ancor tutta ansante e rorida di spuma, ma salva e vittoriosa.
Dopo la prima, le altre: dieci, venti, tutte.
Ma quante volte una manovra non regge, o il furor dell'onda è soverchio per il parossismo dell'acqua infernale. Allora la povera paranza sotto il ferreo braccio di un novello Anteo, è costretta a orzare, e a riprendere il largo, ritornando, in pieno mar furente e dopo un'ampia voluta, ritentar il lancio della cima e l'entrata temuta, contrasta e vinta.
Andate nella chiesa di Sant'Andrea e guardate: mille e mille quadri, pieni di cuori d'argento e d'oro, sono là a mostrarvi la fiducia pietosa, la fede incrollabile di quelle povere donnine che aspettano da Dio... vita, pane, il marito, i figli, la pace. E così da cent'anni! Ma la vita, il pane, la pace, tardan sempre a que' meschinelli del mare.
Vi voglio raccontare, giacchè si parla di marina e delle loro lotte, un dramma viareggino accaduto in quei tempi; l'ho intitolato:
Le bimbe di Drea, il paranzellaro.
Com'era bella quella sera di fin d'ottobre! Il mare tremolava più verde e più luminoso che mai, sotto un sole che andava giù rosso rosso, dietro una fitta linea di nuvole scure scure; l'acqua pareva d'acciaio fuso scintillante e il cielo, meno che all'orizzonte, brillava come se fosse di cristallo; la Pineta, illuminata di faccia, splendeva come un pezzo di porpora fin laggiù laggiù, al Forte de' Marmi.
Avevo sentito raccontar qualcosa, ma in confuso, di quel vecchietto che vedevo seduto e immobile lì, davanti alla bilancia stringendo fra denti la cannuccia corta corta della pipetta nera nera: avevo sentito dire d'una tragedia, o d'un dramma di famiglia a' tempi della sua giovinezza; ma un sentimento di rispetto, una discreta e delicata compassione, m'avevan trattenuto da entrargliecene perchè, dicevo fra me e me: – A che pro riaprirgli una delle ferite forse non del tutto rimarginate? Povero vecchio, mi sapeva male davvero rifrugare nel suo cuore ormai addormentato, forse già spento per sempre. Ma quella sera, seduto vicino a lui, a certe parole che avevo sentito dire a un altro vecchietto rimpresciuttito e tutto grinze, che gli tirava su la bilancia, mi decisero a rompere il ghiaccio. Diceva: «O Drea, ve ne ricordate di quella vigilia? Il mare era così per l'appunto; nè più bello si sarebbe immaginato: povera Celeste, povera Assuntina!» – Drea non gli aveva risposto, anzi s'era alzato e se n'era andato più in là, accoccolato su un pezzo di rete con la spola e il filo color caffè a rabberciare uno sdrucio; pensai tra me, mentre aspettava di far la levata:
– Ora è il momento, – e tirato fuori un sigaro:
– «O Felice – gli dissi – fumate, su, e ditemi un poco la vostra storia; chi erano Celeste e Assunta? Le paranze che vi portò via l'uragano? – «Magari fossero state le barche – signor mio – che almeno, pazienza in Dio, si potèvino rifà: Celeste e Assunta, èrino le bimbe di quell'omo lì... lo vede? Sono cinquantasei anni e non s'è ancora riavuto! Che destino! Che infamia!
«O dunque raccontate, che lo voglio sapere». –
– «Erino cresciuti tutt'e quattro insieme, come fiorellini di primo sboccio (– così cominciò a dire Felice, il pescatore della bilancia sul molo di Viareggio, guardando con quell'aria stracca e addormentata di vecchi marinai, guardando il fumo della pipa che s'alzava per aria, fine fine, color assenzio); – e già dalle prime mattìe si capiva che si sarebbon mangiati dal bene.»
Fino all'età di quindici anni, lei, la Celestina era venuta su delicata e debolina, ma bella come un amorino e con un cuoricino domestico che faceva innamorare chi l'avvicinava. Assunta era più forte e ardita; Celeste pareva una signorina tutta mamma e casa; gentilina e sensibile, quando Maddalena gridava l'Assunta, era sempre lei che si metteva di mezzo che la difendeva e con tutt'affezione, che a volte ne toccava lei per salvar la sorella e bisognava far la pace per forza: Celeste era l'occhio diritto di quell'uomo là, che diceva che la su' creatura aveva un non so che negli occhi che gli metteva soggezione; gli aveva celesti, e bionda come l'oro; a guardarla di profilo somigliava uno di quelli angiolini che si vedono dipinti in sull'altar maggiore di Sant'Andrea; ci ha mai guardato? ma se lei la mirava di faccia, mutava viso; era un'altra cosina; pareva che le pupille si voltassero verso il cielo, tant'erano chiare e limpide. Era bona poi con tutti – povera bimba – e manierosa anco co' poveri che la venivano a cercà' dì lontano: dispiaceri alla mamma e al babbo, non c'era da parlarne.... era il passerotto di casa e metteva l'allegria dappertutto. Drea non era ricco, tutt'altro; campava, come campan tutti qui, e come ho campato io fin da bimbettino e da omo: col ricavo delle paranze; n'aveva due e io una: Assunta in cielo e Giuseppe Padre; Stella, la mia, era vecchia come il peccato e me l'aveva lasciata mi' pa' quando morì, tutta scatrasciata, che mi disse:
– «Felice nun la vende mai Stellina, piuttosto lasciala morì nel mare; è robba del mi' vecchio bon'anima, e ni voglio bene.» – Le paranze di Drea èrino forti e ardimentose: vede? se le portava il mare in libeccio come du' sposine di diciotto anni; parèvino du canini scherzosi in sull'onde, che si tuffavino sù e giù, come piume leggiere. Quando la sciroccata la rincorreva al largo, ci provavano gusto, a briucà e poi infilavimo il Canale come rondini..... era un vede'!
– «Noi s'era di casa di Drea; perchè oltre a star uscio e uscio, in Darsena, a stagioni cattive si faceva a metà; si mettevimo le ceste in mezzo e si spartiva tutto: Annina, la mi' vecchia, veniva a ésse un pò cugina di Nena, la mamma delle du' bimbe. Paolino, il più grande de' mi' ragazzi era innamorato di Celeste; ma Celeste se la diceva con Mènio, il mio secondo figliolo, che era un omino più quieto e più bono; l'Assuntina, invece, tirava per Paolo, furioso e prepotentello, ma bono anche lui, bastava nun lo stuzzicà. Menico cercava l'Assunta che non ne voleva sapere e s'adontava di molto se se lo vedeva dietro alla messa. E vede – caro signore – tutta la tragedia nacque di lì. Io non ne seppi mai nulla fino a quel giorno fatale; l'Annina non me lo volse dir mai, fino a quella sera che gliela riportarono col cuore spaccato, stecchita come un uccellino.... Nena neppure lo sapeva, e quel che successe si vede proprio che lo volle Dio benedetto che mi tenne gli occhi serrati; perchè se avessi avuto il minimo sentore.... i ragazzi filavano in America».
– Crebbero dunque – come vi dicevo – tutt'e quattro insieme, come una nidiata di passere; a sedici anni, Celestina era una donnina da casa che ce n'era poche a Viareggio; e l'Assunta, anco le', era una bona figliolina in tutto, e per tutto. Annina mi diceva spesso: – 'Oh voi, o quando gliene fate da' le bimbe di Drea a' ragazzi, quando saranno du' vecchie? Ma io rispondevo: – 'Aspettate un'altr'annetto, Nina; lasciatemi mètte assieme almeno tanto da danni la robba di casa a' ragazzi, chè mandarli via nudi e bruchi, no, non mi va. – E così s'arrivò all'anno birbone, che Celestina aveva diciott'anni e pareva una rosa di maggio, e Assunta n'aveva venti e non c'era ragazza, giù di via, che potesse compète con lei per bellezza e onestà.
Paolino a diciassett'anni andiede con Garibaldi e fece la guerra a' Tedeschi a Varese e a San Remo si fece onore e dimolto, e poi volse andà in Sicilia e si trovò a Milazzo e po' al Volturno; Mènio me lo prese Vittorio e ritornò a casa con tanto di medaglia del '66: si trovò a Lissa e vidde salta' all'aria la Palestro; tutt'e due, – non fo per vantazione, ma si portaron bene, e non si meritavano di certo il destino che ebbero poi.
– «M'eran tornati a casa tutt'e due e le du' bimbe – si sa – se li mangiavan co' l'occhi tant'eran belli fieri. Avesse visto Paolino, con la su' bella camicia rossa e la su' brava medaglia al valore che s'era beccata con Garibaldi! e Domènio, anco lu' con due bei nastrini azzurri in sul petto? Erino il nostro orgoglio. La povera vecchia se li teneva strinti strinti a braccetto come una regina e n'era gelosa come delle pupille de' l'occhi.
– «Cosa passasse nel cuore delle due bimbe io non lo so; ma di certo s'erano accorte del gioco: è 'n caso strano, sa, che due sorelle voglino bene proprio a du' fratelli; e i ragazzi s'innamorino proprio di quelle che non li gàrbano! Li avrebbe visto anche un cieco che Celestina guardava Domenico, e Assunta Paolino! ma i du' omini s'erino innamorati cotti, Domènio d'Assunta e Paolino di Celeste. – 'Al core nun vi si comanda» – dice 'l provebbio; e è vero, sa! Tutt'e quattro erino maturi come mele cotogne; ma nemmeno la Madonna di Montenero li avrebbe fatti appaja: i du' maschi si sarebbero dati; e le ragazze bruciavano come su le braci ardenti.
– «Il babbo, messo su da me, gliene aveva detto du' parole.... ma parve a tutti cosa incredibile quando si seppe che avevano risposto: No; senza volessi spiega' più in là; la mamma gliene domandò a Celeste che rispose fra le lagrime; – 'che lei nun si sentiva di prènde marito: e Assunta, (ch'era fiera e focosa e di poche parole) rispose alla Nena: – 'Voi occupatevi, de' fatti vostri, mammina; a Menico c'è chi ci pensa!...»
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* *
– «Era il 28 settembre (me ne ricorderò campassi mill'anni!): S'èrino messe le paranze con la prua sur Canale, ma 'l vento pareva che si fosse messo a bono per mandarci tutti a 'n fondo: che giornata – caro signore –; montagne d'acqua s'alzavano e s'abbassavano intorno e pigliavano in collo le nostre povere barche come sugheri in una catinella: soffiava una libecciata che non ho più visto il simile in settant'anni di mare. L'Assunta in cielo, tentò la prima d'imbboccà il Canale, alle 3; riprovò alle 4 e slargò fino in sull'imbrunire: tutto il panno strinto, ammainato il pollaccone, s'era lasciata soltanto la latina piegata a metà, per dànni un pò di fiato, pronti all'imbroglino e all'ingiàri per alzà tutto il panno; le truffe di vento èrino spaventose e sbattèvino le sarchie e le calornie che pareva le volessino spezzà in briciolini; con le mure a sinistra, passate le cime alla metà delle balumine, si stava lì lì per infilà diritto, quando – mi si rizzano i capelli come anc'ora – si sentì uno scricchiolio sott'acqua; la paranza s'alzò fuori con la poppa, fece due o tre beccate e giù, di stianto, ner mulinello, proprio a venti braccia dalla punta del molo.
– «Drea e' su' òmini non si tennero, ebbero appena il tempo di tirarsi giù: Paolino spiccò il salto dalla mi' Stella e l'agguantò pe' capelli che già stava per èsse inrozzato sotto l'alberatura; Menico si tirò anco lui e l'agguantarono in due, quasi nel tempo di di' «Ave Maria»: lo salvarono, però, che proprio io non me n'accorsi nemmeno. Quando l'issarono in cuperta, Drea era più morto che vivo povero vecchio: – 'O figlioli – gridava; – m'avete salva la vita: Dio ve ne renda merito; e abbracciava Menico e Paolino e chiamava Celeste, la su' cocchina, Assunta, Nena: come Dio volle si calmò.
Alle 6 la tempesta s'era abbonacciata un pò; provai a mètte Stella in Canale, ma un colpo di vento me la stioccò sul molo e mi si perse lì proprio che èrimo quasi dentro casa!
Le donne del Molo si strappavano i capelli, urlando e piangendo e s'andiede tutti a casa; Drea mezzo cieco e disfatto, io avevo perduto il barco e tutto quel pò di robba che avevo che era lì drento. La povera Stella si vedde fuori dell'acqua col mozzicone dell'albero maestro e non si potè salvare neanche un'imbracciata di vela: che il vento l'aveva stracciate come carta. Drea, quando potè pensare a' casi suoi, la prima cosa che volle fa', fu di chiamarci tutti; le bimbe, i ragazzi, Nena, Annina; noi non ci si capiva nulla di tutto quell'armeggio perchè, a dir’ il vero, ce n'era volsuto anche a noi per rimettersi dallo spavento e po' anco per la perdita della Stella che m'aveva buttato nella miseria – perchè, si sa, gliel’ho già detto, noi, a Viareggio si campa su quelle povere tavole e la paranza è la nostra vita: la casa, il pane e tutto! Drea, che s'era buttato sul letto, quando ci vedde tutt'insieme, accese la pipa e disse:
– «Voi, Felice, v'ho voluto sempre bene perchè siamo cresciuti su su fino da bamboretti e s'andava a fa' pinugliori in Pineta e ci abbiamo ruzzato drento tanti mai anni: e 'n der fosso – ve n'ariordate? ci si tuffava come ranocchi senza paura di nulla.... poi il mare, è stato il nostro padrino, e Dio lo sa quante libecciate e quanti scirocchi ci soffiorno alle spalle – eh vecchio! – a me e a voi, – fin da quando di dieci anni, s'ingabbiava la tela sulle nostre barche. Ora voi – pover'omo – non avete più nulla..... e a che vi serve lagrimà? rassegnatevi Felice; e voi Annina, asciuttatevi l'occhi, rimettetevi alla Madonna de' dolori, che vi vol più bene che non credete. Animo, ragazzi: (questo lo disse voltandosi a' mi' figlioli che stavano ingrugnati in d'un canto e si mordevan le mani) – animo Paolino, e voi Menico; ora non è tempo d'esse ragazzi: bisogna lavorà pe' vostri vecchi: c'è tempo a tutto e Dio vi ridarà quel pane che avete perduto, purchè vi rimettiate al mare come sempre, con fede e bona volontà. M'avete salva la vita, e dunque l'avete ridata anco alle bimbe: Celestina e Assunta, dèccole lì vive e fiere; e vojaltri – giovinotti dèccovi qui franchi e arditi come prima: du' soldati di Garibaldi nun hanno a piange; tutto passa; si sa il mare ne fa di 'vesti scherzi: oggi a te – Felice, domani a me: niente paura, e voi, giovinotti, ch'avete visto le rene a' croati e ai borboni, su, nun istate a stintignà: tutto passa al mondo; il libeccio tornerà e ci troverà più forti e ni faremo vède che sèmo sempre li stessi e che abbiamo fede in chi sa pagare senza stintignare in der conto.
– «Io ho un grosso debito co' vostri ragazzi (e si voltò da Annina) e ve lo voglio pagà a mi' modo: poi rivolgendosi di novo a' giovinotti ni disse: O ragazzi: queste du' figliole vi garbano? a Celeste ni darei Giuseppe Padre, e a te, Assuntina, l'Assunta in Cielo, le barche ènno bone e le bimbe sane e di core: Menico, sposatevi Celeste; e voi Paolino, pigliati la mi' Assunta... Vi va?
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«Proposte più belle – caro signore – non le avrebbe potuto fare un omo più bono: i giovanottì, più che con la bocca, disser di sì con l'occhi gli aveva indovinato la ragazza io e la vecchia s'abbracciò Drea piangendo; la Nena baciava le su bimbe; ma le ragazze eran rimaste un ciocco; s'eran guardate fiere, ma zitte! Celeste chinò l'occhi e non fiatò; Assunta se n'andiede in camera e dopo un minuto si sentì che s'inghiozzava forte in sul letto. Corsero Nena e Annina, ma l'un ni volse aprì l'uscio e lì restò.
– «Son passati cinquantasei anni, e da quel giorno – caro mio – quando ci ripenso, mi sento trabuzzolà 'l core che mi par proprio di rivedè que' ragazzi vivi e verdi come se fosse ora; i du' giovinotti non fiatarono; sortirono di casa di Drea e si messero a discòrre in sulla strada: li sentirono parlà forte e adirati; a un tratto Paolino gridò: E io ti dico che Celeste dev'esse mia, ci dovessi morì..... Menico era stato sempre un bon figliolo remissivo e prudente, non l'avevo mai visto incattivì; quando vidde 'l fratello fa' l'atto de mètte la mano in de' calzoni, doventó bianco com'un morto, e cacciò anco lui l'arme di tasca: fu un baleno: si buttarono addosso l'uno sull'altro con la bava alla bocca; parèvino du' tigri! A un tratto si sentì un urlo: Celestina s'era affacciata alla finestra, vidde e capì tutto: volò dalla scala e la viddi sòrtì dall'uscio come un furmine: si buttò con le mani avante tra' fratelli, gridando: – 'Menico, bono; Paolino ferma.... Vergine santa…., e stramazzò frà loro bianca in viso come un giglio.
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si buttarono addosso l'uno sull'altro con la bava alla bocca |
– «Drea si tirò su la su bimba che non si moveva più: la strada s'empì in un attimo; loro buttaron via i coltelli e scapparono da una parte e dall'altra di Darsena. Le vecchie viènseno giù come matte. Assunta se la prese in collo gridando: – la mi' Celeste, la mi Celeste…, – Quando arrivò il Triglia, appena la vidde, crollò il capo e disse: – 'Povera bimba... che peccato…. Aveva il cuore spaccato!... chi l'ha còncia così! La portò via la Misericordia che c'era tutto Viareggio e viènsino da Pietrasanta, da Camajore, da Massarosa... tutte le ragazzine della signorìa la vollero accompagnà a Sant'Andrea, vestite di bianco. L'avesse vista com'era bellina in sul lettino, tutto coperto di fiori, con le su' manine in croce sul su’ coricino rotto; bionda come oro era; povera picina, e gli occhini mezzi chiusi pareva che ci vedessero ancora. Il giorno doppo sparì Assunta di casa; le donne èrino mezze morte; io e Drea avèvimo perso la testa. I gendarmi me li presero tutt'e due la sera del terzo giorno; ma il delegato mi disse che nessuno de' due sapeva come la povera bimba s'era ferita; nè l'uno nè l'altro s'accorsero di nulla e i coltelli – pare impossibile ma è la pura verità – èrino uguali precisi, non ci si conobbe segnali di sangue. Fu un destino infame, per que' ragazzi. Assunta fu cercata tre giorni; Mariannina di Domènio, il legnajolo, disse che l'aveva vista camminà in verso le prigioni e passà il ponte. Fu cercata di qua e di là e de' ragazzi si buttarono nel Fosso dalle parte che aveva detto Mariannina.... la pescarono sotto il ritrècine del pontino...
– «Povera Assuntina! – Si seppe poi quando ni si trovò nel cassettino dello specchio la lettera con tutta la spiegazione. Dice, che Assunta voleva bene a Paolino, o com'avrebbe fatto a sposà uno di loro in ner dubbio che quello era l'assassino della su' sorellina?
– «Il governo me li tenne dentro più d'un anno e poi li dovè lassà andà, franchi, perchè prove non ce ne potevi èsse. Drea m' perdonò; Annina morì dopo du' mesi e la mi' vecchia nun volse lassà solo quell'omo lì che era rimasto abbandonato; le barche non le volse più mette in mare. Menico e Paolino espatriarono e nun se ne seppe più nulla per anni di molti. Le barche bruciarono dopo du' anni, perchè Drea nun volse navigà più e s'era empito di debiti ci si mèsse insieme con queste bilance e da trentanov' anni ci lavoriamo su a campà la vita. Siamo rimasti soli, siamo rimasti soli; anche Maddalena mi morì dalle pene e dopo quarantacinqu'anni viènsi a sapè che Menico era vivo in California, poi nun seppi più nulla.
– «Una sera, come dieci anni fa, mi vèddi entrà un omo in casa, tutto bianco ner capo e nella faccia. – Babbo, gridò, nun mi conoscete più? Ebbi a morì – caro signore – Volse rivedè 'r posto dov'era interrata la bimba, Celeste voglio dì'; ni fece mette un bel marmo e un cancello di ferro tutto verde intorno intorno; poi volle lo stesso alla povera Assunta e tutt'e due le coprì di fiori. Mi voleva lassà un monte di quattrini, ma io nun ne vòlsi piglià. Era diventato ricco ricco tanto mai forivia e pieno di ben di Dio con terre e case, ma gli ributtò la donna, e mi fece sapè che fuori della su' Celeste, nun ne volse conosce altre.
– «Ora – e si voltò e guardare l'altro vecchietto che dipanava su la bilancia, fumando la pipetta zitto zitto – Ora noi due aspettiamo la Secca, quando vorrà vienì, in santa pace, a liberarci dar mondo infame....... mah…… che casi, eh signore, che disgrazie!....»
Si passò la mano ruvida e rinficosecchita sugli occhi spenti orlati di rosso; s'alzò, e camminando curvo curvo verso l'altro vecchietto che spiava con fatica nella rete che veniva su cigolando e gocciolando e luccicava a' raggi di luna:
– «C'ène er pescio, Drea? c'ène? Quanto ce n'è?
Le stelle brillavano in cielo come gemme preziose; Cassiopea scintillava sulla Tambura. Che riso nel cielo, che tristezza sul mare....
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Un'altra ricordanza degna di memoria è la pesca detta della sciabiga. Sono reti grandissime che una ventina di pescatori vanno, con delle piccole barchette a gettare a mare: poi allargandosi a cerchio e trascinata la rete verso terra, i pescatori saltano sulla spiaggia, tirano la rete prestamente e nel curvo seno del gran trabocchetto biancheggia saltellante un'immensa quantità di pesce, che in pochi minuti si sparge per Viareggio in cestelli e sporte. Gran divertimento dei molti Inglesi e Russi che vi passano intere stagioni.
Caratteristica poi è la pesca delle cieche, piccole anguille non più lunghe di 5 o 6 centimetri, vivissime, d'un bianchiccio roseo; vanno i pescatori a notte fitta lungo il canale, si collocano in fila a sedere lungo i due lati del fosso ognuno con un lanternino o un focherello che oscilla vicino all'acqua nera del canale e tirano su le reti piene di cieche che arrivano in grandi masse dall'alto mare. Il curioso di questa pesca è vedere il gran luccichio di lumicini lungo le due sponde, riflettenti e oscillare sull'acqua negrusca e profonda.
Deliziosa è la pesca che si può fare in persona alle Bilance, lungo il molo: sono grandi reti, che possono calarsi e ammainarsi con un cilindro a manovella; cui una corda s'avvolge da un capo all'altro e porta attaccato la rete sospesa a due pali flessibili, incrociati. Che allegria quando si vede a tornar su la rete con del bel pesce, e che matte risate, quando torna su vuota.
Dolci tramonti e splendide aurore s'ammirano sulla punta del Molo, che s'avanza nel mare piantato a solide palafitte: tutt'intorno c'è un sedile di legno, ove si dànno appuntamento i bagnanti, gli amici, i forestieri. È la passeggiata della sera, e si può dire di tutto Viareggio, perchè tranne il Molo, unico luogo di riunione, il paese, a tempo mio, non aveva altri richiami che quello e la Pineta. Questa è una splendida forza di pini giganteschi; s'estende quasi fino al Forte dei Marmi, e dalla parte di Pisa ancora; da quelle innumerevoli gemme di lentischi e di pini, s'esalano all'aure gli aromatici effluvj saluberrimi che fanno celebre questo piccolissimo, ma splendido porticciolo del Tirreno toscano.
Fra i vari divertimenti che io ricordo de' tempi felici trascorsi nella ricchezza, ho sempre presente quello di una notte passata in alto mare sur una grossa paranza del Guidotti. Il nonno volle farci sentire il cacciùcco alla viareggina, perchè – diceva –solo sul bastimento se ne può apprezzare la bontà e gustarne il vero sapore viareggino.
C'imbarchiamo, una comitiva di venti matti tra parenti e amici: cala il Sole fra i bagliori dorati d'una serata d'Ottobre incantevole: splendono in un cielo azzurro come il turchinetto, centomila gemme: diamanti e topazi, turchesi e smeraldi, ametiste e perle, si vedono, a poco a poco, brillare sul capo e, lontano lontano, all'orizzonte: Aldebaram, Arturo, Ballatrip, Formalhant, la Spiga, Cassiopea, Risel, le Pleiadi, Mira Ceti, l'Orsa Maggiore, lo Scorpione con la Sanguigna Antarès…. la Cristallina argentea Betelseuse, e sotto il gran quadrato e il Cinto Sirio, Sole dei Soli, che gli astronomi dicono un milione di volte più grande del Sole che è un milione e mezzo di volte più grande della Terra.
Scendiamo dal ciel sul mare! Ecco la paranzella che ballonzola allegramente, sotto le carezze delle brezze notturne: che chiacchierìo, che risate gioconde, che aspettazione..... dai giardini di poppa s'alzano canti e rondò di barcarole appassionate e melanconiche; a prua noi giovani mescolati ai forti figli del mare intoniamo sulla chitarra il coro, allora popolarissimo del Giusti:
Addio per sempre albergo avventurato
Intanto dai barcarizzi si, sprigiona un profumo di cacciucco che ci fa venir l'acquolina in bocca:... presto presto, ecco una bianca tovaglia distesa, stoviglie rudi marinaresche, posate di stagno, e fiaschi e bottiglie di puro vino toscano, e pan fresco, croccante, che canta e scricchiola sotto le nostre dita: ecco catini fumanti assai ricolmi della prelibata specialità viareggina, il tanto decantato cibo marinaresco: signore e signorine, bambini e fanciullette in cerchio, fanno le matte risate all'improvvisato banchetto sopra le stelle, sotto l'onda che dorme; in faccia, lontano lontano lontano, pallidi fanali di Viareggio che sembrano lucciole saltellanti.
Un urlo di spavento s'alza a un tratto dalla paranza; le dame e damigelle hanno avvicinato il cucchiaio alle labbra.... ma, oh Numi! lo gettano via spaventate: è fuoco, sono fiamme, è il frizzante, infocato peperone che in gran quantità richiede codesto piatto per essere veramente viareggino!
Noi intanto, non facciamo tante boccuccie come le schifiltose compagne nostre; diamo sotto a mangiare a bevere allegramente; ci rimetteremo a cantare dopo: che schietta allegria, quanta salute!
Tra i miei amici di Viareggio c'era fra gli altri un Cesarino Bracer, nipote della vice direttrice di San Ponziano. Tra le femmine, Sofia e Landomia; la prima sorella del futuro sposo di Fanny, la seconda figlia di mio zio Leonida. A questa giovinetta.... io facevo monellescamente, varj dispetti; p. e. una volta la portai meco in Pineta, e condottala nel folto del bosco (la Pineta di Viareggio è ricettacolo di lucertoloni, ramarri verdi e rospi grossi e schifosi, che vengono incuriositi vicino a guardare con que' loro occhiolini luciccanti e a testa alta, gonfiando il collo nel respirare). Io mi divertivo a osservarli e aizzarli con un filo di paglia, e vedere spinger fuori le linguoline sottili come capelli, forti come l'acciaio: Landomia vedendosi circondata da una moltitudine di que' verdi ramarri, getta un grido di terrore e fugge; ma più fugge e più ne escono di tra i pini e pinuglioli secchi di cui è coperto il suolo, centinaia di spaventati ramarri; la paura diventa terrore, e io dietro ridendo a placare la povera cugina, rossa, impaurita, lagrimosa fino alle prime case del paese; un altro giorno, alla stessa Landomia il vento portò via il fazzoletto e lo scaraventò a un secondo piano sul tetto della casa che abitavamo; (casa Albiani, al principio della ora via Ugo Foscolo): mi parve d'essere in dovere di scalar la casa, un uomo, un giovine, deve diventar un eroe! dinanzi a una donna: non è vero? Su, dunque spicco un salto fuori della finestra, corro sull'orlo sporgente del balcone, afferro il condotto dell'acqua, due, o tre mattoni rotti, una buca quì, una fessura là, eccomi sul tetto.... la pezzuola sventola allegramente nelle mie mani.
Ma Landomia, era bianca come una morta; con le mani nei capelli, piangendo, si raccomandava a Dio; le pareva di vedermi precipitare, e di spaccarmi cranio.... vicino a lei, Sofia, rideva come una matta. Riporto il fazzoletto ma pretendo un bacio in premio.... e invece mi toccò un bello schiaffo caldo caldo.
Sofia aveva un altro temperamento: diceva essere l'inglesina, perchè pronunziava il «t» un pò tra' denti; schifiltosa e piena di daddoli, con le sue mille moine e sdilinguimenti, voleva far sempre la signora dei nostri circoli; e sapeva le piccole arti dell'adolescenza, come se fosse già una donnina esperta e piena d'infingimenti! Eppure io sentivo per quella creatura forse più che un semplice sentimento di simpatia giovanile; ma le sue arti, le sue svenevolezze me la rendevano antipatica.
Dovevo purtroppo e troppo presto aprirgli il cuore a una vera ed intensa passione; troppo presto forse per l'età, e per le conseguenze che ne venivano, come sentirete.
Con Cesarino invece, facevamo delle grandi camminate, sempre sulle montagne di Carrara e ci spingevamo anche alla famosa Pania, ove merendavamo, contemplando il mare, e le bianche e magnifiche montagne di marmo che luccicavano de' loro tesori nei filoni d'argento rosato.
Un giorno ritornando a casa ci colse una terribile bufera ottobrina; eravamo arrivati già alla Fossa dell'Abate, quando cominciò a soffiare il Libeccio e a cader certi goccioloni grossi e caldi come pippoli d'uva, che mano mano infittivano diventando freddi come il ghiaccio: correre sulla sabbia non potevamo; il diluvio fu tale, che dopo cinque minuti eravamo bagnati e tremanti come cani; camminavamo ridendo con la spensieratezza de' nostri anni, e ci salvammo dalle risate dei villeggianti nascondendoci sotto la pedana della scala dei primi Bagnetti Balena, fino a seccarci un pò i panni ed essere presentabili.
Cesare era un bel giovinetto della mia età; alto e slanciato, biondo, begli occhi celesti, un tipino inglese, o, meglio, australiano; uno Stran-young-boy come li chiamano laggiù; destro in tutti i giochi; aveva la passione dei monti e del mare: con lui vogavamo in barchetta spingendoci in alto mare e sognavamo di viaggi, dell'America, dell'Africa e dell'Australia: chi l'avrebbe detto che, tutti e due, diverremmo, col tempo, cittadini del mondo e contempleremmo quelle montagne, quelle città, quei panorami che le letture dei viaggi di Coock destavano nella nostra fantasia di ragazzi sedicenni? So che è diventato ricco al Brasile; felice? infelice? il tempo lo dirà. Dirò di lui, dopo cinquant'anni!
La sera, ci riunivamo con famiglie d'amici, tutti in casa nostra, e s'improvvisavano giochi di sala, commediole, celie piacevoli, concerti di musica e di canto perchè la zia Fanny aveva una bella voce di soprano e cantava con maestria deliziose e dolci romanze, tra le quali mi ricordo «Mia Madre Morì» e «La Stella Confidente» che erano il suo caval di battaglia.
Ci vestivamo con grandi paludamenti facendo uso di lenzuoli; ci tingevamo la faccia col sughero bruciato e così camuffati rappresentavamo perfino delle tragedie di Shakespeare, – l’Otello; che nel quale appunto faceva furore a que' tempi il Salvini; e poi il Duello, la Norma ecc. e naturalmente tutta questa roba la rappresentavamo in tono buffonesco, con certe voci in falsetto e con tali gesti eroici, smorfie e risate da far rinascere un morto; le burle che mettevamo insieme in quei tempi fino oltre la mezzanotte, mi torneranno sempre in mente come le più belle della vita anzi le sole, e le uniche, rarissime memorie felici della mia esistenza.
Pietrino Malfatti, Vincenzo Arrighi, Carlo, io: che gabbia di matti, che casa di piacere, che castello incantato.
Al Sabato veniva da Lucca col nonno un suo giovane di studio che io chiamerò Innocente Beffati; cotesto povero giovanetto, lungo, secco, allampanato, timido, e impacciato, era proprio la figura di don Chisciotte o come si dice in buon toscano, il vero tipo nato e sputato del Bietolone. Non c'era burle che non gli fosse appioppata a lui.
Quando ripenso a Cencio Arrighi, nella parte di Norma, con capelli fatti di treccie di canapa, i baffi inbiancati colla polvere di gesso, le occhiaje dipinte di nerofumo, prender per la mano quattro vecchioni della combriccola, (compreso il nonno che scotendo il grigio capo si prestava di buon grado a' nostri svaghi) e con una voce che pareva quella di una gatta scorticata cantare in falsetto: «Vedi, o Norma, a' tuoi ginocchi, questi cari tuoi pargoletti».....
A lui i bagni freddi, i colpi di sciabola, li sgambetti, le sopraffazioni più temerarie. Povero Beffati; l'ultima burla, poi, fu terribile, e tale che ci rimise la pelle, dopo un anno di crepacuore come sentirete.
Veniva da Firenze, con Sofia, una sorella che si chiamava pure Fanny; bella ragazza fiorentina, bofficiona e allegra, che avrebbe ballato in un cimitero: costei si propose d'innamorare quello sfortunatissimo scimunitone e non le riuscì difficile, data l'innocenza verginale di quel povero diavolo tirato su dalla mamma a biscottini e a paternostri, novene e giaculatorie per le chiese di Lucca, vero tipo del giovanotto timorato di Dio e de' Santi.
S'innamorò l'infelice, o, per dirla proprio con le parole giuste, prese una cotta da cascarne morto: bella la giovane, semplicione lui; era una festa vedere i subitanei pallori e i rossori di quel povero zuzzullone inesperto; per cui le foglie di cipolla che la Fanny gli dava dicendole foglie di tulipani; i bottoni vecchi delle scarpe; e, (sentite questa) una sera, dopo cena, che c'erano stati i tordi arrosto, la moccosa di Fanny allungando la mano al povero Innocente gli dà uno scatolino vuoto, dicendogli che lo conservasse per amor suo, e che tutte le domeniche glielo riportasse come pegno di fedeltà: e tutte le domeniche infatti, l'infelice, metteva fuori il suo scatolino e l'apriva.... Sapete cosa conteneva? due testoline di tordo riseccolite! e questo gingillo ei teneva addosso costantemente come un amuleto venerato e rarissimo, come un pegno sacro della sua innamoratissima Dulcinea....
Cotesto giovine, un anno dopo morì: in casa se ne parlò come di uno sciocco e di un pazzo; ma il nonno (che ricordo s'opponeva ma senza costrutto a che lo perseguitassero con buffe stolte e puerili), il nonno disse, che il poveraccio aveva preso troppo a cuore, la memoria della bella fiorentina.
Donne, donne! cosa non inventereste per prendervi gioco dei giovani: leggiere e volubili, instabili e fallaci, siete, la parte più nobile dell'umanità è vero, ma, anche, e troppo spesso, la causa delle loro sventure; attirate, coi pregi della vostra bellezza, in una falsa rete di lusinghe, con le moine sapienti de' vostri sguardi, de' vostri sorrisi e delle vostre parole, gl'inesperti accesi dalle ardenti, ma capricciose vostre fiamme, le quali, pur troppo, non sono che vampate di paglia, talvolta bagnata da false lagrime, tra' sospiri artificiosamente falsi e bugiardi.
Non posso ritornare con la memoria a que' bellissimi tempi di Viareggio, senza sentire un brivido corrermi per le ossa: fui a un pelo di uccidere un giovinetto compagno importuno de' nostri giochi. Era figlio dell'avvocato Francesco Papeschi di Pisa notaro: padre e figlio erano due spilungoni secchi e ossuti come canne; avevano i capelli gialli come lo zafferano; il vecchio vestiva una specie di soprabitone nero nero e lungo lungo, che gli scopettava le zampe; teneva il collo fasciato con un corvattone alto e nero; il figlio aveva le mani noccolute e serpigginose: dicesi che codesti segni denotano origine campagnola; credo infatti che il padre fosse un villano creato calzato e vestito; e da villano erano i modi e il camminare. Pallino (come per scherno noi chiamavamo il figlio) era un prepotentuolo smargiasso che aizzava tutti: s'intrometteva fra noi senz'essere invitato, musava alle inferriate delle finestre, metteva bocca nelle nostre conversazioni, s'impancava a dottore e a maestro; insomma l'avevamo tutti a noia come il fumo agli occhi, per quella benedetta cagione che al mondo tutti abbiamo qualcosa che, attira e respinge e ci fa sentire le simpatie e l'antipatie originando certi sentimenti curiosi e ignoti che hanno del misterioso. E noi tutti per quel ragazzo sentivamo un tirati in là, che non ci potevamo spiegare.
Una sera, al crepuscolo, stavamo giocando al pallone sulla piazza Paolina, e avevamo il bracciale a punte: diverse volte costui era entrato in mezzo a noi, a sbaragliarci il gioco, beffando chi perdeva, intrampolando fra' nostri piedi, dandoci degli spintoni per farci cadere: più volte gli avevamo detto, un pò con le buone un pò con le cattive, che se n'andasse, che ci lasciasse in pace; pareva che lo facesse apposta. Già due volte gli avevo detto, nel prendere la rinfuga nel trampolino: bada Pallino, ti succederà una disgrazia, ti chiapperò nella testa: ma lui duro da vero Pisano di San Ranieri. Ora non ricordo più bene se fui io, o lui che mi si messe dinanzi....... arriva il pallone come una bomba; mi paro per l'imbracciata, bum!:.... invece della palla sento una cosa mescia mescia rimbalzare sotto il mio braccio. Era la testa del disgraziato Papeschi!....
Ho ancora dinanzi agli occhi il pauroso e miserando spettacolo! era caduto, il poveraccio, lungo disteso dinanzi a noi.
Ma il rumore fesso che sentii al colpo del bracciale su quel povero cranio, mi perseguitò poi sempre! Sentii proprio il rumore sordo e cupo come quando si dà un pugno a un fiasco pieno d'acqua: cri..... fece quel capo, e fu miracolo se, nella gran violenza dell'investimento non gli spruzzaron fuori le cervella.
I compagni, chi scappò di quì, chi di là: rimasi solo col morto (così credevo quel disgraziato). Accorre la gente in fretta, lo sollevano, lo portano a casa di peso, e io mi trovo seduto sur una pietra, colto da un parossismo di paura, di dolore e di rimorso.
Le ombre della notte s'erano distese su tutte le cose, e io era rimasto lì come inebetito dallo spavento: – a un tratto mi par di sentire il fruscio di un vestito di seta; alzati gli occhi davanti a me, nella folta oscurità chiaramente distinguo l'ombra d'una giovinetta in piedi, e sento una voce argentina e soave che articola parole di compassione e di coraggio; di scusa e di pietà. – «Che sì, la colpa non era mica mia, se dopo tutto, gliel'avevo detto tante volte di non entrar nel mezzo». Essa aveva sentito e veduto; che andassi a casa anch'io, e non temessi di nulla.
Chi era quella giovinetta? come mai s'era mossa da sè per venirmi a consolare? Vi sono forse delle anime che si sentono, si cercano e si trovano?
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Si chiamava Luisina: era figlia d'un ricco signore, medico di Viareggio che aveva un palazzotto sull'angolo occidentale di piazza Paolina. Io non l'aveva mai conosciuta, nè forse mai veduta; mi ricordavo sì, d'aver visto, di sera, in sull'imbrunire, camminare due ombre sulla spiaggia, o sul molo, la madre e la figlia, ma non sapevo chi fossero e l'avrei presa per un'inglesina delle tante che vengono a passar l'inverno in quelle tepide aure della costa viareggina.
Aveva la mia statura, ma fine e slanciata e magrolina; i capelli biondissimi e più d'un biondo lucente color paglia; le sue chiome disciolte le volavano dietro le spalle e le scherzavano sul collo come delle onde d'oro, che ricacciava indietro con un movimento leggiadro del capo; aveva gli occhi castagni e lo sguardo dolcissimo come illuminati da una pace ineffabile; le labbra erano sottili e rosee; denti bianchissimi, ma un po' grossi; le dita lunghe, la mano calda, il portamento quanto mai flessuoso e nobile; vedendola camminare mi ricordava proprio il virgiliano:
Chi mi ridice quello che le dissi io nel nostro primo incontro? dove sono andate le dolci memorie di quell'istante più rapido del baleno? Mi sono scusato e accusato; ho sentito vergogna e timore; le ho detto che io era un vile, e che non avevo diritto alla pietà delle anime gentili come la sua... credo sorridesse e lacrimasse con me, che sentisse nel cuore gli stessi sentimenti e la soave dolcezza dei primi moti dell'anima, quelle misteriose vibrazioni di cui la Natura sola ha il segreto.
Da quella sera la rivedevo ogni giorno e ogni giorno più si stringevano i nostri legami giovanili: usciva sola e ci accompagnava nella Pineta o lungo il mare; e le leggevo Leopardi, il Prati, l’Aleardi; ma sopra tutti il primo, e Aspasia, Silvia, Nerina; scendevano nei crepuscoli d'oro con noi, e noi vedevamo le loro ombre circondate di luce che pioveva malinconicamente sulla selva, addormentandola in mezzo ai profumi che si sprigionavano dai giardini, dalla Pineta e dal vasto mare color d'acciaio, in quella oscurità tenebrosa e fredda fra i pini.
Oh dolce e soavissimo amore dell'adolescenza; con quanto rispetto e con che gentilezza, sono difesi il tuo pudore e la tua virginea castità; il contatto furtivo della sua mano con la mia; l’alito della sua bocca; il labbro che s'appoggiava sulla sua bianca fronte, su quelle ciocche d'oro che parevano piume di velluto destavano in me un fremito doloroso e inesplicabile che non potevo comprendere.
Ho amato con furore quando ero giovine, e la passione che devastò il mio cuore di poi, non si spense interamente, mai!... eppure, quando comparo i sentimenti dell'amor vero, impetuoso, generoso, sincero, nobile, casto; quando mi rivedo seduto accanto alla mia Luisina, lontano lontano dal mondo, parlando degli astri e delle dolcezze che si chiudono nella bocca di una vergine, non trovo parole che possano dipingere l'intensità di tanta poesia, la veemenza immateriale di tanta bellezza.
. . . . . . . . . . . . .«Era quel dolce
E inevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortale.»
Oh Luisa: io ti ricercai, e ti ho riveduta a me dinanzi, io ho stretto un'altra volta, dopo quarant'anni; la tua mano ormai fredda: ma tu non riconoscesti nel vecchio signore che te la porse e ti parlò, colui che ti aveva portata nel cuore come una fede, come una fiamma, come il canto di un poema sublime, attraverso le battaglie del mondo.
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Il mio ferito fu in punto di morte: tornato a casa, seppi con gran trepidazione, che il padre aveva parlato col nonno e con tutta la famiglia; era furioso, minacciava; lo compatirono e mi gridarono severamente; credeva proprio che m'avrebbero arrestato e fatto il processo come il genitore minacciava; dopo otto giorni di paure e di speranze, finalmente il giovine fu dichiarato fuori di pericolo.
Una sera si sente picchiare all'uscio e una signora che s'annunziò per zia, venne a dirci che il povero malato, voleva vedermi.
Oh Dio! mi sentii cadere una pietra nelle viscere; le gambe mi diventarono di cencio; tremai; ma chi avrebbe titubato? andai a testa bassa e gli occhi a terra.
Mi trovai spinto in una camera ove giaceva in letto il povero Pallino: era giallo cadaverico; la pelle piena di pitiggini e di macchie nere, pareva come una piaga putrefatta; volle stringermi la mano e io versai una sincera lagrima per lui, che innocentemente avevo colpito a morte.
Il padre stava muto e impietrito sur una seggiola, la mamma e la zia mi parlarono e dissero cose giuste e savie: mi scagionarono dando la colpa a lui; ci compatimmo teneramente. Mi tornavano a mente i versi del Poeta:
– «E
quale è quei che suo dannaggio sogna,
Che sognando desidera sognare,
Sì che quel ch'è, come non fosse, assogna;
Tal mi fec'io, non potendo parlare;
Che disiava scusarmi, e scusava
Me tuttavia, e nol mi credea fare.
Nei dieci minuti che rimasi al capezzale del poveraccio, il padre camminò sempre in su e in giù, tutto ingrugnato e nero; mai mi rivolse la parola, un'occhiata come un calabrone; uscii col cuore più sollevato, e mi risentii io, perchè finalmente, pensavo tra me e me: – O che mi sono tirato tra' piedi io, il suo figliuolo? – «Maggior difetto, men vergogna lava», caro il mio vecchio, dicevo: un'altra volta starà più attento! e me ne uscii passandogli dinanzi, guardandolo bravamente in faccia.
Sono passati quasi sessant'anni dal fatto; e mi capita come per un caso che par fatto apposta, la descrizione delle ultime ore di Giuseppe Mazzini a Pisa: veda il lettore la strana coincidenza: il giovinetto che io aveva quasi mandato all'altro mondo, era il figlio dell'Avv. Raffaello Papeschi che aveva fatto la ricognizione di morte del grande pensatore ligure.
Ebbene: il primo impulso nel leggere il suo nome è stato di dire fra a me e me: – O se invece del figlio fosse stato il padre!... ma là, siamo generosi: e si cali una pietra su questo ricordo penoso e cattivo.
Le ultime ore di Giuseppe Mazzini.
La sera del 6 Febbraio 1872, arrivava in Pisa e scendeva all'Hotel Minerva presso la stazione ferroviaria, un signore oramai quasi settantenne. Medio di statura, ossuto ed asciutto, aveva il volto pallido e più che pallido terreo, candidissimi i cappelli e la barba breve, gli occhi mobili, lucidi, neri. L'accompagnavano Pellegrino Rosselli e Giannetta Nathan-Rosselli e ne dissero il nome: Giorgio Brown, commerciante inglese. Era Giuseppe Mazzini. Il giorno dopo i Rosselli lo ospitarono nella loro casa posta in Via della Maddalena, N. 30, e gli assegnarono una camera del secondo piano, assai spaziosa e bene aereata, volta verso il levante. La casa, acquistata nel 1870, era stata da poco rimessa a nuovo. Offriva le comodità necessarie ad una modesta famiglia borghese.
Mazzini proveniva da Lugano, ancora esausto per la polmonite che lo aveva tenuto fra la vita e la morte. Il clima dolce di Pisa, col suo Arno che fluisce placido al mare, coi suoi aranceti che fanno il verno odoroso come un maggio, si sperava valesse a rinfrancarne l'esistenza affievolita.
«Ma, la tosse ostinata che lo tormentò anche nella notte nella quale rimase all'Hotel Minerva; via via si fece più spasmodica e affannosa.
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Il giorno 7 Febbraio alle 10 di sera, fu chiamato il dottor Giovanni Rossini. I medicamenti lo risollevarono. Ma passò appena un mese in questa quiete.
Il giorno 7 Marzo il dott. Rossini accorreva di nuovo e le cure furono assidue, trepide, ansiose. Il giorno 8, alle 3 pomeridiane, veniva chiamato a consulto anche il prof. Minati dell'Università. Poi tutti furon presi dallo scoraggiamento e dalla disperazione: Mazzini moriva.
E spirò il giorno 10 a un'ora e 32 minuti dopo mezzogiorno, tra le braccia della signora Giannetta Rosselli. L'agonia fu placida. Ecco come si trova perpetrato quel triste ricordo nei «Registri di morte» del Comune di Pisa, e come par cruda, indifferente, irriverente quasi, nella formula comune, la notizia che fu un grido e un singhiozzo per tutta Italia:
«N. 368. – Mazzini Giuseppe. – Li undici Marzo milleottocentosettantadue, a ore dieci antimeridiane, nel Palazzo del Comune di Pisa. Avanti di me avvocato Raffaello Papeschi segretario comunale, Ufficiale di Stato Civile delegato con atto del trenta Marzo milleottocentosessantasei, sono comparsi: Pellegrino (del fu Emanuele) anzi di Emanuele Rosselli di anni trentotto, negoziante, e Giorgio, di Agabito Giorgi, di anni ventisette, scritturale, residenti nel Comune, e m'hanno dichiarato che a ore due pomeridiane di ieri, in Pisa; nella casa posta in Via la Maddalena, al numero trentanove morì il Dottore Giuseppe Mazzini di anni sessantasette, letterato, nato a Genova, attualmente residente in Pisa, figlio dei furono Dottor Giacomo e Maria coniugi Mazzini. Il presente atto previa lettura è stato dai dichiaranti con me firmato».
L'autore dell'articolo ricorda che Paolo Gorini preparò il cadavere e iniziò l'imbalsamazione, terminata a Genova.
Chiusa in una cassa di piombo, posta in un altro feretro di legno, la salma del Grande rimase esposta nel salottino, a sinistra entrando, della casa Rosselli. Agostino Bertani domandò al Prefetto l'autorizzazione al trasporto, e, ottenutone il decreto, la salma, dopo le solenni onoranze avute in Pisa il giorno 14, giungeva il 15 a Genova, 25 minuti dopo mezzogiorno.
Una domenica, terminato il desinare, sentii un gran sonno opprimermi le palpebre e mi gettai sur una specie di sofà, come per fare un pisolino. La dormitina fu lunga! Non mi destai che dopo 15 giorni, con la testa fasciata come il mio povero Pallino, e con 24 mignatte sotto il collo. Cos'era stato? ricordavo, in sogno, che Pietrino Malfatti e Cencio Arrighi, uno alle spalle, l'altro dai piedi, mi trascinassero su su per una scalettina stretta stretta, ripida ripida che non finiva mai: dicevo tra me e me, questa è la scala di Giacobbe, che avevo letto nel Giannetto! poi un affaccendio di donne e d'uomini; un portare aceto e catini e lumi, e Napoleone che mi metteva sul letto. C'era nella camera una statuina di gesso che rappresentava il famoso brigante corso «le braccie al sen conserte».
Insomma o fosse, (come dissero le vecchie di casa) che m'avessero fatto male certi confetti; o che mi si fosse fermato il sangue per l'impressione della malaugurata bocciatura; il fatto sta che fui colpito da una terribile congestione cerebrale, malattia identica a quella di cui morì la disgraziata sorella mia, Ada.
Devo dire il vero; in questa circostanza fui trattato come un figliolo anche da quelle vecchie che avevano avuto sempre un po' di risentimento col povero orfanello: anzi, mi raccontarono poi, quando entrai in convalescenza dopo un mese e più, che fui veramente salvato dal professor Fedeli, una celebrità a que' tempi, perchè la zia 'Vira, vistomi, peggiorare e farneticare come un matto, nel folto della notte, colta da spavento s'era data a correre come una matta in cerca della casa del dottore il quale abitava in piazza Paolina e con le lacrime agli occhi, l'aveva supplicato di venirmi a visitare. Non visitava mai codesto professore, nessun privato, perchè dicevano ch'era il medico di casa reale. Giunse, il brav'uomo, e a tempo mi salvò.... con un sistema altrettanto spiccio, quanto primordiale e che oggi non s'usa più: la cavata di sangue! Disse che ero in pericolo di vita e che non poteva far diagnostici: se debbo dire il vero, egli confermò poi, dopo molto tempo che se aspettavano poche ore più, sarebbe stata meningite. Malattia, come ognun sa, terribile e mortale: povero cervello mio! quando ricordo il mal tremendo che io sentiva dentro, mi s'accappona la pelle! Ebbene, durante tutta la mia vita, a intervalli di dieci, quindici, giorni, io ho sofferto d'attacchi furiosi al capo, come se un'aquila dal becco d'acciajo, o innumerevoli vespe e scarafaggi, mi punzecchiassero e mordessero il cervello! Nessun Dottore, tutta l'arte medica e chirurgica, i migliori trattamenti fisiologici hanno potuto vincere questo spaventoso male che mi perseguitò sempre, e che ho avuto compagno terribile in ogni faticoso lavoro, e che pareva anzi scegliere i momenti più inopportuni per martirizzarmi: i medici mai si trovaron d'accordo; uno voleva la dieta; l'altro l'abbondante mangiare; quello aboliva il vino e il caffe; l'altro me li ordinava.
Posso dir d'essere stato durante cinquant'anni un valetudinario incurabile e attribuisco a questa tremenda malattia periodica, l'essere imbianchito a diciott'anni e incanutito a trenta.
Chi mi ridirà la tenera commozione quando un giorno vidi avvicinarsi al mio lettuccio la figurina spigliata e bionda della Luisina? s'avvicinò la cara fanciulla col viso imporporato e mi disse cose certo che discesero sul mio cuore come una miccia: aveva le mani piene di fiori e d'arance e lasciandomi tutto sul letto mi confortò del suo meglio.
Cose infantili, non è vero; ebbene, sì, infantili; ma l'uomo non è egli forse, dalla culla alla tomba, sempre fanciullo? Lasciate che lo sia; lasciate che il suo cuore palpiti alle cose semplici e giovanili; Dante a nove anni (se è vero) concepì una passione che lo inalzò, fino a comporre il Poema dei Poemi! ma Dante non torna.... lo so; eppure sento ben grande commiserazione verso quegli spiriti forti che sorridono, di tutto, che tutto criticano e vilipendono cinicamente.
Non sono essi il modello degli spiriti volgari? ebbene lasciamoli alla loro vita piatta piatta e grossolana:
«Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancor ovver benigna ; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, od inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovinezza, ahi giovinezza, è spenta?»
*
* *
Ero quasi fuor di convalescenza che la nonna Carolina, principiò a dar segni della terribile malattia che la trasse alla tomba, dopo pochi mesi.
Il nonno risolvette ritornare a Lucca e si dovette dar addio a Viareggio, agli amici, alla marina, e partimmo! E la Luisina?
La notte precedente alla nostra partenza fu per me d'indicibil dolore: era notte chiara e stellata, e una tepida, aura ottobrina faceva tremolare appena le foglie de' limoni del giardino; tutt'intorno regnava un silenzio solenne, non turbato neppure dal lontano gemito del mare; si sentiva nel profondo come un fruscio d'acqua mollemente agitata sulla riva; pochi lumi pallidi e incerti tremolavano sul mare come fuochi fatui che il vento spenge e riaccende capricciosamente: una di quelle notti tranquille e placide, come le sa dare la mia Toscana, nell'inesauribile ricchezza delle sue stagioni placide e maravigliose.
La Luisina, m'aveva detto, che perchè nessuno ci vedesse nella viuzza che s'apriva dietro la casa sua, a mezzanotte, avessi spinto l'usciolino del giardino e costì essa m'aspetterebbe: e così feci.
Con che battito di cuore, con quanta trepidazione, m'avvicinai, nell'oscurità alla porticciola, che trovai semiaperta: Luisa m'aspettava.
Mi prese la mano e silenziosamente, come due ombre, entrammo nel suo giardino, ben lontano dalle camere ove dormiva la signora Paolina. Ci sedemmo a lungo sur una grossa pietra: e quella fu l'ultima nostra conversazione.
La vezzosa giovinetta giurò fedeltà eterna; eterna la giurai anch'io, e ci scambiammo i pegni della nostra eterna fedeltà; essa mi dette (ridi lettore?) un bottone che s'era strappato della sua camicetta scozzese; io le detti le poesie del Leopardi, con una dedica tutta fuoco che terminava con questi versi del Consalvo:
....Ohimè
per sempre
Parto da te ! Mi si divide il core
In questo dir. Più non vedrò questi occhi,
Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
Di lasciarmi in eterno, Elisa un
bacio
Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
In tutto il viver mio?
E un casto bacio m'ebbi dalla mia Luisina, dalla Luisina ideale dei miei più giovani anni; appena due mesi erano trascorsi da quando io l'aveva veduta la prima volta, e la perdevo, e per sempre....
Quell'angelo buono che m'aveva raccolto orfanello, protetto, amato come, e forse più d'un figlio; la mia povera nonna, tornata in Lucca s'ammalò, e l'idropisia la disfece in poche settimane. Negli ultimi giorni della sua gravissima malattia, sembrò aver perduta la dolce serenità austera che io le avevo sempre conosciuta; avvenne un caso di spensieratezza da parte mia che si disse ne affrettò la morte. Ma io non lo credo; erano ormai cresciute le acque alle estremità e in tanta copia, che le riempivano i confini del cuore. Ora avvenne (eravamo in decembre) che s'abbattè su Lucca una fortissima bufera e la città apparve in un attimo coperta di candidissimo e alto folto strato di bianca neve. I giovani si sa, sono amantissimi di folleggiare in mezzo alla candida farina caduta dal cielo; osservare dalle finestre di casa il lento cadere di grossi fiocchi di neve; vederle a poco a poco addensarsi su' tetti, e sulle strade, sulle piazze, e su' rami degli alberi; quel silenzio fioco o attutito da quella specie di fredda ovatta soffice e leggiera come la pelugine del cigno; fa nascere in chi la guarda, il desiderio grandissimo d'intrufolarcisi dentro, di pestarla, di fare alle pallate di neve.
Ricordavo che in soffitta c'erano certe paja di stivaloni da montagna, di mio padre; ma provati me li ero trovati troppo grandi per il mio piccolo piede; presi allora delle calze di lana e tante me ne misi da ingrossare il piede, da poter stare attillato nell'enorme stivalone che m'arrivava di molto fin sopra i ginocchi. Tutto contento esco di casa in cerca di gazzarra: non doveva fare una bella figura, (penso ora), con un pajo di stivali da moschettiere sguazzando sulla folta e addensata neve... ma i giovani cosa non farebbero, pur di cavarsi un capriccio?
Stetti fuori tutto il giorno; ma al rientrare a casa, al presentarmi alla porta la zia 'Vira mi venne incontro investendomi con terribili minaccie:
«Quante calze hai preso dal cassettone? – grida con quella sua vociaccia sgarbata.
Cinque – rispondo:
Ecco, ecco l'infame, causa della malattia della povera Carolina; ingrato discolo, scampa forche: sarai sempre così, e morirai in galera!
Lasciai che si sfogasse; mi tolsi i belli stivaloni; e mogio mogio mi presentai alla nonna.... ma questa era già peggiorata di tanto, da entrar poco dopo in agonia: mi fu riferito poi che le ultime parole furon queste: «Non vedo l'ora d'alzarmi per dar tanti cazzotti a Giulio e calci alla canina» – (Era questa una bestiaccia che il nonno aveva portato a casa in quei giorni e che si chiamava: la marchesina).
– Giuba – Giuba..... furono le ultime parole; forse mi chiamava per nome l'ultimo addio; forse mi minacciava..... Fu detto che nell'ultimo istante, in un rapido baleno di ritorno a sè stessa, chiamasse il nonno e si facesse promettere che non m'avrebbe abbandonato mai. Comunque ciò fosse, vedrete se la promessa che vi fu da parte di lui, come venne tenuta e come un giuramento pronunziato su una persona in fin di vita fosse come scritto sulla rena della riva del mare.
Appena morta la buona nonna (che era stata veramente la mia seconda madre); rasciuttate a mala pena le lacrime; ricomposta la casa nel suo tran tran usuale, fui chiamato in libreria dal nonno che mi tenne questo ragionamento:
– Giulio – mi disse – tu sei già grande; quest'anno prenderai la licenza; è necessario che tu divenga presto un omino, perchè tu sai benissimo che devi farti una posizione: non hai voluto fare il soldato, come voleva il babbo; sei un temperamento riottoso, e testardo; io non ti ho mai detto nulla finchè sei stato il figlio della nonna; ma oggi ti dico: pensa a te, a diventar serio e a farti veramente uomo, perchè tu non hai più nessuno per te....
Cosa potevo rispondere fra i singhiozzi, e il pianto che mi offuscavano gli occhi? purtroppo avevo sentito anch'io che quando la bara s'era ingojata e portava via l'unica àncora di speranza che avevo, io rimanevo più abbandonato e più miserello di prima. La zia Adelina, donna angelica e soave, era ben lontana nel suo convento; Fanny aveva sposato Nando Boyer, alto impiegato delle Ferrovie Romane; in casa non era rimasto che le due citte, vecchie e più burbere che mai, e il nonno.
Dopo un pajo di giorni si videro delle novità: entrò in casa la padrona della canina; costei si chiamava Giulia, ed era l'antica ganza del nonno; quell'amante della quale, come dissi al principio, la povera nonna era stata furiosamente gelosa.
Entrava da padrona! Costei era stata meretrice, ma il nonno (si diceva) l'avesse riabilitata: era un'azione nobile e umana? Io non la discuterò; la sposò poi con le forme dovute, vari anni dopo, ma, a quel tempo, nessuno, e tanto meno io, potevamo renderci conto, nè sapevamo giustificare ai nostri occhi un passo simile. Che si pretendesse da me amicizia e affetto, sta bene; ma che mi s'imponesse di ritenerla come la mia povera, onesta, carissima nonna, ciò non poteva essere: fu la mia rovina!
In cotest'epoca appunto conobbi, amai e divenni amico di Alfredo Catalani, cigno immortale della mia città.
Abitava il giovinetto in via..... in una casa assai meschina, e nessuno avrebbe creduto che sarebbe divenuto quel grande, da rivaleggiare per le sublimi melodie stemperate in sospiri dell'anima, a Rossini e a Verdi. Io lo accompagnavo all'Istituto e notavo su quel suo visino delicato e fine, e negli occhi pieni di malinconia una misteriosa luce, un non so che di patito, che me lo affezionava di più: lo credo, io! era un predestinato!
Gloria a te, nobile figlio della mia Lucca; il tuo passaggio rapido su questa terra, fu come una meteora luminosa e fuggente: ma entro i palpiti delle tue note, ne' ritmi della tua Wally, di Loreley, d'Ednea, ecc,..... sgorgano le note dell'infinito universo, i singhiozzi delle anime dolenti, l'indefinibile speranze; e le illusioni, di qualche cosa che si sente sublime, divino, e che dev'essere immortale, e, che non si può capire.
Io mi sentiva come una lodola innamorata della luce del sole: la visione continua della mia Luisina riempiva l'oscurità e il vuoto della mia esistenza: fremevo e piangevo sulli scritti di Ugo Foscolo e di Byron; sapevo a memoria le Ultime lettere di Jacopo Ortis; smanioso, in preda a una febbre che non mi capivo, camminavo sulle Mura, leggendo i poeti, volando col pensiero a lei che m'invitava come a morte. Quante volte appoggiato alla spalletta della cortina di Muro che volge verso il Monte di Quiesa, io vedeva col pensiero, la piazza, la casa, la finestra del mio tesoro. Essa mi scriveva letterine brevi, piene di cose gentili e di dolcezza: una volta mi mandò una piccola ciocca dei suoi biondi capelli, legata a un filo di seta verde. Ho tenuto quei capelli molti e molti anni come un inestimabile tesoro, quasi un talismano; finchè altre dita tremanti e gelose gli strapparono da dentro un libro ove dormivano tranquilli, gettandoli al vento che seco se li portò nella consunzione di tutte le cose. Eppure, sebbene chi mi fece questo sgarbo io amai; con un amore più che appassionato, furente, sentii quanta viltà alberga sempre nel cuore umano, e quanto obliosa e sconsiderata è la gioventù e l'amore egoista.
Io fuggiva da Lucca assai volte, per veder quella fanciulla che mi aveva ammaliato, con la sua illusione; che m'aveva incatenato con una catena illusoria e più forte dell'acciaio. Venne il carnevale e ci demmo un appuntamento per l'ultimo veglione al Pantera.
Sarebbe stata vestita – mi scrisse – da Contadinella lucchese. Io dovevo vestirmi da domino nero.
Giunge finalmente il desiato giorno; il mio buon amico Odoardo Carina, vecchione gioviale e quanto mai allegro, mi venne a prendere. Entriamo nel vestibolo, stemmo fino alle due del mattino ma io non potei trovare mai la bella forosetta che il mio cuore fidava, sapeva che sarebbe venuta. Cerco per ogni verso, nei palchi, nel parterre ove ballavano come matti... nulla! Mi s'avvicina un mascherotto che io riconobbi subito per il mio carissimo amico, Carlino Grossi figlio della bella Gegè Ottolini, e mi bisbiglia all'orecchio: «Se vuoi trovare chi cerchi, vai nelle stanze.
Ci corro, e sur un'ottomana, sedute, vedo la madre e la figlia; ambedue mascherate, ma senza mascherotto sul viso: avevano vicine, la mamma, un signore che io non conosceva, la figlia un ufficialetto di marina....
Mi si offuscano gli occhi; m'avvicino.... mi riconosce.... doventa di fiamma, impallidisce... Balbetta alcune parole insulse... io pronunzio una terribile offesa che non voglio ripeter qui...
Mi fu detto poi, che escii in gravi escandescenze; che mi trascinarono fuori; che il bellimbusto, ad onta che avesse uno spadino al fianco, rimase più citrullo di prima, e così ebbe fine un idillio che mi aveva riempito il cuore di palpiti, e la mente di sogni.
Ora mi tornavano a memoria i risolini ambigui di un mio carissimo amico Guelfo Raffaelli che aveva trovato una domenica mattina sul monte di Quiesa, lui venendo in diligenza da Viareggio ed io a piedi che mi vi recavo. Mi aveva detto a fior di labbra. «Vai vai, che la biondina t'aspetta; fai presto fai presto e guarda che non ti scappi di gabbia.»
Costui, m'aveva già supplantato... e, a sua volta, sarebbe poi stato supplantato dal bel tenentino... così va la vita, cioè così va l'amore e la fedeltà delle giovinette italiane.
Pane amava Eco vicina,
Eco Fauno saltellante,
Fauno Lida, e il proprio amante
Era in odio a ognun di lor.
Quanto Pan per Eco ardea,
Tanto l'altro ognuno odiava,
Tanto ognun l'amante odiava,
Pari all'odio era l'amor.
Apprendete, alme ritrose!
Se chi v'ama non amate,
Fia che quando amor cerchiate,
V'odii e fuggavi ogni cor.
Questo idillio di Mosco, tradotto da Leopardi, mi ritorna insistente alla memoria e lo voglio trascrivere qui come sugo di tutta questa mia tiritera; Luisina crebbe; di giovinetta si fece donna e madre; amò, troppo amò forse, e la sua vita, come quella di tutte le anime che troppo amano, trascorse in tempeste e dolori; ma – sono certo – che se essa avesse potuto scorgere nel cuore onesto di un giovinetto che ne aveva accolta la vezzosa imagine ideale, come in un tempio e quivi ne aveva fatta l'idolo e lo scopo della sua esistenza; sì, – ne sono certo – avrebbe affrontato le tentazioni e gli allettamenti giovanili del mondo con ben altra austerità, con più nobile intrepidezza.
Ricca, bella, corteggiata, (oh troppo) seguì il cammino di tutte... e si perse per sempre!
Addio illusioni del cuore e della giovinezza; addio saldo onore d'un'anima verginale; addio suprema bontà che dirigi e prepari un'esistenza onorata verso l'onore, il sapere, le nobili azioni sui campi del dovere: io sentii naufragare in me ogni miglior virtù, offuscare l'intelligenza, la volontà, l'energia.... tanto può un amore soave e puro nell'adolescenza, sul cuore schietto di un uomo che nasce ben inclinato e volto alla bontà.
Eppure bisognava studiare e non farsi scorgere nel dolore che m'opprimeva: oh notti insonni e in assillo, ardanti agonie, funesti propositi di vendetta; pareva che il mondo fosse morto dinanzi a me! E che ne sapeva il mondo? Che ne sapevo io quasi ancor fanciullo delle sue tremende disfatte, de' suoi dolori ineffabili?
Poco a poco la calma entrò in me e detti gli esami: fui il migliore e strappai anche quell'anno tutti primi premi. Cento lire di libri... lodi e complimenti; gelosie e invidie; libri e libri; e danari e divertimenti e portato in voce di bella mente che prometteva qualcosa... ma io aveva la morte dentro, e divenni cattivissimo.
Qui m'accadde un fatto grave che poteva essermi fatale.
Essendo uno dei migliori allievi di disegno, il buon professor Dal Poggetto m'aveva fatto fare per l'esame di 3a un'acquerello della tomba di San Martino; non ricordo più che fosse, ma mi sembra che rappresentasse quella del famoso Angelo Pelliccia.
Terminato l'acquerello avevo messo il tavolone grandissimo, ad asciugare in una corte, appoggiato alle pareti e all'ombra, le figure voltate verso il muro: eseguito l'ordine me n'andai a comperare un panucciolo di ramerino in portineria perchè ero digiuno dalla mattina e già scoccavano le 4. Ritorno.... sollevo il quadro: oh Dio! era tutto macchiato d’acqua sudicia d'inchiostro di china che un compagno, certo Garbesi, aveva gettato contro la parete: acqua di un orciuolo dove si lavano i pennelli.
Corro dal professore spaventato; mi dice: – Non aver paura, il voto te lo do lo stesso; il tuo acquerello è il migliore di tutti. Presto, gettale su catinelle d'acqua chiara. – Ma chi è quel birbante?
E il birbante fu trovato: l'invidia l'aveva spinto a rovinar a quel modo il mio lavoro. Tutto arrabbiato, l'aspetto fuori per dargli due lecche. Eccoci varj amici sul Baluardo San Donato: volano pugni e schiaffi; me lo metto sotto i ginocchi e gli sfascio il naso come a un gatto; gli schizza il sangue dal naso e dagli occhi; brutto e sbilenco quel mostriciattolo aveva un bazzone ridicolo che pareva una ciabatta. A un tratto mi sento bucare a destra, da due punte fredde acutissime; era un colpo traditore di compasso che mi vibrava colui per liberarsi da me. I compagni l'afferrano, lo trascinano verso le mura, lo vogliono buttar di sotto. Tutto insanguinato nella camicia, corro glielo levo dalle mani e: «Vattene, canaglia ipocrita, e pretaccio – gli grido – vattene che poi ti concio io con lo zio»
Era suo zio un fratone Camaldolese alto alto e pelato come una patata, anzi addirittura una testa di morto; e vera testa di morto era il frataccio; un teschio secco e piccolo, con due occhiaje profonde e dentro a quelle, due occhietti d'avaro, con sotto un naso piccolo a palla, su una bocca sdentata e grandissima che s'allargava su due mascelle flosce e cascanti: vestiva un tonacone bianco svolazzante; chi non ricorderà a Lucca frate Garbesi? A costui (che stava di casa quasi in faccia a noi) io facevo il ritratto o caricatura, che andava in giro ne' caffè di Lucca, con grande risate de' conoscenti: uno di cotesti ritratti attaccai io un giorno alla porta di casa sua, ed egli lo staccò ridendo e venne da noi, umanamente dicendo – «Non credevo che dopo essere stato da Vittorio il re sabaudo che aveva soppressi tutti gli ordini religiosi (cosa di cui gliene va resa giustizia) non voglio essere sfratato da te! ti sfido a far quel che faccio io» – «E cosa fa lei? – rispondo, vediamo.»
Mi fa andare in una stanza vicina, chiude ermeticamente la porta e poi.... comincia a suonare il flauto.
Era una musica magnifica; le note dolci e soavi, i crescendo più tempestosi, le cavatine più delicate, le cabalette, i rondò, i pezzi di spartiti più in voga e più noti, uscivano dal suo flauto in onde di così armoniosa dolcezza che si dimenticava quel suo grugno arcigno e di macacco.
Gli applausi della compagnia, salgono alle stelle, bravo, bene – si grida – io ritorno in galleria. «Bravo sor Giuseppe, gli dico: maraviglioso – ma, ci vuol dimolto a suonare il flauto, come fa lei, che chi sa quanti anni ha studiato: «T'inganni, Giulio; io non ho nessun flauto. Impossibile, grido io.... sì, no; tutti m'accennano che ha detto il vero e io insisto per udirlo ancora; e il bravo frate, senz'altro istrumento che quelle labbraccie rattrappite, sottili come due lame di rasoio, e con una lingua che doveva essere agile come quella di un usignuolo, mi ripete due o tre magnifiche suonate.
Stetti otto giorni a fischiare da me e me, e a forza di provare e riprovare, dopo una settimana non volli restare sotto a lui e lo feci tornare e fischiai e bene e mi disse ridendo che ero un diavolaccio. Ho poi avuto codesta facilità per molti e molti anni e a' miei amici che si maravigliavano quando sulla chitarra, eseguivo alcuni difficilissimi pezzi del Verdi, raccontavo loro la storiella e come avevo fatto a imparare.
L'emulazione, questa gran sorella della curiosità, credo sia nata in me con l'intelligenza, e se ho fatto qualcosa, lo devo attribuirlo unicamente a lei.
Stetti ferito malissimo; crebbero due borse sotto il braccio; mi curai – cioè non mi feci nulla – guarii: intanto lo zio Garbesi ebbe a constatare che quel bel cecino di nipote era un vero canaglia, s'accorse che con una chiave falsa gli apriva un cassetto e gli rubava denaro; decise mandarlo in mare e lo portò a Livorno e costì lo imbarcò sur una barca a vela per gli Stati Uniti – Si seppe poi che per vivere aveva dovuto fare lo sguattero; che aveva rubato, aveva ferito uno ed era stato messo in galera... Parce sepulto?
Era rimasto solo e abbandonato quasi da tutti, scontroso e nojato, passai il luglio e l'agosto del 1869 – uggioso a me e agli altri – Una sola persona sembrava volermi bene: era questa una povera vecchia signora, mezza matta – una certa Scopetani – che mi cercava ogni poco e mi portava cioccolata, libri, denari....; poveretta, dicevano che era rimasta sola al mondo, avendo perduto cinque o sei figlioli di mal sottile; e che io somigliavo uno dei suoi figli: rimasta sola al mondo m'aveva messo affetto di madre e come una madre si portò meco se vorrete sentire.
Quell'anno, il nonno non volle tornare a Viareggio, perchè – diceva – il ricordo della recente morte della povera nonna, lo avrebbe rattristato!
Scelse dunque la villa Bottini a Gragnano, su quel di Pescia.
Se Viareggio era stato famoso per l'allegria; Gragnano lo divenne per la rumorosa baraonda. I parenti, gli amici, anche gli sconosciuti venivano da noi a passare una settimana di divertimento. Preti e frati non mancavano mai; tra gli altri ricordo un certo Del Fiorentino, un pretoccolo leggero e bellimbusto che se la diceva molto con le ragazze e rideva sempre; e un frate celebre, Padre Giovanni che divenne primo cantore del papa alla Cappella Sistina, e morì (si disse) avvelenato per gelosia. Costui cantava da baritono, e s'era fatto frate.... per passare, forse, da un genere di parassitismo a un altro.
Nessuno crederebbe mai, vedendomi ora e conoscendo quanto io sia stato e sia alieno dal sangue; nessuno crederebbe mai dico – che nel 1869, fossi un piccolo Nembrod, che stessi tutto il giorno con la schioppetta sotto il braccio e che consumassi tanta polvere di Stazzema e di pallini di piombo. Quante volte poi ho ripensato a' quei beatissimi tempi, ho sentito un senso di repugnanza sincero a uccidere e veder uccidere gli uccelletti della campagna e del bosco, che un senso antipatico di raccapriccio mi ha perseguitato e mi perseguita, sì che, anche ora quando vedo un cacciatore in agguato col fucile in mira e lo sguardo teso verso un cespuglio ove un innocente bestiolina lietamente cinguetta al Sole, mi sento turbato e triste.
In quei tempi ero uno smanioso cacciatore; mi alzavo alle 2 o alle 3 del mattino e con un villanello, le più volte solo, me ne andavo lontano lontano, su per le montagne di Monsummano e di Pescia a far man bassa d'infelici volatili.
Che allegria, quando potevo spianare il fucile e vedevo cadere un tordo, una lodola, un merlo (così difficile a farsi chiappare) e gli uccelli più grossi. Avevo trovato una brughiera nascosta entro boschi di castagni e di querci, e quivi, io restava, con gli stivaloni nell'acqua fino al ginocchio, in nascosto, senza respirare, aspettando le famose beccacce, grasso premio a chi sta all'aspetto e che lo ingrandisce agli occhi de' vicini e degli amici come se fosse un insuperabile Nembrod.
Che piacere alla prima beccaccia cader giù; l'attesa febbrile, il fruscio, che fa l'animale tra le frasche, il frullo a perpendicolo quando s'inalza; la stesa davanti.... il colpo, la gran botta cadendo!
E la lepre? Era tanto che m'aveva promesso il nonno di staccarmi il porto d'armi alla prima lepre che portassi a casa; che battevo la campagna con pertinacia degna di miglior causa. Una mattina, stanco di tanti giorni di batter campi e prode, fangacci e brughiere, m'ero buttato lo schioppo a tracolla e me ne ritornavo lemme lemme e a capo basso a casa guardando dinanzi a me più per abitudine che altro; la mattina era fredda; ma chiara; gli alberi, già quasi pelati, mostravano gli stecchi bianchi coperti di brina, e un vapor sottile e diafano velava tutta la stupenda valle dell'Altopascio, e io sognavo di Castruccio Castracani, d'Uguccione della Faggiola e le famose faide toscane del dugento, quando, alzando gli occhi sulla strada bianca bianca – è o non è? mi balugina la forma d'un grosso gatto grigio, che fermo sur una proda, con due lunghe orecchie, seduto sulle zampe posteriori pareva mi guardasse per corbellarmi; aveva due occhietti vivi e fissi; riconosco, intravedo, intuisco, è, non è,... presto... schioppo al braccio... sparo... la lepre dà un brinco, e se ne viene incontro a me saltarellando come niente fosse.
Avevo fallito il tiro! Il fucile era a una canna sola; la lepre sgattajolò via lenta lenta e io rimasi con una stizza e un’impressione, così forte che stetti varj giorni senza voler più toccare il fucile.
– «Povero cacciatore in erba» mi diceva celiando il nonno – «Povero Nembrod... in settantaquattresimo – va' va' non sarai tu che ci farai assaggiar la lepre in salmì». – E io battevo la campagna e m'arrovellavo, riprendendomela un pò con me stesso, e un poco, con lo schioppo; una mattina, vicino alla Pieve, trovo un villico con un bellissimo leprotto attaccato a uno spago che se lo portava trionfalmente a casa: – Galantuomo, me lo vendete?» – «O che lo vol davvero comprare signorì? mi vol daie du' gavurrini perchè è lei, gnene do». – Vennero i cavurrini e dì lì a tre ore una famosa lepre, cacciata con le mie stesse mani, faceva entrata nella dispensa del nonno. Mi pareva d'essere chi sa chi. Non credete che la maggior parte de' cacciatori facciano lo stesso?
Una delle cacce più belle e interessanti in Toscana, è l'aspetto ai fringuelli quando s'adunano, al tramonto del sole, per andare a letto. Ve li vedete venire a stormi a stormi, (se vi nascondete dietro un tronco d'albero grosso) a tornar e si posano di colpo in su le rame e poi (cantano tutti come se fossero cicale), salutano il tramonto e il sole che se ne va.
Se ne possono far cadere a ventine usando un'astuzia nota ai nostri cacciatori, che è quella di simulare il chiò, chiò della civetta; appoggiando il fucile sul braccio sinistro, e tenendo la mano al grilletto, si mira nel folto degli alberi, si mettono le labbra sul dorso della mano e si fa il suono stridulo della civetta: i fringuelli svolazzano, curiosi, entro le alte cupole degli alberi; par che vengano a sfidarci e burlarci; allora prendendoli di mira nel più folto dello sciame, lasciate andare la botta; ve ne cadono ai piedi quanti ne volete. Per me il cacciatore, ne sono convinto; mi fa quell'impressione: oggi non tirerei nemmeno a un passerotto, e le pernici, e le starne potrebbero dormir contente: non le ucciderei per tutto l'oro del mondo: per principio, quanto per sentimento e per cuore.
Povere bestioline; sono così contente e felici ne' boschi; danno a noi l'esempio della libertà in mezzo alla natura festante; con raccapriccio penso alle centinaia di migliaia di quelle innocenti bestioline distrutte, così, per capriccio, senz'alcun altro scopo che l'ingordigia, la moda, e la gola. E pensare che vi sono degli uomini, – come Roosewelt ........e lo stesso Livingstone p. e. – che con tutti i loro sentimenti umanitarj hanno intrapreso lunghi viaggi per andare a sterminar leoni, pantere, elefanti nel centro dell'Africa, facendosi credere eroi; e vi sono imperatori e re, che non sapendo cos'altro inventare per martirizzare al mondo, tengono bandite e parchi lumeggianti dove il lavoratore non può far nulla, destinati unicamente a delle carneficine reali, d'animali innocui.
Io andava a caccia in barba al governo, senza porto d'arme; quindi il saluto de' miei amici contadini, era questo: «Bon giorno signoria; o che va a fa merli? in bocca al lupo! (attento agli angiolini! (I carabinieri). Guai a dire in Toscana al cacciatore: – «Buona fortuna», c'è da non prendere nemmeno un beccafico per un anno!)
Una sera tornando a casa stracco e affamato, in una specie di valloncello riparato da un folto boschetto di saggine e di castagnoli bastardi, ti vedo un bel pettirosso che trinava tutto contento: e ...tri-tri-tri - tri-tri-tri - tri-tri-tri... Era basso, quasi a un metro da terra, su un ramicello che svettava alla brezza; spiano il fucile, lascio andar la botta, e via a raccattarlo.
Numi del cielo! nell'aprire le frasche scopro due carabinieri che mi si fermano in faccia. Rabbrividii perchè, il pettirosso era caduto proprio nel sentieruolo e costoro camminavano proprio incontro alla botta. Mi balenò in mente che in quella posizione io dovevo averli investiti.
Del pettirosso non c'erano tracce; nemmeno una penna; i due brav'uomini mi agguantarono per le mani e lì botta e risposta – Chi sono, dove vado; fuori il passaporto..... insomma il procedimento fu spiccio; mi tolsero il fucile mi misero in mezzo e mi portaron via.
Per farmi lasciare incominciai a sfoderar la parlantina che non ero un cacciatore di frodo; che il nonno mi doveva portare il passaporto proprio quel giorno, e – finalmente – dissi, sono figlio del colonnello Pericle Pane, gran patriotta, e martire della libertà!...
– «Allora – disse il maresciallo – per onor del suo babbo, se ne vada, prenda il fucile, e mi saluti tanto!.... i pettirosso!».
Nato d'un cane, si burlava anche di me!
Me la sgattajolai via come una lepre impaurita: e andai a casa a raccontar l'avventura; il passaporto venne e vennero anche le conseguenze che portan con loro.
Finisco, con un'ultima avventura che, poteva essermi salata davvero: mi ritrovai una sera in un bosco folto e scuro sul vertice del monte Munsummano, quando, lontano un cinque kilometri, si presentò a' miei occhi una delle scene più maravigliose che Salvator Rosa potesse sognare per la ricchissima sua tavolozza.
Pareva che scendesse dal cielo su quel monte, come un tendone candidissimo; certi nuvoloni bianchi e soffici come il cotone scendevano veloci, come se cadessero a poco a poco e s'ammuchiassero l'uno sull'altro bianchi e leggieri; era un sipario candido e roseo al tempo stesso, maraviglioso. A un tratto, dal centro di quel tendone guizzò un serpente di luce che si ramificò su quello scenario lontano; fu come il segnale della rappresentazione; dieci, cento, mille scintille rosse, verdi, azzurre, vene sottili che ora rabbridivano, ora palpitavano s'accorciano, guizzano su quell'Himalaia di cotone: un chiarore roseo e violetto con sprazzi di sangue filettato d'oro, illuminava la meteora maravigliosa, e camminava con velocità vertiginosa verso Altopascio, al bosco dove mi trovava. Pareva la conflagrazione degli elementi: ma era una battaglia silenziosa; non si sentiva – nella profonda quiete che tutto avvolgeva – altro che gli ultimi, rari, incerti pigolii furtivi degli uccelletti tra' rami, aspettando la notte e il sonno.
Gli spettacoli della Natura; gli scenari inestimabili che i fenomeni elettrici o le scene degli elementi presentano sulla terra, mi hanno sempre colpito l'immaginazione e non ho trascurato mai l'occasione felice di sprofondarmi, con tutti di tuffarmi, dirò così, i sensi, nelle splendide battaglie delle meteore, o sugli oceani o sulle montagne, come se una simpatia arcana, una forza magica, mi traesse fuori dell'involucro terrigeno, facendomi sentire l'attrazione magnetica d'esser parte della natura anche noi, in quelle lotte fra la luce e le tenebre, la terra e il cielo, il fulmine e la furia delle acque.
E intanto l'uragano correva: s'accavallavano nuvole massicce e spumanti come sapone sbattuto; s'udivano già i fiochi brontolii del tuono, di carri pesanti sobbalzati sull'acciottolato; a poco a poco il romore si fece continuo; si mutò in un cannoneggiamento fragoroso, spasmodico: bello, formidabile; pauroso spettacolo che s'approssimava con la velocità di cento kilometri all'ora. Cominciano le prime gocce grosse come ghiande; il vento urla e lacera e inflette le alte cime de' quercioni e dei castagni; butto il fucile bocca a terra, m'appoggio con le spalle al tronco d'una quercia secolare m'abbottono la catena, e mi metto, rassegnato a ricevere un bagno di grandine e di fulmini.
E tempesta orrida era; il suo ricordo non si cancellò mai più dalla mia mente: stavo come rapito a quello spettacolo superbo e magnifico, quando sentii strisciarmi sul collo una cosa viscida e fredda, che guizzava come un'anguilla. Volto il capo e vedo... una viperella lunga non più di dieci centimetri. Do una scossa, mi cade l'animale a piedi e giù, sferro una botta secca col fucile: mi chino per cercare i pezzi, era ridotta in bricioli....
Intanto la notte calava minacciosa; la selva rintronava d'urla di rami schiantati, spezzati, sradicati: i lampi, i fulmini, le saette facevano un chiarore come di giorno. Cominciai a camminare per non espormi a altri scherzi e mi perdetti nell'oscurità profonda di quella bellissima foresta.
Cammina e cammina; quanto più avanzo meno mi raccapezzo del sentiero da prendersi per tornare a casa. Gira di qui, gira di là, dopo venti minuti la tempesta s'andò a perdere verso la Val di Nievole, e un cupo silenzio prese il posto del pauroso fracasso dell'uragano; si udiva il tempestar della meteora da un lato, e si sentiva, veramente si sentì, una quiete maravigliosa invadere, a poco a poco, que' secreti penetrali della terra – per dove era passato il nubifragio.
Nessuna traccia d'anima vivente, altro non v'era che la solitudine, la notte, l'ombre paurose della foresta.
Camminare non potevo nel buio e mi rassegnai ad aspettare il giorno: ero fradicio mèzzo, affamato, stracco e inquieto. Non avevo paura, ma pensavo all'apprensione di que' di casa e ai rimproveri, e alle solite scenate.
Frugandomi nella catana per prendere un pezzo di pane che avevo portato; lo ritrovai divenuto un pancotto, mescolato a una diecina di esseri pennuti che d'uccello non avevano che i becchi e le zampe.
Così stetti fino alle undici di notte, quando alcune grida, alte, nel profondo del bosco, mi feriscono gli orecchi. Vedo una luce lontana; comincio a gridare anch'io, e dopo dieci minuti mi trovo di faccia a due contadini di casa, con un lanternone in mano.
Risparmio al lettore le reprimende e i rimbrotti: se lo immagini.... avevo tenuto in pensiero tutta la giornata e mezza nottata più di venti persone: chi mi credeva scappato; chi affogato, chi impiccato!.... come Dio volle, pagata la rabbia degli elementi, svanì anche quella delle creature umane e me n'andai a dormire nella mia soffittaccia, come l'eroe di Tarascona.
Fu in codesto tempo che misero al cimento il mio carattere già, ormai, formato e promettente assai: dico promettente, in senso buono, perchè se ho fatto delle ragazzate e ho compromesso, una, due volte sole in vita, la buona nomèa di ragazzo giudizioso e assennato; l'ho confessato senza reticenze, e perciò sento in coscienza di non essere stato nè migliore nè più cattivo della generalità de' ragazzi: «Peccato confessato – dice il proverbio – è mezzo perdonato.»
Ho detto altrove d'un certo antagonismo col mio cugino Carlo; difatti non passava occasione che lui non cercasse d'aizzarmi e di mettermi a repentaglio di disgrazie: e naturalmente cascavano sempre addosso a me, di tutte le marachelle che venivano scoperte se n'attribuiva sempre a me la paternità, tanto, che, oramai, non c'era cosa che accadesse un po' insolita che non sbottassero a una voce «È Giulio; è stato lui; accoppalo:» e m'avrebbero accoppato davvero se, col carattere caparbio, non avessi unito una tenacità a tutta prova «Frangar non flectar» era, anche allora il mio blasone, e «Frangar non flectar» entrava per me in tutte le azioni giornaliere della mia piccola esistenzina: insomma ero testardo.
La sera del giorno de' morti, saranno state le dieci – si preparava già le casse per tornare a Lucca; e stavamo tutti seduti in saletta chiacchierando, non so come cadde il discorso sui poveri trapassati. Carlo si volta a un tratto e mi dice: «Saresti buono d'andare in chiesa al buio a bevere il vino santo a quest'ora?» Noti il lettore che fra Carlo e me se ne bevevamo di nascosto tutti i giorni un paio di bicchierini e ogni poco bisognava che la donna ce ne portasse un fiasco in sagrestia; anzi in casa dicevano ogni poco: «Ma quanto beve, prete Pappaciucci. (Era costui un pretaccio grosso e sbracalato che aveva vissuto più di vent'anni missionario in Etiopia e ora, pensionato, se la sbafava a ufo alle spalle del nonno, che tutte le domeniche lo faceva venire a dir la messa nella Cappellina. E io, per la sua asinaggine, gli avevo messo nome Prete pappaciucci, nomignolo che aveva avuto fortuna e col quale, ormai, tutti noi lo chiamavamo così).
– «Scommettiamo di sì – rispondo io – ma voglio cinque lire, se no, no».
– Il nonno acconsente, le zie sbraitano, che è peccato mortale; che non va fatto ecc., le ragazze ridono e mi mettono sul punto; Carlo mi sbeffeggia e mi incita; prendo la chiave e m'avvio – Prima d'escir di casa però, vado in cucina e mi armo – non si sa mai – d'un coltellaccio, dicendo a. Carlo – Mascherina, ti conosco, stai attento perchè se mi fai qualche scherzo, ti tiro: paura non ho, e le cinque lire sono già mie.»
Bisognava attraversare un cinquanta metri dalla villa e andare alla Chiesuola misera e povera come sono tutte le Cappelle di campagna.
Era una notte buia buia; sibilava il libeccio tra rami degli alberi e cavava certe note lugubri come voci di condannati; non ci si vedeva a un palmo dal naso; pareva che si fossero date ritrovo costì tutte l'ombre de' trapassati e avessero preso stanza su' rami degli alberi e ne' rigonfi delle siepi – Mi pareva di vedere (com'è facile a un cervello impressionabile cader nelle allucinazioni) come tanti mostri rimpiattati con certi testoni mostruosi e deformi che mi minacciassero e camminando e avvicinandomi a quegli sgorbi, mi sembrava vederli gonfiare o sgonfiare e sparire come sacchi pieni di cenci: sono terribili gli oggetti della natura veduti di notte! le montagne, le case, le siepi, i monumenti paiono animali giganteschi, o ombre di morti che ti vengono a minacciare e a far paura.
Arrivo alla porta, l'apro, entro e riserro: riserrai perchè – più che de' tanti sotterrati che giacevano nel riposo eterno da una parte e dall'altra della chiesa e sotto l'altar maggiore, io avevo paura di Carlo e dei suoi tiri.
Eccomi, dunque in fondo alla chiesa, nel più fitto buio, in mezzo a tanti morti, sotterrati è vero, coperti da' lastroni, ma pur sempre corpi che la mia immaginazione mi figurava a giacere supini, co' teschi disfatti, le occhiaje vuote o piene di vermi ributtanti e schifosi: mi pareva proprio di sentire digrignare i denti di quelle mascelle disfatte, e vedevo ridere e piangere l'orbite cave di que' poveri esseri disfatti che mi vengono dietro come pazzi furiosi.
Avanti! Arrivo all'altare, ci batto il naso di contro, giro a destra, dove c'era una porticciuolina che metteva nello sgabuzzino de' paramenti, passo un po' più su, dove c'era una specie di credenzina o nicchietta col calice e il fiaschetto del vino, giro la chiavina, agguanto, bevo, riserro e via...
Per dire il vero io non ho mai avuto paura di nulla in vita mia; quella che si dice propriamente paura, io non so cos'è; ma confesso che trovarmi in una chiesetta tenebrosa, nella memoranda notte del giorno de' morti, con la coscienza poco tranquilla d'essere entrato a manomettere le robe di chiesa; (sapevo assai allora ch'eran tutte trappole); dirò non mi destava veramente un senso di pànico, o di paura, ma mi dava qualche cosa di strano ed informe che ancora adesso che lo scrivo non me lo so spiegare.
Non credevo; non mi sognavo neppur per l'immaginazione che i morti potessero tornare; ma... ma... ma; insomma, me lo dica il lettore cosa sarà stato. Riserro l'uscio in fretta e furia e via per la strada buia che mi pareva milanni fra la gente e i lumi.
Me ne tornai glorioso e trionfante a casa; recando meco il fiaschetto mezzo vuoto: ebbi le mie cinque lire e le molte risate furon fatte da tutti, meno che da quelle grugnone incartapecorite delle zie, che non potendo far altro mi dissero:
«Domenica, domenica, prete Pappaciucci sentirai che roba.»
E così terminò quell'avventura un pò pericolosa, se vogliamo, ma che viene a dimostrar questo: che i giovani sono inconsiderati e biricchini, ma i vecchi talune volte lo sono più di loro e più reprimevoli. Non era nulla bere e sghignazzare su cose che ormai nessuno prende più sul serio; ma non mi par bello che i grandi ridano, scherzino e mettano i ragazzi in imprese nè serie nè utili, se non fosse per esercitare pel dopo un salutare effetto in casi diversi della vita quando si richieda o coraggio o fermezza d'animo.
Per conto mio, avrei ballato a que' tempi, sur un quattrino come si suol dire, e narrerò fino a che punto, all'età di 14 anni, ero già spregiudicato e libero dalle pastoie delle superstizioni e dalle paure che fanno tribolare e deprimono i caratteri de' giovani, perchè quelli delle persone maggiori (dei vecchi e delle vecchie non ne parlo) sono schiavi de' preconcetti e dei rispetti umani.
Veniva a villeggiar con noi per otto o dieci giorni, un amico della famiglia: il maggiore Giulio Travaglini di Firenze. Era costui un degnissimo personaggio che avrebbe fatto la sua bella figura in un museo di Stenterelli: caminava come se soffrisse le cheche e s'appoggiava, su' piedi nè più nè meno che lo tormentassero spasmodici dolori a' calli; era però spiritoso e di buon naturale, bastava guardarlo in viso per sentire che non gli si poteva stare avanti a muso duro: ecco ora le sue virtù.
Costui era spiritista fervente e convinto: a sentir lui, tutti si vive in mezzo agli spiriti; spiriti volavan per l'aria; spiriti sedevano vicino a noi; spiriti ci accompagnavano per la strada; insomma erano più gli spiriti che le persone di ciccia. A sentirlo, serio serio, parlarci di Giulio Cesare e di Napoleone, di Plutarco e di Catone che venivano a rispondergli e a parlargli per mezzo di colpettini co' piedi del tavolincino, si sarebbe creduto che li vedesse e li palpasse proprio con le sue mani. A me, che gli ribattevo senza rispetti tutte quelle trappolerie, dava sulla voce dicendo: – «Ragazzo che dici? io li ho visti, io li vedo; te li farò vedere anche a te.» Ma io non ci credevo affatto e una volta per convincer lui gli dissi che avevo fatto il calcolo di quanti uomini erano morti ne' milioni d'anni che la terra aveva di vita, fin dai principj dell'apparizione della prima scimia, cioè in un periodo di 100.000.000 d'anni! «O dunque – dicevo – s'immagini un pò quanti miliardi di spiriti svolazzano sulla terra che è tanto piccola; dove potranno stare? si devono prendere pe' capelli benchè siano spiriti, e fare a cazzotti da un anno all'altro. – «Incredulo, ateo, – rispondeva – non sai che l'universo è pieno zeppo di mondi come il nostro, e che perciò....» – «Sta bene, ribattevo – ma anche su que' mondi muoiono e tutto l'universo deve traboccare di spiriti e d'ombre.»
Insomma, venne a tutti noi l'uzzolo di vedergli chiamar li spiriti e farli parlare: ecco un tavolino tondo a tre gambe; ecco spento il lume; eccoci tutti, in catena, con le mani appoggiate sull'orlo del tavolino, zitti zitti, come voleva lui, concentrati musoni, a vedere se si sentiva rifiatar Plutone.
Qui – o lettore – perdonami se ti racconterò una scappata spiritosa che con gli spiriti nulla aveva a che fare, ma che ti proverà come codesti armeggii non sono che burlette: non so come diavolo m'accadde di sollevare col ginocchio il tavolino; e facendolo ricadere piano piano piano insensibilmente senz'addarmene imitai i colpettini spiritistici col piede di legno: – Sentite o non sentite? – gridò subito Giulio – ecco lo spirito; risponde; ora sentirete : e giù domande, e giù colpettini.
– Chi sei?
– Come stai, sei nel regno dell'eternità...? e io accomodava le mie risposte a seconda delle domande!
O che il sor Giulio fosse un matricolato volpone, e tutto contento di quell'inaspettato ajuto ci pigliasse gusto; o che ci credesse veramente; il fatto sta che l'esperimento durò un bel pezzo finchè, zitto zitto, con una mano azzeccai un pizzicotto nelle chiappe a Carlo che mi stava accanto e che mi rispose con uno scapaccione.... la seduta fu sospesa, e poi ripresa altre sere, e altre sere ancora, finchè l'ultima non volli più ajutare l'evocazione delle ombre, e le ombre credettero bene di lasciare il sor Giulio con tanto di naso.
Pensare che vi sono, anche ora, degli uomini di cervello privilegiato, dei dotti, come Crookes, Lombroso, Richet, che credono a codeste stupidaggini! pensare che ce ne sono tanti altri che perdono il loro tempo a scriverci su delle opere scientifiche di 1500 pagine (come il libro del prof. Morselli che per quel che ha concluso bastavano una ventina al più di pagine per descrivere e analizzare fenomeni che la misteriosità loro hanno nel solo cervelluccio degli sperimentatori; mi vien proprio da ridere.
Gli spiriti, le fantasime, le ombre, cari signori, ci sono sì, ma sapete dove? nel vostro guègnero fuori posto o come dicono gli spagnoli: les falta un dormillo.
Il terremoto.
Da tutto quanto ho scritto fin qui, il caro lettore crederà che passassi tutto il mio tempo bighellonando e sprecando le ore del giorno e della notte, dietro alla mattana: invece studiavo e soffrivo.
Non avevo potuto dimenticare affatto il tiro infame giocatomi dalla bella viareggina; e non avevo potuto tirar giù poi, che, dopo essersi finta follemente innamorata, e me l'avesse poi dimostrato con certi bigliettini piccini piccini, non più grandi di una busta da biglietti da visita; con accompagnamento di fiocchini, e di certi versi che oggi mi ritornano a mente, e mi fanno un certo effetto curioso, quando ci ripenso i versi dicevano:
Giulio, se sei lontano,
Giulio, se sei vicino,
Oltre il vasto oceâno,
O press'a me vicino,
Sempre sarò con te!
Addio – speranza cara –
Addio – addio – addio!
Ti mando l'amor mio,
Sempre sarai con me.
E mi facevano fremere – a que' tempi – ora sorridere, Saffo, che si getta dal sasso di Leucade, non c'è per nulla! Mi pareva impossibile – dico – che avesse finto così bene una bimba di quattordici anni e non me ne sapevo dar pace.
M'ero sprofondato. – dunque, nello studio; le scienze naturali – per scordare e guarire, l'ho gia detto, avevano sul mio spirito la massima attrattiva e divoravo opere di Fisica e di Chimica e tante ne vedevo che le comperavo sperando trovarci sempre di qualche cosa di più; avevo trovato la Fisica del Canton, e stavo delle ore a assottigliarmi il cervello su quel testo scritto in uno stile che sapeva di Galilei lontano un miglio; m'ero scelto per stanza da dormire una soffittaccia sotto il tetto, lontana da tutte le camere che per mòntarci bisognava fare il giro della casa fra mezzo a mille travi e sottoscale che avrebbero impedito l'accesso a chiunqu'altro meno che a un gatto: Costì avevo messo una splendida libreria d'un 300 volumi; appassionato anche ai romanzi storici dell'epoca, che escivano a dispense ci aveva il Niccolò de' Lapi, l'Ettore Fieramosca, l'Assedio di Firenze, la Battaglia di Benevento e poi tutta la collana di Dumas padre, e passavo le mie nottate a studiare e a leggere, e le giornate sui monti o nei boschi: sognavo.
Che diletto inesprimibile di poter leggere, solo solo, da me e per me, quelle maravigliose pagine piene di sentimento e d'opere grandi. Mi s'empiva la testa di fantasime e di sogni, e sognavo davvero con gli occhi aperti: Che è, del resto, quel giovane che non abbia fatto altrettanto o non lo faccia anche oggi? ma la scuola letteraria moderna com'è cambiata! Non vale la pena di far comparazioni: il verismo, il naturalismo, sono cose egregie e necessarie ed è bene che sia così; ma sento e credo e ne ho la convinzione (il lettore sa che sono un uomo spregiudicato, libero pensatore, ateo) che come si leggeva a' miei tempi, oggi non si legge più. Chi trova p. e. oggi i Promessi Sposi, Paolo e Virginia il Marco Visconti, il Prati, il Carcano, il De Marchi, il Dickens, il Walter Scott? nelle mani della gioventù? Anche i migliori libri italiani odierni, puzzano di scuola francese lontano un miglio!
Una sera, saranno state le 9, chiuso tranquillamente nel mio sgabuzzino, o libreria, o studio, o camera da letto; come volete: studiavo sul Cantoni la teoria de' terremoti: tenevo la candela vicina a me e attaccata colla sua stessa cera che avevo sgocciolato sur una specie di tavola, quando mi parve di veder venirmi incontro la libreria che mi stava dinanzi; la candela si stacca e spegnendosi a un tratto, mi vedo ravvolto da cupe tenebre; allo smorto guizzar del fioco lumicino del lucignolo, vedo di nuovo la libreria chinarsi verso di me, tanto chè allungo il braccio e la mano per sorreggerla. Durante questo attimo di tempo, un rumor lontano indefinibile, come fa quando si sente uno scoppio in una vasta campagna, mi colpisce gli orecchi. È come un rombo sotterraneo e cupo, ma generale; mi parve che la terra s'aprisse e che gettasse urla dal suo ventre mostruoso: uno scricchiolio vicino di travi; uno scotimento rapido, solenne, spaventoso di tutta la casa, e nella oscurità della notte che stava su tutte le cose, come una voce cupa, sorda d'una grande e spaventosa bestia che gridasse alle genti della terra: – «Eccomi, sono io, la Morte di tutti; preparatevi». Sentii la seggiola traballarmi sotto, m'afferro all'orlo della tavola, sto lì un mezzo minuto, quando a un tratto di giù dalla saletta ove stavano a giocar le vecchie, Fanny, Nando, un grido acuto ruppe il silenzio della villa; carpon carponi, senza lume inciampando fra pali e travi, arrivo alla scala e scendo a precipizio in mezzo alle spaventatissime donne: una è svenuta, questa piange, quella è inginocchiata e dice il rosario:... non sapendo cosa fare, vo alla credenza, l'apro, trovo del pane e del prosciutto e mi metto a mangiare tranquillamente.
Le donne si figuravano che sarei stato mezzo morto di paura anch'io, si misero a ridere a più non posso e così con qualche barzelletta le rimise tutte in cenci.
Era un magnifico terremoto che, come dissero, da tant'anni non s'era sentito l'uguale; i miei, che erano senesi (e si sa che a Siena i terremoti ci stanno di casa) dicevano che da cinquanta o sessant'anni non s'era ripetuta una cosa simile. Fece de' mali, in quà e in là, e tutto passò: questa cosa dette a me argomento di fare il saccente, con una buona lezione di fisica terrestre che le donne e i contadini stavano a sentire a bocca aperta, senza capir nulla.
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* *
Il 1869 lo posso annoverare fra uno degli anni, dirò così delle grandi occasioni: venne mio padre a passar qualche giorno con noi; lui disse per vedermi; ma seppi invece che era venuto per mungere denaro dalle tette grasse del buon Policarpo.
Avevo adorato mio padre alla follìa, anche quando mi dava poco da mangiare, picchiava sodo, e mi trattava con una severità prettamente soldatesca; rivederlo dopo quattro anni, mi fece un effetto strano, doloroso e triste: un miscuglio d'amore e gelosia, perchè pensavo: – «Se tu hai avuto core d'abbandonarmi quasi bambino, nel colmo dell'inverno, e te ne sei andato in fondo all'Italia; ti sei fatto un'altra famiglia; hai un'altro figlio; e ora vieni qui a mortificarmi e gridarmi per dei nonnulla; rinfacciandomi ogni poco che non ho voluto fare il soldato ecc; e per di più m'obblighi a scrivere alla seconda moglie, sforzandomi a intestare la lettera «Cara mamma»... pensavo, dico: O che padre sei tu? e così lo schivavo più che potevo e me n'andavo a caccia.
Ora una mattina avvenne, mentre me ne stavo sur una proda all'aspetto di uccelli di passo; di sentirmi chiamare da una contadina del Bottini, la quale trattomi in casa in aria di gran segreto mi dice:
– «Sor Giulio, abbia pazienza, ma guardi che c'è Tonino del Merlo che va dicendo a tutti che vuol tirare una schioppettata al su' babbo, che ha saputo che è qui. Ma per l'amor di Dio, non si lasci scappar di bocca che gliel'ho detto io, se no mi ammazza».
Rimasi di stucco: pensai un pò fra me e me, e mi balenò subito il rimedio. Raccontarlo a mio padre, sarebbe stato lo stesso che dirgli: vai a ammazzare Tonin del Merlo, perchè mio padre non era uomo da farsi tirar da nessuno e avrebbe affrontato il contadino, e gli avrebbe tirato come una bodda; tornai subito a casa, chiamai la zia Fanny, le racconto per filo e per segno quel che m'aveva detto la Nena, e con lei ce andammo a casa di quel Tonio, che era vicina al luogo detto Paradiso.
Entriamo: l'uomo era a una tavola con uno schioppo fra le gambe; nel veder me e Fanny si rizzò dalla sedia, si cavò il cappellaccio, e la Fanny pronta senz'aspettar altro gli sfoderò questo discorsino:
– «O Tonino, m'hanno detto che voi avete giurato di voler ammazzare mio fratello il tenente (mio padre non era ancora andato agli esami a Modena, come voleva la legge di Vittorio pubblicata in quell'anno); il babbo di questo giovane; (e mi mise una mano sulla spalla) cosa v'ha fatto, perchè lo vogliate ammazzare?».
L'uomo, che quando eravamo entrati pareva un orso, divenne tutto manieroso a un tratto e rispose:
– «Lei, signorìa, non sa quanto male m'ha fatto suo fratello sotto le armi; ero soldato della sua compagnia, ce l'aveva con me e mi mandava sempre in prigione; non mi poteva patire: veda, signoria sarebbe stato meglio fossi morto a San Martino, dove mi sono trovato a faccia co' croati che passar tre anni, come mi toccò a passare col sor tenente, che era un vero assassino. Non c'era un soldato che gli volesse bene: metteva tutti in prigione; all'uscita, guai a avere un bottone un po' sudicio, o le scarpe un po' lercie, ficcava in prigione, per otto, dieci, quindici giorni: a pane e acqua, senza misericordia. Sor Giulino (e si volta da me) lei Signoria, non se ne può ricordare perchè era troppo piccino, e la su' povera mamma lo sa che è ormai in paradiso; ma di notte, nelle marcie, ero sempre io che me lo caricavo sulle spalle invece del sacco che buttavo addosso a un camerata: e il suo babbo per tutto ringraziamento mi ripagò con tre anni di persecuzioni e di martiri».
Io avevo le lacrime agli occhi; Fanny era commossa; la moglie, i figliolini del pover'uomo vedendo pianger noi, s’erano attaccati alle sottane della mamma e frignavano. M'avvicino a Tonino e gli dico:
– «O Tonino mio, credi che non me ne ricordi? A Pontelagoscuro, a Piacenza, a Palermo c'eri anche te con Cesare; e ora mi vuoi dare questo dolore e ti vuoi macchiar le mani innocenti col sangue d'un uomo che forse, faceva il suo dovere? Gli butto le braccia al collo, lo bacio, .....la pace è fatta.
Fanny – benedetta la sua memoria – si mise la mano in tasca, cavò fuori un mezzo marengo e glielo lascia sulla tavola.
Quel galantuomo se n'ebbe a male; non ci fu verso di farglielo prendere; Fanny si raccomandava: – «Fatelo per le vostre creature; teneteli per amor di Giulio»: nulla.
Il poveraccio era un vero galantuomo. E così ce ne tornammo alla villa tutti contenti: «Gli ci farò dei vestitini ai ragazzi; – mi disse Fanny – e così li avrà lo stesso: ma Pericle è un benedetto uomo....».
E che uomo era Pericle si vide l'ultimo giorno che stette da noi: eravamo seduti verso l'imbrunire sulle spallette d'un ponticello che dava accesso al vialone di villa Bottini; quando capitò a passar di lì un monello con un sacco in sulle spalle; lo zoticone passa e dice: – «Felice sera signorìa;» – (mio padre) – «Ohè, dove vai?» – «A casa, signoria» – (risponde sorridendo l'infelice) – «Tieni» – fa mio padre – «portaci anche questo» – (e giù un ceffone) – poi: – e quando passi davanti alle persone per bene, cavati il cappello». Il poveraccio, rosso e con gli occhi rossi, si china a raccattar la berretta e via, come se avesse incontrato il diavolo. Noi rimanemmo senza fiato. Quella era la sua bravura!
Il giorno dopo partì Pericle: l'abbracciai, m'abbracciò; non feci una lacrima; mi sentivo un gelo al cuore che non mi sapevo spiegare..... lo vidi montare in bagherrino col nonno... salutare da lontano col fazzoletto.... alcuni risposero.... io rimasi impietrito.
Da quel giorno non lo rividi più; è morto, da pochi anni, e ne' quaranta che seguirono a questo fatto, poche e rare notizie n'ebbi.
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Non posso fare a meno ora d'aprire una digressione per studiare due gravi, anzi terribili problemi: se li lascio cader dalla penna, commetto una mancanza gravissima; se li tratto con quell'ampiezza che meritano, il mio povero libro straboccherà di pagine forse inutili per chi legge, e chi legge è come l'avventore d'un oste; paga? vuol mangiare buoni piatti; compra il libro? vuol leggere e svagarsi.
Sta bene; ma io non ho mica detto a nessuno di comperare il volume: dunque, voglio usare del sacro diritto di scrittore. Scriverò per me, e mi leggerò io. Dunque avete capito se v'annojate, dopo queste pagine c'è un altro capitolo.
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I problemi sono questi: il militarismo; la paternità.
Sul militarismo hanno scritto uomini di vaglia, analizzandolo in tutte le sue mostruose violenze, studiandolo nella sua aggrovigliata e laberintica deformazione che non lascia vedere, sotto l'esteriorità e le apparenze, quanto d'infame, barbarico e tirannico stia annidato sotto la superficie lustra e abbagliante.
Le nazioni di tutto il mondo mantengono numerosi eserciti, e vi profondono tesori incalcolabili con la simulata speciosità che se non mantenessero numerose truppe armate e formidabili contingenti in piede di guerra, le altre nazioni salterebbero loro addosso, le conquisterebbero e imporrebbero loro la tirannia più odiosa rendendole schiave.
La statistica ci dà la cifra dei milioni che ogni popolo della terra è costretto a sborsare ogni anno; cifra paurosa.... sottratta alle forze vive del popolo non solo, ma aumentata dalla paralizzazione del lavoro che grandi masse d'uomini non possono sviluppare, forzati come sono agli ozi delle caserme e agli orrori delle battaglie.
Non intendo parlar delle guerre di libertà e d'indipendenza per la redenzione dei popoli schiavi; intendo specificare i mali perenni che stanno sopra il collo delle nazioni, come il giogo sul collo del bue. Un popolo schiavo deve ribellarsi: deve fare la rivoluzione: deve affrancarsi: deve combattere: deve saper morire – se occorre –; l'Italia ha pagine così luminose nella Storia a noi vicina del suo Risorgimento, che niun'altra può, certo, anteporlesi al confronto.
Centinaja e centinaja di màrtiri, da Silvio Pellico a Luigi Settembrini, da i martiri di Belfiore a quelli di Sapri; dai fratelli Bandiera a Rosalino Pilo; dalle gloriose ribellioni delle cinque giornate alla rivoluzione di Palermo; da San Fermo a Calatafimi, ad Aspromonte, a Mentana gloriosissima sconfitta che fu una vittoria dell'onore latino, dell'onore italiano; l'Italia può ripetere a vanto suo nell'eternità della storia, luminose e inestimabili rivoluzioni che le riaffermarono subito quel primato che per giustizia le compete.
Ma qui si ferma il filosofo; qui si ferma l'analisi; qui si getta la base della storia nuova del futuro: l'abolizione, la soppressione radicale degli eserciti, l'utilizzazione immediata delle masse straordinarie di giovani nel fior della vita; l'utilizzazione maravigliosa di miliardi d'uomini in lavori di grandissima e principale necessità come costruzione di porti, di ponti, di strade, di scuole..... ecc; le caserme e i quartieri ridotti a opifici e ospedali; le campagne lavorate maravigliosamente, le famigliole non più orbate delle forze più giovani e migliori; distrutte le tirannie delle caserme, (di cui ho narrato un piccolo episodio fra centomila di piccolissima importanza) sottratta la gioventù al vizio, e ripristinata la natura nei suoi diritti di libertà, felice e umana.
Gli uomini devono tenere le armi soltanto per difendersi in caso di pericolo, tutti per uno, uno per tutti. Ecco l'ideale che il futuro farà trionfare: le nazioni dovranno nominare i loro rappresentanti per tutelare i diritti di tutte le genti del mondo, creando a Roma, un Tribunale Supremo per la pace Universale; Roma, che fu la città per eccellenza spogliatrice dei diritti umani nel mondo; Roma, che stette, bestia immonda e infame coi suoi papi, schiavizzatrice delle coscienze, offuscatrice del libero pensiero su tutta l'Europa: ebbene, Roma instaurerà di nuovo il Tempio di Giano per la Pace Internazionale e tramanderà ai venturi le Sacre leggi di luce e di concordia, di fratellanza e di unione, che i tempi delle scienze ci annunziano con evidenti segni di amore.1
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Il secondo problema – la paternità – non ha bisogno di troppe parole: lo toccherò sopra sopra, tanto più che, generalmente, la funzione di padre scompare dinanzi a quella della madre – Scompare, ho detto, e divien una funzione secondaria – I fanciulli crescono e si educano vicino al cuore materno; il padre lavora, e porta a casa i mezzi di sussistenza; il fanciullo stà, come istrumento passivo, nella mano amorosa della mamma, e cresce buono al suo lato; appena cresciuto, – esce dall'orbita dell'amor materno, e segue il padre nel corso della vita – entra nel mondo come si dice: – ed è perduto: il vizio, il contatto con la società, lo corrompe lo svia; è un altro essere umano che appare nella gran commedia a rappresentare la tirannìa, la sopraffazione, il male.
Perchè? mi domanderete.
Il perchè è semplice: la Natura – disse già Rousseau, crea gli uomini buoni; vedete i fanciulli: siamo noi, è l'uomo che li contamina; ne perverte, ne ha pervertito a poco a poco lo spirito, rendendo quello che è; un ipocrita egoista e malevolo; un soggetto degno di disprezzo; una sfinge che ha originato il problema che spinge i filosofi a ingentilirlo veramente; a redimerlo, a salvarlo, a farlo degno d'appartenere alla vera famiglia umana.
Eccovi un uomo a cui il padre rese una vita infelicissima; a cui mancò la guida materna; falsata quella del genitore; poi l'abbandonò; poi l'obbliò; poi lo disprezzò: non è così certo, che gli uomini faranno bene a sè stessi e a' loro fratelli e, tutt'intorno, per gradi, ma insensibilmente e sicuramente, agli altri fratelli dell'umanità, alla società e al mondo, se veramente penseranno a sbarbare la radice del male: il militarismo.
Ma ritorno alle mie avventure e chieggo scusa della digressione.
Il terremoto non aveva lasciato tracce sugli spiriti della gente di casa, e l'indomani, se ne parlava come d'un avvenimento usuale, senz'annettergli maggior importanza di quella che si suole attribuire a un fatto straordinario, ma comune; fece il giro la mia imperturbabile serenità, accompagnato da qualche motto spiritoso sul prosciutto accoppiato ai terremoti, è tutto finì lì.
Ma vi fu un altro avvenimento poche sere dopo che buttò all'aria la pace di casa e che dette modo ad anticipare la nostra partenza dalla campagna. Fatto che, realmente, avrebbe potuto cagionare una disgrazia spaventosa, gettando la distruzione e la morte in tutta la famiglia.
Per arrivare alla mia stanzetta, si attraversava – come l'ho già raccontato, un gran numero di buchi e sottoscale, che obbligavano a chinare il capo ogni poco per non spaccarselo contro le travature e le sporgenze di sostegno del tetto: c'era costì (e l'avevo visto diverse volte) una specie d'usciolino che stava sempre serrato, e la cui chiave nessuno sapeva chi l'avesse.
Una sera, punto dalla curiosità di veder dentro alle segrete cose, con un chiodo e una tanaglia mi riescì fatto di toglier la toppa e aprire il ripostiglio segreto che tanta curiosità aveva destato in tutti noi.
Apro dunque l'usciolino, e m'avanzo carponi tenendo in mano il solito mozzicone di candela per rischiararmi il cammino: in terra, quasi sull'entratura di quel pertugio scavato nella soffitta, c'era un sacco di canovaccio, con la bocca aperta che pareva contenere del carbone; ma un carbone speciale, lustro e in granellini luccicanti al riflesso dei raggi smorti del lume.
Avanzo un braccio sporgendo la candela sul sacco per veder bene che rob'è quella cosa nericcia, ficco la mano dentro e tiro fuori una manata di..... polvere di Stazzema.
Tutto contento, me ne fo una cartata, e poi richiudo, alla bell'e meglio e torno giù a raccontar della scoperta.
Il terrore si dipinge sui visi della gente di casa: tutti guardano quella cartata di polvere con occhi spiritati. Le donne s'alzano tremando: gli uomini vogliono vedere; si va su, apro, e il nonno col lume a petrolio, ma a distanza rispettabile, con lo sgomento sul viso si persuade che avevo proprio ragione: avevamo in casa una polveriera!
Presto presto, si chiama il contadino che non si trova: è a veglia a Collodi; allora un consiglio d'eroi si forma sul momento attorno a quel povero sacchetto; bisogna buttarlo nel pozzo; così com'è bisogna levarlo subito di lì; chi ne dice una, e chi un'altra. Mi fo avanti e propongo di portarlo io fuori di casa: sì.... no.... aspetta... ho già preso il famoso sacco, l'ho chiuso e serrato con un fazzoletto e me lo porto via, passando in mezzo a quella gente che spiritata pareva di sasso, tant'era la paura che avevano addosso.
Lo portai in un campo lontano; e tornai a casa, venne il contadino, che se l'andò a prendere e tutto finì lì.
Soltanto quando rientrai in casa, potei capire il perchè di tutta quella paura e spavento: allora capii che tutti noi avevano corso il pericolo di saltar per aria. Sarebbe bastato una scintilla non più grossa d'un capo di spillo, il codino del lucignolo acceso che ciondola quasi sempre attaccato al gambo, per far scoppiare quel monte di polvere; uccider me e buttar giù la villa seppellendo tutti.
Mi sono trovato durante il resto de' miei anni in circostanze ancor più pericolose, e ne sono uscito bene; ma il ricordo del pericolo corso allora con tanta indifferenza da parte mia e anche con tanta sfacciata inconsapevolezza, m'è tornato poi sempre a mente per farmi convinto che la vita umana è davvero sospesa a un filo tanto sottile e fragile che da un momento all'altro può troncarsi per caso, e in modo altrettanto imprevedibile quanto facile e impensato.
Ritornammo finalmente a Lucca, e siccome io avevo terminato gli studi, e presa la licenza; pensavo fra me e me come sarebbe andata a finire se, cioè, li avrei proseguiti in un istituto a Firenze o a Milano. Nessuno di casa mi diceva una mezza parola delle intenzioni che aveva il nonno: sentivo che si lamentavano del contegno di mio padre, il quale, invece di dar denaro per me e ripagare in certo qual modo tutto il tempo che ero stato dalla nonna, non soltanto non aveva dato mai un centesimo ma ne aveva portato via anche nell'ultima visita a quell'anima generosa di Policarpo.
Diventavo rosso dalla vergogna, a quei discorsi, e a quelle offese che, naturalmente, le donne lanciavano dietro le spalle di mio padre: mi pareva che fossero dirette a me, ma riconoscevo che avevano ragione, e stavo zitto e mortificato.
Fu in codest'epoca (ma eravamo ancora in campagna) che Carlo ed Elena sua moglie portarono il loro bimbo di poco più d'un anno:
Era codesto un bambino dispettoso e piagnucolone, che ne faceva d'ogni colori, e perchè era di Carlo gliele davano tutte vinte.
Era l'idolo di tutte le vecchie e a me toccava farlo divertire, tenerlo allegro, portarlo a girare; ma per essere io così studioso e amante della solitudine e di passare il mio tempo non a fare il bambinajo, ma l'uomo serio in mezzo ai miei amici di soffitta, i libri; ne avevo veramente proprio fin su’ capelli. Se ne accorgevano le vecchie, sbuffavano, mi dicevano che ero un mangiapane a ufo, un poco di buono, insomma non vedevo l'ora che si risolvesse il problema del mio avvenire.
Avevo avuto un padre che non era padre; un nonno che non gliene importava proprio nulla se, col tempo fossi morto di fame; non avevo nessun per me a dire una parola affettuosa per istradarmi sul periglioso oceano irto di scogli pieno di tempeste della vita.
Ma un fatto venne a tagliar corto a tutte le incertezze, e dètte una poderosa spinta a far cambiare, di punto in bianco, la mia esistenza.
Ho già detto che dopo pochi giorni dalla scomparsa della nonna, era entrata al suo posto quella tal Giulia, amante, mantenuta, concubina di Policarpo.
Già, fino dal suo apparire, aveva cominciato a spadroneggiare, si capisce, sorretta dal padrone: ero divenuto per lei un servitorino; non c'era cosa che si potesse inventare per mortificarmi e farmi dispetto. Divenivo idrofobo tra me e me, e poichè la si era affezionata a quella bestiaccia della Marchesina che abbaiava tutto il giorno; il più uggioso animalaccio che io abbia mai incontrato; mi sfogavo sulla povera bestia a cinghiate quante volte ne faceva una delle sue montando sulle poltrone e sui letti.
Una mattina che i guaiti della bizzosa bestia si sentirono un po' più forte e più lunghi, eccoti le segrenne tutte contro di me con cento parolacce: stetti un bel pezzo a sentire e poi, scappatami la pazienza, vuotai il sacco delle impertinenze.
Che era un pezzo che soffrivo; che non si credessero che perchè da quattr'anni mangiavo il loro pane sentissi menomamente gratitudine per le loro tirannie di pretacci; che finalmente non gliel'avevo mica chiesto io d'esser raccolto da loro; che queste cose le avrebbero dovute dirle al babbo; che dalla morte della povera mamma un giorno di pace che un giorno di pace non l'avevo più avuto; che avevo ricompensato tutti con le mie povere forze e con quel che potevo, facendo loro anche da servitore, che ero stufo di male parole e.... (voltandomi a quella carnaccia corrotta):... in quanto a lei – io non ero mica una p..... nè ero stato ne' casini, per poi venire nelle case oneste a fare da padrona: che preferivo andare a fare il calzolaio, piuttosto che restare dell'altro, in quella casa bacchettona, senza cuore e cattiva, e che ero deciso imbarcarmi per l'America alla prima occasione.
Vi lascerò immaginare il putiferio che nacque: chiamarono il nonno: gli dipinsero me come un forsennato, un bandito, uno scampaforche: quella birbona – tutta in lacrime, voleva vendetta... ma dico, a onor del nonno, che una parola che una parola non uscì dalla sua bocca: sapeva che avevo ragione.
Troppo bene capiva, il brav'uomo, che io avevo ragioni da vendere: carattere debole, ma generoso, simulatore e pauroso.... prese una risoluzione: scrisse alla zia Fanny (che era andata col marito a Firenze) che mi raccomandasse a Nando il quale non pose tempo in mezzo; e una mattina mandò un dispaccio secco secco: «Venga Giulio: impiego ferrovia.»
Che giornata! avevo piacere d'andarmene, ma ero ragazzo ancora e sentivo vivissimo affetto alla città, alla casa, agli amici, a' miei libri. Addio sogni nutriti nella mia stanzuccia e che m'ero scaldato come una seconda vita più luminosa e più dolce: addio Carlino Bini, che tante gioje tranquille avevi diviso meco; addio Viareggio, addio Gragnano, quello pieno di sogni de' primi palpiti giovanili ricordando quella persona ingrata, volubile e fallace che dopo la mamma, avevo amata più di tutti, sentivo qualche cosa d'indefinibile; mi pareva d'essere abbandonato; amore, dolore, malinconia, ambizione, rammarico, disprezzo per l'inganno e la lusinga e quel Gragnano che era stato il mio paradiso, il mio svago, il quale aveva così bene contraccambiato le mie illusioni ne' suoi segreti boschi, su le montagne tra que' castelli di Monsummano della Pieve, di Collodi e di Pescia; tutti luoghi ameni da' quali si scorgeva attraverso la Val di Nievole la campagna fiorentina, e a occidente la lunga catena delle Pizzorne, note a me quasi quanto le vie della nobile etrusca patria mia, così cara, così silenziosa, così adatta agli studi; per la sua musica, le sue fanciulle belle, aperte, gentilissime.
Mentre, dunque, in pianto aspettavo l'indomani, giorno destinato alla partenza, venne a prendermi, verso l'imbrunire, il buon Policarpo e mi portò con lui a comprarmi un paio di stivaletti. Il buon uomo (l'ho già detto), non era mai stato gran che espansivo con me; m'aveva voluto bene sì, ma a modo suo; si vedeva che sapeva la buon'azione che faceva di tenermi, orfanello abbandonato, sotto il suo tetto: ma si vedeva pure (o almeno lo sentivo io) che a scavar bene bene sotto quel ruvido miscuglio d'indifferenza, di gentilezza, d'umanità, c'era pur un zinzin di noia d'avermi preso; noia che non si traduceva in aperta rampogna che per bocca delle sue sorelle, pinzocchere rinseccolite.
Mi comprò il più bel paio di stivalini che si trovassero in tutta Lucca; mi portò al Marcucci; mi fece prendere la cioccolata; che non mi voleva andare nè in su nè in giù; mi regalò dieci lire; mi dette de' buoni consigli de' quali non ne ricordo più uno e... detto addio alle donne che s'erano radunate intorno e mi guardavano fisso...., alle 10 partii da Lucca per Firenze.
Io non avevo potuto versare una lacrima; tutto il giorno, tutta la notte piansi il mio tempo tra i miei libri; presi quelli che mi appartenevano; rimisi gli altri del nonno nella libreria grande; e a vedere quelli scaffali vuoti, privi ormai dell'anima che li faceva vivere, sentii un gran freddo al cuore e conobbi l'amarezza della separazione da tutto quello che c'illude e ci fa parer bello il mondo.
Nel giorno dell'ascensione del '65 fui cacciato da mio padre in una terza classe, fredda e miserabile, in mezzo a una turba di contadini; nel giorno 31 dicembre del 1869, il nonno m'accompagnava, tutto manieroso a un vagone di prima classe, dove trovai una bellissima signora sola, la Gegè Ottolini, che andava a Firenze.
La salutò il nonno, mi ci raccomandò – credo – mi dette un bacio che io gli resi con le labbra gelide, e increspate... uno sbattacchio di porte... un fischio... e l'anima mia se la portava il vento; il mio cuore se lo dilaniava un indistinto miscuglio di paura, d'incertezza, di passione, di dolore, e d'abbandono... perchè al fondo di tutti que' sentimenti che ribollivano entro il cuor mio inesperto, sensibile, affettuoso; una cosa sopranotava, lugubre come un cadavere, repugnante come una serpe, odiosa come un delitto.... l'abbandono del padre!